La gita di un giorno
(Gaetano Grasso)
Era una mattina fresca e primaverile del secolo in corso e il nostro eroe, ben vestito e profumato, si avviava al lavoro. Un po’ avanti nell’età, un poco appesantito nell’aspetto, dimostrava meno dei suoi anni, ma solo lui sapeva quanto gli costavano. Come si dice: “Li portava così bene che non ne cadeva mai nessuno.” La mattina era tutto un restauro: i capelli andavano sempre lavati, quindi con dei colpi di phon ben assestati poteva sembrare quel tipo un po’ spettinato; poi, la cravatta di traverso, la basetta un po’ lunga, la faccia netta, coi lineamenti un po’ arrotondati, gli davano quell’aria un po’ trasandata da rivoluzionario smesso.
Per svolgere questo suo nuovo lavoro aveva appena acquistato un’automobile. Era una berlina lunga circa quattro metri e mezzo che aveva una tenuta di strada degna di una portaerei. Duemila di cilindrata era di colore grigio-metallizzato e aveva visto giorni migliori. Aveva, infatti, percorso in lungo e in largo il pianeta per ben 275000 chilometri. Motore, freni e frizione rifatti, l’impianto elettrico e il sistema di condizionamento dell’aria erano, però, rimasti d’epoca. L’abitacolo, liso e scolorito, mostrava ora tutti i suoi anni, come una bella donna invecchiata le sue rughe; mentre l’imbottitura dei sedili si era talmente ridotta che un vecchio scranno di paglia, o di legno, sarebbe stato più comodo del salotto in velluto di un tempo.
Alla guida di questo ‘residuato bellico’ il nostro si sentiva... non è facile dire come si sentiva. Prima dell’acquisto ne aveva verificato alcune prestazioni. É vero che durante la prova si era spenta al semaforo una volta su due, mentre lui non era in grado di capire se si trattava di fare semplicemente una messa a punto, se bisognava cambiare batteria e spinterogeno, o se piuttosto si trattava di staccare il piede dalla frizione e di usare il cambio, duro come fosse di legno; era anche vero, d’altra parte, che, per mezzo milione in contanti e l’altro mezzo in due rate da 250000 lire, non poteva pretendere nulla, come ribadiva il meccanico che gliel’aveva procurata, e che doveva già essere felice, come appunto quello sosteneva, del solo fatto di potersi collocare al coperto su quattro ruote semoventi, invece che a piedi.
Tuttavia il nostro sottolineava come, sebbene il contachilometri segnasse 220 orari come limite massimo, quando gli era capitato di immettersi sulla tangenziale, una volta giunto alla velocità di centodieci orari, aveva potuto constatare come i sobbalzi e i sibili continui non fossero dovuti ad un’improvvisa tempesta di vento, ma piuttosto ad ammortizzatori scarichi e a semiassi sul limite della resistenza.
Purtroppo la città in cui gli capitava di vivere non era la periferia di Istanbul, dove le ‘portaerei d’epoca’ erano la regola. Per questo il nostro eroe non poteva evitare di mormorare a se stesso la solita frase: “Piano piano mi ci abituerò.” Era soprattutto quando gli capitava di incrociare ad un semaforo lo sguardo di commiserazione di qualche altro automobilista, il quale, magari al volante di una di quelle utilitarie dalle forme avveniristiche super-accessoriate, non cercava di nascondere quello che provava all’idea di lasciarlo nella polvere, appena ci fosse stato il segnale di via libera. Ma, per quanti sforzi facesse, il nostro non riusciva ad abituarcisi.
L’appuntamento era alle sette e trenta e lui era giunto in ritardo. Già si sentiva colpevole, ma, mentre avrebbe dovuto essercene almeno uno, non vedeva pullman nei dintorni. C’era soltanto, accanto ad un’utilitaria ben tenuta, una donna che ogni tanto guardava l’orologio. Era lei l’istruttore.
Il nostro si avvicinò con cautela, parcheggiò sul lato opposto della strada, di fronte alla donna e scese dall’automobile. L’istruttore, però, non lo aveva riconosciuto. É vero che per l’occasione il nostro s’era messo in ghingheri e così, al posto di un maglione e dei jeans, indossava un completo grigio, una camicia azzurra con una cravatta intonata, e persino le scarpe erano seminuove; è anche vero che, quando aveva fatto dei segnali verso la donna, lei non lo aveva degnato d’uno sguardo.
Scoraggiato, l’uomo non riusciva, per via del traffico, nemmeno a trovare il momento giusto per attraversare la strada. Poi, finalmente, con uno scatto felino, le fu quasi addosso.
“Ah, è lei!” disse l’istruttore.
“Già! Scusi il ritardo,” disse il nostro.
La donna lo squadrava da capo a piedi e ogni tanto volgeva gli occhi anche verso la ‘portaerei’.
“É capiente il suo bagagliaio?” chiese.
“Certamente!” rispose il nostro.
“Bisognerà fare presto. Si porti con la sua vettura da questo lato della strada.”
Il nostro eroe sospettò la ragione e capì perché nella domanda di assunzione bisognava affermare di essere automunito. Tutto questo mentre cercava nuovamente l’energia per fare un altro scatto felino, questa volta verso la sua vettura. Riuscì a farcela di nuovo, ma, occupato il posto di guida, adesso si trattava di fare un’inversione di marcia su di una strada trafficata, separata al centro da una linea bianca continua. Lui non conosceva bene la zona, non sapeva quindi se vicino ci fosse la possibilità di fare la manovra senza violare il codice della strada. Azionò il comando d’emergenza e con estrema cautela, cercando di non far spegnere il motore e facendo segnali con il braccio, circa cinque minuti dopo era accanto all’istruttore.
Subito aprì il bagagliaio della sua ‘portaerei’, spazioso e lindo, mentre l’istruttore gli indicava l’utilitaria, dove, stipato in belle scatole colorate, era conservato il materiale della vendita: servizi da tè e da caffè, frullini di ogni genere, macchine automatiche per preparare i piattini prelibati che, acquistandole, la clientela poteva finalmente permettersi; per non parlare delle pentole extra-lusso, praticamente vendute a prezzo di costo, con il fondo in acciaio-inox, comode da usare e davvero indistruttibili.
Il nostro eseguiva il trasferimento del materiale mentre l’istruttore, impassibile, lo guidava nell’operazione. Solo quando tutto il materiale era stato caricato, solo allora la donna mostrò un bel sorriso:
“É davvero capiente il suo bagagliaio! Bene. Lei dovrà seguire il pullman con la sua automobile, mentre io intratterrò le persone invitate. D’accordo?”
“Certamente, signorina.”
“Mi chiamo Barbara, e tu Mario, mi pare.”
“Esatto! Ci avevano già presentati l’altro giorno, alla filiale.”
“Certo, certo!” tagliò corto Barbara, “Ricordati che quando ti devi rivolgere a me, durante la dimostrazione che io farò, dovrai chiamarmi per nome e darmi del tu. É un aspetto importante, non te lo dimenticare.”
“Sì, signorina Barbara.”
“Come te lo devo dire? Non signorina Barbara. Barbara, e basta! D’accordo?”
“D’accordo, Barbara.”
“Bene, Mario.”
Quando il pullman arrivò, Mario non capì subito che si trattava proprio di quello giusto. Non si aspettava di trovarsi di fronte a un veicolo che era una via di mezzo tra un furgone di media grandezza e uno di quei piccoli bus per il trasporto degli alunni. Comprese però ancor meglio la ragione del trasferimento del materiale sulla sua vettura: sul furgone non ci sarebbe stato spazio sufficiente.
Dai finestrini socchiusi giungeva, assieme al chiacchiericcio di una dozzina di passeggeri, la musica di un tango assassino. Mario pensò che sarebbero partiti subito, ma si sbagliava: chi guidava, infatti, scese con un balzo e si mostrò.
