(Ilaria Rizzinelli)
Una tormenta di neve stava sconvolgendo le Alpi: l’aria era un muro bianco fatto di tanti puntini pungenti, che sembravano d’argento, e taglienti come piccoli diamanti. Il fragore del vento era assordante, il suo rumore toglieva ogni possibilità di pensare. Era come essere ciechi e sordi in un mondo senza alcun punto di riferimento: ogni cosa era bianca, non si poteva vedere dove si mettevano i piedi, se al sicuro o in un mortale precipizio. Il terrore avvolgeva e penetrava nelle viscere di ogni essere vivente travolto dalla neve.
Abituato a pensare al bianco Natale come a un momento gioioso e sereno illuminato da lampadine colorate, George era più stupito che spaventato dalla violenza della tormenta. Mentre piantava una tenda con l’aiuto di Thomas in un luogo che reputavano sicuro, pensava a quanto gli appariva odioso, in quel momento, il mese di dicembre. Lo sforzo per tenere fermi gli attrezzi sballottati dalle intemperie era immane: ogni tanto doveva correre dietro a qualche oggetto portato via dal vento. Ma non poteva allontanarsi troppo o sarebbe stata la fine.
Finalmente il riparo fu saldato con forza al terreno dai due giovani amici: George e Thomas entrarono velocemente. Riuscire a chiudere la zip equivaleva per loro a un’impresa eroica. La loro lotta contro la neve ricordava a George lo scontro tra S. Giorgio e il drago: un duello impossibile tra un minuscolo uomo e una gigantesca bestia mostruosa.
Fuori la tormenta continuava a imperversare, ma dentro la canadese i due ragazzi potevano sentirsi più tranquilli, nonostante la forza degli eventi atmosferici fosse così potente e paurosa. La stanchezza prese il sopravvento, i loro occhi si chiusero e Morfeo li strinse in un caldo seppur poco confortevole abbraccio.
La mattina dopo un sole importuno aveva iniziato a scaldare il rifugio di fortuna, tanto che George si svegliò sudato. Vedendo che Thomas dormiva ancora placidamente, decise non chiamarlo, ma non poteva restare rinchiuso: aveva la gola secca e sentiva il bisogno di uscire a respirare aria pulita. Il suo orologio segnava le 8: 30. un nuovo giorno cominciava mentre la nave brillava candida e calma sotto i rosati raggi del sole.
George guardò verso la tenda, come a un ventre materno che racchiudeva in sé il suo amico. Strano pensiero. E anche un po’ inquietante. Non sapeva perché, ma quel’immagine gli dava un’idea di morte, come se il suo amico fosse stato inghiottito da un crudele mostro mitologico.
Si passò una mano tra i capelli ancora bagnati dal sudore e, frugando nelle tasche del giubbino, trovò un pacchetto di cioccolata mezza sciolta, che mangiò con gusto dopo tante ore di digiuno forzato. E dire che aveva sognato quel viaggio per lungo tempo: da quando era bambino aveva iniziato ad appassionarsi alla montagna. Ma in Inghilterra, dove viveva, non c’era nulla che lo soddisfacesse come le Alpi, nemmeno in Scozia aveva trovato cime che lo potessero attrarre così. Verso le Alpi nutriva un amore incondizionato: le sommità rivestite di neve emanavano un fascino per lui irresistibile.
Si alzò in piedi e vide in lontananza il rifugio, che aveva cercato invano il giorno prima. Era una costruzione in pietra con le pareti ricoperte di legno e un tetto molto spiovente dal quale scivolavano in basso gocce d’acqua trasfromatesi in stalattiti trasparenti. Esaltato da questa scoperta chiamò con vigore quel pigrone di Thomas, per riprendere al più presto la camminata. Il suo amico si stropicciò gli occhi stiracchiandosi e, dopo aver riconosciuto George, assunse un’espressione contrariata. Poi disse grugnendo: “Perché mi hai svegliato? Stavo sognando Anita Eckberg, che mi invitava a entrare nella fontana insieme a lei. Tutta Roma, illuminata da mille luci, era solo per noi due. Stavo per raggiungerla quando ho sentito la tua voce pronunciare il tuo nome. Che pessimo risveglio…”. Ma Geoge ribatté impaziente: “Forza, alzati, Thomas, dobbiamo andare: la tormenta per ora si è calmata e il rifugio è vicino, a pochi passi da qui!”. Quasi non aveva terminato di pronunciare queste parole che Thomas era già pronto a preparare lo zaino e impacchettare la canadese per allontanarsi dal suo scomodissimo giaciglio e andare a sdraiarsi su un letto vero, che non vedeva da una settimana. A quel pensiero i suoi profondi occhi verdi brillavano di felicità.
