La città di vetro

(Claudio Esposito)

 

Il ricordante 

    Lungo il belvedere, a ridosso del muro che costeggia il parco archeologico, un uomo era intento ad osservare i suoi piedi.     Li scrutava con aria assente, distratta, per nulla partecipe di alcunché di concreto, sradicato da ogni realtà.

    Eppure era lì, saldamente piantato e presente, pesante e immobile, come la grande quercia accanto a lui che altrettanto muta e grave filtrava il vento con sommessi sospiri.

gdedicarsi alla sua occupazione preferita, forse l’unica : ricordare.

    Passeggiando nel parco, m’imbattei in quell’uomo.

    Trovai curioso che se ne stesse lì da solo, fermo al freddo, tutto immerso nei suoi pensieri.

    Siccome non avevo niente da fare, mi misi a sedere su una panchina vicino a lui, osservandolo con la coda dell’occhio.

    Rimase immobile, e continuò imperterrito a fissarsi la punta delle scarpe senza degnarmi di un’occhiata.

    Restammo così più di mezz’ora ed io, vinto dal freddo, stavo per andarmene, quando lui alzò all’improvviso la testa, come se solo allora si fosse accorto di me.

    Mi guardava con grandi occhi umidi eppure sembrava non vedere.  Era come se ancora stesse osservandosi le scarpe, e mostrava per me lo stesso interesse che aveva avuto per i suoi piedi : un semplice punto di riferimento senza importanza cui ancorare lo sguardo mentre la mente correva lontano.

 

Colloquio con il ricordante 

    Ricordante - “Buongiorno signore, lei mi ricorda qualcuno, o meglio, la sua barba, il taglio dei capelli, la fronte, mi ricordano la fisionomia di uno che ho incontrato qualche tempo fa, oppure che ho immaginato.  Non so.  Forse somiglia a una figura che è comparsa nei miei ricordi di ieri.  O forse mi richiama alla mente l’autista del tram che ho preso stamattina, o il mio professore di inglese al ginnasio.  Chissà. Faccio una gran confusione.

    Capirà, passo tutto il tempo a ricordare, e la testa a volte mi gira come una giostra.  Nella sarabanda dei ricordi è facile equivocare, perdere il filo.  Dimentico nomi, azioni, fatti importanti, e magari ricordo particolari stupidi : un foruncolo sul naso, un occhio strabico… Questi particolari poi si mescolano a casaccio nella memoria confusa, cosicchè nel mio ricordo attribuisco al naso dello strabico un foruncolo che non ha e tutto viene stravolto.”

     Io - “Ma davvero lei passa tutto il tempo a ricordare ?  Non fa altro ?  Chissà quanti ricordi avrà da raccontare !”

    R. - “Caro signore, ho passato tutta la vita a ricordare.  Perciò non ho niente da ricordare.”

    Io - “Che significa ? Non capisco.”

    R. - “E’ semplice : non ho mai vissuto realmente, praticamente; ho osservato distrattamente la vita, che è scivolata su di me mentre ero tutto intento a fantasticare, a ricordare le mie fantasticherie.

    Per questo non ho niente da ricordare, se non i miei sogni.   D’altronde, se avessi vissuto per davvero, non avrei avuto il tempo e la voglia di sognare, oppure mi sarei dimenticato tutti i miei sogni.  E allora va bene così.”

    Io - “Ma come, vuol farmi credere che lei non ha alcun ricordo di fatti concreti ? Non è possibile, tutti abbiamo qualche episodio da ricordare, un momento particolare che ha segnato la nostra vita.”

    R. - “Le sembrerà strano, ma è proprio così.  Per spiegarmi meglio, le farò un esempio : quando frequentavo il liceo studiavo, tra l’altro, la filosofia.  Bene, se lei mi chiede qualcosa, mettiamo, su Kant, io non me ne ricordo un’acca.  Ricordo però perfettamente che sulla pagina iniziale del capitolo dedicato a Kant il mio compagno di banco, fanatico di sport, aveva scritto la formazione del Real Madrid, e ricordo anche un bellissimo sogno in cui Kant in persona illustrava dottamente il modulo tattico del Real Madrid invitandomi a lasciar perdere la filosofia e ad incrementare le mie cognizioni calcistiche.”

    Io - “Questa poi ! Kant che disquisisce di calcio !... Mi racconti un altro sogno che ha fatto.”

    R. - “D’accordo. Ne stavo ricordando uno proprio poco fa, prima che tu arrivassi” (era passato a darmi del tu)  “Te lo racconto volentieri.”

 

Sogno del coccodrillo 

 

    R. - “Ricordo un paesaggio magnifico e selvaggio, preistorico : una vallata lussureggiante, con alberi giganteschi e felci e mille piante sconosciute.

