Hk memories
(Martina)
Come si fa in 2 sole settimane – 12 giorni anzi – a capire un posto come Hong Kong? Non è una città, non è nemmeno uno Stato; è un mondo a parte, diverso da qualsiasi altro posto visitato fino ad ora. Perfino il Giappone, per quanto incredibilmente vario e lontano dalla nostra cultura, si riassume più facilmente.
Hong Kong no. Hong Kong semplicemente NON si riassume. Perché non si può definire “cinese” senza aggiungere “occidentale”; non si può dire “antiquato” senza aggiungere “futuristico”; né tanto meno gli si può cucire addosso uno dei tanti luoghi comuni con cui di solito si pensa alla Cina. Perfino gli abitanti sono difficili da definire. Hong Konghiani? Hong Konghesi? Cinesi? Mmhh..No, cinesi no. Almeno non del tutto.
Una cosa è certa: dei quasi 2 secoli di controllo inglese non è rimasto molto, se non qualche edificio qua e là e nomi altisonanti del tipo “Possession Street” e “Victoria Queen’s Road”. Segno che comunque l’anima di Hong Kong è tutta orientale. Orientale sì, ma non cinese; almeno non quel “cinese” che abbiamo in mente noi occidentali, sinonimo di antiquato e quasi primitivo.
Antiquato? Hong Kong è avanti, ANNI LUCE AVANTI rispetto a noi. E’ avanti nelle cose che contano e cioè i servizi alla comunità. Il che si traduce in: bagni pubblici ovunque, gratuiti e soprattutto puliti; supermercati aperti 24 ore su 24; accessi facilitati per i disabili; percorsi stradali e segnali acustici per i non vedenti; treni, trenini, taxi, metro, tram, pullman, traghetti, tutti puliti, efficienti e puntuali. Tanto che le auto non servono. Soprattutto non servono il sabato notte: ci pensano le navette a riportarti a casa se sei sbronzo. E sapete quanto costa farvi un pasto fuori? 1€. Sì sì, esatto. Perché con 1€ o poco più ti mettono davanti una bella ciotolona di ramen. E l’acqua e il tè sono gratis.
E che dire poi dei servizi ai turisti? Indicazioni su indicazioni; frecce e freccine a tutti i semafori, per guidarti ovunque tu voglia andare; freccia blu per le info tecniche (stazioni, fermate della metro, terminal dei bus, ufficio postale…); freccia rosa per le attrazioni turistiche. Un sistema infallibile a prova di stupido che ti guida passo per passo, incrocio dopo incrocio, come in una caccia al tesoro, fino alla meta. Impossibile sbagliare. Impossibile perfino per me, che mi basta fare un giro su me stessa per non capire più da che parte devo andare.
Già, andare. DOVE andare a Hong Kong? Se è vero che ogni grande città o nazione ha un “cuore”, una strada, una piazza, un quadratino di terra, acqua o cielo che più degli altri la rappresenta, dov’è il cuore di Hong Kong? Dov’è che davvero possiamo guardarci intorno e dire: “Ecco, sì. Sono ad Hong Kong.”? Difficile a dirsi…Perché Hong Kong è nei quartierini cinesi di Kowloon, nei grattacieli stile Grande Mela di Hong Kong Island, nelle campagne ancora mezze disabitate dei New Territories (dove ADDIRITTURA si vede il cielo stellato! Cosa più unica che rara per coloro che invece vivono in città), nei minuscoli paesini di pescatori di Lantau Island, dove la gente nasce e muore senza mai allontanarsi dalla sua “casa” sulle palafitte, mentre a pochi Km di distanza impazza il via vai continuo dei Boeing dall’aeroporto internazionale.
Non solo. Hong Kong è anche nei templi affollati e avvolti nel fumo dell’incenso, nelle sale giochi e nei karaoke, nelle corse clandestine alla “Fast & Furious” (cui pure io ho mio malgrado preso parte!), nelle minuscole signore 90enni alte 1 metro e 45 (gobba compresa) e nelle new generations di pischelli piastrati alternativi, attentissimi alla moda e alle ultime tendenze.
E si fanno incontri interessanti ad Hong Kong, principalmente legati al fatto che lì sei tu quello “diverso” e di conseguenza tutti ti guardano incuriositi. La maggior parte si limita a studiarti da lontano; altri ti pedinano dicendoti sconcerie (yes! I maniaci! Quelli dei cartoni! Provare per credere!); alcuni – complice l’alcol e l’atmosfera – si fanno coraggio e attaccano bottone con gentilezza, e ti ritrovi così ad interagire con i locali nei pub e nelle disco. Il tutto mentre tu, stordita e allibita, non puoi fare a meno di notare che il d.j. (cinese) della serata è praticamente identico al tuo migliore amico di sempre (italiano!) e continui a fissarlo come un’ebete. Che strano.
E che strane anche quelle conversazioni con perfetti sconosciuti, persone con cui condividi un paio d’ore e che sai che poi non rivedrai mai più. O magari invece li rivedi in giro qualche giorno dopo, per caso. E la cosa a quel punto è ancora più strana, considerando che a Hong Kong girano ogni giorno milioni e milioni di persone.
E una cosa mi rimane impressa degli orientali: gli occhietti abbottonati. Come quelli di Christy, la mia piccola amica asiatica, conosciuta per 3 mesi a Tokyo nel 2005 e che poi non ho rivisto per ben 2 anni, fino a quando non mi ha invitata da lei a Hong Kong questa estate. Quando ci salutammo a Tokyo 2 anni fa, senza nemmeno sapere se ci saremmo mai riviste, lei mi guardò con quegli occhietti, triste. E i suoi occhietti infossati sono stati per 2 lunghi anni l’emblema stesso della sofferenza provata a dover lasciare Tokyo e la mia stanzetta a Waseda. Tutto il magone, la tristezza, la nostalgia per il Giappone si riassume negli occhietti di Christy.
Ed è stato così anche al momento della partenza da Hong Kong. Con me che salgo sul pullman per l’aeroporto, Simon che mi aiuta a sollevare la valigia e Christy, che prima mi abbraccia stretta stretta, poi mi guarda. “Sayonara Marutina”. Ancora quegli occhietti. Ancora quella sensazione di nostalgia. “Sayonara Christy”. Ogni volta che bevo il tè al gelsomino ti penso, sai?