Era un uomo di circa quarant’anni, grande, grosso, con baffi neri spioventi, folti e vistosi. Portava un giubbotto di pelle nera extra-large sopra una camicia di lana scozzese taglia 44, e i capelli, che sulla fronte erano radi, sul collo erano lunghi, legati a coda da un elastico. I jeans, infine, rivelavano una muscolatura complessiva di notevole dimensione.
Su stivaletti in-vero-cuoio-americano la sua figura ricordava quei personaggi on-the-road che depositavano spesso calvizie e pancette su motociclette telaio-cromato e manubrio-anatomico e che, con quelle, sfrecciavano durante i fine settimana sulle autostrade di mezza Europa.
Si avvicinò a Barbara, osservò Mario e disse, senza salutare:
“Ne mancano tre. Sono a letto con la febbre.”
“Non importa,” commentò Barbara, “Quello che conta è partire al più presto. Abbiamo già accumulato un notevole ritardo.”
Ma l’autista aveva afferrato da una delle tasche interne del giubbotto in-pelle-nera una scatola di sigari tipo guerrigliero-sudamericano e ne aveva estratto uno che già volteggiava sulle labbra da un baffo all’altro in attesa di essere acceso.
Barbara disse: “É tardi, Ivan! Te lo fumerai quando arriviamo.”
Ivan per tutta risposta: “Non fai le presentazioni?”
“Quanto sei noioso!”
“E tu quanto sei scorbutica!”
“Ivan cerca di non approfittare delle circostanze. C’è una bella giornata, siamo in ritardo, ma possiamo fare una buona vendita. Ricordati che qui stiamo lavorando e non sei tra amici, ma tra colleghi.”
“Lavoro, lavoro! Possibile che una bella donna come te non pensi ad altro?”
“Per favore, Ivan! La vuoi smettere?”
“Ma, insomma, me lo vuoi presentare questo nuovo collega, che se ne sta zitto zitto come un baccalà!”
Mario, sentitosi parte in causa, evitò di prendersela, porse con fiducia la mano e disse semplicemente: “Mi chiamo Mario. Piacere.”
Ivan, da parte sua, afferrata la mano che Mario gli porgeva, quasi la stritolò, prendendola a tenaglia con la destra e la sinistra, scuotendola su e giù come se stesse suonando le campane, mentre con il sigaro tra i denti sorrideva.
“Il piacere è mio. Sul serio! Gradisci un sigaro?” chiese quando lo lasciò.
“Preferisco le sigarette,” rispose Mario, massaggiandosi la mano, “No, grazie.”
Intervenne Barbara: “Bene, ora che la presentazione è stata fatta, possiamo andare?”
“Ma insomma, Barbara, mi fai respirare un po’? Ho dovuto salire tre volte le scale, per accertarmi che i tre che hanno la febbre non fossero morti nel frattempo. C’è un ragazzino che è una peste e mi sta sempre addosso. Sua madre è una chiacchierona, che mi fa perdere il filo ogni volta che faccio l’appello, per essere sicuro che non è scappato nessuno tra una fermata e l’altra.”
“É il tuo lavoro, non la fare lunga, Ivan.”
“Il mio lavoro un cazzo! Io sono l’autista, mica la guida. La guida sei tu, dovresti farlo tu il lavoro di raccattarli casa per casa, con il ragazzino che scappa, la mamma che strilla...”
“Avevo appuntamento con Mario, che è nuovo. Non potevo venire prima.”
“E io stavo forse dicendo qualcosa? Allora, fammi fare conoscenza con questo nuovo collega.”
Detto questo, si avvicinò a Mario e, con aria misteriosa, gli chiese:
“A proposito, collega, mi sembra di averti già visto. Non ci conosciamo già?”
“Non credo proprio.”
“Eppure! Roma, giugno del 1968. Piazza Esedra, la facoltà di Magistero occupata? Non eri tu il grande amico di Antonio, quello che tutti chiamavano Du-Du, quello che di notte si aggirava per la facoltà e persino sui tetti con un mantello nero, per spaventare le ragazze, fingendosi un vampiro, quello alto, secco come un chiodo? Du-Du, quello che aveva trovato, nella libreria dell’Istituto di Psicologia, la serie completa dei fumetti di Mega-sex a colori, nascosta dai professori tra gli scaffali, in una confezione famiglia di Baci Perugina?”
“No, Ivan, ti sbagli.”
“Eppure!”
Non era vacanza, ma la bella giornata aveva spinto molta gente a prendere l’automobile e a riversarsi sulle autostrade. Per cui al traffico usuale si aggiungevano automezzi di ogni tipo diretti al mare, in montagna, in qualche bella città. La radio segnalava ingorghi ovunque e anche qualche incidente. Mario, preoccupato di perdere contatto con il pullman, si teneva a giusta distanza, ma Ivan, gagliardo, da vero motociclista serpeggiava sulla carreggiata al ritmo di un tango argentino o di una mazurca in modo davvero incredibile. Incredibile per chiunque, non per Mario, costretto a stargli dietro con la ‘portaerei’ carica di tazze e tazzine, pentole e frullini, bicchieri e caffettiere ‘gentile omaggio della ditta.’
Ivan pareva divertirsi, perché Mario ne riconosceva il faccione sorridente, con i grandi baffi spioventi, quando lui, dopo aver sudato ben più di sette camicie, riusciva quasi ad accostarlo con la ‘portaerei’. Ma era un attimo. Subito Ivan, e con lui tutta la comitiva, si allontanavano sulla destra o sulla sinistra, per avventurarsi, tra centinaia di vetture e automezzi, verso la meta.
Per fortuna il traffico non consentiva a nessuno una velocità superiore ai settanta chilometri orari, mentre la media oscillava attorno ai quaranta. Con grande sollievo di Mario, sicuro che in questo modo la sua carriola non avrebbe avuto difficoltà a tenere il passo e, nello stesso tempo, le vibrazioni non sarebbero state eccessive e rischiose per il materiale della vendita.
Quando giunsero nei pressi della località prescelta era troppo tardi per il giro turistico nei dintorni, era tardi per visitare le vecchie costruzioni che è bene vedere, almeno una volta, dal vero, tardi per fare la passeggiata sotto il sole su ciottoli che hanno una storia secolare alle spalle, lungo muri che ne hanno viste di tutti i colori. Mario, che già immaginava di dover restare, a guardia del prezioso materiale, sulla sua automobile ad aspettare la fine di tutto questo ‘passeggiare,’ magari fermo di fronte al locale dove avrebbero pranzato, non si dispiacque molto del cambiamento di programma. Fu quindi con piacere che vide Ivan fare segnalazioni dal pullman dei gitanti per accostare in una piazza periferica, piena di verde, di fianco a un bel ristorante.
Un uomo di colore vendeva cianfrusaglie all’angolo del locale. Un bambino, sceso dal pullman, appena lo vide, si avvicinò a lui e si fermò a guardare. C’erano orologi finti-rolex, occhiali finti-rayban, portachiavi finti-valentino e così via. Il bambino guardava il venditore, un ragazzone alto di circa vent’anni, che diceva: “Tu piace?”
Il bambino faceva segno di sì con la testa.
“Tu non ha età per comprare, tu bambino, non puoi aiutare Abdur.”
Lo diceva, l’ambulante, come tra sé, ma il bambino ascoltava e assentiva.
“Tu bravo bambino. Io regalo tu braccialetto africano, se tu vuole,” diceva il ragazzone di colore.
“Sei africano del nord o del sud?” gli chiese quello.
“Tu curioso, tu bravo bambino. Vuole braccialetto di perle di fiume africano? Io tu regalo. Braccialetto tanti colori africano porta tu fortuna a scuola.”
