Questo numero del Babylon Magazine tiene a battesimo una nuova rubrica dedicata all’Esperanto. Attraverso interviste ad eminenti esperantisti cercheremo, di volta in volta, di mettere a fuoco gli aspetti salienti di un mondo vivo, ricco e palpitante, sorretto da un’idea nata ben 120 anni fa ad opera di un oftalmologo polacco, ma oggi più che mai attuale: l’idea della lingua internazionale di L.L.Zamenhof.

 

Internet ed Esperanto.

Manuel GiorginiIntervista di Davide Zingone a Manuel Giorgini

Come ti sei avvicinato all’Esperanto? C’è stato un preciso momento nel quale hai deciso di far diventare la lingua di Zamenhof più di una semplice curiosità, o è stata una crescita graduale?

La prima menzione in assoluto che ho incontrato e' stata in un capitolo del secondo manuale delle giovani marmotte (si, proprio quello). Ma ero piccolo e non capivo cosa significasse.

Nel dicembre del 1995 su Internet trovai un programma per Amiga per imparare l'esperanto, programma che tra l'altro sfruttava il sintetizzatore vocale di quel computer, dando una buona idea della pronuncia. Intrapresi lo studio ma dovetti interromperlo per una serie di motivi.

Nel dicembre del 1996 lo ripresi per caso in mano e finalmente lo portai a termine. A differenza dell'anno precedente, avevo una connessione abbastanza solida a Internet e approfittai per entrare su IRC e cercare esperantisti. Con mia grande sorpresa ne trovai, e quando vidi che riuscivano a capire quelle poche righe sgrammaticate che tentavo strenuamente di produrre, sentii dentro di me che prima o poi sarei riuscito a farne mia la lingua. Da allora ho proseguito, contattando il club esperantista della mia città e successivamente l'associazione italiana. Nel 1997, dopo aver letto il Manifesto di Praga (
http://www.esperanto.it/html/praga-manifesto.htm), decisi che sarei diventato attivista.


Oggi sei amministratore del Kirek. Come funziona questo corso di Esperanto per posta elettronica?

Il corso si sviluppa su 10 lezioni inviate per posta elettronica. Gli interessati possono iscriversi liberamente (e gratuitamente). Se confermeranno la volontà di proseguire nel corso, verrà loro assegnato un tutore (esperantista con esperienza di insegnamento) che li seguirà, correggerà i loro esercizi e farà il possibile per risolvere i loro dubbi.

Il corso e' nato nel 1998 ed e' stato aggiornato nel 2003. Mi sono occupato in prima persona della sezione informatica, producendo il sistema che sottostà agli invii delle lezioni e al flusso dei corsisti dall'iscrizione al diploma.
Tra i principi di base che vennero scelti ci fu quello secondo cui il tempo totale di connessione sarebbe dovuto essere il minimo possibile, per non imporre alti costi telefonici ai corsisti. Per questo motivo tutto il materiale giunge allo studente, il quale può leggerlo con calma anche senza essere collegato a internet.

Cosa ti spinge a far parte di quel gruppo di volontari che dedicano una parte del loro tempo libero ad insegnare gratuitamente l’Esperanto?

Una risposta ben equilibrata prenderebbe, temo, varie puntate della vostra rubrica, per cui mi limiterò a due ragioni.

La prima ragione è che avendo vissuto dall'interno e con dirette e molteplici esperienze la validità del progetto esperanto, i suoi pregi (e i suoi difetti), la sua capacità effettiva di unire la gente e rispettare l'identità di tutti, voglio fare quello che posso per ribaltare l'alone di negativa, risibile utopia che la lingua si sta portando dietro, a mio avviso in maniera altamente ingiusta; e mi piace l'idea di poter controbattere con precisi fatti ai critici dell'esperanto, tra i quali quasi sempre si trovano persone che in realtà dell'esperanto sanno poco o nulla.


La seconda ragione e' che sento una forte pressione all'appiattimento linguistico, all'incrinatura di alcuni idiomi che per ragioni non necessariamente linguistiche rischiano di scomparire o di avvizzire.
L'esperanto può non essere la soluzione migliore per tutelare queste lingue ed evitare la loro prematura dipartita, ma per mia esperienza e' comunque una buona soluzione, e nel mio piccolo mi basta poter riuscire, in maniera educata e civile, ad instillare la questione nelle menti di più persone possibili: e' questa situazione linguistica effettivamente ideale? Sta andando veramente tutto bene?

 

Puoi chiarire meglio quest’ultimo interessante concetto? Gli esperantisti, da sempre, oserei dire per vocazione, sono esperti dei problemi di politica linguistica a livello globale.

Come detto si tratta di un argomento vasto e delicato.

Mi pare di vedere che molte lingue si stiano impoverendo e stiano lentamente perdendo terreno, sia dal punto di vista dell'utilizzo, sia nel confronto con le evoluzioni tecnologiche e di pensiero. Di contro altre lingue, cosiddette forti, in virtù non già di proprietà linguistiche ma di una leva economica, politica o militare, si stiano imponendo, portando con sé una scomoda ed invasiva componente culturale che non necessariamente possiamo abbracciare tenendo anche la nostra.

