La ladra
(Franco Pastore)
Ogni essere umano nasce col suo destino, è scritto nel suo codice genetico e solo una gran forza d’animo potrebbe cambiare il corso degli eventi, ma quella forza non l’ho mai avuta. Quando entrai a far parte del mondo degli uomini, il 16 maggio del 1921, era già accaduto qualcosa che avrebbe successivamente acceso i miei peggiori istinti e determinato le mie azioni. Venni alla luce in una modesta famiglia di persone semplici, che avevano per unica ricchezza una squallida onestà di gente timorata di Dio. Mia madre Luisa, di buona famiglia, aveva avuto l’infelice idea di innamorarsi di quel poveruomo di mio padre, uno squallido lavoratore, che le fece mangiare sempre pane e miseria. Fortunatamente, anche il seno di mamma era povero di latte, tanto che mia nonna decise di allattarmi lei che, otto giorni prima, aveva partorito una mocciosetta, che sarei stata costretta a sopportare per molti anni. A quarantotto anni, nonna Maria aveva un seno generoso, che soddisfece sia me che la mia neonata zietta. Negli anni dell’incoscienza della prima infanzia, andò tutto bene, perchè credevo facessi parte di quella famiglia e che Nora fosse mia sorella. Tutto quel benessere mi faceva sentire una piccola principessa, che piangeva e tirava calci, tutte le volte che mia madre veniva dalla nonna e cercava di prendermi in braccio. Ricordo che se ne andava sempre con gli occhi gonfi di lacrime, ma non mi importava allora, né mi importa ora.
Quando ebbi l’età di comprendere che Nora non era mia sorella, ma mia zia e che tutto quel benessere apparteneva a lei, nacque in me l’istinto prepotente di prendere tutto ciò che mi capitava tra le mani. Iniziò così la mia carriera di ladra. Per amore di verità, devo dire che mia nonna non faceva alcuna differenza tra me e Nora, non solo perché mi aveva allattato, in effetti ero sangue del suo sangue. Trascorsero così gli anni della scuola elementare, che frequentammo all’Amendola, sedute nello stesso banco. Ci accompagnava Mariuccia, una sepecie di balia, che alle undici ci portava la colazione, suscitando l’invidia delle nostre compagne, che ci additavano come “le signorine”. Fin da allora, iniziai a fare i primi dispettucci, rubando la penna di Nora o strappandole i bei quaderni che la nonna le comprava. Ero un’ingrata, ma il piacere sottile che mi dava ogni mia piccola cattiveria, non aveva prezzo.
Dopo le elementari, nonna ci mandò alle complementari ed anche lì riuscii ad attirare su di me l’attenzione di tutti: ero precisa e sapevo trovare sempre le parole giuste per farmi preferire dagli altri, di modo che Nora sembrava una bambola senza anima. Questo mi ripagava del fatto che fosse più bella di me. Le insegnanti dicevano meraviglie del mio comportamento e del mio rendimento scolastico. Mi sentivo come una prima donna; ma col passare del tempo, le mie piccole astuzie non bastarono più a veicolare verso di me amicizie e simpatie. Nora incantava tutti col suo visino d’angelo ed i suoi modi signorili. Allora mi lambiccai il cervello e trovai, alla seconda complementare, la soluzione al mio problema. Iniziai col dire in casa, che mia “sorella” era troppo guardata dagli uomini e che veniva fermata per strada dai giovanotti ed altre cose di questo genere, accendendo così la gelosia di mio zio Vincenzo, che tolse Nora dalla scuola. A questo punto era perfettamente inutile che continuassi a frequentare le complementari e chiesi di poter imparare il mestiere di sarta. Nonna mi accontentò. Seguirono anni belli, ricchi di soddisfazioni. Capii che potevo manipolare le persone a mio piacimento, in fondo il mondo era stupido ed ingenuo, bastavano un poco di astuzia e piccole abilità, come saper fare un ricamo o cucire un vestito. Nora era la mia vittima preferita, per una cucitura o un vestitino, era capace di darmi qualunque cosa, bastava che organizzassi il mio piccolo ricatto ed ottenevo quel che volevo. Mia nonna poi, sembrava terribile, ma credeva a tutto ciò che le dicessi. Con Vincenzo, sperimentai che gli uomini sono più malleabili delle donne e molto più ingenui, essi che si sentono sicuri nella loro stupida torre di presunta mascolinità.
