L’invito
(Claudio Esposito)
Tornato a casa una fredda sera di dicembre, Carmelo trovò una sorpresa che mai si sarebbe aspettato : dalla cassetta delle lettere, in bella evidenza, spuntava fuori una grossa busta gialla, di quelle che si usano per le raccomandate.
Era infatti una raccomandata : aguzzando la vista nella penombra dell’androne, controllò se fosse diretta proprio a lui. C’era effettivamente il suo nome, e se ne meravigliò molto in quanto da tanto tempo nessuno gli scriveva : era ormai solo, parenti e conoscenti, uno dopo l’altro, se n’erano andati, li aveva come si dice “sotterrati tutti” e non aveva amici che potessero riempire le sue scialbe giornate di pensionato.
Non se ne doleva quasi mai; solo a volte, quando il vuoto e l’uggia si facevano più acuti, provava un oscuro disagio e una vaga inquietudine gli si insinuava nell’anima, al ricordo degli anni lontani di quando correva felice accarezzando la vita e gli sembrava che tutte le belle cose che formavano il mondo non dovessero mai finire : la mamma e il papà, l’amichetta del cuore i giochi le notti stellate i salti nei prati le arrampicate sugli alberi il profumo dell’erba falciata il dolce sapore del miele, e quel tuffo al cuore, improvviso e pungente, che gli mozzava il respiro quando la gioia straripava nella sua piccola mente di bambino.
Salito nel suo piccolo appartamento, indossò la vestaglia, e dopo aver compiuto i soliti gesti di sempre caricò la pipa, l’accese, e senza fretta, sedutosi sulla vecchia poltrona dello studio, aprì la lettera.
“Sarà una comunicazione riguardante la pensione, chissà, forse quei benedetti arretrati che non arrivano mai”, borbottò seccato per la pipa che non tirava bene.
Ma non si trattava della pensione; era invece un invito : si invitava lui, figurarsi ! Proprio lui dimenticato dal mondo, proprio lui, funzionario ministeriale in congedo e in disarmo, estraneo tra gli estranei, anonimo vecchio che nessuno cercava, buttato via in un canto come uno spuntato rasoio “usa e getta”. Chi poteva desiderare la sua compagnia ? Aver voglia di renderlo partecipe di gioie o dolori ? Come poteva venire in mente a qualcuno di interpellarlo, di aprirgli il cuore, esporgli un problema, un progetto, chiedergli un parere su qualcosa… e a chi poi poteva interessare una sua opinione ?
Continuò a leggere, sempre più perplesso; il tono della lettera però si manteneva sul vago : non era precisato il motivo dell’invito, lo si invitava e basta, ad un “incontro dove sarà particolarmente gradita la partecipazione della S.V.”… Quando infine lesse il nome del luogo fissato per l’incontro, lo sbigottimento fu tale da fargli dimenticare persino la stizza per la pipa che continuava ostinata a spegnersi : l’indirizzo era quello della vecchia casa del padre nel lontano paesino dove aveva trascorso l’infanzia.
“Che strano”, pensò, “non c’è neppure la firma; chi mai può aver scritto una lettera simile ? Tutti i parenti sono morti e non ho più nessuno laggiù”.
La sorpresa e la curiosità lo presero totalmente, accompagnati dal desiderio di rivedere quei luoghi lontani, di rivivere nel ricordo un remoto passato al quale la mente adesso riandava con nostalgia, risvegliata dalle scarne righe di quella missiva, che con poche parole aveva sconvolto la sua tranquilla serata cogliendolo solo e indifeso e facendogli avvertire, di colpo, il peso insopportabile della solitudine, degli acciacchi, dell’età, di quella sua povera vita squallida e senza scopo, della quale avrebbe volentieri fatto a meno.
Decise di partire, l’indomani mattina di buon’ora, e perciò, contrariamente al solito, non indugiò in biblioteca e andò subito a letto.
