Il Solitario
(Riccardo Fraddosio)
Carlo Starace è un maledetto fallito. E’ un bugiardo, un patetico spostato con velleità letterarie. E questo lo so, signori, perché Carlo Starace sono io.
Mio nonno dice che il nostro cognome è di origine greca, e ne và fiero, lui. Ma quando io dico greco, cari lettori, voi non dovete pensare ad Achille e a Odisseo o a Socrate o a Eraclito. Piuttosto dovete pensare a un povero contadinozzo ellenico che non sa né leggere e né scrivere e che scappa e fugge via, corre corre terrorizzato, s’imbarca di nascosto, in una stiva, per venir via suo paese e sbarcare sulle coste brulle della Puglia. Il pericolo turco.
Ma maledetti turchi, dico io. Maledetti, maledetti, maledetti. Già che c’eravate, non potevate mozzargli le mani a quel mio avo lì? Magari potevate cavargli la lingua. Anche un’esecuzione indolore, in verità, sarebbe andata bene.
E invece eccomi qua: Carlo Starace lo stolto, l’anarchico, il reprobo visionario. Il frutto bizzarro di un bizzarro albero genealogico: briganti, garibaldini, taccheggiatori, marinai, teste calde e artisti e contestatori, fessi e sognatori.
Sissignori, maledetto me e maledetto l’albero genealogico che mi ha cagato.
Ma ci ho provato a fare qualcosa di buono. Ho militato in un gruppo ska come batterista ad esempio, ma poi tutto è andato a farsi benedire perché suonavo con una manica di scoppiati me non escluso. Potevo fare l’attore o il modello, bello come sono, e invece no: mela bacata di uno scrittore non pubblicato.
Del mio carattere non c’è molto da dire, tranne che il mio temperamento antisociale, decisamente singolare e, ahimè, mal compreso, mi spinge inevitabilmente a non starmene mai zitto. E così mi lamento. Puntualizzo. M’arrabbio. Bla, bla, bla. E tutti, più prima che poi, mi mandano in quel posto.
Sentite cosa mi è successo mercoledì scorso. Mi sveglio dopo una rissa con l’occhio nero e la schiena a pezzi. Dio, penso, perché non mi sto mai zitto? Vado in bagno e mi libero rapidamente dell’erezione mattutina. Dopo una rapida colazione afferro un libro e mi lascio scivolare sul divano. Mi accendo un sigaretta. Tiro freneticamente. Afferro il libro che ho lasciato aperto a metà, Delitto e castigo, e gli do una rapida scorsa. Poi penso che io e Raskolnikov siamo molto simili.
Anche io sono uno studente fallito.
Anche io ho una pila di libri ammonticchiati sulla scrivania.
Anche io avrei ucciso una vecchia usuraia ad accettate.
Getto il libro sul pavimento e mi accendo un’altra sigaretta. Prendo a vagare per la casa e per un po’ mi fermo ad osservare le macchine che transitano sotto il balcone. Dio, penso, dovrei procurarmi un’accetta e affettare qualcheduno.
Ciondolo verso il bagno e mi sciacquo la faccia. Entro in camera, bestemmiando timidamente. Poi inciampo nel rullante della batteria che languisce sul pavimento attorno ai resti del mio pranzo di ieri, e atterro su una torre di libri che ho accatastato accanto al letto.
Ora sono a terra e quasi mi viene da piangere. Accendo un'altra sigaretta, e fumo osservando i miei piedi nudi che tremano infreddoliti anche se è estate.
Trilla il telefono e immagino che potrebbe essere mia madre, la Telecom, un mio amico, la polizia, mia zia, e così non rispondo. Accendo il computer. Cerco di scrivere qualcosa di commerciabile o di anche solo vagamente vendibile ma mi vengono in mente solo improponibili trame filosofiche. Bestemmio, bestemmio, bestemmio. Poi mi accendo l’ennesima sigaretta.
D’improvviso squilla il cellulare. Io non rispondo, ma dopo pochi secondi riprende a squillare. Così mi alzo e leggo il numero sul display. Provo un sussulto d’entusiasmo: è Elena. Alzo la cornetta.
Lei ha una voce calda e leggera e mi chiede come và la vita.
“Neanche troppo male” mentisco. “Non sai quanti progetti ho per la testa, e un editore, uno di quelli seri, si è offerto di pubblicare il mio romanzo.”
“Davvero?” chiede con stupore.
“Sì”, dico, compiacendomi della mia instancabile capacità di raccontare balle alle persone più disparate.
Poi lei propone di uscire.
“Si và a Trastevere”, dice. “Sono sei mesi che non torno a Roma, e per me Roma vuol dire Trastevere”. Io le dico di sì, che mi piace Trastevere, ma se mi avesse proposto di andare a San Basilio o alla borgata Finocchio avrei detto la stessa cosa. Il fatto è che volevo vederla.
Termino la conversazione e vado in cucina per preparare il pranzo (quattro pomodori tagliuzzati, un paio di scatolette di tonno, pane a volontà). Pigio il palmo della mano destra sul fegato. Mi fa malissimo, e maledico la mia malsana dieta alimentare. Mi dico che in fondo la fitta al fegato rientra ormai nella normalità e – con soddisfazione e compiacimento – penso che non arriverò ai trent’anni.