Il bambino faceva di sì con la testa. L’ambulante gli indicò delle file di vetro colorate che il bambino guardava e non osava toccare.
“Tu prova, se tu vuole. Portafortuna africano gratis per piccolo bambino ‘taliano.”
La comitiva si raccoglieva intanto poco distante in attesa di varcare la soglia del ristorante. Disciplinati, tutti aspettavano che Barbara si mettesse alla loro testa per entrare. C’era chi aveva sete e voleva bere subito qualcosa, chi desiderava andare in bagno, chi, preso da una conversazione, indugiava sul marciapiede. Tutti erano però come sospesi, quasi immobili come per una foto di gruppo, tutti aspettavano l’input di Barbara per animarsi. La quale finalmente giunse, a fianco di Ivan, dondolandosi sui tacchi.
“Possiamo entrare,” disse, rivolta al gruppo.
Qualcuno mormorò: “Era ora. Non se ne poteva più.”
Era di quelli che aveva bisogno urgente della toilette.
“Finalmente! Speriamo che sia un buon locale.”
Si trattava di altri che desideravano prendere un aperitivo.
“Cristina, non ti allontanare.”
“Mariolino? Mariolino dove sei?”
Si sentiva dire.
“Mariolino non toccare! Perché hai toccato, Mariolino?”
“Non ho toccato nulla, mamma.”
“Non è vero! Mariolino, non dire bugie! E vai subito a lavarti le mani! Chissà cosa tocca quello lì, con quelle mani nere. E chissà quanti altri come lui hanno toccato quello che hai toccato tu. Corri subito a lavarti le mani!”
Mariolino sbuffava, faceva spallucce, ma entrò con la madre e si mise in coda, davanti alla porta del bagno, per lavarsi.
La madre di Mariolino, con un sospiro che le sollevò tutto il petto, si rivolse a una vecchia signora che le era stata accanto per tutto il viaggio e disse:
“Mi fa disperare, lo vede? Tocca sempre tutto! Eppure dovrebbe avere ormai un’età in cui queste cose non si fanno più. E quante volte gliel’avrò detto? Ma lui niente. É come una mania.”
“É un bambino. Non lo capisce ancora.”
“Quello che vuole lui, però, lo capisce! No, mi creda, signora. Sono la sua mamma, gli voglio bene, è l’unico figlio che ho, ma mi fa disperare.”
“Tutti i bambini lo fanno. Anche i miei figli erano birichini.”
In quel mentre arrivò Mario con due scatole nelle mani, e aveva bisogno di passare proprio dove le due donne si erano fermate a parlare.
“Mi scusino, signore.” disse.
“Prego, prego.” dissero loro.
Poi, seguendolo nella saletta adibita alla presentazione, ripresero la loro conversazione.
“Un conto è essere birichino, un conto è essere maleducato. Ed io non voglio che mio figlio sia maleducato, questo gli dico sempre. Gioca, gli dico. Gioca come vuoi, ma ricordati di rispettare gli altri e le loro cose.”
“Questo è giusto,” commentò la vecchia signora.
“Certo che è giusto. Ma crede che lui lo faccia? Lei non ha idea di quante volte si azzuffi coi compagni di scuola, e quante volte mi tocchi ricomprare a questi bambini i giocattoli che lui gli ha rotto. Spendo più per riacquistare i giocattoli che lui rompe ai suoi compagni, che per i suoi.”
Mario aveva disposto sul tavolo il contenuto delle scatole e ora doveva di nuovo passare. Le due donne si interruppero per un momento, poi continuarono sedute in prima fila, nella sala vuota.
Intanto il bambino era apparso sulla soglia. Guardava le spalle di sua madre seduta. Lei aveva un tono di voce così squillante che non si poteva fare a meno di sentirla anche da quella distanza.
Mario, andandogli incontro, lo vide fare delle boccacce, poi incrociò i suoi occhi. Ridevano, un po’ cattivi, come possono esserlo quelli dei bambini, cattivi di quella cattiveria che non tale.
“Come ti chiami?” gli chiese l’uomo, un po’ sottovoce.
“E tu chi sei?” ribatté il bambino, con lo stesso tono.
“Mario, uno dei presentatori.”
“Anch’io sono Mario,” disse il bambino, “Uno degli spettatori.”
“Bene, ci vediamo dopo.” concluse l’uomo.
E tornò verso il bagagliaio-amplissimo della sua automobile a prendere qualche altra stoviglia. Mariolino lo seguì, ma l’uomo non ci fece subito caso. Si accorse della sua presenza solo quando fu di nuovo in strada, accanto alla sua automobile, e ne fu contento, ma non gli rivolse la parola. Riprese tra le mani altre scatole e lasciò che Mariolino lo seguisse o lo anticipasse, magari aprendogli la porta. Quando rientrò nella saletta ritrovò ancora le due donne che continuavano i loro discorsi.
Diceva la madre di Mariolino: “L’educazione è proprio quello che manca a questo mondo, lo dico sempre a Mariolino. Un giorno mi ringrazierai, gli dico.”
“É troppo piccolo per capire queste cose.”
“Ha nove anni, non è troppo piccolo,” diceva la madre di Mariolino.
“É piccolo, invece, mi permetta,” replicava la vecchia signora.
“Non è piccolo. Sapesse le bugie che dice...”
Il nostro si girò verso Mariolino, che era rimasto sulla soglia, e gli sorrise. Mariolino ricambiò, ma non si mosse: solo quando l’uomo tornò dal tavolo per rifare lo stesso percorso, gli andò dietro saltellando.
La comitiva aveva preso posto sulle varie seggiole disposte in due file di sei. Si sentiva dire:
“Speriamo che si faccia presto: ho una fame!”
“Saranno le solite cose. A noi che ce ne importa?”
“Può essere un’idea per i regali, ma che siano cose davvero utili ho i miei dubbi.”
“Sono moderne, questo è il guaio. C’è tutta quell’elettronica!”
“Già, una volta infilavi la spina, spingevi un tasto e tutto funzionava. Queste macchine sono invece multi-uso, devi leggere il libretto istruzioni e non ci si capisce niente.”
“Comode però, con una fai quello di cinque.”
Questi erano i commenti generali. Ma del tutto spontaneamente s’erano formati due gruppi. Uno, capeggiato da Ivan, era composto da un anziano signore che, se non si trattava di frullini elettronici, parlava solo del fatto che lui, nato nel 1920, s’era fatto tutta la guerra e la campagna di Iugoslavia, in particolare. Raccontava come se l’era vista brutta con i partigiani di Tito, di che esperienza terribile fosse stata, altro che le comodità moderne. Coinvolse così un’anziana coppia, che parlando della guerra, disse:
“A noi hanno bombardato la casa, che poi non hanno ricostruito, come avevano promesso. Così abbiamo dovuto trasferirci in periferia. Ora è città anche questa, i figli sono cresciuti vicino al verde, ma era bella anche la nostra zona di origine. L’hanno tutta sventrata prima gli americani, poi le ruspe, e ancora non sanno cosa farne.”
“Ed io,” diceva il veterano della Iugoslavia, “scampato l’otto settembre e tornato miracolosamente a Milano, credete che abbia trovato la mia casa? Niente, solo macerie. Così mi imboscai in montagna.”
“Dove organizzò la gloriosa guerra partigiana, no?” intervenne Ivan.
“Più che gloriosa, si trattava di sopravvivere. Di non finire deportati in Germania, o arruolati a forza a sparare sulla nostra gente.”
La coppia di anziani disse: “All’inizio ci fecero sfollare nel bergamasco. E lei signora?”