S’addormentò quasi subito, e sognò : rivide il paesello del padre, riaffiorarono figure e volti che credeva di aver dimenticato, e poi la casa paterna, il cortile coi panni stesi, il pollaio, la stalla del vecchio asinello che ogni mattina dava la sveglia ragliando, il pozzo adornato di rose e gerani, la lunga scala di pietra grigia, l’altalena costruita dal padre su cui dondolava instancabile e gli pareva potesse toccare il cielo a cogliere le stelle nelle calde serate d’agosto, la buia soffitta da esplorare col batticuore in cerca di stracci, vecchi balocchi e ciarpame vario, mitici tesori di pirati nelle sue fantasticherie infantili.
Questo e tante altre cose ancora, che la memoria estirpava dalle profondità dell’anima dando corpo ad immagini oniriche alternatisi in rapidissima successione, straordinariamente vere e rese ancor più belle dalla forza del rimpianto.
Al risveglio, quei sogni non svanirono : ce li aveva ancora davanti agli occhi, più vivi che mai, e non vedeva l’ora di partire, tornare nella vecchia casa, sentirne gli odori, incontrare l’anonimo fantasma del passato che voleva attirarlo a sé.
Si precipitò alla stazione, e dopo aver aspettato un’ora l’arrivo del treno, finalmente partì : attraversò città, valicò monti, ridiscese per valli sterminate e salì di nuovo fino a raggiungere il capoluogo delle lontane regioni del Nord Est dove, ormai a notte fonda, attese oltre due ore la coincidenza con l’accelerato che l’avrebbe condotto alla meta.
Arrivò che era giorno fatto, spossato, infreddolito, con le ossa rotte, ma sorretto dal desiderio prepotente di percorrere quegli ultimi pochi metri che lo separavano dalla casa del padre.
Li fece quasi di corsa, incurante della stanchezza, ansimando lungo la strada deserta, e quando fu sotto casa si arrestò di colpo, sgomento : che delusione ! Nonc’era anima viva, il cortile ricoperto di erbacce, il bel pozzo crollato come pure la stalla, ridotta a un ammasso di pietre e travi ammuffite, ogni cosa in totale abbandono e rovina.
Salì per i gradini sgretolati e sconnessi della scala ingombra di sterpaglie, e aprì il portone, arrugginito e fatiscente.
Anche dentro lo spettacolo era desolante : il mobilio che cadeva a pezzi divorato dai tarli, polvere e ragnatele dappertutto, le pareti sbrecciate fradicie di umidità e un nauseabondo odore di marcio e stantio.
Sul tavolo vecchie riviste di moda, fotografie di famiglia stracciate e ingiallite, lo scheletro di un topo, un lume a petrolio col vetro incrinato, e per terra, avvolta in un giornale a brandelli, la tavoletta dell’altalena con le corde tarpate, solo due mozziconi sfilacciati a ricordare le antiche evoluzioni…
Chiuse gli occhi, invaso da una struggente malinconia, si sentì completamente svuotato, in disfacimento come la casa, e si lasciò cadere seduto su una sedia con l’animo sopraffatto dal deserto di quel luogo e da quello interiore, ancora più insopportabile.
La sua esistenza era inutile, quel tempo di vita pura e felice irrimediabilmente passato; non esisteva più niente. Adesso poteva anche morire.
Riaprì gli occhi; accanto a sé il padre, pacato e sorridente, lo guardava annuendo col capo : “ti stavo aspettando figliolo, vieni con me, la tua camera è pronta”.
Un calore mai provato, una luce accecante, una gioia infinita, e quel tuffo al cuore, improvviso e pungente… poi più nulla.
“Decesso istantaneo, poveretto, venire a morire fin quaggiù, e poi che strano ! L’infarto provoca dolori lancinanti, eppure sorride”… osservò il medico condotto chiudendogli gli occhi e coprendo la salma con una vecchia tovaglia sdrucita.