Verso le undici di sera trilla il cellulare e capisco che lei arrivata. Così mi infilo i primi vestiti che mi capitano a tiro, ed esco.
Elena è al volante con lo sguardo invagato nel vuoto e tira sottili boccate dalla sigaretta. Non si accorge che sono là, così faccio il giro della macchina e sbuco all’improvviso da sotto il suo finestrino. Lei tira un urlo spaventata.
“Sei proprio un coglione” dice. Poi mi pigia il suo seno sul petto.
“Vuoi che guidi io?”, domando.
“No, guidi come un cane” dice lei.
Partiamo e la macchina sfreccia nella notte.
“Stai bene?”, mi chiede.
“Io? Ma certo, sto ‘na crema.”
“Non è vero. Ti conosco da una vita e so riconoscere quando dici cazzate.”
“Ah.”
“Stai una merda, è così?”
“Potrebbe anche essere.”
“E allora vieni via da Roma. Qui fa schifo, cazzo”.
Tiro fuori il pacchetto dalla tasca e prendo a fumare. Lei mi racconta le sue avventure sessuali e io le racconto mie. Sono poche, e nessuna è durata più di una settimana.
“Perché?” chiede Elena. “E’ perché sei ancora innamorato di lei?”
“No.”
“Carlo…”
“No, cazzo, no” ribadisco.
E infatti vorrei levarmi la cintura e saltarle addosso e baciarla e stringerla e strapparle i vestiti. E’ così che stanno le cose. Purtroppo però siamo amici da troppo tempo, e una volta, un po’ di tempo fa, mi ha detto che per lei ero come un fratello. Così me ne sto cheto, fosco, buio.
“Non ho intenzione d’imbarcarmi in un’altra relazione seria”, dico. “Cristoiddio, ne ho le palle piene delle turbe mentali di voi donne”.
Elena ferma la macchina su un marciapiede.
“Capisco” dice. “Sei un duro. A te interessa solo una cosa dalle donne, non è così?”
“Sì” dico. “Sì!”.
Lei ride.
Quando arriviamo a piazza Trilussa è pieno di gente sulle gradinate e la notte è tenuta racchiusa e sospesa dalla luce bolsa dei lampioni. Le persone brulicano da una parte all’altra della piazza, e strepitano, scherzano, litigano. Un ragazzo, al centro della piazza, tira alcuni birilli per aria. E’ parecchio bravo e riscuote molti applausi.
Io mi giro verso di lei e dico: “Cazzo, devo bere”. In effetti devo ubriacarmi per non pensare al fatto che mi piace Elena. Devo ubriacarmi per sentirmi meno pesante. Ma questo, ovviamente, evito accuratamente di dirlo.
Lei sorride. Dice che non vede l’ora di bere un po’ con me come ai vecchi tempi. Poi, quando siamo saturi d’alcol a sufficienza, lei s’ingrippa alla mia spalla. Ci poggia la testa, e mi chiede se una di queste sere la porto a ballare. Poi mi invita a dormire da lei.
Dopo aver rischiato tre o quattro tamponamenti arriviamo a casa sua. Entriamo, e in ascensore parliamo del più e del meno. Io mi dico: “Prendila, idiota, baciala”, però rimango addossato alla porta dell’ascensore. Immobile.
Elena apre la porta di casa, invitandomi a sedermi sul letto mentre lei va a prendere qualcos’altro da bere. Accendo un’altra sigaretta.
Dopo qualche istante ritorna con una bottiglia di vino bianco in una mano e un album di foto nell’altra.
“Guarda queste foto” dice entusiasta, indicando le facce delle sue ultime avventure. “Sono molto più bello io” le faccio notare.
“Beh, tu sei un fico” dice lei. Poi ridiamo insieme, e non più di un quarto d’ora dopo la bottiglia è completamente vuota.
“Sdraiati” mi ordina tutt’un tratto. “Sono stanca, voglio dormire”. Spegne la luce, mi si stende accanto e sento il suo odore avvolgermi e cullarmi. Con voce sommessa, dice: “Stringimi. Si dorme meglio stretti l’uno all’altra”. Poi Elena si zittisce. Per lunghi sospiri non dice nulla, e sento il suo ventre ansare.
“Mi farai leggere il tuo romanzo, un giorno?”
“Non so”, le dico, poi prendo a baciarla sul collo e sulla schiena. Lei si leva la maglietta, si stringe a me e facciamo l’amore.
La mattina dopo mi sveglio con i polmoni bloccati. Ho il fiato pesante, respiro male, grondo di sudore. Annaspo per un po’ fissando il vuoto, passandomi una mano fra i capelli scarmigliati e sbuffando. Afferro i miei vestiti che si trovano sparsi qui e lì per la stanza e mi vesto in tutta fretta. Poi accendo una sigaretta e tiro forte fin dentro ai polmoni. Attraverso il corridoio camminando in punta di piedi. Mi fermo ad osservare Elena mentre dorme rannicchiata sul letto, ed è bellissima. Ogni tanto sussulta e fa un leggero movimento col collo, spaventata dai suoi incubi, e io penso che la amo. Penso che la amo e che anche lei mi ama, e che in fondo avrei dovuto dirglielo. Ma io solo Carlo Starace, un solitario. Il frutto bizzarro di un bizzarro albero genealogico.