Fu così che ci ritrovammo signorine, Nora ed io. E che signorine! Ma non avevo con gli uomini la fortuna di mia “zia”, forse perché non avevo il suo romanticismo ed il suo aspetto ingenuo ed indifeso, o forse perché si accorgevano delle mie capacità di manipolare sentimenti e situazioni. Comunque, quando Nora si fidanzò, per me fu l’inferno. La gelosia iniziò a logorarmi e divenni sempre più magra; di notte sognavo il suo Gaspare, un piacevole ufficialetto di marina, ma anche nel sogno rivolgeva a Nora ogni attenzione. Nemmeno i furtarelli riuscivano più a consolarmi, sotto il mio letto avevo un vero e proprio emporio, dall’oro di mia cognata, alle stoffe di mia zia, agli avori di zia Erminia, per non parlare di cotone da ricamo, qualche orologio di marca e bottoni e perle e fili dorati. Ero un ”Arsenio Lupin” in gonnella. Non mi rimaneva altro che diventare più cattiva, allora divenni perfida e giunsi a spiare Nora, a schiacciare il suo anello di fidanzamento, a dire maldicenze sul suo conto, cercando sempre di apparire veritiera e gentile, un piccolo mostro d’ipocrisia, viscida e servizievole, facendo in modo d’essere indispensabile come l’aria che si respirava. Ciò nonostante, l’invidia mi divorava, avevo bisogno di respirare aria nuova, senza perdere il benessere a cui ero abituata.
La sorte mi venne in aiuto, quando, nell’estate del 1940, mia zia Giuseppina dal Piemonte venne a Sarno dalla nonna, e rimase qualche giorno con lei. Allora pianificai il mio disegno e mi misi all’opera. La servii con un tale garbo, la circuii con tanta arguzia, che quasi si scioglieva, quando mi chiese di accompagnarla a Torino. Ovviamente, feci la difficile.
- Sai, la nonna ha bisogno di me…e poi c’è Nora, siamo come sorelle…siamo in sostanza cresciute insieme…- e sembravo così sincera che quasi mi venne un colpo, quando zia Giuseppina disse:
- Beh! Se le cose stanno così, non insisto-.
Fu nonna a togliermi dall’impiccio, esclamando:
- Non ti preoccupare di noi, vai pure a Torino, se vuoi!-
Cara la mia nonna, sapeva sempre come aggiustare le cose. Fu così che quella estate medesima, vidi per la prima volta Torino e la bella casa di mia zia, dove iniziai a rivivere, senza la presenza odiosa di Nora. Zio Gerardo era un uomo splendido, così disponibile e così bisognoso d’affetto, che era uno spreco dedicare la sua vita ad una donna soltanto, e poi, zia Giuseppina aveva avuto la sua parte, due figli splendidi, il terzo in arrivo, un bellissimo appartamento ed una buona posizione sociale. In ogni caso ci avrei pensato io a mettere le cose a posto. In una settimana ero già padrona della situazione: facevo la spesa, pulivo la casa, cucinavo e pensavo ai bambini. Ero così collaborativa ed efficiente, che tutti si chiedevano come avevano fatto, fino ad allora, senza di me. Ero proprio soddisfatta! Tra l’altro, nella mia camera, avevo ricreato il mio emporio personale, aggiungendo alle vecchie cose tutto ciò che riuscivo a sottrarre ai miei zii ed ai bambini: penne, soprammobili, uova, biancheria intima e piccole cose che riuscivo a sgraffignare un po’ ovunque. Dopo tre mesi, decisi di occuparmi di mio zio, un po’ per fare qualche dispettuccio alla zia e poi, per gratificare la mia vita, tutta dedita agli altri. Iniziai a cucinargli delle vere leccornie, tanto che divenni presto la sua cuoca preferita, poi mi occupai del suo lavoro, raggiungendolo in ufficio ed aiutandolo nella registrazione dei documenti, nel disbrigo della posta, distraendolo quando era troppo stanco ed assistendolo nelle ore di straordinario. Di tanto in tanto, quando lo vedevo affaticato, mi accucciavo come una gattina ai suoi piedi e lo tiravo su che era un piacere. Tornavamo a casa tenendoci per mano e fischiettando vecchi motivi della nostra terra.
