Laetitia 

(Luigi Ventriglia)

 

Dedicato a tutti coloro che

non hanno mai smesso di sognare

e che attendono ancora il ritorno

del loro “grande giorno”.

 

E dedicato a tutte le Donne

che rendono questo mondo

un po’ più bello.

UNO

 

 

Ci sono attimi che cambiano la vita, e come il vento si fanno largo fra le pieghe della quotidianità, rendendosi eterni. Il mio mi raggiunse in una mattina di un  agosto ormai lontano.

Ricordo ancora quel giorno, il giorno in cui ti vidi per la prima volta.

Eri in un vecchio bar,di un vecchio magico hotel. La stanza era invasa dal sole, lo stereo gracchiava canzoni d’allora e tutt’ intorno c’erano mobili sopravvissuti agli anni. Dalle poltrone marroni si avvertiva tutto il tempo trascorso, lo si sentiva attraverso il sudore degli uomini che vi si erano seduti, attraverso l’odore di tabacco che si era rintanato in qualche anfratto inesplorato, memore di remoti, noiosi pomeriggi estivi, passati fumando e leggendo giornali pieni di notizie oramai divenute storia. E poi ad un tratto la stanza fu attraversata da un profumo sconosciuto,  che stava cancellando tutte quelle lontane persone che fumando, leggevano storia.

Non so se ti vidi riflessa in un vetro, se avvertii il tuo contrario lanciato da uno specchio o se ti sentii arrivare dietro di me attraverso un senso sconosciuto che il destino mi concesse, ma ricordo solo che mi voltai ed eri proprio lì, dietro di me, e poi in un attimo eri seduta accanto a me.

Allora ero poco più di un bambino e molto meno di un uomo e se avevo visto tante volte la bellezza, se avevo gia conosciuta l’attrazione, non avevo ancora conosciuto te. Non avevo, in fondo, mai provato la sensazione del sangue che entra nelle vene come tante schegge di un’ esplosione, non conoscevo il dolore che provoca la felicità, e ancora credevo di poter trovare parole per ogni cosa. Non sapevo ancora che vi sono sensazioni più forti  della voglia di vivere, capaci di farci dimenticare la nostra storia, il nostro volto, le nostre paure. Fui ridotto in niente rispetto al tutto che mi sedeva accanto.

Le mie vene furono percorse dal ghiaccio e credo che in quell’ istante il mio volto era ormai verde, quando ad un tratto si versò nei tuoi occhi un sorriso che poi invase tutto il tuo volto. Allora ti riconobbi davvero, ed ti avrei voluta stringere, avrei voluto gridare mille volte il tuo nome se solo lo avessi saputo, ma anche allora arrivò quell’ attimo che arriva sempre, quello in cui ogni cosa finisce.

Ti alzasti, e ti vidi scomparire sculettando lentamente, divisa in cubi da un obsoleto e scorticato separé alla svedese.

Così chiusi gli occhi e ti salutai per la prima volta, e ripensai a cosa avevo visto. Eri stata più sconvolgente di un ufo che atterra sul set di un b-movie americano fra le grida di attori mal pagati, si perché eri atterrata nella mia vita, sulla mia vita ed avevi ridotto come una polpetta tutta la mia forza, tutte le mie convinzioni, i miei sorrisi sicuri e leggeri, le mie maglie kitsch, il mio skate, la mia moto che ancora non avevo, ma che sicuramente avrei acquistato per andare a vivere a Londra con una bellissima bionda che ancora non avevo conosciuta, ma che  stava gia attendendomi triste per non avermi ancora incontrato. Avevi addirittura cancellato tutti quei pomeriggi solitari della mia prima infanzia in cui mi rinchiudevo il un cartone, in un anta di un armadio, in un qualsiasi buco, in un sogno per non udire i noiosi e dolorosi litigi dei miei,ed avevi spazzato via il volto delle poche ragazzine che avevo conosciuto, e tutti quei momenti in cui un bacio era una promessa di matrimonio ed un sorriso un presagio di felicità ed eternità.

 

All’improvviso mi ritrovai catapultato sulla terra e fui svegliato dal freddo che aveva invaso la mia t-shirt ed il mio costume , fino a scendere lentamente nelle mie scarpe. Mi ero versato la birra addosso, e quel poco che era rimasto nel bicchiere decisi di farmelo cadere fra i capelli sotto lo sguardo incuriosito ed irritato del barista, che era un tipo perennemente sudato e nervoso, magro come la morte ma in fondo buono credo, così in silenzio, ma con passo veloce lasciai, quasi fuggendo a testa bassa il bar e andai verso la piscina di quell’ hotel che si ergeva in un paesaggio semidesertico, chiamato Saladi, assumendo l’aspetto di un edificio cittadino rimasto unico superstite di una catastrofe nucleare, solo per testimoniare un doloroso passato causato dalla barbarie umana.

Ad un tratto mi sentii afferrare da dietro e pensai: “ecco il barista che mi vuole fare la pelle!”   No, non era lui, e questo mi risollevò. Era Jorgo, un mio nuovo amico greco che avevo conosciuto qualche giorno prima, e che passava le vacanze sempre in quel posto , perché aveva una casa sulla collina che sovrastava l’ hotel.

Vedendomi tutto bagnato mi chiese: “ what ‘ve u done pusti-malaka?”, qualcosa come “ cos’hai fatto checcone, stronzo? “  e ciò in effetti era una dimostrazione di affetto perché in Grecia se una persona giovane, quando ti vede non dice : “ iassu malaka!” , “ciao, stronzo!” vuol dire che non ti considera veramente un amico, oppure ti considera un diverso, uno da evitare e questo tipo di rassicurazioni fanno bene alla sicurezza di un adolescente. E’  bello  sentirsi accettati, quando ancora non ci si accetta del tutto.

Così lo salutai con un sorriso e lui mi rispose con un altro che nascondeva sicuramente qualcosa, e lo scoprii subito quando mi ritrovai sott’ acqua ,  trascinandolo giù con me per una gamba.

Credo che non mi avesse ancora perdonato di aver vinto la notte prima a braccio di ferro in una sfida all’ ultimo sangue, una di quelle sputaocchi in cui non è concesso nemmeno ridere o respirare, ed io, proprio io che avevo quasi tre anni meno di lui mi ero permesso di vincere.

Quando Jorgo tornò a galla, con uno dei suoi soliti sorrisi che volevano simulare la più pura ingenuità, mi disse : “ Ho un’ idea. Devi assolutamente vedere una cosa.”

Dopo cinque minuti eravamo su una moto lanciata ad una velocità folle per una strada gialla  di sole e di erba arsa. Su di noi c’era un cielo azzurro e guardandolo sembrava quasi che ci attendesse. Pensai che forse questa era la vera vendetta di Jorgo, per averlo trascinato in acqua o chissà forse per aver vinto la sera precedente in quella stupida sfida.

 

Quello era un giorno qualsiasi dell’ Agosto del  millenovecentonovantaquattro ed io avevo quattordici anni. Allora non esisteva ancora la morte, ed ogni cosa sembrava non dover  finire mai. Il mondo sembrava essere migliore.

Forse erano i sorrisi che tutti quei capi di stato si scambiavano. Persone che fino a poco tempo prima si erano personalmente odiate, avendo le loro dita raggrinzite pronte a schiacciare un qualsiasi bottone infernale, o a lanciare un ordine meccanico ed inderogabile fatto di quaranta cifre di distruzione globale. Allora tutti quei vecchietti potenti sembravano essersi rimpiccioliti ed il potere era quasi come affidato a saggi ed assennati nonnetti. Forse era solo la mia prima giovinezza, ma in quel periodo sembrava che il sole stesse ridendo e che la luna con tutte le sue stelle, lanciassero buone promesse di felicità, sussurrandole nelle fresche notti ancora tutte da scrivere.

Intanto eravamo ancora su quella moto di piccola cilindrata, una di quelle che sono ribelli, veloci e cercano di imitare quelle serie, ma hanno ruote strette e un rumore comico e acuto.

Ad ogni curva era come sfidare la sorte , così mi ritrovai a pregare , io che non l’avevo mai fatto e fra i santi mi apparve anche il volto di quella sconosciuta  che era entrata quella mattina nel bar. No, non  ti avevo dimenticata e quando nei momenti di paura ed emozione non si dimentica una persona , beh allora non la si dimentica più.

La preghiera finì là dove iniziò il desiderio di cose terrene, come un bacio, un sorriso di una creatura sconosciuta e resa magica distante dal mistero di un volto stupendo, forte e dolce, dai tratti marcati ma eleganti e sfuggenti.

Mentre uscivo dal mio mondo la moto si fermò. Dopo tutta quella strada suggestiva, piena di dirupi e di colline ricoperte di alberi solitari, rinsecchiti e tisici , dietro alle quali il sole sembrava voler giocare a nascondino eravamo arrivati in un luogo magico, uno di quei luoghi che sanno di millenni, che ridono della nostra breve vita e dei nostri sentimenti spargendoli come polvere verso il baratro infinito del tempo. Ci eravamo arrampicati con la moto su una di quelle colline ed ad un tratto si scorgevano due enormi  buchi di forma perfettamente circolare. Jorgo mi spiegò che erano due crateri, creati da due meteoriti cadute milioni di anni prima. Fumammo una sigaretta e la spegnemmo in una lattina di Coca cola per non incendiare tutto. Poi ci avventurammo a piedi ed entrando in uno di quei due enormi buchi vidi centinaia di cappelle greco ortodosse di piccole dimensioni che erano state disposte lateralmente, scavando all’ interno della roccia lungo un percorso a spirale che portava in cima.

