LA MUMMIA.
(Vanessa Lamia)
Ho conosciuto la Morte. Ha il volto di una mantide religiosa biondo platino. Le labbra impastate di rossetto arpionano il sorriso cannibale per riti tribali. L’antica baccante veste i panni borchiati di una prostituta moderna, insegue pellegrinaggi nei talami, accorcia le distanze tra piacere- vertigine –assenza. La Morte è sempre la stessa, ma allora non l’ho riconosciuta, perché avevo fame di Vita. Così mi ha catturato.
Ora sono in suo potere.
E’ trascorso il tempo di un universo dal giorno in cui la vidi per la prima volta. Non sapevo che l’avrei trovata, la Morte, quando cercai Moira, una vecchia amante dei miei anni ruggenti.
Com’ero cieco! Eppure avevo provato di tutto, orge bordelli alcol cocaina gioco truffe usura, sempre in bilico nella zona grigia tra immoralità e illegalità. Funambolo negli eccessi, divoravo piacere e distruzione, sfidando il limite. Così, i colori si confondevano in un buco nero e la carne si atrofizzava come marmo.
La cercai dopo molti anni. Ero rimasto a corto di liquidi e mi sentivo una vecchia carcassa senza carburante. Mi venne in mente Moira: era ricca sfondata. Volevo abbeverarmi alla sua fonte, in tutti i sensi. Ricordavo nitidamente i nostri amplessi. Ne risentivo i sapori e gli odori come se ce li avessi ancora addosso, la foga animale della sua eccitazione, la vagina suggente, la forza ferina degli orgasmi urlati. Non era bella, ma faceva l’amore come un animale, rantolando tra le lenzuola, sul pavimento o anche in bilico, stretta tra pareti e spinte pelviche. Faceva mulinare la bocca a ventosa, come un’altra vagina che succhiava umori da bocche corpi membri, divorandoli nell’estasi. Non avevo più avuto una donna così. Allora pensavo di poterla usare. Non sapevo che mi sarei dato a lei completamente, come un agnello sacrificale.
Quando la rividi, era voltata di spalle. Non sembrava cambiata. Poi mi accorsi che parlava al cellulare e rimasi inorridito: sentii una voce da orco. Moira interruppe la conversazione e si voltò. “Corrado” farfugliò digrignando la bocca che sbavava rossetto su una dentatura ingiallita “che sorpresa, non ti aspettavo” raggrinzì malignamente il volto sfiorito in una ragnatela di rughe sulla pelle macchiata e proseguì ineffabile “non sei cambiato, sei sempre lo splendido uomo che ricordavo… hai ancora i capelli neri, neanche un ciuffo grigio… gli anni trascorsi non ti hanno neppure sfiorato…” Fece una pausa significativa “conosci l’elisir dell’eterna giovinezza? Te lo ruberò questo segreto…” strizzò l’occhio con un’espressione che mi parve cattiva. Ero senza parole: mai mi sarei aspettato di trovare un tale disfacimento della carne e dei sensi, forse perché per me gli anni sembravano non essere passati. Conservavo ancora il mio fisico asciutto e nervoso di gigolò e i capelli corvini.
Ma il peggio doveva ancora venire. Avvicinandomi sentii il suo odore, un puzzo di sudore rancido misto ad un tanfo di muffa. Sapeva di decomposizione. Lo paragonai all’aroma “Rive gauche” addolcito dal sapore di giovane femmina che ricordavo di lei. Mi venne un conato di vomito, che per miracolo riuscii a ricacciare.
Da quel momento il mio ricordo è avvolto in una nebbia in cui si muovono forme spettrali, ectoplasmi. Ora so che già mi trovavo sulla soglia tra questo mondo e l’altro.
Non ci furono molti preamboli. Moira mi catapultò in un locale horror, che sembrava lo scenario di un film di Dario Argento, popolato da cadaveri insanguinati e vampiri. Un enorme Dracula in livrea ci condusse in una sala riservata, in cui l’opulenza di tendaggi e broccati celava reliquie di morte.