In meno di un’ora raggiunsero il rifugio dove vennero accolti da un italiano alto e magro, dallo sguardo intelligente, di nome Guglielmo, che per fortuna loro conosceva anche un po’ di inglese. Per prima cosa ordinarono un gustosissimo spezzatino con patate arrosto cosparse da profumato rosmarino, accompagnato da un vino rosso leggero e speziato. Poi si ritirarono in una doppia, dal momento che le singole purtroppo erano già tutte occupate. Finalmente poterono lavarsi in una vasca colma d’acqua calda: dopo una settimana, come quella che avevano passato loro, era difficile puzzare meno di un montone selvatico. Ma il sapone fu sufficiente a cancellare quelle tracce e un paio di abiti puliti fecero il resto.
George era un tipo imponente con l’aria da lord. Aveva due larghe spalle, occhi chiari e capelli castano chiaro tagliati corti. Thomas, invece, era lungo e sottile come un giunco: sembrava che il vento se lo potesse portare via in un soffio. Eppure entrambi avevano un bell’aspetto dopo essersi sbarbati e aver indossato vestiti alla moda. Passarono il pomeriggio a dormire per riprendersi dalla terribile nottata del giorno prima. Con il capo appoggiato a un soffice guanciale e un materasso su cui giacere, Thomas e George si sentivano in paradiso.
Quando scesero a cena incontrarono i loro vicini di stanza: un uomo moro e possente di chiara origine italiana con una barba ispida e nera, che gli copriva il volto, stava seduto al tavolo intento a bere un bicchiere di liquore. Il suo nome era Bruno. Una donna elegante anche in abiti sportivi che osservava la neve fuori dalla finestra, che si chiamava Isabel. Un ragazzo sui vent’anni, Franz, seduto vicino al caminetto acceso, il quale stava leggendo un libro con grande attenzione, tanto che non si accorse dell’arrivo di Thomas e George. Le pareti in legno del rifugio ogni tanto scricchiolavano scosse dal vento, ma la stanza dava a tutti un senso di sicurezza, perché era calda e accogliente. Alle pareti erano appese stampe raffiguranti paesaggi, i mobili erano semplici, ma comodi e gradevoli alla vista. Thomas e George, dopo aver salutato i presenti, si accomodarono in una lunga tavolata insieme agli altri ospiti del rifugio, avvicinatisi per l’ora di cena. I due amici iniziarono a descrivere la loro avventurosa nottata, ma l’attenzione di tutti fu rapita quando Bruno raccontò una spaventosa storia su un serial killer, che aveva già ucciso molte persone sulle loro montagne. Lui era molto informato in proposito, dal momento che veniva periodicamente dal paese per rifornire di viveri Guglielmo. Perciò conosceva sia ciò che si diceva sulle montagne sia ciò che si raccontava al villaggio. Là si contavano i morti in un agghiacciante elenco, che Bruno cominciò a snocciolare crudamente, come se fosse stata una collezione di racconti dell’orrore. Sei mesi prima un giovane di probabili origini australiane era stato fatto a pezzi. Quando fu ritrovato le sue condizioni indussero a pensare a un’aggressione terribile da parte di un orso affamato. Ma tutti si ricredettero allorché in un dirupo venne recuperato il corpo privo di vita di un bambino del paese. Il suo stato era agghiacciante: sembrava che lo avessero scorticato. La neve intorno a lui era intrisa di sangue, accanto alla sua testa era stato ritrovato un coltello da Apache. Si ipotizzò allora l’azione di un pazzo omicida, colpevole di entrambi gli assassini. Ma la gente era incredula: com’era possibile che lì ci fosse un simile mostro? In queste zone abitavano solamente brave persone. E poi i serial killer erano roba da grandi città. Ma in seguito fu la volta di un alpinista, uscito dal paese momentaneamente per fare una breve passeggiata immerso nel verde. Fu decapitato con un’arma molto affilata mai trovata, e la sua testa era scomparsa. Fu possibile riconoscerlo solo perché portava l’anello nuziale.
