In treno

(Claudio Esposito) 

 

 

    Scossoni forti e continui, vibrazioni metalliche, odore di cuoio bagnato, lezzo acre di whisky e vapore, vociare indistinto.    Quel po’ po’ di casino non era tuttavia abbastanza per scuotermi dal dormiveglia; anzi, mi sprofondava in un torpore ottuso e compiaciuto non molto dissimile, forse, dall’intronata beatitudine di uno “spinellatore”.

    Il treno, un vecchio locale tenuto insieme per scommessa, arrancava caparbio e tra poco mi avrebbe condotto, in perfetto ritardo, a Matera.

    Nei brevi barlumi di lucidità rileggevo mentalmente la mia lettera di missione che parlava pomposamente di “visita ispettiva della Signoria Vostra all’Ufficio elettorale provinciale presso la Prefettura di Matera”, e mi veniva da ridere.

    Ripiombato poi nel sopore, mi vedevo saltellare giocondo sul bordo di un orrido abisso e “ispezionare” (sempre saltellando) un mosaico di stanze vuote incastonate l’una sopra l’altra e scavate nella pietra lungo il ciglio dello strapiombo.

    Il chiacchiericcio dei passeggeri penetrava nel sogno e popolava di loquaci fantasmi le camere rupestri.   Lo sferragliare ansimante del treno percorreva l’invisibile fondo del burrone e si perdeva in un’eco lontana frantumata dalle asperità della roccia.

    Entravo speditamente nelle grotte come se le conoscessi da sempre, per nulla meravigliato di sentire voci e non vedere nessuno.  Erano voci amiche, sommesse; non incutevano paura, al contrario, inducevano a restare, invitavano discrete con parole incomprensibili ma rassicuranti, frammenti di antiche intimità familiari sfumate dal tempo che aleggiavano ancora tra i miseri muri di tufo, come certi odori di cucina incrostati nei vecchi focolari.

    Proseguendo l’ispezione, mi inerpicavo sempre più in alto scoprendo nuove camere nella roccia, e da ognuna provenivano voci, odori, richiami, riflessi di luce, fruscii come di fascine di rami secchi, scoppiettii di fuochi inesistenti nei neri camini di pietra, risuonare di zoccoli.

    Barlumi di una vita che si ostina a pulsare a dispetto dell’evidenza dietro un fondale immobile che da un momento all’altro - ci avrei giurato - si sarebbe strappato come una gigantesca quinta di cartapesta in uno stupefacente “coup de thèatre”, svelando cose animali e persone sino allora nascoste.

    “Matera, stazione di Matera !”.  La voce stridula mi svegliò bruscamente e mi ritrovai solo nello scompartimento.   Gli altri passeggeri, infatti, s’erano già accalcati in corridoio, dove anch’io mi diressi barcollando ripensando alle immagini del sogno, ancora così vive : i famosi “sassi” di Matera; dovevo averli visti da qualche parte, in una vecchia stampa. La curiosità di visitarli mi riscosse dalla noia di quello squallido viaggio di lavoro e decisi di farlo subito per riprendere, dal vero, il sogno interrotto.  Non ne vedevo l’ora.

    “Ma sì, l’ispezione in Prefettura la farò domani, chi se ne frega !...”, pensai mentre correvo impaziente verso l’uscita.