La vecchia signora, coinvolta, disse semplicemente: “Io sono stata tutto il tempo a Milano. La mia casa non fu colpita. Mio padre, poco più che trentenne era invece della milizia. Morì gli ultimi giorni della liberazione, in un’imboscata, lasciandomi orfana con due fratellini. Lui era uno che stava in ufficio e basta, ma non fu sufficiente. Aveva anche salvato tanta gente. Il suo comando era italiano, non tedesco.”
“Sì, ma quelli che prendevano le decisioni più importanti erano sempre tedeschi!” commentò il veterano.
“Quei bastardi!” confermava Ivan, che già gli veniva il sangue alla testa.
Sull’altro lato invece, attorno a Barbara, la conversazione era più leggera e pertinente. Riguardava aspetti tecnici dei frullini e di come una famigliola poteva rinnovare i propri piccoli elettrodomestici.
“Siamo venuti tutti,” diceva la mamma di Cristina, “perché se si tratta di una spesa, è bene che tutti decidiamo. Facciamo sempre tutto insieme, io e mio marito. E anche Cristina, adesso che è grande e giudiziosa, a volte dice la sua.”
“Il forno è come quello della mia Barbi?” diceva, infatti, la giudiziosa Cristina.
“Molto meglio, molto meglio,” rispondeva Barbara.
“E ci potrò giocare anch’io?”
“Certamente,” diceva Barbara, “Stai attenta alle spiegazioni che faremo adesso, poi chiedi alla mamma e vedrai che te lo farà usare.”
Una maestrina, timida e impaurita: “Sto preparando la lista di nozze, sarà materiale che si potrà acquistare anche successivamente?”
“Certo, lei fa l’ordine e noi le facciamo avere il materiale quando le è più comodo.”
“Anche mia figlia si deve sposare,” diceva un’anziana portinaia, “Sa, noi non possiamo troppo, ma se il prezzo è conveniente...”
Mario, che aveva finito di disporre tutto il materiale sul tavolo, oscillava tra un gruppo e l’altro, in attesa di entrare in azione, quando Ivan, lo squadrò, gli si avvicinò e gli disse, quasi sottovoce:
“Collega, eppure mi sembra di conoscerti! 1970, Emilia, i funerali di Papà Cervi... Tu quello con la bandiera rossa listata a lutto, accanto a Lucia, gran bella donna...”
“No, Ivan, ti sbagli.”
“Eppure!”
Finalmente cominciarono e Barbara, senza troppi preamboli, disposta di fianco a Mario, disse:
“Tutti vi chiederete che cosa stiamo per fare, o forse non ve lo chiedete affatto, sicuri di sapere la risposta. Sia ben chiaro che non siete costretti a comprare niente, vero Mario?”
“Verissimo!”
“Ma fareste un pessimo affare. Dove trovate un forno a microonde più compatto di questo?”
“Da nessuna parte,” ribadiva Mario.
“Non l’abbiamo acquistato noi stessi, alle stesse condizioni?”
“Noi stessi l’abbiamo acquistato, verissimo.”
“E non funziona a meraviglia?”
“Le brioches del mattino, precotte o surgelate, ne escono fragranti. É verissimo.”
“E il ragù così buono, rimasto da mezzogiorno?”
“Il ragù torna come nuovo, fumante e saporito come appena fatto.”
“Tu sai fare il ragù, Mario?”
“E che ci vuole, Barbara? Con tritatutto preparo il battuto, poi con il tegame che non attacca lo soffriggo, metto la carne, mezzo bicchiere di vino, butto il pomodoro a pezzettoni... ed è fatto.”
“Il tegame in-vero-inox che abbiamo qui?”
“Proprio quello.”
“Il tritatutto che vendiamo qui?”
“Proprio quello.”
“E a me non lasci fare niente? Fai tutto tu?”
“Tu fai le tagliatelle, con l’impastatrice automatica, metti uova e farina... e tutto è fatto!”
“Uova e farina... e tutto è fatto?”
“Certo! Imposti i tempi, il formato... e quella lavora per te. Ricordati solo di collocare il recipiente al punto giusto.”
“Il recipiente dove le tagliatelle saranno pronte per l’acqua calda?”
“L’acqua calda che io avrò preparato, mentre il ragù bolliva.”
“E quanto ci metteremo in tutto?”
“In tutto 40 minuti, ma i Rossi che verranno a farci compagnia crederanno che ci sia voluto tutto il pomeriggio, Barbara.”
“Davvero lo crederanno, Mario?”
“Certo, mentre io mi ero fermato in ufficio a lavorare e tu...”
“Ero stata dal parrucchiere. Ma dimmi Mario, quanto abbiamo speso per tutto questo?”
“Per le pentole, per esempio?”
“Per il set di pentole, piatti e posate per dodici, nonché tazzine da tè e da caffè in porcellana.”
“Un milione e 399000 per tutto il set, in comode rate da 99000.
“E per l’impastatrice, il frullitutto e il forno compatto?”
“Altre 799000.”
“Più di due milioni, insomma?”
“No, perché acquistando tutto in blocco il prezzo è di un milione e 999000, non una lira di più e la rata è sempre di 99000 senza interessi.”
“Mi hai convinto, Mario. E voi? Siete convinti?”
Non erano tutti convinti, ma tutti chiedevano informazioni ulteriori, che Barbara dava senza alcuna difficoltà, mentre Mario estraeva e rimetteva nelle scatole il materiale, lo montava, smontava e lo rimontava con abilità da prestidigitatore, prendeva nota delle ordinazioni comportandosi da perfetto e diligente impiegato.
Ma finalmente qualcuno disse: “Il pranzo è servito!”
Cinque tavolini erano stati uniti tra loro in una delle sale da pranzo, a formare così un unico tavolo, sapientemente apparecchiato: c’erano i tovaglioli arrotolati nei bicchieri, i grissini del tipo torinese sparsi qui e là insieme a piccoli panieri contenenti pane mignon di tipo ferrarese; c’erano le bottiglie di acqua minerale, frizzante o naturale, e il vino bianco o rosato per gli antipasti, rosso per il pranzo, in bottiglie da tre quarti già stappate. Un vaso con tulipani di vari colori a centro tavola e la musica diffusa, a volume moderato, da un paio di altoparlanti collocati strategicamente perché non si vedessero, completavano l’opera.
Tutti avevano preso posto, con Barbara e Ivan ai due capotavola, e cominciò l’andirivieni degli antipasti, tra olive e sottaceti, frutti di mare e insaccati, tartine e stuzzichini.
Mario, che non era riuscito a pulirsi bene le mani, si alzò per andare a lavarsele. Così si guardò allo specchio togliendosi gli occhiali che usava per la guida e che gli erano rimasti, dimenticati, appesi al naso. Si disse che aveva una brutta cera, ma soprattutto che aveva un’espressione che conosceva bene: come fosse stanco, o annoiato e a disagio, con la voglia di scappar via; come fosse stufo di tutto e di tutti, stufo anche di se stesso, con un desiderio insopprimibile di evadere, verso un riparo, dove stare quieto, senza parole e senza luce, senza rumore e senza immagini, muto; come se il mondo fosse diventato un disturbo, i sensi il veicolo di informazioni che risultavano tutte immancabilmente sgradite, fossero suoni o fossero colori, o infine profumi.
Quando ritornò al suo posto l’uomo si accorse che Mariolino si era seduto proprio davanti a lui e gli parve che, nonostante la fame, anche il ragazzino avesse sul viso la stessa espressione vacua, senza desideri che non fossero quelli di fuggire.
Mariolino aveva sulla destra Cristina, sulla sinistra sua madre. Di fianco alla bambina c’erano i suoi due genitori, l’impiegato e la casalinga, infine a capotavola Barbara. La madre del ragazzino era seduta accanto alla vecchia signora, che a sua volta aveva sulla sua sinistra il veterano, quindi il pensionato, quindi Ivan, l’autista. L’anziana portiera, la maestra in vacanza si erano invece disposte vicino a Mario, con la coppia di anziani sposi.