Era un luogo magico, uno di quei luoghi in cui pensi davvero che ogni cosa sia possibile. Avrei potuto inginocchiarmi davanti a una di quelle cappelle e restare lì per qualche tempo, magari avrei chiesto di tornare sano e salvo all’ hotel e di poter rivedere quella strana, misteriosa ragazza. Ma Jorgo non me l’ avrebbe fatta passare liscia se mi avesse visto disteso come un santone e non lo feci.

Ricordo ancora la strada del ritorno, il vento che frusta la mia faccia e poi il sole, il giallo, i dirupi ed il rumore di una moto che si perde nel paesaggio di una lontana mattina di agosto, in cui avevo intravisto per la prima volta un essere incantevole ed in cui ero stato due ore con un buon  amico che in fondo era ancora quasi uno sconosciuto con il quale avevo avuto una lunga conversazione quasi senza parole.

Jorgo era fatto così, era onesto, spontaneo e scherzava sempre, ma sottosotto sapeva anche lui cosa volesse dire soffrire per amore e dal suo volto gioioso ed apparentemente superficiale talvolta traspariva un espressione come di nostalgia, di passato. Allora non ci pensavo a tutte queste cose, ma quando dopo anni si scava nel cratere dei ricordi,  tornano tanti dettagli che sembravano dimenticati, mai notati.

Forse fu per questo che dopo tre giorni fummo già buoni amici.

 

 

                                        

 

DUE

 

 

Una volta giunti nell’ hotel ci sedemmo sulle poltrone della reception, simili a quelle che avevo visto nel bar quella mattina , ma queste erano di un verde scioccante con delle riga nere e sembravano uscite direttamente da un telefilm degli anni settanta. Forse lì si era addirittura seduto il tenente Colombo. Da li udivo  rumore di posate e un odore indescrivibile di cibi non ancora ben identificati,  mai metabolizzati.

Tutto ciò riportò la mia mente a circa cinque giorni prima, alla notte in cui ero arrivato in quel posto.

Quando scendemmo nel piazzale di quell’ hotel sconosciuto, alto come una montagna.

Dove finiva il cemento armato, iniziava la sabbia, la terra.

Ci portarono a mangiare in quel ristorante degli anni settanta, dove nulla era stato toccato, ed in qualche angolo , ne sono certo, si annidavano ancora antiche puzze, scarti di cibo  divenuti ormai storia.

Non c’ eri ancora tu e non c’era ancora il profumo di quegli alberi. Tutto era coperto da voci alzate in protesta e da cipolle incredibilmente penetranti della cucina greca. Le mascelle del gruppo turistico col loro masticare, poi coprivano addirittura le onde del mare vicinissimo e quando furono consegnate le ultime pietanze a notte oramai inoltrata , si rischiò quasi il linciaggio del nostro organizzatore turistico.

Era tanto bella la notte fuori, col suo silenzioso vento e le andai incontro, fuggendo via da quel chiasso espressionista del ristorante, dalle cipolle penetranti e dalle mascelle disgustosamente piene dei miei compagni di viaggio.

Attraversai un ampio salone, scesi cinque gradini di marmo nero e poi giù, fuori verso ciò che mi era ancora ignoto.

C’era la luna che galleggiava sull’ acqua appena cambiata di una grande piscina, troppo grande per essere ancora alla moda, che era attraversata da un ponticello diviso da un piccolo bar che troneggiava al centro di essa e c’era ancora musica lontana coperta di tanto in tanto da voci indistinte.

 

Ricordo che viaggiammo a lungo.

Sulla nave che ci porto da Brindisi a Patrasso c’erano tutti i tipi immaginabili di persone e fu davvero bello abituarsi alla vacanza fra le grida di marinai alcolizzati che ad un tratto decisero di ballare il Sirtaki su delle sedie di vetroresina, cadendo rovinosamente tra lo sguardo sconcertato di pallidi turisti inglesi, che con le loro smorfie mostravano di non aver ben compreso il senso di quella danza distruttrice.

Motivi di forte curiosità erano destati anche dal mio gruppo, che era capeggiato da uno strano personaggio tale Salvo Sarnataro il quale aveva un po’ l’aspetto di Rasputin ed aveva una venerazione senza limiti per la Grecia, tanto vasta da fargli disprezzare anche la lingua italiana, così quando un suo turista italiano gli domandava qualcosa lui rispondeva  in greco oppure, ancora più spesso in un dialetto simile al napoletano ma ricco di sfumature regionali, memore della Magna Grecia.

Sin dall’ inizio ero stato profondamente colpito dal suo abbigliamento, che era composto da una camicia, quasi sempre di un colore destabilizzante come l’arancione, il rosso belzebù o un blu tempestato di pois verdi. E dei pantaloni poi, sarebbe meglio non parlarne! Alla zuava, solitamente marroni. La sua figura era completata da scarpe  di fabbricazione rigorosamente greca che tentavano d’imitare le palliate classiche, ma erano quasi comode come le “Doktor Schulz”, insomma roba da turisti anziani e stanchi per le troppe escursioni.

 

La mattina, quando oramai la traversata dell’ adriatico era quasi giunta al termine due furono le visioni che mi sconvolsero.

Il sole era ancora debole, così il blu del cielo ed il mare erano divisi solo da una sottilissima striscia giallo-arancione. Io ero sul ponte inferiore della nave quando vidi due missili avvicinarsi allo scafo ad una velocità elevatissima. Pensai: “ Ecco è finita la vacanza!”       No,  avevo visto troppi film di guerra ed in fondo quando si è in acqua è più facile avvistare due delfini che essere colpiti da due siluri.  Almeno lo era allora.

Quando uscirono dall’ acqua sentii il loro canto e vidi le loro acrobazie, sembrava quasi che mi stessero salutando, in fondo a quell’ ora io ero uno dei pochi pazzi che stavano attendendo il sole sul ponte ancora gelido di quella nave.

Ad un tratto sentii una voce dolce e rauca che disse “Wonderful!”. Quel suono proveniva dal ponte superiore e prometteva davvero bene, così mi voltai lentamente, timidamente e cosa vidi! Credo che a spiegarlo con parole sia davvero difficile, forse è davvero impossibile non cadere nella più pura volgarità, ma quando si è ragazzi certe cose non vanno spiegate e così allora non mi posi affatto questo problema.

Lei era già scesa dalla scaletta e così mi trovai accanto ad  una sorta di dea . Aveva capelli lunghi, neri, un naso aquilino e soprattutto, soprattutto qualcosa di davvero indescrivibile, si lo dico subito, così mi tolgo d’impaccio, un seno enorme che premeva contro una maglietta su cui era stampata la bandiera degli States.

Una stupida domanda mi sorse senza pensarci troppo : “American?” e lei un po’ sorridendo mi rispose di sì, e mi disse che però aveva lontane origini greche e che andava a trovare il nonno che viveva da qualche parte nel nord del paese. Così m’improvvisai biologo marino ed esperto di cetacei, e parlammo a lungo, anche quando gli amici delfini , oramai stanchi o forse un po’ nauseati da tutte le balle che dissi su di loro, s’ inabissarono, inoltrandosi di nuovo nel mistero da dove erano venuti.

Dovemmo parlare davvero a lungo, infatti ad un certo punto udii la voce allarmata di Rasputin che usciva gridando dal megafono, preceduta da un “Parakalì, Parakalò!” e poi: “ Il signor Luigi Ventriglia è desiderato al bar di poppa del secondo piano, per prepararsi allo sbarco.”

Si avvertiva una nota di irritazione nel suo tono di voce, forse perché lo avevo costretto a parlare in italiano.

Purtroppo avevano chiamato proprio me e dovevo andare. Allora vidi il volto di quella ragazza per l’ ultima volta e nei suoi occhi scuri e un po’ orientali, capii che una storia d’ amore può durare anche solo due ore senza perdere tutta la sua passione e la sua sofferenza e come avevano fatto i due delfini m’ inabissai nel mio mondo e ricaddi nella quotidiana consapevolezza della mia identità.

 

Dal finestrino del vecchio pullman si scorgevano case bianchissime, paesaggi meravigliosi e piccoli tempietti che riempivano il ciglio delle strade.  Rasputin ci spiegò che erano lì per ricordare le persone che avevano perso la vita in incidenti stradali, e ricordo che questo mi rattristò tantissimo e fui quasi nauseato quando qualcuno  disse ridendo, all’ autista che lui preferiva non essere affatto ricordato, invece il resto del gruppo accolse la battuta con una risata generale, forse solo per rimuovere quella tristezza che non rientrava nelle loro brevi ed intense vacanze.

Il mare attirò la mia attenzione cancellando dalla mia mente tutto il resto e mi trovai ad attenderlo e a giocare con lui. Era davvero curioso vederlo spuntare lì dove non te lo saresti aspettato, perché la strada era tutta curve e con la stanchezza della notte passata sveglio sulla nave e con la musica di un walkman nelle orecchie che lanciava canzoni piene di melodie struggenti e romantiche seguite da musica progressive era davvero facile perdere il senso dell’ orientamento.

Sostammo brevemente sull’ istmo di Corinto e mentre gli altri si sistemavano in luoghi pericolosissimi, solo per prendere foto inedite di tale rarità architettonico-naturale, io riempii la mia pancia, ormai quasi disabituata, con una dozzina di buonissimi Souvlaki, che solo lì sanno fare.

Eravamo di nuovo seduti nel pullman. Mia madre mi sedeva accanto e si parlava con le persone che  sedevano davanti. Per il resto c’era uno strano e piacevole silenzio dovuto alla stanchezza generale. Oramai nemmeno Rasputin parlava più dal suo fastidioso microfono, sputando dritte di comportamento, informazioni culturali e barzellette datate in un sol fiato e questo era davvero un sollievo.

Ad un tratto il giorno si fece blu e la notte venne in una curva illuminata da luci lontane, Nafplio forse.