    Tutt’intorno si alzano pareti altissime di roccia completamente ricoperte di rampicanti di un verde talmente acceso che sono costretto a ripararmi gli occhi con le mani.

    La sommità delle rocce sembra toccare il cielo di piombo, grigio elettrico, lacerato da una striatura rossa che lo taglia a metà.  Sento un frastuono indistinto che rimbomba e si frantuma in echi lontani, come di acqua scrosciante impetuosa.

    Allora chiudo gli occhi, e vedo al di là delle rocce sterminate foreste amazzoniche sferzate da piogge torrenziali, fiumi che sembrano mari, cascate imponenti che precipitano vorticose da orridi strapiombi.

    Apro gli occhi, e la visione scompare.  Ma, siccome quel po’ po’ di tripudio idrico mi è piaciuto molto, cerco di riprodurne un’immagine, nel mio piccolo, e faccio comparire un fiumiciattolo dall’acqua scura e limacciosa che scorre in fondo a una ripida scarpata.  Io sono sul ciglio. A un certo punto, dato che il terreno è viscido di fango e d’erba bagnata, comincio a scivolare giù, lentamente ma inesorabilmente. Mi fermo a metà discesa, su una specie di terrazzino naturale. Osservo in basso, verso l’acqua : con stupore noto che da essa emerge piano una grossa sagoma grigiastra : è un coccodrillo.  Nelle fauci semiaperte stringe un cervo che a poco a poco inghiotte con le corna e tutto il resto.  Mi accorgo (stranamente senza provarne timore) che ho ripreso a scivolare proprio verso la belva che sta consumando il pasto.

    La bestia, finito di ingollare il cervo e suggellato il pranzo con un formidabile rutto stereofonico, si accovaccia a pelo d’acqua gorgogliando e gemendo (il famoso “pianto del coccodrillo”).

    Io e il coccodrillo restiamo a lungo a guardarci nelle palle degli occhi, i suoi pieni di lacrime.

    L’animale singhiozza disperato e dalla enorme bocca spalancata si intravedono le corna del cervo appena divorato, incastrate nella gola.  Provo una grande pena per quell’assassino pentito che sta per essere soffocato dalla sua stessa vittima.  Non sopporto lo spettacolo della sua agonia e risalgo su a fatica lungo la scarpata scivolosa.

    Dall’alto mi soffermo ancora a guardare il coccodrillo che si dibatte nell’acqua melmosa e infine, dopo un ultimo sussulto, giace inerte con gli occhi vitrei rivolti verso il cielo.

    A questo punto un tuono assordante squarcia l’aria e scappo via sotto la pioggia battente. Di colpo, il paesaggio primordiale lascia il posto a uno scenario moderno e ad una strada asfaltata che conduce al portone socchiuso di un vecchio palazzo umbertino.

     Ma questo è un altro sogno.” 

 

 

Sogno del bambino e del gorilla 

    R. - “Varco il portone, e mi ritrovo nel cortile del vecchio convitto dove ho frequentato le scuole medie.   Tutto è uguale al ricordo che ne avevo, eccettuate le dimensioni dell’edificio, davvero imponenti.  Entro nella scuola e mi imbatto in due anziane professoresse, che mi salutano con voce chioccia e attaccano bottone, avendomi riconosciuto come loro ex allievo.

    Ma io non riconosco affatto quelle tardone, e non ho nessuna voglia di ascoltarne le chiacchiere insulse, così mi divincolo dicendo loro che devo salire ai piani superiori.

    Salgo per uno scalone di marmo maestoso, percorro corridoi interminabili su cui si affacciano le grandi aule del collegio, tutte vuote. Continuo a camminare, ma non incontro anima viva. Ad un tratto la mia attenzione viene attirata da un canto infantile che proviene da uno sgabuzzino.

    Apro la porta dello sgabuzzino e, dietro una vecchia lavagna, vedo un bambinetto di cinque o sei anni che canta e strimpella una chitarra.  Il bambino, come se mi stesse aspettando, appena mi vede smette di suonare e viene verso di me.  Io non l’ho mai visto prima, né so che cosa dirgli; so soltanto che devo portarlo con me.  Evidentemente anche lui lo sa, dal momento che mi segue docile dandomi la mano.   Camminiamo insieme, saliamo per ripide scale, sempre più su.  Ad ogni piano, al posto della parete che volge all’esterno del fabbricato, ci sono grossi reticolati metallici, una specie di grate attraverso le quali si può osservare il panorama sottostante, che dà una fortissima sensazione di vertigine e vuoto.

    Arrivo finalmente all’ultimo piano e, sempre tenendo per mano il bambino, mi avvicino a una porticina, la schiudo appena, quel poco che basta per sbirciare dall’altra parte.

