Ironico destino
(Domenico Ippolito)
“Daniel non arriva...” disse Linda, dopo aver spostato un po’ le tendine bianche ricamate a fiori e aver dato un’occhiata alla strada sottostante, dove la gente camminava tranquilla. Mi avvicinai e le accarezzai la mano. Diciotto anni di matrimonio festeggiati a marzo e andava sempre meglio!
“Sarà in ritardo il treno – dissi per tranquillizzarla – . Fra poco...”. Lo squillo del telefono m’interruppe. Linda fu più veloce di me, allungò una mano e rispose.
“Pronto?... Daniel... sei tu?” cominciava stranamente ad agitarsi per nostro figlio. “Cosa c’è?” chiesi. Lei non rispose. Mi guardò per un attimo intenso, senza capire. I suoi occhi cominciarono a guardare di qua e di là, probabilmente senza neppure vedere le cose che erano davanti a lei. Mi avvicinai di nuovo e le strappai la cornetta di mano; se era uno scherzo, meglio che lo avessero fatto a me: sapevo bene come rispondere! Sentii soltanto un respiro affannoso, dolorante.
“Pronto?...”. All’altro capo del filo c’era Daniel, e stava ansimando terribilmente! Impallidii. Gli chiesi più volte cosa fosse successo, ma non rispose. Ogni mancata risposta per me era una pugnalata al cuore!
“Daniel, rispondi!” lo esortai. Inizialmente, cercai di usare un tono il più tranquillo possibile; ma era lui che continuava ad ansimare in un modo straziante, e quel respiro dolorante mi faceva sempre più male! Mi girai per non guardare Linda. Ancora nessuna risposta. “Daniel... sei ferito? Ti hanno picchiato? Ti hanno investito? Sei in ospedale? Sono io, papà…” Solo un ansimare più cupo, che mi ferì più a fondo: possibile che non avesse neppure la forza di spiegarmi, di chiedere aiuto?! Gridai il nome di mio figlio, e quando sentii riagganciare, mi si gelò il sangue nelle vene! Non sapevo neppure cosa dire a Linda. Mi sentii impotente, in quei pochi attimi struggenti.
“Non può essere stato rapito; non siamo ricchi!”. Anche in quei momenti di panico, mi guardai bene dal dire a Linda che avevano rapito da poco un giovane della stessa età di Daniel, per strappargli gli organi, sembra, e poi lo avevano abbandonato sulla strada. Dove cercarlo? Bisognava fare presto! Chiamai il “113”.
“Lascia libero il telefono: potrebbe telefonare di nuovo!” m’implorò Linda.
“Polizia” la voce arrivò prima che potessi riattaccare. Senza riprendere fiato, spiegai che avevo ricevuto quell’angosciante telefonata.
“Questo è il “113”; deve telefonare al “112”. Spiegai la stessa cosa al “112”. “Qui è Torino; la metto in comunicazione con...” Mi avevano messo in attesa prima ancora che avessi avuto il tempo di protestare! Io chiedevo solamente di far controllare quei maledetti ottocento metri che separano il liceo “Giolitti” dalla stazione di Bra. Riposi il telefono di getto e corsi a prendere la macchina. In stazione a Carmagnola città tutto era regolare, il treno era partito ed era arrivato in perfetto orario. E allora, dov’era Daniel? Quel respiro pieno di dolore mi ritornò in mente, ferendomi ancora una volta. Calma. Bisognava mantenere la calma! E riflettere. Dove poteva essere in quel momento? Nell’atrio della stazione c’era un telefono. Inserii la scheda dopo aver tolto il triangolino con mano tremante. Posai la cornetta ancora prima di aver formato il numero: Linda stava correndo verso la stazione. Io le corsi incontro. Nella fretta, dimenticai di ritirare la scheda telefonica. Amen! Qualcun altro ne avrebbe fatto uso. D’altronde, anche a me era capitato di trovare una scheda non mia una volta, e l’avevo usata; faceva funzionare il telefono proprio come tutte le altre schede che avevo comprato io!
“Qualcuno l’ha visto su una panchina, qui in stazione!”
“Presto! Tutte le panchine, e il sottopassaggio, e i bagni... Presto!” Niente! Poi Linda lo vide: era su una panchina, vicino alla cabina telefonica di fronte alla stazione, piegato in due dal dolore. Respirava a fatica. Ma non sembrava in pericolo di vita, e poi ora sapevo dov’era e lo avrei potuto soccorrere! Mentre correvo a prendere la macchina, sentii imprecare un giovanotto del volontariato, perché voleva chiamare un’ambulanza e il telefono di quella cabina pubblica non funzionava. Nessuno che avesse ancora un telefono cellulare, a quel tempo. Venti secondi dopo, stavo già correndo in auto verso l’ospedale. Trascorsero tre quarti d’ora, prima che lo visitassero, al pronto soccorso. Certamente, c’era gente che stava peggio di Daniel, in quello strano primo pomeriggio affollato. Nell’attesa che arrivasse il suo turno, le cose presero la loro giusta dimensione. Daniel, con un filo di voce, spiegò che aveva telefonato per avvisare che non riusciva a camminare e gli mancava il fiato per il mal di schiena. Nessuno aveva risposto e aveva riagganciato. Lo tranquillizzai. Poi, ricollegando la mancata telefonata del volontario dalla stessa cabina vicino alla stazione, capii.
“Tu non hai sentito noi?” chiesi, incredulo. Non volevo credere a quello stupido scherzo del destino. Daniel non si era accorto che avevamo ascoltato i suoi lamenti strazianti!
“Stai tranquillo, ora” disse mia moglie, facendogli appoggiare la testa sulla propria spalla per farlo riposare. Ricacciò indietro una lacrima. Poi chiamarono finalmente per la visita “urgente” e Linda entrò in sala visita insieme con lui. Nel frattempo, ritelefonai al “112” per tranquillizzarli. Una voce interna cercava di strapparmi di mano la cornetta. Tranquillizzarli per cosa? La zittii prontamente!
“Lombalgite acuta. Un po’ di riposo e un antibiotico e starà come prima...” La voce della dottoressa per Linda era un balsamo insostituibile. E lei finalmente sorrise, stanca, sfinita.
Una telefonata, allunga la vita? Forse; sicuramente non quel giorno e non a noi!