Dopo poco scendemmo dalla vecchia carcassa ed ecco che eravamo arrivati. Ci trovammo ad annusare nell’ oscurità, ignari e curiosi. Davanti a noi si stagliava nel cielo la figura colossale e sinistra di un vecchio edificio. Il vento lo attraversava , facendosi spazio fra le imposte marroni delle camere lasciate aperte, producendo uno strano suono che si univa al canto delle cicale, a lontana musica e a voci indistinte e poi c’era un profumo come di vegetazione che si libera del calore accumulato durante il giorno.

Oh e poi c’eri tu, ma allora ancora non lo sapevo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TRE

 

 

Jorgo se ne andò a casa ed io restai per un po’ sulla poltrona del tenente Colombo.

Quel giorno volò via rapido fra le mille cose che animavano un hotel che cercava quasi d’ imitare un villaggio vacanze, solo com’ era nella gialla desolazione desertica.

E’ davvero strano. Le vacanze, quelle vere iniziano quasi sempre dopo circa una settimana , quando ti ritrovi in un luogo che mantiene sempre la sua lieve estraneità, i suoi piccoli misteri, ma in cui hai già imparato a riconoscerne  i  punti di riferimento, e fra i tanti volti che prima ti erano sembrati una massa indistinguibile, iniziano a comparire facce simpatiche di amici, di ragazze carine, di desideri che forse resteranno tali e di scoperte che ti aprono il cuore e ti fanno volare per un po’ sopra il tuo solito mondo, la tua quotidianità.

Allora portavo i capelli molto lunghi e per questo mi sentivo quasi un pirata in fuga  da un drago,  o forse solo dalla mia vita che trovavo ancora troppo vuota di storie da narrare e di volti da ricordare, rimpiangere. Il passato allora mi sembrava ancora cosa raggiungibile, riparabile e pensavo che il futuro non fosse altro che la somma dei miei desideri. In fondo questa era la felicità, quella che non chiede soldi per vivere, che non chiede successi, sicurezza e che si accontenta di starsene in un monolocale, attraversato dal sole, posto nel cuore di un quattordicenne.

 

La sera era diventata oramai blu ed arancione, un colore che non ho più visto in nessun altro cielo. Ero disteso sulla sabbia  umida ed accogliente, ricoperta da stranissimi sassi rosa. In lontananza, sulla destra, si scorgeva un’ isola piccolissima, precisa come un cono capovolto e a sinistra c’era la costa che chiudeva il paesaggio con una collinetta quasi verde, che lentamente scendeva verso il mare.

Di tanto in tanto arrivava un odore di pesce fritto, misto al sapore di alberi e di terra umida. Più in là, a destra,  c’erano due taverne che erano a pochi metri dall’ acqua, arroccate su uno scoglio battuto dalle onde stanche del mare della sera, blu ed imperscrutabile. Anche i tavoli e le sedie erano state dipinte in un blu chiaro ed intenso e quando finivano i posti c’era sempre qualche vecchietto con la pelle segnata dal sole e con un sorriso stampato sul volto  che faceva rotolare dei cilindri di legno, usati solitamente per trasportare lunghi cavi elettrici, che ad un tratto si erano trovati ad esser  tavoli. Anche gli oggetti hanno un destino tutto loro. Così lì dov’ erano stati i cavi adesso sarebbero state messe le gambe dei nuovi clienti.

 

Intanto io ero solo su quella spiaggia umida ed il presente era eterno, magico, mio.

Quando mi gettai nel mare scuro e salato ripensai a quel giorno che era passato come tutti gli altri della mia vita e nei colori di quella sera ormai lontana ritornò il tuo volto.

Ma allora che ne sapevo di tutte quelle sigarette che avrei fumato ripensandoti, accarezzando col ricordo il tuo corpo che si allontanava sinuosamente in una lontana mattina d’ Agosto, che ne sapevo di tutta quella musica che avrei sognato di ballare con te, tenendo i tuoi occhi nei miei. No, non avrei creduto nemmeno alla mia anima se mi avesse detto che mille volte avrei cercato il tuo volto dietro sconosciuti capelli scorti su strade lontanissime da quel luogo in cui eravamo allora , perché allora tu eri da qualche parte in quel hotel e ti avrei rivista altre mille volte. Eri ancora vita, presente, emozioni.

Nell’attimo in cui ti vidi per la prima volta tu prendesti  una parte di me, e l’ avresti portata via per il mondo, chissà dove, ma allora cosa ne potevo sapere.

E poi ci sarebbero state un’ infinità di notti insonni, fatte di ore rubate, ed io sveglio e libero o forse semplicemente solo dopo la tempesta che la fine di un amore porta sempre con se,   avrei atteso l’alba su di un balcone annusando l’aria, con gli occhi chiusi per trovarti, solo per rivedere il tuo volto nell’ illusione di un  sogno. Si, il tuo viso, i tuoi occhi sarebbero sempre tornati nei  momenti di tristezza e, come il porto di Itaca avrebbero accolto la stanca e sgangherata nave dell’ anima, provata dal lungo viaggio,dai mille mostri incontrati,  e dalle ancora più temibili ombre della vita e sarebbero tornati anche negli attimi felici, che non potevano essere in fondo tanto belli visto che tu non eri lì con me.

 Ci sono volti che non si dimenticano, anche loro sono onde fra le onde, ma non si dimenticano. E’ come se nascondessero una luce che di tanto in tanto svelano, magari in un sorriso fatto di occhi.

 

Il cielo  oramai era quasi nero e la linea arancione dell’ orizzonte  si stava spegnendo lentamente, quando uscii dall’ acqua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUATTRO

 

 

La notte scura e profumata era tornata. Il cielo era un vasto manto nero ricoperto di stelle gialle e luminose.

 

Nella mia città non esistono notti come quella, e forse non possono esistere notti così  nel cuore di chi non può dimenticare i propri sogni.

 

Le luci della città in questa calda notte che mi parla di te, portano i miei desideri su strade polverose, dimenticate dove a lungo resterai luce accecante, mia nuova e più antica speranza.

In  questa silenziosa notte d’ estate ti accolgo nuovamente nel tempio della mia anima, prima come ricordo, poi come nostalgia che si agita sempre più, bussando e dilaniando le mura della mia indifferenza, del mio presente, ed allora ogni mio attimo sarà anche un po’ tuo ed in ogni mio desiderio comparirà anche il tuo volto che si allontana lentamente nel sole di una lontana mattina di agosto in cui scoprii una nuova via su cui avrei potuto correrti accanto, seguirti; apristi una porta che dava su di un paesaggio meraviglioso, fatto di giorni gialli e di notti profumate che sarebbero esistite solo avendoti accanto.

Questa notte i rumori della città entrano nella mia camera fino a divenire pensieri. Rumori di auto lontane, tagliano questo silenzio, e forse senza saperlo si avvicinano un po’ più a te.

Dietro le tende ancora illuminate si celano mondi sconosciuti, ed in  qualche stanza in affitto ci saranno cuori clandestini che si tengono stretti e galoppano forte per raggiungere la libertà, la felicità che  durerà forse solo un attimo.

Si, anche per me di vita  ce n’ è stata tanta, ma di felicità, quella vera che non ha parole e non ha aria, né pudore, quella non ce n’è stata. Così ora resterò per un po’ nascosto nell’ angolo dei miei ricordi, protetto dall’ ombra del passato e della nostalgia e qualche volta chiuderò gli occhi e ti rivedrò. Saranno attimi brevissimi, fugaci. Non ci sarà che il tuo respiro, sabbia che scivola via dalla mia pelle, luce che ricopre le mie speranze. E tornerà l’ inquietudine di  intere notti e di lontani mattini ancora blu in cui uscivo con il cuore colmo di speranza , quasi una promessa. Ripenserò a quando ebbero inizio tutti quei giorni senza di te.

 Mille volte tornasti nei miei ricordi, indossando una canottiera nera, come la prima volta  e sorridente passasti sulla mia vita rendendola un po’ più bella con il tuo solo esistere.

Forse sei ancora così e continui a percorrere il mondo, riempiendo del tuo profumo abiti nuovi, ma questa notte io indosso quegli stessi panni e sulla mia testa risplende quello stesso sole.

Chissà se in tutti questi anni siamo stati tanto lontani, o se almeno una volta sei stata tanto vicina da poter udire tutte quelle canzoni che mi parlavano di te.

Se solo ripenso a tutte le volte in cui sono tornato in quel luogo, ritrovandolo sempre come allora, giallo di sole, con gli alberi che discorrevano con l’ aria in una loro lingua sconosciuta, perché forse c’era ancora qualcosa di tuo in quel luogo. Erano quelle stesse mura a parlarmi di te, e le ombre erano abili nello scivolare sulle forme del tuo viso, del tuo corpo. Neanche loro sapevano dove eri ora, dov’eri andata.

Talvolta ti attendevo, camminando nella notte profumata. Era quasi come se ti avessi detto di venire ma erano solo momenti e volavano via come sogni calpestati dalla razionalità di una sveglia, ma subito dopo mi ritrovavo ad inseguire tracce lontane sulla sabbia attraversata dalle stagioni e frustata dal vento degli anni trascorsi, perchè forse quelle tracce erano anche un po’ tue.

Quel luogo mille volte ricordato, sognato  era proprio attorno a me, sotto di me, e toccandolo, calpestandolo ero certo della tua esistenza. Tempio di parole mai dette, di attimi, di sguardi che rimasero eterni per me e nulla per il resto del mondo.

Così quel vecchio hotel divenne sempre un po’ più mio con quel suo rumore di moquet , che scivolando per  lunghi e ventilati corridoi bianchi producevo nella notte. Un rumore che non udivo da anni. Il suono del silenzio ovattato della  timidezza di un quattordicenne .

