Invito alla lettura

(Gaetano Grasso)

 

 

Era estate ed era un periodo che non riuscivo a leggere nulla di nulla. Mio cugino sapeva di questa mia difficoltà, e così un giorno mi chiese: “Nemmeno i gialli?”

Io risposi: “Beh no, ogni tanto un giallo riesco a leggerlo. Ma spesso sono troppo lunghi e troppo noiosi.”

“E se tu provassi con dei racconti?” continuò lui, mettendomi tra le mani due volumetti.

“Grazie,” dissi io, “Chissà che per merito tuo non mi diverta.”

Erano le prime pagine di Chandler che avevo occasione di leggere, e mi avvicinai a loro proprio come vi stavo dicendo, credetemi, con l’aria annoiata e un po’ assonnata di un lettore deluso. Senza speranza di trovarvi un intreccio interessante, ma con la sola intenzione di trascorrere una parte della notte e addormentarmi. Non mi riuscì di dormire affatto e il giorno dopo mi recai in libreria ad acquistare le due raccolte di racconti perché, per la prima volta, mi trovavo di fronte a della vera letteratura poliziesca.

Erano le prime pagine di Chandler che leggevo, dicevo, ed erano anche le prime che Chandler aveva scritto, su una rivista, attorno agli anni trenta, negli Stati Uniti. Erano racconti svelti, scarni, dove gli avvenimenti si succedevano velocemente, uno dietro l’altro e le pistole apparivano nelle mani dei personaggi con la stessa frequenza delle sigarette. Qualche sera dopo feci questo sogno.

 

Guidavo un’automobile, ma non era un caso, era un lavoro. Infatti indossavo un vestito scuro, alle mani portavo guanti bianchi, e chi si accompagnava con me sedeva dietro, non al mio fianco. Facevo il tassista, per un tanto la settimana, alle dipendenze di una società di taxi, negli anni trenta, attorno a Los Angeles. Né la macchina, né il vestito, e nemmeno i guanti erano miei; mia era solo la capacità di guidare nel traffico una carriola come oggi se ne vedono solo al cinema o nei musei, e di conoscere a menadito la città, trovandomi spesso per quelle strade eleganti dove le donne indossano solo pellicce e non ci sono uomini che camminano senza cappello.

Avevo appena caricato un tale, elegante quanto gli altri, ma ubriaco un po’ più di loro, che era salito dicendomi di portarlo a un club che conoscevo bene. Questo aveva detto e nient’altro. Era poi rimasto silenzioso, ad occhi chiusi, avvolto nella sua sciarpa bianca, nel suo cappotto blu, comodo sui bei sedili di velluto della mia automobile. Sembrava addormentato, ma non era così. Lo osservavo quando mi capitava di restare fermo a un semaforo con lo specchietto retrovisore: dimostrava trentacinque o quarant’anni, aveva un bel viso intenso, capelli scuri, una bocca delicata e una bella dentatura; sembrava uno di quei tipi sempre a posto in qualsiasi situazione, e se allora appariva un po’ ubriaco, era del tutto evidente ch’era abituato a bere.

Quando arrivammo, aprì gli occhi e, uscendo, disse solo: “Mi aspetti qui, faccio in un momento.”

 

Ecco come era cominciato il sogno: io alla guida di questo vecchio taxi, Philip Marlowe, un po’ ubriaco, che si faceva condurre in un club, a Los Angeles, negli anni trenta. Non era ancora successo niente e credo che fossero passati solo pochi secondi, ma già mi trovavo immerso, personaggio in un filmato di cui ancora non sapevo nulla, a fianco di un eroe di carta. Ed era come leggere, non come vivere. Spesso nei miei sogni è così. Altri mi dicono, quando me li raccontano: “Era talmente reale, che mi sembrava di esserci davvero.” Io, invece, sogno spesso in altro modo: non mi sembra di esserci, non mi sembra reale quello che avviene; mi sembra, piuttosto, di assistere a una sequenza sconclusionata di cui sono protagonista, è vero, ma di cui sono anche spettatore consapevole; dove quello che succede non ha capo ne coda, ma è come se stessi leggendo, appunto, o visionando qualcosa che non mi riguarda affatto, di cui non ho alcuna responsabilità, e in cui, pur tuttavia, sono immerso. E così è come se sognassi di sognare, ovvero fossi doppio, regista e attore allo stesso tempo, nello stesso istante lettore e autore, personaggio e scrittore, schermo e proiettore in un’ipotetica sala cinematografica; ma senza quella separazione che c’è nel mondo reale, laddove si può passare da un ruolo all’altro, non essere contemporaneamente nell’uno e nell’altro.

Quando sogno a questo modo succede proprio così: sono materiale ed attrezzo, occhio e mano, e non c’è più differenza, non esiste distanza, né distacco, né contorno; tutto è fluido e gli orologi sono come quelli di Dalì, gelatinosi, con lancette storte, come fossero animati, oltre che assurdi. Così, in sogno, divento creatura e creatore, completo in me stesso, e mentre il mio corpo si gira e si rigira nel letto, nella mia mente, attraverso una parte fisica dei miei occhi, il mondo si compone e si scompone come fossi io, e non ciò che è fuori di me.