Di li a qualche mese, nacque Donata e mia zia ebbe altro a cui pensare, così mi dedicai anima e corpo a zio Gerardo, il mio passatempo preferito ed in quel momento, la gioia della mia vita.
Che momenti indimenticabili, il solo ricordo mi sconvolge ancora. Sembrava un bambino il mio amore, un bambino felice del suo giocattolo preferito ed ero appagata, contenta di ingoiare il suo piacere, di sentirlo pulsare come un collegiale alle prime esperienze. No, non potevo sopportare di dividerlo con mia zia, dovevo inventare qualcosa ed il caso mi venne in aiuto, quando dovetti accompagnarlo dal cardiologo, pare che il mio Gerardo avesse problemi di coronarie.
La visita del dottore fu accurata e si concluse con l’assicurazione che tutto era decisamente stabile, bastava che si mantenesse a regime, senza strafare con l’alimentazione e senza mettere su chili. Fu allora che buttai l’amo e lo specialista mi diede involontariamente una mano.
- Non è meglio che zio dorma da solo ? – chiesi al medico,
- Non siamo ancora a questo punto; in ogni caso, il riposo completo certo non gli farebbe male! – gongolai.
A casa, riferii che il dottore consigliava che lo zio, per motivi di salute, dormisse da solo. Mia zia, che adorava il marito, mi chiese di preparargli subito la stanza degli ospiti perché, da quella stessa sera, avrebbe dormito da solo. Così feci.
Rincuorata da quella vittoria e contenta di non essere stata smentita da mio zio, mi adoperai in tutti i modi per rendere i suoi giorni più piacevoli ed interessanti: lo andavo a prendere in ufficio e lo amavo tutte le volte che mia zia usciva per servizi o visite. La mia vita era felice.
Trascorse un anno, senza nulla turbasse quel meraviglioso segreto e lo zio mantenne l’impegno di eeesere solo mio, lo appurai più di una volta nei miei controlli notturni: dormiva sereno, come un angelo, del resto non gli facevo mancare coccole e sfoghi quotidiani. Giungemmo così al settembre del 1942, un sabato caldo ed assolato, Zia Pina si recò da “Antoine, un bravissimo parrucchiere di Corso Rosselli, Donata dormiva nella culla ed i bambini più grandi erano a giocare con i figli della Bertotti. Entrai nella stanza di Gerardo, che vero nuda. Mi accomodai al suo fianco sotto le lenzuola ed il mio giovane corpo aderì al suo. Faceva finta di dormire, ma era già eccitato e pronto ad entrare in me, con un desiderio che conoscevo bene, altro che malato di cuore! Pensai a mia zia, ma fu solo un attimo, perché affogai nel piacere ogni traccia di rimorso. Eravamo fuori dal mondo, e non ci accorgemmo che lei era lì, sulla porta, e ci guardava piangendo e tremando di rabbia. Quando mi prese per i capelli e mi staccò dal marito scaraventandomi sul pavimento, ritornai in me. Il naso mi sanguinava e la zia, apostrofandomi in malo modo, mi urlava il suo dolore. Dimostrò una forza spaventosa, mentre i suoi calci mi colpivano ovunque.
Quella sera stessa uscii dalla loro vita ed iniziai a curarmi le ferite in un alberghetto di periferia.