Alla fine Bruno chiese con occhi fiammeggianti: “Chi sarà il prossimo?”. Gli altri lo guardavano sbalorditi e angosciati, quando Guglielmo intervenne severamente: “Basta on queste invenzioni, Bruno! Spaventerai tutti i clienti!”. In quell’istante Bruno, scoppiò in una fragorosa risata, battendo il pugno sul tavolo e prendendosi gioco di quegli avventori così creduloni. La sua sghignazzata spazzò via i timori dei presenti, i quali si ripresero dallo spavento, sorridendo a denti stretti di fronte a quell’uomo rubicondo e probabilmente ubriaco.
Il giorno successivo Bruno, approfittando di una tregua offertagli provvidenzialmente dalla tormenta, si congedò per avviarsi verso il paese. Ancora stava ridacchiando fra sé e sé della stupidità dei suoi ascoltatori la sera prima, quando, improvvisamente, qualcuno lo colpì violentemente alla testa, facendogli perdere i sensi. Cadde riverso nella neve bagnata in mezzo al nulla, solo, senza che nessuno potesse soccorrerlo. Nel frattempo nella baita stavano tutti consumando una sostanziosa ma tardiva colazione a base di uova, bacon, pane e latte. Il loro pasto fu interrotto bruscamente da Guglielmo, entrato nella stanza ansimante, con gli occhi sbarrati. Annunciò che via radio gli chiedevano informazioni su Bruno, che, partito alle 7:00 non era ancora giunto a casa. Gli altri lo guardarono increduli sorridendo, pensando che stesse scherzando, per spaventarli di nuovo come allocchi. Ma presto fu chiaro che le cose non stavano così. In fretta, allora, si prepararono per organizzare le ricerche: forse Bruno si era azzoppato scivolando da qualche parte. Le ore passavano veloci come i treni per le campagne inglesi. Ormai disperavano di trovarlo: forse era precipitato in un burrone, o era stato portato via dalla furiosa corrente di qualche ruscello, risvegliatosi improvvisamente dal sopore invernale.
A un tratto Guglielmo vide da lontano Bruno sdraiato nella neve. Lo riconobbe da come era vestito. Corse verso di lui chiamandolo ad alta voce, senza ricevere nessuna risposta. Pensò che fosse svenuto o che non avesse la forza d parlare. Giunto a pochi passi da lui, attonito, vide la neve sporca di sangue. Preoccupato, avanzò verso di lui: era sdraiato di spalle su un fianco. Lo prese per un braccio per voltarlo. Ma quando score in che stato era il suo corpo, squartato dal collo al ventre, desiderò che quello fosse solo un incubo. Gli altri lo raggiunsero poco dopo. Qualcuno lanciò un grido alla vista del cadavere martoriato di Bruno. Guglielmo era sconvolto: stava seduto accanto al cadavere immobile come un manichino con la testa nascosta tra le braccia. George, Thomas, Franz e Isabel rimasero con lui e con ciò che rimaneva di Bruno. Guglielmo, ripresosi, si recò in paese per denunciare l’accaduto.
I quattro escursionisti, terrorizzati, pensarono che, forse, il racconto di Bruno la sera prima non era frutto della sua fantasia: forse c’era davvero un assassino in circolazione, forse era meglio andare via, cambiare destinazione. Ma non sapevano decidersi sul da farsi.
Dopo qualche ora di attesa, incominciarono a preoccuparsi per Guglielmo e a sentirsi esposti a mille pericoli. Non potevano restare fuori tranquilli con il sospetto che un serial killer, aggirandosi nell’ombra dei boschi, potesse ucciderli tutti. Quando il sole si avvicinò all’orizzonte dipingendo il cielo di lilla e porpora, l’agitazione tra i nuovi amici aumentò sensibilmente.
- Dobbiamo rientrare subito al rifugio, esordì George.
- Ma come facciamo con il cadavere? Non possiamo aspettare Guglielmo ancora un po’? chiese Franz titubante.
- No, secondo me è meglio se ce ne andiamo. Il tramonto è ormai prossimo. Di sera è troppo pericoloso rimanere qui. Guglielmo, poi, non si è fatto più vivo. Forse ha deciso di restare al paese per non essere la prossima vittima dell’assassino. E, non so voi, ma io ci tengo a tornare in Inghilterra intero. Sono venuto qui in vacanza, non per farmi ammazzare.