Ci sedemmo l’uno di fronte all’altra attorno al tavolo a forma di bara, il cui piano di vetro lasciava intravedere mucchi d’ossa e brani di carne in putrefazione. Era l’altare del sacrificio. La sensazione iniziale di orrore lasciò il posto a un terrore profondo quanto irrazionale. Sentivo confusamente che Moira era una minaccia. Ma rimasi lì, inchiodato alle maschere ghignanti scavate nei braccioli della sedia. La luce fioca dei ceri ostentati da un pacchiano lampadario liberty, fendeva l’oscurità solida e presaga. Trascorse un tempo immemorabile, innaffiato di abbondanti libagioni alcoliche.
Il levarsi dei calici accompagnava il duetto ecolalico delle nostre voci che si intrecciavano roche e impastate. “Mi trovi cambiata eh? L’ho capito dall’orrore che ho letto nel tuo sguardo” mi disse Moira con un mezzo sorriso “Sì sei cambiata” risposi asciutto“sei vecchia. Ma immagino che prima o poi tocchi a tutti…” “tranne che a te” proseguì Moira con una finta aria ispirata. Mi squadrò spogliandolo con gli occhi piccoli come capocchie di spillo, e vaticinò: “Tu hai un dono: appartieni all’eternità. Questo significa che il tempo non ti possiede”. Moira fece il gesto di rovesciare il calice, versando il suo contenuto liquido “Ma basta che qualcuno la rovesci, l’eternità, per annientarti”. Indicò i rivoli di champagne che colavano dal tavolo e aggiunse allusiva: “che spreco di ebbrezza. Ormai non è più niente”. La sua voce metallica mi percosse come una martellata.
Mi sentii stranito. Il mio stordimento era acuito dall’aroma di sandalo che pervadeva l’ambiente. Un tam tam afro-cubano in sottofondo offuscava i sensi diurni, ma risvegliava la creatura licantropa addormentata nelle mie viscere. Mi venne una voglia dolorosa come una puntura, di muovere il basso ventre ad un ritmo sessuale. Ero inchiodato dal fascino dell’orrore. L’odore mortifero di Moira mi nauseava, ma allo stesso tempo mi scatenava una voglia dolorosa di accoppiamento. Ebbi un’erezione. Provavo orrore per lei, per la sua faccia da vecchia, i capelli bruciati, il puzzo di decomposizione. Ma ero in suo potere, anche se ancora m’illudevo di poter scegliere. Ora so che mi trovavo al cospetto di una sacerdotessa orfica dalle sembianze di strega. Ero il suo adepto.
Per un attimo pensai di fuggire da quella situazione allucinante. Cosa credeva l’arpia di potermi abbindolare con le sue stregonerie da strapazzo? Ero una persona razionale io, non avevo mai creduto in nulla, se non in me stesso. E certo non mi avrebbe fregato l’ossessa, anche se mi aveva inebetito con l’alcol e con la volgare sceneggiata del locale horror. Mi imposi di alzarmi, ma il mio corpo non volle obbedirmi.
Rimasi immobile, finché arrivò il momento in cui Moira sembrò vestirsi di tenebre. Levò il suo corpo da cobra mimando una danza oscena. Il mio sguardo ubriaco fu calamitato dalle scaglie serpentate della guaina in pelle lucida che sembrava stritolarla. Man mano che assestava poderose spinte col basso ventre, la gonna si sollevò sul pube, scoprendo un folto ciuffo di peluria scura. Il mio sguardo era incollato a quella visione. Provavo schifo di lei e di me stesso, ma ero in totale balia del sortilegio che si stava compiendo. Lei continuò a dimenarsi sino al parossismo, stillandomi addosso il suo veleno. Mi invitò con un gesto osceno ad unirmi alla danza. Ebbi voglia di farlo, ma fui assalito dalla nausea. Non mi mossi.