Per sopravvivere, iniziai a portarmi in camera qualche amico occasionale, ma la vita disordinata ed indigente non mi giovava, deperivo a vista d’occhio e la mia pelle iniziò ad avvizzirsi. Una brutta malattia, logica conseguenza dei miei rapporti occasionali, mise in serio pericolo la mia vita.
Fu l’albergatore a chiamare l’autoambulanza, deliravo per la febbre ed avevo eruzioni in tutto il corpo. Trascorsi così un lungo periodo in ospedale, e mi salvai grazie alla massicca dose di penicillina. L’albergatore, che aveva tutto l’interesse a mandarmi via, si fece in quattro per farmi avere in locazione un monolocale a Carmagnola, dove continuai la mia squallida esistenza. Intanto, mia zia, contattata da una suora dell’ospedale, alla quale avevo dato il suo nome ed indirizzo come riferimento, in un anelito di generosità, ero pur sempre la figlia di sua sorella, scrisse a mio padre di raggiungere Torino, per comunicazioni che mi riguardavano. L’incontro avvenne una settimana più tardi, ma non sortì l’effetto sperato da mia zia:
- L’importante che a Sarno non sappiano nulla!- esodì quel poveruomo, e ritornò a casa, senza nemmeno il bisogno di vedermi. Non riuscivo proprio a capire cosa avesse visto in lui, quella stupida di mia madre, quando volle sposarlo contro la volontà di tutti i suoi parenti. Io, sfortunatamente, avevo preso di lui.
Fu una telefonata della signora Monelli a scuotermi dal torpore in cui ero caduta. Comprai un vestitino garbato ed alla moda, per togliermi quell’aria da prostituta che mi ritrovavo ed andai ad occuparmi dei suoi bambini. Era stata mia zia ad interessarsi, ancora una volta. Mi ripresi ed iniziai a lavorare come collaboratrice presso le migliori famiglie di Carmagnola, ritornando ad essere quella di sempre, attenta ai bisogni degli altri, compresi quelli nascosti. Purtroppo, ero nata ladra e questo significò la mia fine.
Fu la Monelli ad affidarmi la sua casa, prima di partire per la villeggiatura ed io presi l’incarico così a cuore, che la pulii e ripulii così bene, che non fu difficile per i carabinieri trovare oggetti, ori e suppellettili della mia stupida benefattrice.
Trascorsi tre notti in camera di sicurezza e proprio quando mi sentii perduta, fui salvata da mio zio Gerardo che, essendo un uomo molto influente, sistemò ogni cosa con la signora Monelli. Non andai in galera, ma dovetti lasciare Carmagnola e far ritorno a Sarno, nella misera abitazione dei Carresi.
Trascorsero tre anni allucinanti. Mia madre era sempre più taciturna e mio padre, da povera cosa quale era, campava di lavoretti occasionali e d’espedienti. Ma ciò che mi deprimeva di più era la nostra casa, imprigionata tra due grossi fabbricati ed un lungo cortile, visitato dai topi e maleodorante di liscivia. Fu zia Mena, una cugina di mamma, a venirmi in aiuto. Mi trasferii da lei per farle compagnia e lì rimasi, fino alla sua morte. Ora, sono ritornata nella nostra vecchia abitazione, il cortile non è più maleodorante ed i topi tengono lontani dalle cantine vuote. Ma le stanze sono ancora più buie e senza sole.
Gli anni sono passati in fretta, e la vecchiaia ha sopito certi istinti, che caratterizzavano la mia complessa e malata personalità . Mi sono incurvata nella schiena e, senza il mio bastone, non riesco più a fare un passo. Vorrei tanto vedere Nora, non so se vive ancora, ma per certo so che ha lasciato l’agro per la città. Anche lei, come me, dovrebbe aver superato gli ottantacinque anni, ma forse è meglio che mi ricordi con l’aspetto di un tempo, quando la tenevo in pugno e regolavo la sua vita a mio piacere. Certo, ho continuato a rubare, così come sto rubando, da vecchia, questi giorni alla vita, ma questa sono io, una ladra e tutto il resto è silenzio.