Tutti parlavano tra loro, passandosi l’acqua e il vino, scambiandosi pane e grissini, ma non si limitavano a questo: alcuni di loro, il veterano e Ivan da una parte, il genitore di Cristina e Barbara dall’altra, avevano iniziato una conversazione che, partita da “Che bella giornata oggi,” “Che peccato non aver fatto il giro turistico,” era giunta da considerazioni urbanistico-storiche a valutazioni urbanistico-politiche sulla ridente cittadina e in generale sulle ridenti città del nostro paese. Alcuni, sul lato di Barbara, evidenziavano la necessità dell’autonomia locale, finanziaria oltre che amministrativa; altri, sul lato di Ivan, parlavano della necessità di una gestione oculata della qualità della vita e di trasparenza amministrativa, che tenesse conto dei cittadini e dei lavoratori che vi abitavano innanzi tutto, prima ancora dei risultati possibili per il turismo o lo spettacolo. Da questi due poli, che Mario seguiva alternativamente, ma con scarso interesse, si propagava un’argomentazione di raro spessore, che si fuse in un unico dibattito.
C’era chi, dal lato di Barbara, arrivava a dire che tutto il guaio risiedeva nell’accentramento e nello statalismo di ‘Roma Ladrona’; mentre altri, dal lato di Ivan, sottolineavano come il problema fosse piuttosto quello della ‘Razza Padrona’ che piegava ogni cosa alla ‘logica del profitto’. E fu così per tutto il pranzo, durante il primo, anzi i primi, durante i secondi, e si trascinò fino al grappino, all’amaro e al caffè.
Mario, che aveva mangiato più del solito ed era disabituato a questi pasti pantagruelici, fu preso da una certa sonnolenza e sentiva, ormai, le parole ‘Roma Ladrona’ e ‘Razza Padrona’ come fossero un tamtam lontano mille miglia, che si trasformava in una ninnananna vicinissima sussurrata da una fata, oppure anche nel rollio ritmato di un treno. Ecco che poggiata la testa sul palmo della mano l’uomo, dietro le lenti degli occhiali, piano piano chiudeva le palpebre.
Intanto Mariolino chiedeva per la millesima volta a sua madre i soldi per usare il videogioco posto all’ingresso del locale. La donna era stufa di prendere e riprendere la borsa per cercare il borsellino e lo disse chiaramente a suo figlio. Furono i suoi strilli a risvegliare l’uomo, che, quando si rese conto di che cosa si trattava, osò intervenire: “Lo lasci giocare, gli dia pure il portamonete. Quando avrà finito i gettoni tornerà a portarglielo.”
La donna, forse perché curiosa di come sarebbe andata a finire la discussione, di quale delle due tesi sarebbe prevalsa, rispose: “E va bene, per una volta voglio fare come dice lei. Spero di non dovermene pentire.”
L’uomo mostrò un debole sorriso di circostanza e non commentò, riprendendo a seguire con la mente il ronzio degli slogan, addormentandosi.
“Mariolino? Mariolino dove sei?”
Si sentiva per tutto il locale gridare il nome del ragazzino. Era sua madre, ma era anche tutta la comitiva, che abbandonato il tavolo delle delizie gastronomiche si aggirava con fare turbolento per tutto il locale.
“Mariolino, dove ti sei nascosto? Mariolino, vieni fuori! Mariolino, rispondi!”
Mario fu svegliato da questo trambusto, mentre ben sapeva, anche nei più recessi ambiti del suo inconscio, come la tesi di ‘Roma Ladrona’ non poteva che prevalere su quella della ‘Razza Padrona’, con buona pace di Ivan e di quelli come lui. Stava per stirare le braccia e per stropicciarsi gli occhi, che l’istruttore, feroce come una tigre, gli montò quasi addosso.
“Razza di idiota! Pezzo di imbecille!”
L’uomo non ebbe nemmeno il tempo di balbettare qualcosa, come dire: “Che succede?”, perché la tigre azzannava sempre più forte.
“Cretino incredibile! Idiota che non si può immaginare l’eguale! Hanno rapito il ragazzo! Hai capito, scemo che non sei altro? Lui aveva i soldi e il negro davanti alla porta se l’è portato via.”
“Quali soldi? Quale negro?”
“Il negro, il negro che vendeva cianfrusaglie, gli ha visto il borsellino e sono scomparsi.”
Per tutto il locale era un gran vociare, “Chiamiamo la polizia! Chiamiamo i vigili!” e tutti si accalcavano davanti al telefono dove la madre di Mariolino cercava di prendere la comunicazione.
Ivan cercava di calmare gli animi, ma c’erano persone veramente inferocite e la bambina che strillava. Barbara, poi, non smetteva di insultare Mario: “Lo capisci che è colpa tua, deficiente?”
“Colpa mia? E perché?”
“Chi ha detto di dare al bambino il portafogli? Tu sei stato! E così, ammesso che tutto vada a finir bene, vedrai è andata a pallino anche la vendita. Idiota!”
“Intanto troviamo il ragazzo.”
“Cosa vorresti dire con ‘troviamo il ragazzo?’ Il ragazzo lo troveranno i vigili, tu non ti muovi di qui. Noi li raggiungiamo appena arrivano con l’autopattuglia. Ivan ci porta tutti al comando. Tu resti qui con il materiale e cerca di non combinare altri guai.”
Così fecero e l’uomo restò solo, tra gli sguardi di commiserazione e di disprezzo dei ristoratori.
Frastornato dagli insulti di Barbara, ingiusti e comunque eccessivi, Mario non era nemmeno riuscito ad alzarsi dal suo posto a tavola e guardava in direzione della sedia che occupava il bambino durante il pranzo. Mariolino, che ora era scomparso, che forse era stato rapito. Rivedeva sua madre che non voleva dargli i soldi per giocare, e lui, con il fare insistente tipico dei ragazzini, chiederglieli; capiva che forse a Mariolino non interessava il videogioco: era evadere da lì, dalla discussione e dalla tavolata in cui si sentiva a disagio. L’uomo lo pensava con la soddisfazione del cibo in bocca e l’amaro della conversazione nelle orecchie; lo pensava figlio unico di una madre che, se non stava guardando la televisione, a tavola parlava continuamente di quanto lui fosse disubbidiente, di come la facesse disperare; pensava come per Mariolino fosse ogni giorno lo stesso: minestra e rampogne, rampogne e minestra. Ed ebbe un’idea, che poteva rivelarsi quella buona.
Si alzò, si scusò con il gestore del locale, che lo guardava storto e uscì.
“Dove va?” chiese quello.
“Vado a raggiungerli al commissariato,” rispose l’uomo.
Ma quando vide Mario imboccare una strada a destra, il ristoratore gli urlò dietro: “Guardi che la strada non è di là.”
Mario però non lo ascoltava nemmeno e si diresse verso la stazione. Dopo alcuni giri la trovò in una bella piazza. Parcheggiò la portaerei in un angolo e al vigile che già si avvicinava per multarlo chiese di avere il permesso di dare un’occhiata in sala d’aspetto.
Lì, con un gelato in una mano, il borsellino nell’altra, stava Mariolino seduto. Guardava i cartelloni di improbabili città da raggiungere appesi alle pareti, con il suo biglietto, con il suo gelato e con il suo borsellino.
Quando il ragazzo si accorse dell’uomo, disse solo, con fare superiore:
“Sei arrivato, finalmente.”
“Sapevo che eri qui.”
“Vieni con me?”
“Dipende da dove vai.”
“A Venezia, a vedere le gondole.”
“E il Canal Grande, il Ponte di Rialto, San Marco, no?”
“Io voglio vedere le gondole e voglio fare un giro in gondola.”
“Non sei mai stato in gondola?”
