La nave
(Claudio Esposito)
Alle otto in punto di una chiara mattina di marzo, Giorgio fu ricoverato in ospedale.
Il giorno dopo avrebbe subito un’operazione, un piccolo intervento al naso.
Da tempo pensava di sottoporsi a questa operazione, ed ora s’era finalmente deciso perché avvertiva fastidi nella respirazione, per una deviazione del setto nasale causata all’età di dodici anni da una pallonata in viso mentre giocava con gli amici.
Poiché era stato un ragazzino molto vivace, aveva avuto anche altri incidenti, sempre giocando, nello stesso punto e, come se non bastasse, quel povero naso aveva ricevuto il colpo di grazia dal fratello maggiore che un giorno, infastidito dai suoi schiamazzi che gli impedivano di studiare, gli aveva tirato una scarpa, centrandolo in piena faccia.
E proprio il fratello Mario, medico presso quell’ospedale, aveva effettuato le analisi cliniche di rito e sbrigato tutte le formalità per il ricovero.
Gli avrebbero fatto anche una piccola plastica, cosicché il profilo del suo viso, deformato da una gobba e da un accentuato spostamento a sinistra del setto nasale, sarebbe notevolmente migliorato.
Voleva farsi operare per respirare meglio, non per ragioni estetiche, tuttavia non gli dispiaceva certo di poter eliminare quel difetto fisico che durante l’adolescenza gli aveva procurato non poche mortificazioni a causa degli sfottò dei compagni di scuola, e ne aveva inibito in misura consistente l’approccio verso il sesso femminile, impedendogli la frequentazione delle ragazzine che gli piacevano, per cui il più delle volte le sue prime cotte erano rimaste al puro stato ideale.
Non che avesse mai avuto il complesso di “Cyrano”, però quell’imperfezione aveva contribuito a rafforzare la sua naturale timidezza nei confronti delle donne, aveva in un certo qual modo assecondato la sua mancanza d’iniziativa, ci si era inviluppato come fosse un alibi per la sua scarsa intraprendenza : quante volte aveva preferito crogiolarsi in comodi sogni consolatori piuttosto che estrinsecare i propri sentimenti, per non correre il rischio di sentirsi opporre un umiliante rifiuto.
Tutto questo comunque non gli aveva impedito di trovare l’anima gemella, era ormai felicemente sposato e quei suoi piccoli crucci giovanili erano soltanto un lontano ricordo.
Il reparto nel quale era stato ricoverato, la clinica otorinolaringoiatria, era molto grande e fatiscente : enormi stanzoni e corridoi scuri con i pavimenti sconnessi, le pareti sbrecciate, gli infissi cadenti, i servizi igienici sporchi e maleodoranti.
La sua camerata, in tutto simile a quella della vecchia caserma dove aveva fatto il militare, era composta da sedici letti, otto da un lato e otto dall’altro, con al centro due tavoli di ferro lunghi e stretti. Il soffitto era altissimo e sulle pareti si aprivano grossi finestroni privi di imposte, ma in compenso pieni di fessure che lasciavano penetrare spifferi davvero micidiali.
La prima impressione dunque non fu certo incoraggiante, tuttavia si consolò pensando che i medici di quel reparto, come gli aveva assicurato il fratello, erano di prim’ordine, in particolare poi il
primario che l’avrebbe operato, un certo professor Teccarini, era - sempre a detta del fratello – un vero luminare nel suo campo. Senza contare che in ospedale non avrebbe speso una lira, mentre per la stessa operazione in una clinica privata più confortevole avrebbe dovuto sborsare fior di milioni.
Inoltre, grazie ai buoni auspici del fratello medico, a differenza di altri pazienti meno fortunati, sarebbe stato operato subito, la mattina successiva, e dopo pochi giorni l’avrebbero dimesso.
Così, confortato da queste considerazioni, la sera s’addormentò subito, tranquillo e fiducioso che ogni cosa sarebbe andata per il meglio, solo turbato, ma non più di tanto, dal timore di eventuali sofferenze successive all’intervento.
Fu svegliato verso le sei da Ninetto, un omino che tutte le mattine girava per le corsie con il suo carrettino pieno di cappuccini e brioches, facendo ottimi affari, dal momento che nessuno dei degenti apprezzava la colazione passata dall’ospedale, a base di un latte e orzo insipido ed acquoso.
Subito dopo un infermiere gli praticò un’iniezione calmante, preparatoria per l’intervento, e alle otto lo portarono al piano di sopra, in sala operatoria.
Gli fecero un’anestesia locale, dunque rimase cosciente e potè assistere al lavoro del chirurgo, che con mosse rapide e sicure prese a tagliargli il naso e, dopo averne tirato fuori con una pinzetta una materia rossastra - che gli spiegarono poi trattarsi della cartilagine - cominciò a menare colpi con un martello e un piccolo scalpello, andando avanti per una buona mezz’ora.
Avvertì distintamente il crac dell’osso spezzato e poi rimesso in posizione corretta e limato dalle abili mani del primario, che infine, ultimata l’operazione, gli infilò nelle narici due lunghi tamponi, suturò la ferita con alcuni punti e coprì il naso con una mascherina di gesso fissata alle guance con garze e grossi cerotti.
Contrariamente a quanto aveva paventato, non provò alcun dolore, ma soltanto una sensazione di fastidio e sgradevole disorientamento nell’avvertire il rumore dei colpi sul proprio naso come se fossero inferti su un mobile, un pezzo di legno, una superficie inanimata eppure stranamente connaturata al suo corpo, così da dargli la singolare impressione di osservare dall’esterno le sue membra, fredde, immobili come le bombole dell’ossigeno, il carrello dei ferri chirurgici e lo scialbo arredo di quella camera operatoria scarna e asettica.