Quel posto era sempre come allora con tutti i suoi vecchi rumori. Si, è vero c’erano voci che parlavano altre lingue e le canzoni erano ormai cambiate, ma in fondo mi trovavo in quell’ angolo di mondo perché tu eri tornata nella mia mente e c’eri solo tu.

Ogni cosa lì custodiva un po’ della tua ombra ed il rimpianto di parole che non scorsero, forse solo per destino.

Tutto era ancora caldo dei tuoi passi e del tuo respiro. Chissà dove s’ erano posate le tue mani e dove t’ avevano condotto i tuoi desideri. Si, quel luogo era anche un po’ di te.

Dov’eri e quando era finito quel tempo in cui, guardando nei tuoi meravigliosi, sconosciuti occhi, scorgevo una nuova vita con tutte le sue scelte?

 

Talvolta tornano dal passato volti che ora ci mancano tanto. Tornano profumi lontani ed attimi di un giorno, illusioni di una vita che non fu mai.

Si ritorna alle origini del proprio carattere e dei propri desideri, aprendo una stanza chiusa da tempo, e piangendo sulla polvere che forma geometrie arcane sul pavimento, dove prima posavano oggetti resi consueti dalla vita.

 

Le notti avevano la tua luce ed il mare vicino, vicinissimo ripeteva qualche tua frase all’ infinito.

Ma oramai non provavo più quell’ emozione lontana, perché sapevo che dopo anni non ti avrei più incontrata fra le mura di quel vecchio hotel, fra gli odorosi alberi o nell’ oscurità dell’ umido lido notturno.

Tutte le volte abbracciai amici che mi chiamarono per nome, il nome che avevo anni prima. Chissà se ho mai avuto per te un nome, quando m’immergevo nell’ universo dei tuoi occhi un po’ chiusi da un sorriso che forse un po’ mi apparteneva.

Chissà se almeno un granello del mio castello di sabbia si  depositò mai sul fondo della tua anima, ed intanto chissà chi stavi rendendo felice, quasi immortale con un tuo sguardo, con un tuo sorriso fatto di occhi, mentre la mia mente t’inseguiva nel nebbioso labirinto del passato.

 

E quando ripenso a due occhi azzurri e ad un volto rosa che conobbi su quella spiaggia , di anni oramai distante da quella nostra lontana estate, allora è vero, la tua assenza e la mia ricerca non hanno lasciato cadere solo frutti amari dall’ albero della mia nostalgia, ma anche vita ed attimi felici, che in fondo erano dei tuoi doni.

Stanotte, come le pietre di quella nostra spiaggia rosa, anche i miei ricordi sgretolandosi ringiovaniranno, ritornando desideri quasi possibili.

Un profumo dimenticato mi spinge a cercarti di nuovo, illudendomi di ritrovare il tuo volto, che forse in questa mia breve vita non rivedrò più.

Chiudo gli occhi e ripeto il tuo nome, quel nome che era quasi una promessa di felicità e che forse ti desti solo per un’ estate. Allora davvero non ti ritroverò mai, mia lontanissima felicità.

 

Cancellerò anni interi, e poi tutti i volti, tutti i profumi che mi separarono da te e sarò nuovamente in una piccola discoteca bianca, quasi uno scoglio in riva al mare.

CINQUE

 

 

La discoteca era piccolissima e dipinta distrattamente di bianco.

Appena si entrava c’era un piccolo bar sulla destra, che in fondo  era solo un bancone coperto da un tetto anch’ esso bianchissimo dal quale pendevano delle lampadine colorate, rosse, gialle, verdi che avevano visto tempi migliori. Ricordo che quel posto era pieno di alcol, e dietro al barista c’erano bottiglie di ogni forma e colore che celavano paradisi artificiali. Era bello allora bere lontano dagli sguardi indiscreti e recriminatori di mia madre, o di qualche parente e rivolgere gli occhi annebbiati alle stelle e al cielo nero, sentendosi invincibile, giovane , appena creato. “Sopra di me il cielo infinito, dentro di me la mia legge morale”; o qualcosa del genere.

Più avanti c’era una strettissima sala da ballo che stranamente, quando era piena di gente, sembrava espandersi all’ infinito, forse perché venivano tolte le sedie, o era la notte  che si estendeva nera ed illimitata sulle nostre teste.

L’hotel faceva pagare l’ingresso, così ognuno cercava di evadere il biglietto come poteva. Una sera un mio amico rischiò di perdere i suoi gioielli sulla rete di filo spinato che confinava con la toilette, che era stata opportunamente piegata e deformata dagli anni e dai numerosi imboscati. Sulla recinzione, se la si guardava attentamente, si potevano trovare brandelli di stoffa, storie di tante passate sofferenze.

Io ero più furbo, o solo più fortunato, così entravo a testa alta per l’ ingresso principale.

Jorgo di tanto in tanto lavorava al bar e così oltre all’ ingresso per me erano assicurati tantissimi paradisi artificiali ed altrettante sorelle birre. Naturalmente c’era da stare guardinghi, perché il posto era davvero ristretto e gli agguati di mia madre o di Rasputin non erano infrequenti.

Quel piccolo cerchio dove si ballava era sormontato da una palafitta di legno dove si sistemava il deejay.

Nei primi giorni a farla da padrone era stato un  francese piccoletto, che era un vero e proprio attaccabrighe. Non ricordo bene il suo nome, forse si chiamava Gégé. Lui metteva tutti dischi datati,  ballatissimi dal suo gruppo ma superodiati dalla gente italica che era partita con me. Loro avrebbero di gran lunga preferito qualcosa di attuale e fugace, o forse era solo per creare dei problemi a Rasputin per il fatto di averli trascinati con se in quell’ avventurosa vacanza quasi archeologica, e di averli condotti in quell’ hotel passato di moda che aveva come simbolo due pesci in amore in posizione 69 incisi sul marmo d’ ingresso. Quel luogo era stato un tempio del naturismo degli anni settanta. Lo si capiva da tanti piccoli dettagli, come dai volantini sopravvissuti da cui erano state cancellate intere frasi e regole di comportamento  con un pennarello nero e dai dischi sexy, stipati in locali polverosi che venivano puntualmente  riproposti  da Gégé.

Quella sera iniziò con una canzone piena di sensuale innocenza, un vecchio testo del mitico Serge Gainsbourg, che si chiamava Sea, sex and sun.

Quando quel piccolo deejay metteva un pezzo, alzava sempre lo sguardo e sotto i suoi capelli dipinti biondi spuntavano due occhi chiari e indagatori, che spiavano con un perfido sorriso la piccola folla , per vedere quanto desse fastidio il brano che girava sul piatto. Questa volta tutti stavano ballando e questo, credo, lo deluse molto, avrebbe voluto creare scompiglio e malcontento ma questa volta non ci era riuscito.

Credo che avesse preso lezioni da un vero e proprio esperto in materia , infatti lui aveva un inventario vastissimo di effetti dissonanti, di rumori voluti e di cose fastidiose minuziosamente ricercate, come quando riproponeva un brano due o tre volte di seguito o quando interrompeva una bella canzone, tagliando a metà le emozioni che essa aveva suscitato nei presenti ed iniziava a parlare nel microfono in un francese velocissimo, davanti alla moltitudine che non capiva nulla e restava in silenzio , a bocca aperta.

Si lui riusciva a creare vere e proprie serate futuriste con pochissimi e ben studiati elementi e si placava solo quando la tensione degli astanti saliva rapidamente e pericolosamente. Allora soddisfatto, rimediava al suo vizio, mettendo qualche canzone greca tradizionale, e se ne restava per un pò buono nella sua gabbiola, lasciando passare  tre o quattro pezzi, senza disturbare, nascosto dalla luce di una fioca lampadina verde.

 

Intanto da quattro casse sfondate  usciva la fantastica voce pastosa e sensuale di Serge Gainsbourg.

Sea, sex and sun

Le soleil au zénith

Vingt ans, dix-huit

Dix-sept ans à la limite

Je resussite

Sea, sex and sun

Toi petite

Tu es de la dynamite

 

Ed io stringevo una bella ragazza di Atene, che aveva tre anni più di me, cosa che allora mi era parsa come un incredibile successo. Lei si chiamava Gheorghia Papa-nonsocosa ed aveva un fisico davvero attraente. Soprattutto aveva quelle due stesse cose che avevano rapito la mia mente e la mia volontà sul ponte della nave.

Mentre la mia ragione affogava lentamente nei suoi grandi occhi neri, la mia voce si liberò da ogni briglia e dissi: “I love You!”

Lei allora iniziò a ridere e rise a lungo. Allora tre anni di differenza erano davvero tanti.

Tutt’ intorno a noi c’erano voci e chiasso, ed io mi ritrovai a spiare, un po’ nascosto dalla spalla della mia nuova amica, e fui attraversato da un sensazione di orgoglio e di vittoria quando vidi i volti di alcuni amici greci e italiani che stavano guardandomi facendo gesti di assenso con le mani e con gli occhi.

E poi avvenne l’inaspettato. Ti trovai seduta ad un tavolo. I miei occhi si persero nel mare dei tuoi occhi verdi, carismatici, felici. Stavi parlando con delle amiche, e le tue sopracciglia nerissime ed arcate seguivano indisponentemente  ogni tuo discorso, ogni tuo sorriso. Avevi un jeans aderente , e degli anfibi slacciati, neri come la tua canottiera dalla quale spuntavano due braccia muscolose ed abbronzate. E cosa vidi ! Avevi un tatuaggio che quella mattina al bar non avevo notato. Era sul tuo braccio destro e raffigurava una corona di spine da cui pendevano due penne, forse di un altro povero navajo che come me aveva incontrato i tuoi occhi.