 

Dunque, Marlowe si recò al locale, e io rimasi sull’automobile e aspettai. Aspettai, aspettai. Poi le luci delle insegne si spensero, uscirono gli ultimi clienti, e tutto tacque. Aspettai ancora un poco, poi, naturalmente, volevo essere pagato e sul tassametro la cifra era divenuta davvero notevole. Scesi dall’auto e mi avvicinai alla porta del club. In quel momento sentii provenire dall’interno due colpi di pistola, secchi, a breve distanza l’uno dall’altro. Mi fermai, impaurito. Pensavo di andarmene, ma tornò il silenzio. Tutto taceva nella via, e tutto taceva all’interno, e tutto era buio.

Però non era più lo stesso luogo, non era più la strada del centro cittadino, non più la stessa costruzione, quella sull’uscio della quale mi trovavo. Solo il mio taxi era rimasto tale e quale, fermo, sul ciglio della strada. Ora io mi trovavo in aperta campagna e la porta che esitavo ad aprire era quella di una tipica casa americana, con il porticato sulla strada. Aveva anche l’aria di una casa abbandonata, non sembrava il luogo dove s’era fatta festa fino a poco prima.

Mi accostai all’uscio e, quando ebbi in mano la maniglia, la porta scomparve. Mi accorsi di trovarmi in un locale ampio, buio, dove solo la luce della Luna permetteva di distinguere gli oggetti. C’erano dei tavolini, le relative sedie, in un angolo un pianoforte e il bancone di un bar. Tutto era sottosopra, come se ci fosse stata una rissa, ma ogni cosa era coperta di polvere e c’erano ragnatele dappertutto, come se dopo il trambusto il luogo fosse stato abbandonato per anni. Eppure, acre, si sentiva l’odore di polvere da sparo.

Io cercavo Marlowe, e, infine, lo trovai per terra, vivo, con la sua pistola in mano, ma ferito, privo di sensi. A poca distanza un altro corpo giaceva, ma non mi avvicinai, mi limitai a guardarlo. Rimasi così, immobile, nel centro del locale, con Marlowe ai miei piedi e poco distante l’altro uomo.

 

Non so quanto rimasi in quel modo, fermo, come impietrito, ma con una gran voglia di squagliarmela, credetemi. E ancor oggi non so spiegarmi perché il sogno qui si interruppe e mi ritrovai a casa mia, alla fine del secolo, in piena notte, nella mia cucina, mentre stavo preparandomi un caffè, fumando una sigaretta.

L’orologio segnava l’una e venti e tutto taceva. Nella stanza attigua c’era Marlowe che riposava sul divano, con addosso il suo cappotto blu, la sciarpa bianca ancora attorno al collo.

“Dove siamo?” chiese lui, quando aprì gli occhi.

“A Milano, in casa mia,” dissi io.

“E come diavolo ci sono arrivato?”

“Ti ho trovato mezzo morto, non sapevo cosa fare, e ho pensato di portarti qui. Se te ne vuoi andare, puoi farlo domattina. Io uscirò per recarmi al lavoro, ma prima ti posso portare all’aeroporto, darti del denaro, se te ne manca, e farti tornare a casa. Ma se vuoi restare, per me è lo stesso: fastidio non me ne dai e potremmo diventare amici.”

Marlowe non rispose. Si alzò, si tolse il cappotto, si sfilò la sciarpa, lasciandoli sul divano e andò in bagno. Io sentii per un poco l’acqua scorrere, quindi il rumore dello sciacquone, infine, ancora con l’asciugamano in mano, Marlowe apparve in cucina.

“Cosa stai bevendo?” chiese.

“Caffè. Ne vuoi?” e già prendevo un’altra tazza.

Dopo il caffè, Marlowe volle una sigaretta, e solo dopo averla fumata quasi del tutto, mi chiese, un po’ perplesso: “Ero mezzo morto, dicevi? E dove?”

“In un locale che somigliava ad una vecchia casa abbandonata, dalle parti di Bay City. Ti trattano sempre male da quelle parti.”

“Eh già!”

“C’era però un tale, per terra, accanto a te, che stava molto peggio. Non ho visto bene, ma sembrava morto per intero.”

“Quel delinquente m’ha ferito, ho dovuto sparargli. E’ stata legittima difesa.”

“Non ti preoccupare, quando io sono entrato non c’era anima viva e per conto mio nessuno ha visto nulla. E poi, adesso sei qui. Tu forse non ti rendi conto, ma è passato tanto tempo e chi vuoi che si ricordi?”

“Tanto tempo? Non è stato stanotte?”

“Macché! E’ stato più di cinquant’anni fa, su una rivista, non nella realtà. Non temere.”

“Ma tu chi sei? E come ci sei arrivato?”

“Io sono l’autista del taxi. Tu m’avevi detto di aspettare, eri un po’ brillo, non m’avevi dato un soldo per la corsa. Dovevo aspettare. E quando ti ho trovato in quel modo, non so come, ti ho portato qui.”

“Vivi solo?”

“Sì, vivo solo, ma, se ti va, tu puoi dormire sul divano.”

“Com’è che mi sembra di conoscerti?”

“Mi conosci senz’altro. Io so tutto di te: dove sei nato, il tuo lavoro, il calibro della tua pistola. E’ quasi naturale che anche tu mi conosca.”

Marlowe non commentò. Mi chiese un’altra sigaretta, poi qualcosa da bere, e rimase in quel modo a lungo, muto, a bere il mio liquore e a fumare le mie sigarette, seduto in cucina.

 

Mi sono svegliato con quest’immagine, ho sorriso e ho cominciato la mia giornata, recandomi al lavoro, come tutti i giorni. E’ passato tanto tempo da allora, e Marlowe, lui, è ancora a casa mia: non però in cucina a fumare e bere, ma tra gli scaffali della mia libreria, bene in vista.