“Mai.”
“Allora possiamo andare a Venezia anche con la mia automobile.”
“Non possiamo andare con la tua automobile: Venezia è sull’acqua.”
“Bravo, ma noi ci fermiamo con la macchina nel piazzale della Stazione e prendiamo il vaporetto.”
“Io voglio andare in gondola!”
“Va bene, parcheggiamo l’automobile e prendiamo la gondola.”
“E la mamma?”
“Lei la lasciamo qui. L’avvertiamo che facciamo una gita per conto nostro e la lasciamo qui.”
“Non ci permetterà mai! Meglio scappare insieme con il treno. Arriva tra 10 minuti.”
“Ma fa tutte le fermate! Noi con l’autostrada facciamo prima. Alla mamma non diciamo niente e ce ne andiamo.”
“E poi?”
“Le telefoniamo quando siamo arrivati, da Venezia. Le diciamo che poi torneremo.”
“Parli tu, però.”
“Mi chiamo Mario anch’io, ascolterà!”
“E non ti potrà chiamare ‘Mariolino’!”
L’uomo si alzò. Lasciò che il ragazzo finisse di mangiare il gelato nella sala e si diresse verso il vigile. Spiegò la situazione, ma non fu facile perché intanto quello stava già applicando la multa. Mario gli disse che poteva mettere la multa che gli pareva, ma che doveva avvertire il comando: era stato ritrovato il bambino scomparso, stava bene e adesso si trovava al sicuro, alla stazione, con loro. Il vigile, finalmente si decise e chiamò il comando con il radiotelefono, ma poi voleva prendere in consegna il ragazzo.
“Non c’è bisogno,” diceva Mario.
“Guardi che ho ordini precisi. Dobbiamo aspettare la pattuglia e io personalmente devo consegnarlo.”
“E chi dice niente? Lei aspetta un po’ più distante, non gli dà la sensazione che sia in stato di arresto, tutto qui. E poi è importante che il bambino arrivi al comando in macchina con me.”
“Non sarà possibile.”
“Si fidi di me. Non rendiamogli traumatico il ritorno: ci ha solo provato, è piccolo.”
“E va bene. Lei lo fa salire in macchina e aspetta la pattuglia. Io vi guardo come se niente fosse, ma poi se la vede lei con i graduati: se vogliono anche loro, la scorteranno al comando.”
L’uomo tornò in sala d’aspetto e chiamò il ragazzo.
“Vieni, Mario?”
“É appena arrivato il treno. Lo prendiamo?”
“Il treno? Noi lo supereremo.”
“Con la tua macchina lo puoi superare?”
“Vieni a vedere il contachilometri. E poi, pensaci, noi non dobbiamo fare tutte le fermate.”
E così il ragazzo e l’uomo salirono in macchina, ma si erano appena seduti che arrivò l’autopattuglia e ne saltò fuori Ivan, che subito si infilò in macchina dietro a Mariolino. Quando il bambino si accorse di lui, guardò Mario e disse: “Mi hai ingannato!”
“No. La prossima gita la faremo proprio a Venezia, te lo prometto. E tu starai in macchina con me.”
“Davvero? E ti aiuterò con le scatole?”
“E mi aiuterai con le scatole.”
Ivan, accendendosi uno dei suoi puzzolentissimi sigari, volle intervenire: “Allora Mariolino, fuggiasco del mattino!”
“Lascialo stare,” disse Mario.
“Eh, no. Non lo lascio stare.”
Poi, a Mariolino: “Quando vuoi scappare un’altra volta chiama Ivan! Sulla sua Harley Davidson ti porta dove vuoi, ma non inguaiare la povera gente.”
“Hai la moto?”
“Sì, Ivan, il tuo autista, ha la moto! L’unica che esista al mondo e con quella è stato fino in America, sai?”
“Sei stato in America con la moto?”
“Ma non ho fatto come Colombo, ho fatto come Marco Polo. Allungando un po’ sono arrivato sulla costa del Pacifico. Ah, ragazzi, che avventura! Ma avevo trent’anni, non nove, come te.”
Poi, rivolto a Mario: “Avresti dovuto vedere Abdur, poveretto.”
“L’hanno trovato?”
“L’hanno trovato, certo! Stava al Duomo.”
“L’hanno trattato male?”
“Male? E il permesso di soggiorno di qui, e le botte di là, e il sequestro della sua roba di su, e le accuse e le minacce di giù. Non ti sto a dire quel ragazzo, piangeva, ‘Bambino ‘taliano io non vedo, bambino ‘taliano io non toccato.’ Ma non lo credeva nessuno. C’era un graduato che faceva la faccia dura, la madre del ragazzo che era disperata e il graduato che faceva la faccia dura: ‘Sei sempre in giro, ti conosciamo. Spacci fumo.’ ‘Niente sigarette, solo ‘rologi e portachiavi, niente sigarette.’ ‘Non fare finta di non capire, Abdur, ti conosciamo.’ E non era vero niente. ‘Voi sbagliato,’ diceva Abdur, ‘io accendini, collanine, bracciali, niente fumo, niente sigarette, niente di niente.’”
Poi, rivolto di nuovo al ragazzo: “Non lo devi fare più, Mariolino!”
Rispose Mario al posto del ragazzo: “Non lo farà più. La prossima gita lo porto in macchina con me, vero Mariolino?”
“No, vado in moto con Ivan,” disse Mariolino.
“Allora io guido il pulmino e Ivan ci fa strada con la moto,” concluse l’uomo.
Poi a Ivan: “E Barbara?”
“Barbara se ti prendeva ti mangiava.”
“Ma si è calmata?”
“Adesso si è calmata, ma dice che porti sfiga, che non era mai capitato, che tu porti sfiga.”
“Lo dice perché è arrabbiata. E il graduato?”
“Sembrava dispiaciuto di non poter mettere dentro Abdur. Aveva già comunicato tutto al comando di polizia. Gli daranno il foglio di via. Il suo permesso è regolare, almeno per un mese ancora, ma credo che lo rispediranno via. A meno che, nella commozione generale, visto che si tratta davvero di un bravo ragazzo, alla fine non lo aiutino persino. In Italia le cose vanno così: ci sono le leggi, ma poi ognuno fa come vuole.”
Quando Ivan, il bambino e Mario arrivarono al comando, la madre di Mariolino si avvicinò al ragazzo con l’intenzione di dargli un bacio, di stringerselo al cuore e di riempirlo di botte. Quest’ultima cosa gli fu evitata da Ivan, da Mario e dalla vecchia signora. Nel momento in cui tutti, usciti dal commissariato, stavano risalendo sul pullman, Barbara, visibilmente emozionata, si avvicinò a Mario, che si avviava alla sua vettura, e disse: “Ti devo le mie scuse.”
“Di niente, Barbara. Date le circostanze ti capisco.”
“E vorrei riparare, se mi permetti.”
“La prossima volta andrà meglio. Riparerai così.”
“Voglio riparare questa sera. Ti voglio portare fuori a cena.”
“Ma faremo in tempo?”
“La gente non ha più voglia di stare in giro. Tutte le emozioni di oggi l’hanno stancata. Sono anziani e adesso hanno solo voglia di tornare a casa. Tra l’altro, quando è arrivata la notizia che il ragazzo era stato ritrovato, hanno acquistato tutto. Non abbiamo mai fatto una vendita migliore.”
“Bene. Questa è una buona notizia e ti avrà calmata.”
“Davvero, pensavo che portavi sfiga!”
“Me l’ha detto Ivan.”
“Ivan è una linguaccia! Adesso non lo penso più. Corri a casa, non badare a noi e fatti trovare per le sette e mezza, ti porto in un buon posto.”
“É un ordine, signor istruttore?”
“Sì, stupido!”