Guardandosi allo specchio, stentò a riconoscersi in quella faccia tutta fasciata, tumefatta, gli zigomi gonfi, gli occhi dilatati e iniettati di sangue : sembrava un reduce da un campo di battaglia.
Comunque, l’operazione era riuscita. Adesso l’aspettavano giorni di noiosa convalescenza, certo lunghi da trascorrere buttato lì nella squallida corsia in mezzo al puzzo dei medicinali e ai variegati odori di un piccolo campionario di umanità sofferente.
Per ingannare il tempo, non c’era di meglio che ciabattare attraverso il reparto in interminabili passeggiate avanti e indietro, che si protraevano svogliatamente per tutta la giornata con le solite tappe intermedie : le altre due camerate, la medicheria, la saletta della televisione, la stanza della caposala, il piccolo atrio con la macchinetta del caffè.
Trascinandosi in quei giri oziosi, si soffermava a osservare gli altri pazienti : le persone, in pigiama, sembravano tutte uguali; quell’indumento, in genere così intimo e personale, in ospedale diventa una divisa che accomuna gli individui più diversi e lontani nella vita di tutti i giorni : poveri, ricchi, nobili, plebei, professori, facchini, impiegati, muratori, come per incanto assumono la stessa fisionomia, e pare che insieme ai vestiti si siano sfilati anche atteggiamenti, blasoni, ipocrisie e
paludamenti vari che non contano più nulla, e l’unico segno di distinzione è un piccolo numero su un cartello attaccato ai piedi del letto.
Personaggi d’ogni tipo condividevano la reclusione di Giorgio in quel grigio carcere senza sbarre : Filippo, viaggiatore di commercio che, in mancanza di clienti da visitare, non perdeva occasione di esercitare la sua inesauribile parlantina con i malcapitati pazienti che gli giungevano a tiro, bombardandoli con torrenziali dissertazioni sulla bontà dei suoi prodotti e sommergendoli con un mare di cifre, percentuali e tassi di sconto, che snocciolava con implacabile petulanza, in un tormentone assai più doloroso delle malattie di cui i poveretti soffrivano.
Fabio, giovane garzone in un negozio di alimentari, se ne stava tutto il tempo in corsia a fare ginnastica con la cuffia stereo incollata alle orecchie, con una costanza e un accanimento pari a quelli del tumore che s’era manifestato subdolo sotto forma di piccola cisti dietro la nuca, e che se lo sarebbe portato via nel giro di pochi mesi, nonostante il suo aspetto di ragazzone pieno di salute.
Per contro Carlo, suo vicino di letto, uno studente di legge gracile e smunto in preda a un ostinato raffreddore, sembrava più di là che di qua, invece stava in ospedale soltanto per una banale operazione al timpano e sarebbe campato cent’anni.
C’era poi Giuseppe, maturo professore di liceo dai modi discreti e gentili, e il suo opposto : Pasquale, muratore rozzo e sanguigno alla perenne ricerca di cibo, che tutto sembrava fuorchè un malato.
Il numero nove, del quale non si conosceva il nome perché non parlava mai con nessuno, era soprannominato il duca per via del contegno signorile e distaccato che incuteva soggezione, e per l’estrema dignità con cui sopportava la sua grave malattia, contrariamente ad altri che, per sofferenze di gran lunga inferiori, si lamentavano e piagnucolavano senza ritegno.
C’era anche un alcolizzato, Nando, capitato lì chissà come, che alternava momenti di mite ebetudine a terribili crisi di delirium tremens, passate le quali si abbandonava sul letto come afflosciato ciondolando la testa e mormorando frasi sconnesse che provocavano l’ilarità degli infermieri insensibili e volgari. Una volta Giorgio, colpito da quello spettacolo penoso, gli si avvicinò per chiedergli se volesse un giornale : “Magari !”, sussurrò Nando guardandolo con occhi dolcissimi e imploranti. Sentì una stretta al cuore e, cosa mai accadutagli prima per un estraneo, gli venne da piangere e dovette scappar via.
Gli suscitavano una commozione indicibile anche i malati più gravi, operati per tumori alla gola, che vagavano lungo i corridoi con la morte già dipinta sui volti diafani segnati dal male, e si sorprendeva, lui così egoista e indifferente, a pensare che avrebbe volentieri rinunciato a qualcosa di importante per poterli aiutare. Ma non poteva far nulla, non era in grado di alleviare neppure il più piccolo dei loro innumerevoli dolori; allora non riusciva più a sostenere la vista di quei disgraziati e abbassava gli occhi, incredulo e sgomento al pensiero che in quello stesso istante, fuori, milioni di persone ignare si stessero vanamente angustiando nelle sciocche occupazioni e nelle effimere cure di tutti i giorni nelle quali, del resto, anche lui si sarebbe rituffato l’indomani.
La convalescenza infatti era terminata e la mattina dopo l’avrebbero dimesso.
La notte, per quanto si voltasse nel letto, non potè chiudere occhio; i gemiti e il pesante respiro degli ammalati gli martellavano le orecchie, e gli sembrò che la corsia addormentata si stesse mettendo in moto sbuffando e ansimando e si muovesse faticosamente, come una vecchia nave che beccheggia in
un mare buio e profondo.
Sarebbero passati gli anni, altre esperienze si sarebbero aggiunte a quella che stava per concludersi, e avrebbe forse dimenticato molte immagini di quel breve soggiorno ospedaliero.
Molte, ma non l’ultima.
Questa sarebbe rimasta scolpita per sempre, indelebile, nella sua memoria, e spesso avrebbe avvertito ancora, perfettamente, lo sciabordìo della nave che s’appresta a salpare col suo dolente carico nel silenzio della notte.