Lei sembrò intuire la mia lotta interiore e rallentò gradualmente il movimento fino a fermarsi. Si avvicinò alitandomi addosso il suo fiele e sferrò il suo attacco di rettile. Mi offrì una poltiglia sminuzzata: la riconobbi come un fungo allucinogeno messicano. Mi disse sorniona: “Questo è diverso da tutto ciò che hai provato” e aggiunse sottovoce “ti farà vedere”. Ingerii meccanicamente l’intruglio. Non sentii niente. Vidi le sue labbra avvizzite aprirsi in un sorriso enigmatico. C’era ancora una traccia debordante di rossetto sui denti che mi sembrarono enormi e affilati come lame. La sua bocca deformata si spalancò come l’antro della Sibilla cumana.
Ciò che accadde dopo non è facilmente descrivibile a parole. Fu un’esperienza di orrore mistico. La diavolessa perdeva ogni sembianza umana e si vestiva di pelli animali. Aveva lo sguardo di un rapace pronto a piombare sulla preda cogliendola di sorpresa. La sua testa di cobra saettò nell’aria macabra. Sentivo muoversi dentro di me il suo corpo viscido, i muscoli che si tendevano come quelli di una fiera pronta a spiccare il balzo. Mi piombò addosso con le cosce aperte e mi strusciò la vagina sul pube. La mia erezione crebbe al punto che i pantaloni sembravano scoppiare. Lei fu lesta a sbottonarmi. Infilai meccanicamente un dito nel suo orifizio bagnato. Ebbi la percezione anche visiva di entrare in una caverna, di cui potevo palpare anfratti, protuberanze, asperità. Vi entrai non solo con le dita, ma con tutto me stesso. Scivolai sulla parete rocciosa, mi persi in grovigli di stalattiti che si scioglievano in rugiada. Vidi l’antro inondato da un fiume argenteo. Sentii montare la marea in un rombo sempre più assordante. L’oscurità nutriva la luce che si frangeva nei suoi colori rutilanti, e il suo spettro non la smetteva più di vorticare. Sempre più, sempre più, finché la mente e i sensi tartassati non ce la fecero a sopportare quel delirio. Lei mi fermò. Era padrona di quanto stava accadendo. Mi ritrovai avvinghiato al suo corpo di medusa e scivolammo entrambi nella bara, tra i trofei in decomposizione. Io ero disteso supino, rigido come un cadavere. Solo il membro era vivo e pulsava come un cuore. Mi accorsi che me lo stava lavorando, prima delicatamente con la mano poi succhiandolo con la bocca, finché non ebbi il glande in fiamme. Quando fui pronto mi montò sopra e mi cavalcò con foga, esplodendo in urla gutturali. Fui fagocitato e mandato in orbita nel tunnel della sua vagina. Un cielo di pece mi si spalancò davanti e mi inghiottì nelle sue fauci fameliche. Persi coscienza di ciò che accadde. Solo, mi rimase impressa la sua bocca, spalancata in un ghigno aggrinzito durante l’orgasmo modulato in crescendo dalla voce cavernosa. Scivolai nel tripudio lancinante del seme che zampillava come sangue da una ferita appena aperta. Fui scagliato alla velocità di un proiettile e mi persi nel ventre di lei.
Poi la vidi, la strega: era una ventenne dalla pelle di porcellana, le guance accese di rosa e i capelli morbidi color rame. Sembrava un angelo. Ma la sua voce risuonò disumana e urlò: “te l’ho fatta”. Quel rimbombo metallico mi bruciò i sensi e la mente. Infine accadde il prodigio più sorprendente. La sua bocca si spalancò come una fornace, vomitandomi addosso lapilli. Mi accesi ed arsi come una torcia. Sentii il puzzo della mia carne bruciata e lo scricchiolio delle mie ossa accartocciate. Provai il dolore atroce quanto virtuale della dissoluzione. Avevo ancora la vista, che durò finché ogni fibra di me esplose, come fuochi d’artificio. Quando si spensero, mi persi in un urlo di belva. Allora non fui più. Di me è rimasta solo un’eco che continua a narrare la storia di un uomo svanito.