Mario, tornato a casa, si era lavato facendosi una doccia calda. Profumato e lindo si era persino rifatto la barba. Poi, si era cambiato la camicia, la cravatta e le scarpe, e infine, nel suo vestito chiaro, aspettava l’arrivo di Barbara. La ragazza fu puntuale. Alle sette e trenta squillò il citofono e quando lui rispose, lei disse solo: “Scendi che ti aspetto.”
L’uomo infilò l’impermeabile, chiuse la porta di casa e fu sul marciapiede.
“Sali,” disse lei, aprendo la portiera della sua utilitaria.
“Mi porti tu?” chiese Mario.
“Ti porto io, ti porto io.”
“Poi, però, mi riporti.”
“ Poi, vedremo, Mario,” disse Barbara e avviò il motore.
“Cosa vuoi mangiare?” disse l’uomo.
“Ah, no! Sei mio ospite! Mangerai tu quello che vorrai, nel locale dove io ti porterò.”
“Io m’accontenterei di un’insalata.”
“Vuoi farmi risparmiare?”
“No. Ho mangiato troppo oggi. Non vorrei addormentarmi di nuovo.”
“Non ci sono bambini, questa volta, non avresti da temere i miei rimproveri. Se t’addormenti, chiederò aiuto a un cameriere, ti caricherò in macchina e ti lascerò dormire in box.”
“Quanto riguardo! A cosa lo devo?”
“Forse mi piaci, ecco perché.”
“Ti piace un ‘irresponsabile cretino’?”
“Ti ho detto così?”
“Come no? ‘Irresponsabile’, ‘cretino’ e ‘incredibile idiota’, erano i termini più teneri.”
“Ho parlato male anche di tua madre?”
“Di lei no, per la verità. Devo considerarlo un complimento?”
“Naturale. Se ti avessi voluto davvero offendere, non avrei certamente risparmiato né tua madre e nemmeno il tuo intero albero genealogico.”
“Sei così cattiva?”
“Terribile, altro che cattiva,” disse Barbara, e rise.
Anche Mario rise, e tacque per un po’.
Quando arrivarono al ristorante, un locale garbato, pieno di piante e di fiori, subito un cameriere prese tra le mani il soprabito a Barbara e l’impermeabile dell’uomo, dicendo: “Il suo solito tavolo, signorina?”
“Sì, grazie Giorgio,” disse lei.
Giorgio fece un gesto verso un angolo della sala, dove c’era un tavolo seminascosto da una bella pianta.
“Ti piace questo locale, Mario?”
“C’è bisogno che lo dica, Barbara?”
“Non c’è bisogno. Cosa vuoi mangiare?”
“Magari una di queste insalate. Il menu dice che sono ‘sfiziose’. Le conosci?”
“Sono buone, Mario. Una qualsiasi va bene. E da bere, cosa vuoi?”
“Del vino bianco, grazie. Sei gentilissima.”
“Non sei mio ospite?”
“Ma non siamo a casa tua. Sei sempre così cerimoniosa?”
“Vorresti venire a casa mia?” disse lei.
“Ti piacerebbe?” ribatté l’uomo.
“Rispondi sempre alle domande con altre domande, Mario, o lo fai solo con me?”
“Ti conosco appena, cosa significa ‘lo fai solo con me’?”
“É una tattica, allora?”
“Una tattica di che? Ci sono le tattiche?”
“Le tattiche e le strategie, non è come la guerra il rapporto tra i sessi?”
“É così per te?”
“Per te no?”
“Sono pacifista.”
“Pacifista opportunista o pacifista ingenuo?”
In quel mentre tornò Giorgio, e chiese: “Cosa volete che vi porti?”
Barbara disse: “Domandi a lui. A me andrà bene la stessa cosa, mi fido dei gusti del mio ospite e della vostra cucina.”
Mario guardò la ragazza sorridere, Giorgio ammiccare, e chiese:
“Quale di queste insalate mi consiglia?”
“Sono tutte buone. Vuole quella con la rucola?”
“Vada per la rucola. E poi del vino bianco fresco.”
“Del Verdicchio va bene o preferisce un Pinot?”
“Un Pinot forse è meglio. Che ne dici, Barbara?”
“Se piace a te, piace anche a me.”
L’uomo distolse lo sguardo dalla ragazza, fissò il cameriere e commentò: “Lei la conosce: fa così, ma è solo per prendermi in giro.”
“Si sbaglia, mi permetta,” rispose Giorgio, “Se l’ha portata qui da noi, non la prende in giro.”
“Devo fidarmi, allora?”
“Come di se stesso.”
“Grazie Giorgio,” intervenne Barbara, “C’è bisogno ogni tanto di un complimento sincero.”
“Dovere, signorina Barbara, dovere.” concluse il cameriere e se n’andò.
“Ti trattano davvero bene, qui. Ci vieni spesso?”
“Sì, quasi tutte le sere.”
“Come mai? Non ti piace cucinare?”
“Mi piace sì, però mi piace di più farmi servire.”
Mangiarono l’insalata con la rucola, bevvero il Pinot fresco e infine, dopo un dessert e un caffè, uscirono.
Quando furono in macchina, Barbara disse: “Non ti sei addormentato, questa volta.”
“Merito tuo.”
“Vuoi ancora venire a casa mia?”
“Volevo venire a casa tua?”
“Credi di essere spiritoso?”
“Io non credo nulla. Fai tutto tu, ti sembra giusto?”
“Allora desideri che ti accompagni a casa e restare così un qualsiasi collega di lavoro? Vuoi fare così, signor pacifista?”
“Non è una posa, la mia. Voglio solo capire se accontentare un tuo capriccio sia proprio quello che desidero anch’io. O ti ritieni così irresistibile da...”
“Ho capito,” lo interruppe Barbara, “Fai il pezzo di ghiaccio per darti delle arie. Li conosco quelli come te, tutti ipocriti! Chiudi bene la portiera che ti accompagno a casa.”
“Non so dov’è la sicura, mi mostri dove?”
Barbara si sporse verso di lui per abbassarla e Mario la prese tra le braccia e la baciò, dapprima leggermente, su una guancia, poi, visto che lei non si muoveva e lo guardava fisso negli occhi, provò la bocca. Si dischiuse, quel tanto a dargli un assaggio, ma non lo incoraggiò. Lui lasciò un po’ la presa e chiese: “É un bell’appartamento, il tuo?”
“Carino. Vuoi vederlo?”
“Sì, mi farebbe piacere.”
“Guarda che sei tu a volerlo, non ti costringo.”
“Sono io a volerlo, d’accordo. Non mi costringi,” disse l’uomo e la baciò ancora tra i capelli.
Giunsero circa dieci minuti dopo in una viuzza stretta, dove palazzi a tre piani, con ampio giardino sul davanti e posto macchina sul retro, ospitavano una mezza dozzina di appartamenti. In uno di questi palazzi entrarono e all’ultimo piano si trovava l’appartamentino di Barbara.
Lei aprì, accese la luce e si lasciò togliere il soprabito, dicendo: “Dammi anche il tuo impermeabile e siediti, mentre ti prendo qualcosa da bere.”
Mario eseguì, quindi, una volta seduto su di un bel divano, cominciò a guardare intorno a sé. C’erano piante dappertutto, dal pavimento si alzavano superbe o sospese pendevano dal soffitto maliziose. Erano tante, colorate e vive e si imponevano su tutto: sui mobili moderni, in vetro e metallo, sui bei quadri appesi alle pareti.
“Mettiamo un po’ di musica?” suggerì l’uomo, quando Barbara ritornò con i bicchieri in mano.
“Che musica ti piace, Mario?”
“A quest’ora dei ballabili vanno bene.”
“I successi dell’altro ieri, oppure qualcosa di moderno?”
“Quello che ti pare.”