In quell’ istante provai uno sconosciuto piacere. Avevo tutto e tu eri seduta a pochi metri da me. Capii che altre mille volte avrei incontrato il tuo viso, i tuoi occhi, le tue braccia muscolose, ed i tuoi capelli corti e neri, sempre ricci e ribelli.

Ero felice, ma non lo sapevo. Felice così non lo sono mai più stato.

Com’ eri grande, distante, irraggiungibile, ed io com’ ero piccolo, malaka nell’ universo del tuo viso.

 

Intanto la voce di Serge Gainsbourg continuava a diffondersi pastosa e sensuale nel cielo di quella notte lontana.

 

Sea, sex and sun

Le soleil au zénith

Me surexcitent

Tes p’tits seins de Bakélite

Qui s’ agitent

Sea, sex and sun

Toi petite

C’est sur tu es un hit…..

 

Tutto finì fra parole sussurrate e rumori di risate lontane. Io ero assieme a Gheorghia Papa-nonsocosa . Eravamo distesi su una scacchiera gigante che veniva usata per fare partite di dama viventi in cui i turisti prendevano il posto delle normali pedine e quando si faceva dama bisognava caricarsi sulle spalle una persona, perciò si faceva sempre a gara per perdere.

Gli alberi ci tenevano un po’ nascosti dall’ ingresso della piccola discoteca vicinissima. Avevamo seguito un percorso fatto di vegetazione ricurva per arrivare in quel luogo e fra la paura di passi che sembravano avvicinarsi ci amammo nella sempre più silenziosa oscurità. Ricordo ancora il fiato di quella ragazza che riscaldava il mio collo ed il mio viso rosso ed affannato e ricordo la sua voce bassa e timorosa che parlava in un inglese sconosciuto e melodioso, dicendo parole che si persero nel tempo.

Fu uno di quegli amori che durano solo un ora, uno di quelli che solo  a quell’ età possono esistere, e fini il giorno dopo quando il sole impietoso  aveva oramai cancellato il fascino che l’ oscurità della notte mi aveva donato e quando lei mi vide coperto da una ridicola tuta di cotone verde, di cui allora andavo incredibilmente fiero, mentre trascinavo la  stanchezza e le birre della sera prima  verso la spiaggia, tutto era ormai finito inesorabilmente.

 

 

 

 

SEI

 

 

La spiaggia era carica di persone. Sembrava di essere in un ristorante  di domenica quando si è attorniati da mille voci che unendosi creano un ritmo monotono ed indistinguibile.

I miei occhi  ti stavano cercando, ma non ti trovai, forse ti eri confusa tra tutta quella folla o eri fuggita via da quel luogo, e stavi con qualcuno che  in quel momento,  senza saperlo, stava correndo con dei tacchi a spillo sul mio cuore.

Mi ritrovai disteso sulla sabbia rovente, fra amici che ridevano dicendo  una marea di cazzate , e ad occhi chiusi mi lasciai ustionare dal sole, che abbronzava anche i pesci.

Mi coinvolsero nei loro discorsi e, con te nel cuore, iniziai a dire anche io una marea di cazzate. Ridemmo e parlammo dei nostri progetti, che in fondo non superavano i confini di quel villaggio.

C’era Costantino, il figlio del nostro vecchio Rasputin, che era mezzo greco che con il suo viso marpione mi voleva spingere a raccontare tutti i retroscena della sera prima, ma non avevo voglia di parlarne, in fondo ero stato scaricato solo da mezz’ ora  e non mi andava proprio di raccontarlo.

Fui salvato da una voce amica, era quella di Costas V., e dalla polvere sollevata dalla sua vecchia moto da cross, da cui non si separava mai.

Arrivava sempre in spiaggia accompagnato da un boato spaventoso, spargendo terrore fra i bagnanti.

Che testa di cazzo! Eppure era davvero un amico, uno di quelli di cui senti di poterti fidare dopo un attimo. Gli avrei voluto parlare di te, e dei tuoi occhi. Gli avrei detto che  erano più belli e misteriosi dei fari di una vecchia Ferrari GTO. Lui avrebbe capito meglio questo paragone, perchè era un duro, ed anche se era bassino aveva qualcosa che lo faceva assomigliare un po’ a Bruce Willis, forse gli occhi chiari ed i capelli cortissimi, o forse il suo fisico muscoloso, che  non temeva di far risaltare in maglie attillatissime e con ridicole pose plastiche.

Si, lui era un esempio, uno da seguire, e forse era diventato mio amico proprio perché io non lo seguivo, perché io lo ascoltavo senza quel sorriso di venerazione che compariva sul volto di tutti gli altri  adolescenti brufolosi che affollavano l’ hotel. Io lo ascoltavo davvero, e gli rispondevo davvero.

 

Senza chiedete permesso si stese fra di noi ed inizio a fumare una delle sue Marlboro rosse.

Iniziò a parlare lui, rompendo il breve silenzio che aveva suscitato il suo arrivo, a dir poco originale, su tutta la spiaggia. Ora tutti gli  sguardi erano rivolti su di noi.

 

-          Luiziii, filos italicos!

-          Iassu , my good friend,  Costas!

 

Stavamo parlando una lingua tutta nostra, una mistura di Inglese e del poco Greco che conoscevo. Lo facevo per rendermi più simpatico e familiare.

 

Lui aveva una sorta di sesto senso. Forse era stata la sua vita ed i momenti vissuti rischiando quella sua vita per inseguire i suoi eccessi, che in fondo erano poca cosa, come correre come un folle nel giallo di quella terra riarsa dal sole implacabile, con la sua vecchia moto o come bere fino al dolore, fino ai puntini rossi sul viso.

Così interruppe il mio silenzio:

 

-          A cosa stai pensando, filos Luizi ?

 

-          A niente, o forse a tutto.

 

-          Vuoi prendermi in giro malaka?

 

 

-          No , è che ieri ho visto un volto senza nome, e degli occhi come perle nascoste da preziosi scrigni. Ho spiato una ragazza nella notte e nel suo mistero ho scorto il mio futuro.

 

Ecco , c’ ero riuscito! Avevo parlato di te per la prima volta.

No, non avevo parlato dei fari di una Ferrari, ma proprio di te.

 

-          Ma Luizi, forse allora stai parlando di mia cuzina Gheorghia?

Quella la devi dimenticare, se vuoi restare mio amico, lasciala stare! Lo hai visto anche tu, ti ha mollato oggimattina!

Lei ha un ragazzo ad Atene ed è molto geloso.

 

Mammamia , quanto avevo rischiato la sera prima! Un greco geloso e con le corna e davvero peggio di un toro che t’ insegue in un ascensore.

Oramai tutti sapevano che ero stato scaricato, ma non me ne fregava più nulla in quel momento.

 

 

-          No, Costas,  non parlavo di tua cugina, ma di una donna sconosciuta e lontana, irraggiungibile. Te l’ ho detto, non conosco neanche il suo nome.

 

All’ improvviso tornò un sorriso familiare sul suo volto e la sua voce era di nuovo calma ed amichevole. Ora il suo naso ed i suoi occhi erano tutti curvi in una comica smorfia di curiosità. Faccia da Greco!

Si, purtroppo aveva capito ogni parola del mio breve discorso e ormai il dado era stato tratto. Avrei dovuto rispondere ad ogni sua domanda ed avrei dovuto interpretare ogni sua smorfia, per capire veramente le sue risposte. Che  guaio!

 

Prima che lui mi domandasse qualcosa stavo già parlando, sarebbe stato di gran lunga meno doloroso dirlo subito e finire tutto in un attimo.

   

-          Costas, hai presente un film in cui appare il volto di un angelo, fatto solo di luce, che vorresti toccare, baciare?

 

-          No.

 

-          Beh, per me è stato così, solo che lei era proprio davanti a me. Si muoveva e parlava e viveva nel mio mondo,  ma era irrangiungibile come il profumo lasciato da un sogno, come     l’ orizzonte del naufrago assetato, che resta orizzonte.

 

-          Luiizii, ma di cosa stai parlando? Com’ è fatta, la conosco?

 

Fu davvero difficilissimo, per me allora rompere il muro del silenzio e della timidezza, ma a quel punto mancava solo un volto, un corpo e parlai.

 

-          Lei ha capelli neri e ricci che sovrastano un volto rosa ma  abbronzato. Ha tratti unici, dolci e marcati come se fosse figlia di mille razze.  Lei è la figlia del mondo. La creatura più bella che abbia visto, e sono sicuro, che mai vedrò. Ha un naso né piccolo, né grande, che si staglia leggermente dal suo volto ovale e quadrato nello stesso tempo, come se fosse una piccola isola  e sopra, sopra regnano imperiosi e prepotenti   due fantastici occhi, che illuminano tutto l’esistente con la loro luce, con la loro viva intelligenza.

        Costas te lo giuro, non ho mai visto nessuno che riesca a parlare, a ridere, a giudicare come fa lei in silenzio, usando solo i suoi occhi verdi, che illuminano tutto ciò che il suo pensiero tocca, seguiti da grandi ed aguzze  sopracciglia nerissime come quelle di un diavolo  che indisponenti la seguono in ogni sfumatura di ogni suo discorso, di ogni suo pensiero.

 

-          Si Luizi ma com’ è fatta? Le ha grandi come mia cuzina?  Eh malaka?

 

-          Oddio! No Costas  quasi non le ha. Lei è diversa è davvero diversa da tutto ciò che è facile da spiegare. Rifugge ogni forma,  ogni geometria. E’ bellezza che non ha motivazioni. E’ come luce che t’ illumina la vita, ma di cui non riesci a scorgerne la fonte, è vento che viene da lontano, da un altro pianeta e porta con se profumi sconosciuti, inediti.