A quelle parole che suonavano particolarmente convincenti, tutti si alzarono contemporaneamente, dirigendosi spauriti verso la cascina, dove potevano trovare riparo.
Durante la notte nessuno riusciva a dormire. George si rigirava nel letto, pensando a quanto avrebbe preferito trovarsi a Firenze o Venezia, invece che in quella catapecchia scricchiolante, in mezzo a quell’immenso deserto bianco. Thomas non poteva togliersi dalla mente l’immagine di Guglielmo sconvolto di fronte all’orribile condizione di Bruno. Franz e Isabel avevano deciso di giocare a carte per cercare di dimenticare ciò che avevano vissuto quel giorno, sebbene fosse impossibile.
Improvvisamente si sentì una finestra sbattere violentemente al piano terra. Il repentino e intenso rumore mise in allarme gli avventori, che stavano passando la notte insonni, angosciati dalla massiccia presenza della morte e dell’orrore. Si ritrovano insieme davanti alla finestra, mentre il vento ululava minaccioso, portando all’interno un po’ di neve.
“Ma chi diavolo ha aperto questa maledetta finestra?”, gridò Isabel. Gli altri rimasero in silenzio interrogandosi con gli occhi.
George spinse con una mano un’anta, ma rimase allibito quando fuori scorse qualcosa. Accostati i vetri prese una torcia per vedere meglio. La fioca luce illuminò un corpo gettato a terra, fra la neve, come uno straccio. Forse era qualcuno che tentava di sfuggire alla tormenta.
George non perse tempo e uscì con Thomas, presero l’uomo per le braccia, trascinandolo verso la casa, mentre il vento impediva loro di aprire le palpebre.
Una volta dentro, sbarrarono la porta con un pesante catenaccio. Sdraiato a terra c’era Guglielmo. Era violaceo, il suo polso non batteva. Provarono a rianimarlo, ma ogni tentativo fu vano. Il suo volto livido e dei segnacci sul collo facevano pensare che qualcuno l’avesse strangolato. Purtroppo non poterono che abbandonarlo fuori al gelo, allo scopo di evitare che si decomponesse al centro della sala.
La tormenta infuriava ancora e sembrava che per i quattro non ci fosse più via di scampo: al rifugio il cibo andava razionato, la radio si era guastata o forse non funzionava per colpa del mal tempo. In quell’isolamento i quattro si sentivano abbandonati. Che fare? Speravano che qualcuno al paese si insospettisse non vedendo ritornare Bruno. Tuttavia non potevano aspettare inerti che arrivassero i soccorsi.
“Moriremo tutti”, proruppe Franz disperato con la voce che quasi gli moriva in gola, mentre frenava a stento le lacrime. “Ma cosa stai dicendo? La tempesta finirà prima o poi e noi ce ne andremo da questo terribile postaccio” gli rispose Isabel, fingendosi tranquilla e ostentando una calma, che appariva irreale nella loro situazione. Gli altri rimasero in silenzio. George e Thomas non sapevano cosa dire. Come avrebbero potuto sconfiggere il killer che stava cercando di ucciderli tutti?
I giorni passavano, i viveri diminuivano fatalmente e inesorabilmente. La speranza lasciava il posto all’abbattimento e allo sconforto nei cuori dei quattro alpinisti, finiti per caso nella stessa tragica avventura.
Non avevano ormai che poche briciole per sfamarsi, quando qualcuno bussò violentemente alla porta. Chi poteva essere? George si alzò, ritto in piedi come un soldato, guardando verso l’entrata con un misto di illusoria fiducia e profondo terrore. Chi si trovava fuori picchiò di nuovo contro l’uscio, facendolo vibrare: tre colpi secchi risuonarono con forza e decisione contro il legno consumato dalle intemperie. Rispondere probabilmente poteva segnare nel loro destino una morte certa. Ma c’era anche la possibilità che fossero i soccorsi.
George, senza consultare gli altri, si diresse con ampie falcate verso l’ingresso, sollevò il catenaccio e aprì senza esitazione, come spinto da un insopprimibile impulso interiore. Ma non trovò nessuno…sbalordito, uscì al fine di capire che cosa stava accadendo. Improvvisamente venne trascinato via per i piedi da un essere che sembrava un uomo. Gli altri, terrorizzati, senza nemmeno cercare di aiutare George, serrarono il portone velocemente prima che l’assassino li raggiungesse filando sulla neve come un giaguaro assetato di sangue.