Lei mise dei vecchi successi rifatti e si sedette accanto a lui.
“Ti piace la mia casa?”
“Sì. Posso fumare?”
“Socchiudi la finestra, per piacere.”
Lui lo fece, e quindi: “Ci vivi da molto tempo?”
“Da cinque anni. Ma tre anni fa l’ho fatta ristrutturare. Non era così quando ci ero venuta.”
“E com’era?”
“Più simile ad un appartamento normale, con il corridoio e le stanze disposte a destra e a sinistra. Io l’ho trasformata in due ampi locali più servizi. Un appartamento più adatto ad una persona sola.”
“Difficile pensare a te come ad una persona sola.”
“Perché? Tante sono come me.”
“Deluse dagli uomini?”
“Deluse del genere umano, piuttosto. Gli uomini, intesi come maschi, vanno anche bene. É la natura umana che non funziona.”
Era seduta accanto a lui e gli aveva preso una mano. Giocava con le dita di lui e gli diceva: “Vuoi vedere la camera da letto?”
“Ascoltiamo un po’ di musica, prima. E illuminiamo meglio questa stanza.”
Quando lei tornò a sedersi, la luce era rosata e proveniva da una lampada disposta ad angolo, seminascosta da una grande pianta. Mario lasciò il bicchiere, si avvicinò, e quando fece per baciarla, lei lo guardò fisso e disse: “Sei ancora in tempo. Se non ti va, te ne puoi andare. Ti chiamo un taxi e te ne vai.”
Lui non le dette retta e la baciò. Lei tremava un poco, ma lo cercò con una mano e frugò tra i pantaloni. Quando lui si staccò, lei riprese a parlare, mentre con la mano l’accarezzava: “Davvero, puoi andartene se vuoi.”
Mario taceva, le sorrideva, ma non faceva nulla: non la baciava, non ricambiava le sue carezze.
“Te ne vuoi andare?” diceva Barbara.
E lo accarezzava, su e giù, sempre più energicamente. L’eccitamento di lui la incoraggiava e la mano di lei cominciava a slacciare i pantaloni, mentre la sua bocca diceva: “Vattene, se vuoi. Vattene via!”
Mario sempre taceva, non ricambiava le sue carezze, e si limitava a guardarla.
“Dì qualcosa!” sbottò Barbara.
“Taci, stupida e baciami,” disse Mario, “Baciami sulla bocca!”
Lei sorrise, si protese verso di lui e lo baciò stavolta con trasporto, frugandolo con la lingua ogni dove, mentre lui, finalmente, l’accarezzava.
Il seno di lei era gonfio, vivo sotto le sue dita. Lui le aprì la camicetta, le slacciò il reggiseno e quando lei rimase così, con il busto nudo, erano i capelli, lunghi, sciolti che la coprivano.
La musica in quel momento si interruppe, e loro, vestiti a metà, lui quasi senza pantaloni, lei senza camicia, si scoprirono ridicoli.
“Vuoi sentire ancora qualcosa?” chiese lei.
“No, tu?”
“Vuoi farlo qui sul divano?”
“Meglio sul letto, non credi?”
Lei gli diede un bacio, lieve sulle labbra, e disse, prendendolo per mano:
“Vieni, allora.”
“Hai una sigaretta?” chiese Barbara.
“Credevo non fumassi.”
“Ogni tanto lo faccio. Ne hai una per favore?”
Quando Mario gliel’accese, lei non accennò nemmeno un sorriso, si girò di lato e si mise a fumare guardando la Luna che faceva luce da una finestra.
“A cosa pensi adesso?” chiese Mario.
“Preferisco non dirlo. Perdonami.”
Mario si alzò, si servì da bere e quando tornò disse: “Sei molto bella, sai?”
“Lo so, Mario. Sono molto bella.”
“Io non molto invece, vero?”
“Dovresti solo dimagrire un po’.”
“E avere qualche anno di meno.”
“Vuoi fermarti a dormire?”
“Vuoi che me ne vada?”
“Non rispondere a una domanda con una domanda! Vuoi fermarti, o no?”
“Solo se la cosa ti fa piacere.”
“Oh Dio, Mario! Se non mi faceva piacere ti avrei già detto di andartene.”
Mario si alzò e fece l’atto di rimettersi i vestiti.
“Resta, stupido!”
“Sei tu che me lo chiedi. E non chiamarmi stupido!”
“Scusami tanto, signor stupido. C’è un pigiama nell’armadio. Un pigiama maschile. Prova se ti va.”
“Preferisco buscarmi un raffreddore.”
“Non fare lo scemo. Domani dobbiamo fare rapporto, non puoi presentarti raffreddato.”
“É al pigiama che pensavi? Alla persona che lo porta?”
“Alla persona che lo lascia qui, che se lo mette quando vuole e a me che non lo butto dalla finestra.”
“Ahi, ahi, ho toccato un brutto tasto!”
“Sì. Vedi? Era meglio non parlarne. Non fare tante storie e mettitelo. Lo fanno tutti.”
“Io non sono tutti.”
“Già, lo so. Tu sei Mario, il nuovo acquisto della ditta, quello che è capace di ritrovare i bambini anche quando i vigili non ci riescono. Tu sei l’eroe!”
“No. Io sono una persona con cui hai fatto l’amore sperando che fossi un’altra, tutto qui. Non ero quell’altra, mi dispiace.”
“Tu non sai nulla. Dovevamo sposarci.”
“E poi magari separarvi, dopo qualche anno, con un figlio o una figlia da tirare su e che vi avrebbe tenuti legati tutta la vita.”
“É la tua situazione?”
“É la mia situazione.”
“E non è meglio che non aver avuto nulla?”
“Non so.”
Mario prese una sigaretta a sua volta: “La fumo e me ne vado.”
“Non voglio che te ne vai. Mi sei piaciuto.”
“Anche tu. E con questo? Domani mi spunterà un brufolo sul naso, avrò la barba lunga, sarò completamente spettinato, gli occhi saranno cisposi, e mi odierai. Meglio che me ne vada.”
“Occorre tutto questo restauro la mattina?”
“Altro che! Perdo più tempo di una mondana a fare toilette, al mattino. Sono spaventoso, al mattino.”
“Magari mi ci abituo.”
“Se non fossi innamorata di un altro, forse lo accetteresti, almeno per un po’. Ma non è così. Finisco la sigaretta e me ne vado.”
“Sei orgoglioso, Mario.”
“No, Barbara. Ho qualche brandello di dignità, e lo difendo con i denti, tutto qui.”
“Altri si sarebbero messi il pigiama di corsa.”
“Altri.”
“Altri cercherebbero di impostare una storia con me.”
“Altri.”
“Altri sarebbero meno stronzi di te!”
“Sbagli, altri sarebbero più stronzi. Tu domani ne saresti felice, dopodomani e forse il prossimo fine settimana, anche. Poi soffriresti. Liberati, prima! Butta via quel pigiama! O comprane uno tu, scelto da te. E proponi quello.”
“Dammi un’altra sigaretta.”
“Sto andando via. Ti fanno male.”
E andò verso il divano, dov’erano rimasti i pantaloni. Quindi, infilandosi la camicia, disse: “A che ora domani?”
“Fermati! Non te lo buschi il raffreddore, ti tengo caldo io.”
“Me lo busco invece, ed io domani ho bisogno della mia provvigione.”
Lei gli prese la mano e il lenzuolo si sfilò rivelando la bellezza perfetta del suo seno, della sua vita piatta: “Non mi lascio liquidare così.”
“Stanotte c’è la Luna, non è buona consigliera. Io non liquido nessuno, figurati. Sono un pover’uomo pieno di guai, te l’assicuro. Domani ci vedremo ancora e forse mai più. Scusami.”
Le diede un bacio e se ne andò. Da una cabina telefonò a un taxi.