    Sobbalziamo : un orribile gorilla, gigantesco e feroce, scuote furioso la gabbia che lo tiene prigioniero.  Il bambino, annichilito dal terrore, tira disperato la mia mano e tutt’e due scappiamo via a precipizio per dove siamo venuti, inseguiti dalle urla raccapriccianti dello scimmione.  Ma io non ho paura : so che quel gorilla è una finzione, un mostro meccanico tipo king Kong, messo lì apposta per scoraggiare chi si avventuri fin lassù, un espediente per dissuadere gli alunni troppo irrequieti dall’intraprendere esplorazioni ai piani alti del collegio, a loro vietati.

    In cuor mio provo invidia per quel bambino, per la sua ingenuità, la facilità ad impaurirsi fino al terrore per un semplice pupazzo meccanico, ai suoi occhi orripilante guardiano del mondo degli adulti, forse ancora più spaventoso perché incomprensibile.  Penso che io, invece, faccio ormai parte di quel mondo, non provo paure, non ne sono più capace.

    E gli occhi sgranati del bambino me ne accrescono il rimpianto.”

 

 

Sogno della città di vetro

 

    R. - “Mi viene ora alla mente un altro breve sogno; forse ti piacerà.

    Mi trovo in una città tutta speciale, una graziosa città arrampicata su una ridente collina. La specialità consiste nel fatto che ogni cosa è di vetro : case, automobili, negozi, fabbriche; persino i monumenti antichi.

    Passeggio lungo i viali della città e ammiro le sue bellezze.  Mille riflessi brillano sui vetri attraversati dal sole, e tutto è luminoso e trasparente : i campanili, gli ospedali, il municipio, e forse anche le anime dei suoi abitanti.

    Li vedo, nei loro begli uffici di vetro, seduti alle scrivanie di murano, abbracciati nei letti di vetro mentre fanno all’amore, composti e sereni nelle fini bare di vetro fumè.

    Seduto alla terrazza panoramica di un ristorante di vetro, me ne sto beato a crogiolarmi al sole e sbircio distrattamente le gambe della cameriera attraverso la gonna (di vetro).

    In quella, mi sento chiamare, mi volto, e vedo la mia ragazza.

    Si siede al mio tavolo, parliamo, ci guardiamo a lungo. Poi mi sporgo verso di lei, le accarezzo il viso, si lascia toccare.  Allora la bacio sulla bocca, e lei ricambia con trasporto.

    Poi, all’improvviso, si distacca e, “no”, dice, “non possiamo…”

    Ancora ho nelle orecchie il fragore dei vetri spezzati, il boato dei cristalli in frantumi, i loro mille frammenti che schizzano dappertutto, il crollo totale della grande città di vetro.” 

 

 

Continuazione del colloquio con il ricordante

 

    Io - “Ah ! Ecco, ti sei tradito, ho scoperto il punto debole del tuo ragionamento. Non vivi di pure fantasie, come cercavi di farmi credere. Hai parlato della tua ragazza, una persona in carne e ossa e non una mera evocazione intellettuale.  Sei un impostore.”

    R. - “La mia ragazza ? Ma che hai capito ?  No, non è la mia ragazza, e neanche il sogno della mia ragazza.  E’ il ricordo di una ragazza qualunque, incontrata in un posto qualunque : forse la commessa del bar, la figlia del tabaccaio, la donna delle pulizie.  Che importanza ha ? E’ solo il fantasma di una ragazza, un simulacro vuoto da riempire a piacimento con la prima idea che passa per la testa. L’aggettivo “mia” non basta a darle un corpo, a possedere quel corpo, ad amarlo.”

    Io - “Allora non esiste proprio niente ? Eppure, guarda, ti tocco la mano, sento il duro delle ossa, il calore della pelle, il palpitìo del sangue che scorre; la mano quindi esiste.”

    R. - “Esiste perché ricordi di averla toccata, perché ripensi a questo ricordo di un attimo fa.  Nel momento in cui smetterai di ricordarla, la mano cesserà di esistere, sarà solo una definizione astratta, un termine convenzionale per indicare un insieme articolato di ossa, epidermide e unghie.

    Ma s’è fatto tardi.    E’ ora che vada.”

 

    Queste furono le ultime parole che mi disse il ricordante, con lo sguardo già perso in altri ricordi da evocare.

    Poi scomparve, e non l’ho mai più incontrato.

    Chi dice che sia emigrato all’estero, chi sostiene che non esiste e che è semplicemente un parto della mia immaginazione.

    Ma io so che esiste per davvero, e la sua memoria non mi abbandona.

   

    E camminando fra la gente che passeggia tranquilla e inconsapevole, tendo sempre le orecchie per distinguere, prima o poi, l’eco remota della città di vetro che cade in frantumi con clamoroso fragore.