 

-          Ma è una donna?

 

-          Si che lo è, almeno credo. Guarda Costas, è come se fosse tutto, tutto messo assieme, cielo e mare, vicino e lontano, basso ed alto, perfetto ed imperfetto, umano e divino. Eppure  a questo tutto non riesco a dare un nome. Potrei chiamarla perfezione, ma è ancora troppo poco e darebbe l’idea di qualcosa di freddo, mentre lei è vita è futuro, è unghie che squarciano il velo del finito. Lei è  caldo estivo e sensuale che ti culla verso l’ignoto, e cancellando ogni tua paura, ogni tuo dubbio ti conduce dovunque  vuole.

Sei suo dopo il primo sguardo, e non hai più bisogno di nessun nome per sapere chi sei. Diventi solo e per sempre volontà, desiderio.

 

 

Negli occhi confusi di Costas  scorsi uno sguardo interrogativo e preoccupato. Forse stava pensando che non aveva capito proprio nulla di me, che gli ero parso una persona del tutto normale ed innocua. Lo vidi scrutare nel mio sguardo, nel mio animo in cerca di una scintilla di follia ed esaltazione. Poi comparve un sorriso sul suo volto, e da allora divenimmo davvero amici. E’ come se senza saperlo avessi superato un esame a pieni voti.

Lui ad un tratto interruppe il breve silenzio, passandomi una sigaretta già accesa e disse:

-          Malaka!  Sei caduto anche tu nel dolce abisso dell’ amore.

 

Allora io trovai il coraggio e dissi tutto d’ un fiato:

 

-          Lei ha un misterioso tatuaggio che le ricopre un braccio…

 

Non ebbi il tempo di terminare la frase , che vidi la faccia di Costas espandersi in una smorfia di soddisfazione. Era  visibilmente contento di aver risolto quel piccolo mistero , ed esclamò, quasi urlando :             -Laetitia!

 

La spiaggia si era svuotata e noi eravamo rimasti  quasi soli, così udii benissimo la sua risata che m’ inseguiva , più veloce della mia folle corsa. In un attimo ero già sott’ acqua e poi ero steso sul blu di quel mare lontano che mi stava cullando.

Adesso sapevo il tuo nome.

Tutti i tuoi sguardi, tutti i tuoi pensieri, le tue braccia muscolose, i tuoi occhi allegri e tristi, lontani ed intelligenti pieni di storie sulle quali avevano lasciato cadere mille lacrime e mille  sorrisi e tutto     l’ universo infinito con tutte le sue stelle, le sue tempeste i suoi dei ed i suoi demoni adesso avevano un nome.

SETTE

 

 

La mattina successiva fui svegliato da urla e da tuffi.

Ero nella camera 616 di un hotel che era quasi storia e nessuno sarebbe venuto ad annoiarmi con la mia quotidianità.

 

Era davvero bello ritrovarsi in un luogo lontano da casa e pieno di gente nuova, di vite da scoprire, amici che non avevi conosciuto fra i  banchi di una scuola.  Gente che non ti ricordava  mattine umide   e libri da studiare. Erano persone che riescivo ad immaginare solo alla luce del sole, mentre facevano qualcosa privo di alcun senso, come lanciarsi con sedie di vetroresina in piscina , giocare a dama vivente o ballare vecchie canzoni e sentirsi re in una piccola discoteca ai confini del mondo, stringendo una bella ragazza e spiando un sogno.

Forse è questa la magia che rende un estate davvero estate, e quando ci si affaccia alla vita tutto ha un odore più forte, forse perché non hai ancora fumato un miliardo di sigarette. Ogni senso ha un valore assoluto, che cancella tutto il resto. Ti ritrovi ad annusare l’aria in cerca di futuro, e di un sogno da realizzare.

 

Mi affacciai dal piccolo balcone, che dava su quella piscina un po’ retrò, ma in fondo ancora maestosa, hollywoodiana con quel  piccolo bar, che troneggiava al centro, coperto da canne di bambù, e vidi una marea di gente, come puntini colorati che si rincorrevano e si scontravano nell’ accecante luce del sole.

Misi una cassetta dei Nirvana nel mio piccolo stereo portatile, ed iniziai a vestirmi per  buttarmi nel nuovo giorno che mi stava attendendo già da un pezzo e subito quel ciccione stronzo del mio vicino di stanza, uno strano esemplare di greco, l’unico greco antipatico che conoscessi, iniziò a battere contro la parete, come faceva spesso,  e a gridare improperi :

 

- Italiano Stronzo, Malaka! Aigamisu, Vaffanculo!

 

Non ci badai, in fondo mi faceva davvero pena, aveva una gamba ingessata e passava giornate intere, ascoltando colonne sonore dei manga o un polpettone di musica classica, seduto fuori all’ angusto balcone della camera, costruendo un modellino di nave.

Divideva la camera con la madre e con qualcun’ altro.

Ed a pensare che dall’ aspetto dovesse avere all’ incirca trent’ anni mi si gelava il sangue nelle vene. Mammamia che tristezza!

Beh comunque continuai a sentire i Nirvana, almeno per coprire tutti quei rumori tristi che provenivano dalla camera del ciccione, come lo sciabordio dell’ acqua della sua bacinella, dove lui si sciacquava le dita dalla colla dei cannoncini.

 

Scesi giù, nella folla pagante, assetata di divertimento e mi confusi fra tutte quelle grida, divenendo  anch’ io puntino colorato che si agitava e urtava  altri puntini colorati nell’ accecante luce del sole.

Non ti stavo cercando, perché non  eri lì ed era come se lo sapessi. Ormai avevo imparato a riconoscere il tuo profumo, dopo aver seguito mille volte la scia della tua felicità che sembravi perdere involontariamente, quando invece la stavi donando.

Sarebbero dovuti passare altri tre giorni per rivedere nuovamente i tuoi occhi che nascondevano sotto ogni loro sorriso un intero universo, il mio futuro, la mia felicità, e per rivedere la tua bellezza senza geometria, senza regole e cosa dico, quasi ti stavo dimenticando.

E’ davvero strano dimenticare una persona, solo perché sai che tornerà.

Quel giorno in piscina conobbi un ragazzo di Corinto, snello e alto che si muoveva trascinando la sua altezza un po’ curvo, l’unico che in quel posto riuscì a battermi a braccio di ferro.

Non è che fossi un Maciste. Le mie vittorie erano solo il frutto della scelta dei miei avversari, che avevano quasi sempre un aspetto minaccioso, ma erano sempre o un po’ più ubriachi di me, o un po’ rincoglioniti dal sole. Forse con te non l’avrei proprio spuntata , oh mia lontanissima Laetitia !

Che codardo, malaka!

Ma non me ne fregava niente ed in fondo ogni sconfitta cela sempre i suoi doni, le sue consolazioni. Così mentre nuotavamo, si avvicino una ragazza davvero carina. Salutò il vincitore e mi lanciò uno sguardo indagatore e serio, allora io la salutai con un “iassu” seguito da un sorriso.

Lui iniziò a dirle cose in un Greco velocissimo e misterioso, ed io capii che stavano parlando di me perché vedevo che i suoi occhi, di tanto in tanto, si posavano sulla mia faccia, con un sorriso affettuoso e compassionevole. Si, è vero le donne sono tutte delle mamme, anche prima di esserlo.

Fu così che conobbi la seconda ed ultima Gheorghia di quella vacanza, anzi no, Georgia. Che dolce che era.

 

La sera era blu e fresca. C’era un luogo un po’ lontano da tutto il resto. Era dietro i bungalows e vicino,  su un piccolo fazzoletto di erba c’erano giochi per bambini, come scivoli ed altalene.

Non ricordo di cosa parlammo, forse d’ amore, ma parlammo a lungo.

Lei era una specie di santa e mi disse di no mille volte ed io mille volte le chiesi una dimostrazione del suo affetto. No, non mi avrebbe mai baciato. Non avrebbe mai baciato un machiavellico italiano, pieno di sorrisi e di risposte per tutto.

Ed all’ improvviso, mentre ero steso sulla discesa di uno scivolo arrugginito, sentii le sue labbra rosa e pulite premere dolcemente contro le mie.

Fu davvero una cosa bellissima. Mi sentii come un moro infedele accolto nelle fresche mura di San Pietro, da un grandioso banchetto in stile medievale, con tanto di musici e menestrelli.

Come fu bella quella breve storia fatta di bacetti e di parole dolci ed umide sussurrate nelle orecchie, in una  fresca sera blu.

 

Un giorno poi, a distanza di mesi, avrei trovato nella buca della posta una cassetta musicale piena di canzoni d’ amore.

Sopra ci sarebbe stato dipinto, in un rosso fiammante, un cuore dilaniato da un dardo ed al centro, avrei trovato un nome, scritto in una grafia accuratissima. “Georgia”, fra mille schizzi, e cuoricini.

E nei pomeriggi della mia città, lontanissima da quel luogo, avrei ascoltato mille volte quelle canzoni, consumandole e fra le note  avrei rivisto un volto carino, girato a salutarmi e un corpo esile allontanarsi nella fresca oscurità di una lontana sera di agosto.

 

 

 

 

 

 

 

 

OTTO

 

 

Jacques B. era un uomo davvero strano, diverso da tutti gli altri che popolavano quel villaggio.

 Era l’ immagine di un vero francese, uno di quelli che puoi solo immaginare  all’ ombra di Notre Dame, fumando una Gitanes in una piovosa mattina parigina.

Silenzioso e gentile aveva occhi chiari, coperti da sottili occhiali rettangolari color argento, che erano sempre in cerca di qualcosa, un desiderio lontano, forse. Era come se portasse nel cuore una storia, una frase ripetuta all’ infinito.