Questa questione e' molto sentita nell'Europa del Sud ma è quasi incomprensibile, ad esempio, in Scandinavia. In Svezia la tesi di laurea e relativa discussione viene redatta in inglese, e questo viene giustificato dal fatto che le principali testate scientifiche accettano solo contributi in inglese. Benissimo, ma questo significa che una buona parte della popolazione più acculturata in Svezia non e' necessariamente in grado di parlare del proprio campo di studi in svedese; e questa lingua non si tiene al passo, non ingloba nuovi vocaboli o significati. Per carità, probabilmente lo svedese non svanirà domani, ma nel corso della mia vita sono già scomparsi il Manx e il Cornico e ho paura di assistere alla scomparsa dell'Islandese (lingua la cui grammatica non si tocca da 400 anni e che è strumento insostituibile per studiare il Norrønt, lingua germanica protonorvegese).

Non sono sicuro che l'esperanto sia proprio quello che ci vuole. Ma mi accontento di introdurre negli altri questa preoccupazione. Di fare in modo che più persone si fermino e pensino: ma aspetta un secondo, ma a forza di anglicizzare la parlata, non è che rischiamo di perdere per strada la piena comprensione di ciò che siamo stati e di ciò che ci ha portato fino a qui? Così come stanno le cose va veramente bene?

Poi se verrà scelto l'esperanto sarò contento, ma quand'anche fosse il novial, l'ido, il lojban, il latino sine flexione, l'interlingua, il panglossa, o quel che sia, posso comunque accettarlo. Abbiamo introdotto una moneta comune perchè era, correttamente, poco giusto espandere a livello europeo una valuta nazionale. Perché dovremmo comportarci diversamente con la lingua, strumento così importante ed influente per la formazione e la tutela della propria cultura?

Diceva Elias Canetti: "il fatto che le stesse cose abbiano nomi diversi in lingue diverse dovrebbe farci chiedere se sia poi così vero che si tratti delle stesse cose". Perdere una lingua significa rinunciare per sempre ad un modo originale e potenzialmente tanto corretto e dignitoso quanto gli altri di interpretare il cosmo; significa buttare via la conoscenza umana, mutilare la nostra capacità di trasmettere o rivalutare ciò che impariamo.


Qual’è la tipologia dello studente che si iscrive al Kirek? Quali sono le motivazioni che inducono i navigatori del web a iscriversi a un corso di esperanto on-line? Quanti di loro, in percentuale, dopo aver seguito il corso diventano esperantisti a tutti gli effetti?

A chi si iscrive chiediamo poche domande, insufficienti per una corretta categorizzazione della persona; ed io, rispettando la privacy, tendo a comportarmi alla stessa maniera. Grosso modo credo però di poter dire che nella stragrande maggioranza dei casi a muovere le persone è la curiosità, a volte forse un po’ superficiale, sia dell’esotismo che una lingua pianificata può fornire, sia nell’aspetto gratuito della questione. La "mortalità" tra i corsisti è elevatissima; credo che in molti casi chi si iscrive non si renda perfettamente conto che gli verrà chiesto un impegno non indifferente, e che quando comincia a capire che, pur se più semplice del solito, l'esperanto è una lingua e bisogna rimboccarsi le maniche e studiarla, la mette da parte, preoccupandosi di situazioni più immediate (studio, lavoro, ecc).


Accanto all’insegnamento coltivi l’attività di traduttore. Hai tradotto egregiamente nella lingvo internacia autori come Borges, Rodari e Benni, raccogliendo i testi all’interno del tuo sito, rigorosamente in Esperanto, yksi.org. Quanto è importante Internet per la diffusione di questa bella lingua pianificata nata ben 120 anni fa?

Internet si è trasformata, in relativamente poco tempo, da colonna portante della cultura anglosassone ad esempio allucinante di multiculturalità. Io sono arrivato nell’attivismo più o meno proprio nel momento di massima espansione di Internet, per cui non ho una chiara idea di come stessero le cose in precedenza; ma ascoltando esperantisti più anziani non posso che concludere che Internet abbia iniettato una quantità impressionante di forze e idee nel movimento esperantista mondiale. Del resto io stesso ho imparato la lingua grazie a Internet, e probabilmente se 12 anni fa non fossi stato già connesso, ora non sarei qui.


Nel 1998 il 5% degli iscritti al Festival Internazionale Giovanile (
http://iej.esperanto.it/ijf/), il massimo incontro internazionale di locutori che si svolge in Italia, arrivava attraverso Internet. Adesso la proporzione è inversa. Già nel 1999 si contavano oltre un milione di pagine in esperanto (non oso pensare quante siano adesso). La presenza su Internet dell’Esperanto è talmente vasta che non saprei nemmeno da dove cominciare. E ovviamente ringrazio la vostra rivista per aver concesso un ulteriore angolino all'Esperanto.


In conclusione di questa interessante chiacchierata, il tuo saluto in Esperanto ai lettori del Babylon Magazine.

Dankon je via atento kaj mi esperas vidi vin iam en la Festivalo.
(Grazie per la vostra attenzione e mi auguro di incontrarvi un giorno al Festival.)