Il guardaboschi
(Claudio Esposito)
Un lavoro. Un lavoro fisso con tanto di stipendio a fine mese. Anselmo Z. non credeva ai propri occhi. Iscritto da anni nelle liste dei disoccupati, era riuscito a racimolare soltanto incarichi saltuari, lavoretti stagionali, ingaggi avventizi che gli consentivano a malapena di non morire di fame.
Adesso un lavoro vero l’avrebbe liberato dalla sua condizione di perenne precarietà, da quel limbo fatto di attese, annunci di offerte impiego, sussidi, mense popolari, vane anticamere, oziosi vagabondaggi per i bar del quartiere con il tempo che non passa mai. Finalmente tutto questo era finito, cancellato di colpo : l’Amministrazione forestale gli conferiva l’incarico “a tempo indeterminato” di guardaboschi nella foresta di Krastànato, in Cadore, all’estremo limite del Paese, dove si sarebbe dovuto presentare di lì a qualche giorno, il 30 giugno 1988.
Era certo un lavoro modesto, e inadeguato al suo diploma di geometra, ma uno spiantato come lui non poteva guardare tanto per il sottile, perciò quasi strappò di mano all’impiegato la lettera di assunzione e, nell’uscire dall’ Ufficio di Collocamento, si fece largo trionfante fra la ressa dei disoccupati in fila allo sportello, seguito dai loro lividi sguardi carichi di invidia.
Nei giorni che seguirono fu totalmente assorbito dai preparativi per la partenza : diede fondo ai suoi magri risparmi per l’acquisto del biglietto del treno, di una giacca a vento e di un paio di scarponi da montagna. Radunò le sue poche cose in una vecchia borsa, e dopo aver disdetto la misera stanza che occupava decise di fare un ultimo giro per la città, prima del lungo viaggio.
Andò in centro, e bighellonò per ore lungo via del Corso, il Collegio Romano, piazza di Pietra, piazza Colonna, Montecitorio, immergendosi nella folla indaffarata e frettolosa, della quale adesso si sentiva partecipe. Anche lui ora faceva parte del mondo produttivo, della gente che lavora : era uno di loro, proprio adesso che stava per allontanarsene “a tempo indeterminato” per raggiungere una remota boscaglia sperduta in mezzo ai monti, dal nome strano e difficile : Krastànato, neppure indicato sulle carte geografiche, ma che gli avrebbe assicurato un posto sicuro e un modesto salario, sufficiente a soddisfare le sue poche pretese.
Seduto ai bordi della Barcaccia, osservava placido la grande scalinata ricolma di turisti, e l’imponente facciata di Trinità dei Monti, con le sue possenti campane, gli sembrava un gigante maestoso che con voce austera ma benevola volesse indirizzargli un saluto di commiato, un viatico denso di auguri e speranze per la nuova vita che l’attendeva.
Non aveva rimpianti. Non lasciava niente di importante, non una donna, un amico vero, una storia, solo un’esistenza insignificante e vuota.
Addio miserie, sigarette razionate, abbonamenti bus “intera rete”, case popolari alla Garbatella.
L’attendeva Krastànato, coi suoi alberi secolari, le vette, i panorami incontaminati, le rupi vertiginose ammantate di neve perenne che solo a guardarle ti senti volare.
Krastànato : già il nome, così insolito e grave, sembrava evocare grandiosi presagi di singolari avventure e ineffabili eventi, ben al di là delle limitate mansioni di un semplice guardaboschi.
Tutto questo pensava Anselmo, in un turbinìo di sensazioni stimolanti, in un’attesa fremente e febbrile che la notte precedente la partenza gli impedì il sonno, concedendogli soltanto brevi momenti di un dormiveglia frammentario e convulso.
Non riuscì a riposare neppure durante il viaggio, lunghissimo e snervante per i vari ritardi accumulati dal treno lungo l’interminabile tragitto. Spossato, ma soddisfatto per la meta ormai vicina, arrivò finalmente a Padova, dove prese il locale per Pieve di Cadore, e poi il pullman per Krastànato, una vecchia corriera ansimante sui ripidi tornanti alpini che, non si sa come, riuscì a inerpicarsi fin sopra un enorme altopiano contornato da boschi e montagne e lo scaricò, unico passeggero, su uno spiazzo sterrato, accanto a una baita di legno e lamiera, poco più che una baracca, addossata a una rupe della quale non si riusciva a scorgere la cima.