Doveva essere sulla cinquantina, ma aveva un fisico ancora asciutto e curato, e nonostante i capelli quasi grigi, si poteva proprio definire un bel  uomo.

Lo si poteva incontrare seduto al bar  o lo si vedeva camminare solo per un corridoio di quel vecchio hotel, portando strani oggetti, cartelloni, pennarelli e racchette da ping-pong.

Il suo volto aveva un’ espressione diversa da tutti gli altri. Era raro vederlo ridere ed era  come se lui avesse conservato un senso di quotidianità che agli altri mancava del tutto, così intenti com’ erano nel fare cose assurde, che una volta tornati ai luoghi da dove erano venuti avrebbero dimenticato.

Quando era seduto ad un tavolino e stringeva un bicchiere  con dentro qualcosa di davvero forte, poi era come vedere Corto Maltese sul ponte di una nave con lo sguardo gettato in un panorama infinito fatto di acqua e di cielo arancione, ma in fondo fatto solo di carta.

 

In quel luogo c’era ogni tipo di persone, ma come avviene quasi sempre c’erano più persone sgradevoli ed insignificanti, che gente che sa raccontare la propria storia in silenzio, come faceva il buon vecchio Jacques B.  C’erano greci, francesi ed italiani che mischiavano le loro lingue in un cocktail indistinto. Tutti avevano portato con sé un’ animazione ed ogni sera era quasi come vedere un esercito in armi che si prepara per la battaglia, alla conquista di spazi dove poter inscenare una nuova farsa.

La tensione era davvero tanta, lo si vedeva da mille piccoli dettagli, come lo sguardo fulminante dei greci, che sanno minacciare con la sola forza dei loro occhi, oppure l’ imbarazzante silenzio dei francesi quando si trovavano  chiusi in un ascensore in salita a contatto con uno straniero. Poi c’erano gli italiani, capeggiati da Rasputin, che in fondo era più greco dei greci. Si c’eravamo noi ed eravamo forse la tribù più curiosa del villaggio. Una tribù composta da matrone romane che scendevano in spiaggia ingioiellate e ricoperte da ampi foulard variopinti e da sinistri padri di famiglia abbigliati con bermuda  di dubbio gusto ed occhialoni anni settanta.

Ma i single ed i giovani erano di gran lunga gli esemplari più pericolosi ed imprevedibili. Ricordo che con noi era venuto uno strano tipo che aveva un joker tatuato su di un braccio.  Mi confidò di averlo vinto a carte e mentre rideva, svelandomi quel suo piccolo segreto,  potei scorgere un’ immonda capsula d’ oro brillare nella sua bocca.

Un bel giorno giunse un pullman dall’ Italia, con tante nuove braccia per la battaglia. Dal folto gruppo spiccava la figura gigante del nuovo deejay, che i giovani italiani avevano reclamato a gran voce, oramai stanchi delle vecchie canzoni e delle mille provocazioni di Gégé.

Il ciccione fu accolto fra mille festeggiamenti ed attenzioni, come un vichingo tornato ad Elgoland dopo una lunga e pericolosa conquista, ma quando tutte quelle teste videro il suo piccolissimo bagaglio, composto da quattro maglie e trenta dischi di vinile, ci fu un lungo silenzio dovuto alla forte delusione o forse alla rabbia. Dov’erano i piatti e tutta l’attrezzatura necessaria?

Era davvero un bel guaio!

L’ attrezzatura era di Gégé e non dell’ hotel e quindi bisognava chiedere permesso al nemico e sottostare ancora ad ogni suo sopruso musicale e psicologico.

Il gigante cercò in tutti i modi di farsi perdonare, ma il favore che la folla aveva dimostrato nei suoi confronti fino ad un attimo prima era oramai già inesorabilmente  tramontato dopo una unica, breve esplosione di gloria.

 

I greci sembravano protendere verso gli italiani, forse per la beata intercessione di Rasputin o  per la simpatia spontanea che dicono di nutrire verso questo popolo.

“Italiano greco una fazza una razza”.

Io, dal mio canto, facevo gruppo a sé, anzi a me e non avevo nazionalità.

Fui felicissimo quando una signora francese che saliva in ascensore con me, per rompere il silenzio, ad un tratto mi domando: - American? Forse tratta in inganno dal mio abbigliamento originale o dal fatto che la maggior parte dei miei amici erano dei greci, e così ero costretto a parlare sempre in Inglese, che allora fingevo di conoscere alla perfezione.

Si ero amico di tutti e complice di nessuno.

Non avevo pagato, anzi non mi avevano pagato, dato che ero partito con mia madre, per andare in guerra, ma solo per fare una vacanza, solo per perdere la solita identità  e quella barba di quotidianità che assedia le nostre esistenze.

“Hay mas tiempo que vida!”  e quest’ era una delle poche cose che allora già sapevo.

 

 

 

 

NOVE

 

 

E venne il giorno in cui udii la tua voce per la prima volta.

Ero alla reception per posare le chiavi della stanza, che avevano un ciondolo marrone a forma di bara che era davvero troppo grande e pesante per  perderle o solo dimenticarle.

 

    -     Monsieur Jacques ! Monsieur B.!

 

Graffiante e dolce, rauca e ribelle.

 

-          Monsieur Jaques B. mercì puor les crayons!

 

Mi girai e ti trovai seduta sulla poltrona del tenente Colombo, avevi appena finito di scrivere qualcosa su di un cartellone e stavi soffiandoci sopra, agitandolo per farlo asciugare prima.

Indossavi la maglia dell’ animazione francese, una t-shirt bianca con delle scritte blu, dove sul retro compariva una scritta più grande “STAFF” .

Dal bianco della maglia, che premeva contro le tue spalle larghe, uscivano le tue braccia abbronzate e quel meraviglioso tatuaggio.

I tuoi capelli corti e nerissimi si proiettavano nell’aria, ordinati appena da una approssimativa fila al centro che li rendeva simili a due onde che si stessero scontrando e sotto c’erano sempre i tuoi occhi, le tue sopracciglia, talmente belli da essere inguardabili.

Ma allora chi eri veramente e cosa ci facevi in quel luogo lontanissimo dal mondo?

Lavoravi per Monsieur Jacques B. che era il capo animazione del gruppo francese, questo adesso era chiaro, ma cosa facessi realmente non l’ ho mai capito, forse eri lì solo per rendere quel luogo un po’ più umano, più bello, o forse facevi la ballerina, ma non ti ho mai vista ballare all’ infuori della piccola discoteca.

Quella ridicola maglia bianca ti rese ai miei occhi un po’ più umana, più vicina, raggiungibile, ma quella sensazione durò solo un attimo, perché in fondo com’ era bella quell’ umanità stesa su di te.

Allora ad un tratto capii il perché ti trovavi in quel luogo. Eri lì solo per donarmi attimi indimenticabili e rendere i miei quattordici anni unici.

Eri vento che distrugge e ricrea eri magma incandescente, che lentamente scende giù nelle pieghe più riposte dell’ animo e scava, scava fino a liberare i sogni  e gli incubi; fino a cancellare il passato, il futuro. Eri presente che ti da il tempo di essere vissuto, eri attimo eterno, eri paradiso.

 

Intanto anche i giorni di quell’estate lontana stavano scorrendo e ogni attimo lentamente, ma inesorabilmente mi stava allontanando da te.

Ma dove stavamo andando? La risposta l’ho trovata in un libro, letto anni dopo.

“ Sempre verso casa”.

 

 

 

 

 

 

DIECI

 

 

In un giorno di metà agosto e di metà vacanze fummo sorpresi dalla pioggia. Ogni estate ha il suo giorno di pioggia con il quale si congeda lentamente, salutandoci con le sue mani, alberi mossi dal vento e con la sua voce, gocce che picchiano la terra umida.

Eravamo distesi sulla spiaggia, e distratti parlavamo, fumando sigarette di nascosto, ridevamo e ricordo che , anche allora, ti custodivo nel silenzio, fatto di brevi attimi di distrazione e di sogni ad occhi aperti. Oramai questo lo facevo da giorni. Nessuno avrebbe mai più udito una sola mia parola che parlasse di te. Avevo deciso di non parlare più dei tuoi occhi da quando avevo scoperto che tutti, proprio tutti i miei amici erano innamorati di te. 

La mia non era gelosia. Era  fastidio nell’  udire il tuo nome e nel sentire parole che cercassero di descriverti. Tu non potevi essere spiegata, descritta. Solo i pensieri forse avrebbero potuto indugiare brevemente sulle forme del tuo essere, della tua unicità e comunque  saresti rimasta un mistero.

Chissà se anche tu avevi distrutto il tuo passato, gettando tutti i tuoi giochi, lacerando le tue origini, per dimenticare un’ infanzia e le sue tante delusioni, chissà se avevi mai sofferto, raggomitolata in un angolo di solitudine scoprendo i limiti di questo gioco che è la vita.

No, l’amore non è calcolo, non è interesse, desiderio. Allora lo capivo per la prima volta. Io ti amavo come un padre ed una madre, come un padrone e come il suo cane, e non me ne fregava in fondo davvero nulla con chi stessi, dove sarebbe stato rivolto il tuo sguardo, dove ti avrebbero condotta i tuoi desideri, il tuo cuore. Io ti amavo, come si ama se stessi, con la stessa cura, con lo stesso egoismo. Ti amavo come la mia vita e provavo la stessa paura di perderti.

La pioggia continuava a scendere fitta, confondendo tutto in una nebbia caldissima ed appiccicosa, e piovve nei miei occhi, e piovve nel mio cuore, perché oramai ero certo che non ti avrei mai detto nulla. In fondo cosa c’era da dire. I pensieri non hanno parole, non hanno immagini. I sogni non esistono, perché non possono esistere da soli e la vita forse li rovinerebbe, con tutti i suoi lunghi giorni e le sue noiose ore.