Avevano perso ogni umanità, nel tentativo di auto conservarsi. L’istinto di sopravvivenza li aveva accecati completamente. Erano rimasti in tre, senza cibo né acqua. Si scrutavano con odio e paura. Ormai, imbruttiti dalla fame e dalla sofferenza, temevano di essere aggrediti dagli altri.
Franz si ritirò nella sua camera, dicendo che voleva rimanere solo per riposarsi un po’. Dopo molte ore che non lo vedevano scendere, Isabel e Thomas andarono nella sua camera, per chiedergli come stava. Lo trovarono appeso per il collo a una corda per scalatori. Si era impiccato! I due si guardarono sempre più attoniti. Presi dalla disperazione iniziarono a piangere: non c’era più nessuna possibilità di salvarsi? Sarebbero impazziti o sarebbero morti prima?
Thomas, scosso da quel terribile evento, fu mosso a pietà e decise di seppellire Franz sotto un cumulo di neve e ne raccolse un po’: era la loro ultima fonte di approvvigionamento.
Sedutosi accanto al fuoco, mentre beveva acqua calda, disse a Isabel: “Non possiamo aspettare la nostra ora senza fare nulla. Ho deciso di andare al paese a cercare aiuto”. “No, rispose lei risoluta, non andrai da solo: verrò con te. Dobbiamo affrontare il destino insieme. Non ha senso dividersi. Forse in due avremo più possibilità di sopravvivere agli attacchi del serial killer”.
E così si avviarono alla ricerca della salvezza. Ma non sapevano dove fosse di preciso il paese né da che parte dovevano andare. Intorno era tutto di un bianco abbagliante e spettrale. Si trascinavano a fatica nella neve alta, indeboliti da numerosi giorni di digiuno. Ma volevano sperare di poter arrivare in un posto privo di pericoli e sereno. Camminavano da ore disorientati. Si reggevano a vicenda per non cadere a terra.
All'improvviso un dardo trapassò da parte a parte Thomas, che stramazzò al suolo privo di vita. Isabel si voltò, terrorizzata, ma non vide nessuno. Cominciò a correre ma, ormai priva di forze, perse i sensi e cadde a terra in una fitta foresta di abeti verdeggianti.
Si svegliò in un letto, mentre una signora anziana seduta su una sedia a dondolo accanto a lei faceva a maglia. La donna alzò lo sguardo dagli aghi e, appena la vide, le fece una gran festa e le espresse la sua gioia per il suo risveglio. Isabel era troppo debilitata per muoversi, ma poteva parlare.
- Come mi sono salvata? chiese la giovane, sorpresa di essere ancora viva e in una camera nuova, mai vista prima di allora.
- Devi ringraziare il cielo, cara mia, mio figlio ti hanno recuperata, poiché ti ha notata sdraiata in mezzo al bosco. Così ti ha portata qui.
- Ma perché i miei compagni sono tutti morti Perché il killer non ha ucciso anche me?
- Non lo so, ne sono successe tante di cose. Forse, nascosta tra le piante, non ti ha scorto nessuno. Forse sei stata solo fortunata, o sfortunata, rispose la vecchina con un ghigno che turbò Isabel.
- Ma chi ha ucciso gli altri? domandò Isabel colpita dall’espressione della sconosciuta e dal modo in cui le riferiva le sue opinioni.
- Sono stati i satanisti, disse la donna con calma, come se fosse stata la cosa più normale del mondo.
- Cosa?! Rispose Isabel incredula.
La signora si alzò in piedi, appoggiando con cura sulla sedia la sciarpa di lana che stava confezionando. Si avvicinò a Isabel e ripeté con sicurezza e uno sguardo terribile: “Sono stati i satanisti”. L’inquietudine di Isabel aumentava ogni secondo. Le sembrava tutto talmente assurdo e senza senso. Pensò che la donna fosse pazza. Ma quando la vecchietta suonò un campanello ed entrò nella stanza un uomo simile a quello che aveva ucciso George, capì che la signora non stava scherzando. Quest’uomo aveva in mano un coltello da apache. Isabel voleva fuggire, ma in quell’istante si rese conto di essere legata al letto. L’uomo si accostò sinistramente, sollevò la coperta ch la copriva e la trafisse finché non esalò tra le grida di Isabel, mentre la vecchietta snocciolava strane formule incomprensibili. La tragedia si era compiuta e non si sarebbe arrestata.