Da allora iniziai ad evitare il tuo sguardo e quando attraversavi il mio orizzonte,  sul mio volto calava un velo  d’ indifferenza, che copriva tutto l’ universo sconosciuto che mi si agitava dentro, tanto più forte dei miei argini, delle mie sicurezze.

Ma come sempre accade, ciò da cui stai fuggendo prima o poi sei destinato a trovartelo davanti e così una volta i nostri sguardi s’ incontrarono. Stavamo ballando e ritrovai i tuoi occhi con quel sorriso che forse era anche un po’ mio. Ma dove avrei potuto trovare parole per parlarti, per dirti cos’ eri per me, e come descrivere tutti i mondi che avevi risvegliato nella mia mente, con le loro albe ancestrali, con la loro vita che nasceva dal profondo umido. No, non c’erano parole, non potevano esistere immagini efficaci per quello.

 

Quella notte incontrai alcuni amici italiani, che si stavano facendo ritrarre a turno con te, come si fa con le statue del Partenone. Mi chiamarono e  ci fotografarono insieme.

Ancora oggi, dopo tanti anni, mi viene da ridere; sì, perché eravamo nella lurida toilette di quella piccola discoteca, appoggiati al lavandino e lo saremmo rimasti per sempre.

Allora, forse solo per rompere il ghiaccio, feci finta di non conoscere il tuo nome e te lo domandai, e tu, con la tua voce dolce e ribelle  lo gridasti indignata e stupita:-  Létitia! Gli desti un accento inglese come la lingua in cui te l ‘avevo domandato

Avevi ragione, non era possibile non conoscere il tuo nome, sarebbe bastato vedere nella luce dei tuoi occhi.

E’ davvero strana la vita, proprio io che forse ero riuscito a scorgere per un attimo la tua anima, non riuscii nemmeno a pronunciare il tuo nome.

Continuai a desiderare i tuoi occhi e ad evitarli  e sognai che ci scattassero un’ altra foto, ma di foto ce ne fu solo una e tu rimanesti solo un sogno lontano, un mistero che pure ero convinto di aver conosciuto.

Dopo mesi avrei ridotto in mille pezzi quella stupida foto su cui, in fondo, c’era solo una bella ragazza ritratta nella toilette di un lontano hotel. Dov’era finita la tua anima ed il tuo sorriso, la tua vita? No, davvero non potevo sopportare l’immagine del tuo volto e dei tuoi occhi immobili

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNDICI

 

 

Così passarono quei giorni lontani, ed a cosa servirebbe dire chi incontrai, cosa feci. C’eri sempre tu nel mio cuore, come immagine muta,come marea che lentamente si ritrae, scomparendo nel mare infinito, scuro.

Intanto, intorno, il mondo continuava la sua folle corsa, con tutti i suoi eccessi e le sue arroganze e venne il giorno in cui esplose tutta quella tensione.

La piccola discoteca era piena di gente, e se la si fosse potuta vedere     dall’ alto , si sarebbero visti solo piccoli gruppi di persone divisi da un muro invisibile.

Volarono sedie tavoli, bottiglie,urla e di nuovo urla.

Io ero nel salone e tu eri seduta sotto una gigantografia che raffigurava un vecchio greco, dallo sguardo misterioso e saggio.

All’ improvviso fu aperta la vetrata e quelle lontane grida divennero uomini che sorreggevano altri uomini .

Il personale si era barricato dietro il bancone della reception, chi stringendo una mazza da minigolf, chi impugnando, con lo sguardo minaccioso, una racchetta, e poi c’era il vecchio proprietario       dell’ hotel che stringeva, fra le mani tremanti, addirittura un revolver.

Arrivo la polizia. In quel luogo lontano dal mondo, la polizia? Sembrava di essere immersi in un film senza trama.

Provo ancora ora una tenerezza infinita verso quel lontano ragazzino. Mi sedetti davanti a te, pronto a difenderti fino alla morte. Ero piccolo, ma forte abbastanza per farlo. Si è sempre forti per difendere ciò che si ama.

La fine dell’ estate era stata salutata  con quello spettacolo insolito. Si stava tornando alla vita di sempre, alla realtà fatta di divisioni, d’incomprensioni. Ma il tuo volto non aveva patria ed i tuoi occhi erano un bene dell’ umanità intera.

DODICI

 

 

Una sera un amico mi disse distrattamente che il tuo pullman era partito.

Avrei voluto vedere il tuo volto, dietro il finestrino di un pullman che spariva nella polvere.

 

C’eri tu, c’erano i tuoi occhi, c’era una vita, un pianeta col suo sole, le sue piogge, le sue notti sconosciute, misteriose ed ospitali, dove mille volte avevo camminato all’ ombra della sue piante, cercando te, unica sua abitante.

E poi all’ improvviso non c’eri più, non c’era più nulla.

All’ improvviso tutto era svanito, divenendo sogno, immaginazione , quasi follia.

 

Corsi per tutti i piani di quell’ hotel. Malaka, malaka, malaka!

Ad ogni gradino era come se mi stesse morendo qualcosa dentro.

Corsi nella notte, corsi sulla sabbia, corsi nella vegetazione tagliente. Malaka, malaka, malaka e non ti trovai.

Non c’eri e forse non c’eri mai stata.

Quella fu la prima volta in cui ti cercai. Oddio, quante altre volte ti avrei attesa, quante altre ti avrei cercata nella nuvola di un sogno, confondendoti con altri capelli corti, con altri occhi di mezzaluna.

Non c’eri più e smisi di cercarti, e fu allora che ti ritrovai.

Eri in quella lontana discoteca, oramai vuota di parole, di urla.

Lo strobo, girava solitario, facendo ruotare mille piccole sfere argentate sulla pista vuota e dalle casse sfondate usciva una canzone lenta, dolce, struggente.

Nella palafitta del deejay non c’era più nessuno, ed il disco girava solitario diffondendo nella notte infinita “Power of love” dei Frankie goes to Hollywood.

Allora ti guardai intensamente,sapendo che era l’ultima volta.

Eri seduta ad un tavolo, accanto a delle sedie abbandonate. I tuoi occhi non stavano ridendo, ma erano bellissimi; di una bellezza nuova. Corsi verso di te e afferrai le tue mani, sul tuo volto si versò un sorriso, ed i tuoi occhi si piegarono di nuovo, come la prima volta in cui ti avevo vista in quel bar.

Ballammo in silenzio, tagliando quella notte senza tempo.

Allora avrei potuto finalmente dirti quella via che mi avevi fatto scoprire e tutti quei giorni gialli e quelle notti profumate che mi avevano narrato i tuoi occhi. Se solo un mio pensiero fosse divenuto un po’ più alto, quasi un suono, un urlo, forse almeno ti avrei fatta ridere un altro po’, ma non c’erano parole e quella breve felicità non le avrebbe potute contenere, e forse allora era davvero troppo tardi. Eri lontanissima, irraggiungibile eppure ti stavo stringendo.

Ma no, malaka che ero, non feci nulla di tutto questo. Non strinsi le tue mani e non tagliai nessuna notte infinita, ballando con te.

Quella sera passò più veloce delle altre e alla fine fra noi ci fu solo un lungo e silenzioso sguardo, che da qualche parte nella mia mente dura tuttora.

Intanto da lontano venivano strani rumori, come se stessero smontando con l’ hotel tutta un’ estate.

Non sapevano che c’eri ancora tu e c’ero ancora io e tutto doveva continuare.

 

 

 

TREDICI

 

 

Dal finestrino del pullman vedevo scorrere lentamente il paesaggio.

Vidi tutti quei dirupi, quella terra gialla, e tutte quelle colline arse allontanarsi, e dopo ogni curva, divenire passato. Vidi tutto, notai tutto, per non chiudere gli occhi, per non rivedere te.

Intanto Rasputin stava raccontando barzellette osé, facendole passare per sue esperienze vissute e fra le risate, fra le voci indistinte capii tutto. Capii che sarebbero tornate stanche e umide mattine, alte aule silenziose e noiosi libri da studiare.

Venne il mare con tutta la sua notte, con tutto il suo silenzio, la sua solitudine e tornasti fra lacrime asciugate dal vento, che stavano pulendo tutta quella polvere, quella sabbia, ricordi di un pianeta che forse non era mai esistito. Avevo gioito in solitudine e stavo soffrendo solo, rivedendo il tuo volto sull’ orizzonte scuro, che era tutto il mio mondo. Apparvero due occhi non belli come i tuoi, il tempo ti stava già cancellando. Quello era tutto ciò che sarebbe rimasto.

 

Trascorsero gli anni con i loro giorni, le loro notti, emozioni e noia, amore e mille altri volti e ti dimenticai. Dimenticai  il tuo volto che era apparso in una lontana mattina di sole e se n’era andato nel silenzio di una notte. Dimenticai i tuoi occhi che portavano i miei sogni, nei loro sorrisi, nei loro discorsi muti.

Dimenticai tutti i miei sogni.

 

 

 

 

QUATTORDICI

 

 

La notte è ormai finita. Il nuovo giorno sta nascendo con il suo blu che, aggrappandosi alle pareti, lentamente invade questa camera come vita che chiede di essere vissuta.

Sta tornando la realtà, il presente, con tutti i suoi rumori e le sue voci che rinascono, ancora rauche di sogni.

Dalla finestra entrano raggi che vorrebbero cancellarti e lentamente, lo so, ci riusciranno. Allora chiudo gli occhi. Ho ancora quattordici anni e davanti a me ci sono ancora i tuoi occhi.

Ancora per un attimo, ancora un altro po’.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I diritti di questa opera sono protetti dalla S.I.A.E.