Gli venne incontro un vecchio intabarrato in un pesante giaccone di pelliccia, che con un cenno della mano gli fece segno di entrare, accompagnando il gesto con un’espressione indefinibile nel volto grinzoso bruciato dal sole, e scrutandolo con occhi vitrei che parevano finti.
Seduti a un rustico tavolo di quercia, nella luce incerta di un lume a petrolio, sorseggiarono caffè osservandosi a vicenda, Anselmo di sottecchi, il vecchio apertamente e con una fissità innaturale.
Dopo lunghi attimi di studio, il vecchio ruppe per primo il silenzio, continuando a fissare Anselmo e lisciandosi i lunghi capelli bianchi pettinati all’indietro.
“Sono il sovrintendente di questa circoscrizione montana. E’ la più vasta della regione : comprende diecimila ettari di boschi, tremila di pascoli alpini, cinque vette oltre i duemila metri, laghi, ghiacciai, canaloni e altipiani fino al crinale della Vetta d’Italia, al confine con l’Austria. La foresta di Krastànato si trova a venti chilometri da qui, dietro quel costone, tra il monte Tofano e il Cristallo, a quota duemilaquattrocento. Ci andremo tra una mezz’oretta, appena ci sarà abbastanza luce.”
“Va bene, ma io che dovrò fare ? Quali saranno le mie mansioni ? “, domandò Anselmo, sempre più a disagio con quegli occhi piantati addosso come coltelli.
“Lei è il nuovo guardaboschi, no ? Dovrà vigilare, controllare che non vengano abbattuti alberi, impedire la caccia di frodo, perlustrare la foresta e segnalare se c’è qualcosa che non va. Ma vedrà che non avrà problemi; a Krastànato non succede mai niente, e anche i bracconieri, sono secoli che non se ne vedono : chi vuole che si spinga fin lassù ? I giovani, giù in paese, forse non sanno nemmeno che esiste un posto chiamato Krastànato, i vecchi fanno finta d’essersene dimenticati, e se proprio ci va a cadere il discorso ne parlano malvolentieri, per via di certe storie su alcuni boscaioli partiti tanti anni fa a far legna e mai più tornati. Ma sono tutte menate, leggende di montanari ubriachi.
Il fatto è che la gente di qui non ama più la montagna; tutti vogliono andarsene, lavorare a valle.
A far cosa poi ? I camerieri nei grandi alberghi, gli stagionali, i gelatai a Lienz o ad Innsbruck, persino i bagnini a Lignano Sabbiadoro. E’ vero che da queste parti non avrebbero da stare allegri : l’artigianato e il commercio di legname, le uniche risorse, non esistono più da quando hanno vietato di tagliare alberi, per le valanghe sa, e allora, rimangono solo anziani, donne e bambini, e neppure tutti.
Appena possono, se la squagliano anche loro. Già ci sono molti villaggi completamente disabitati.
In altri il posto più popoloso è il camposanto.” Il vecchietto sottolineò quest’ultima frase con una sghignazzata, mettendo in mostra una fila di denti bianchissimi e appuntiti, quasi animaleschi, e guardandolo ironico con un’aria da presa in giro. Poi, fattosi improvvisamente serio : “Io ormai ho finito, domani lascerò questa bicocca per sempre : me ne vado in pensione, se Dio vuole ! Lei è l’ultimo guardaboschi che accompagnerò a Krastànato. Ne ho visti tanti sa, quando è arrivato il primo avevo ancora tutti i capelli neri. Veniva da Roma, proprio come lei… Ma adesso muoviamoci, sono già le sette. Le darò gli ultimi ragguagli strada facendo.”
Fuori, il cielo era plumbeo e l’aria pungente, e Anselmo rabbrividì stringendosi vanamente nella giacca a vento che pure, a Roma, gli era sembrata così calda. Il vecchio, con un’agilità insospettabile, si arrampicava sul ripido sentiero voltandosi di tanto in tanto a sollecitare Anselmo, attardato e appesantito dal bagaglio. Il sovrintendente gli spiegò che avrebbe alloggiato in una piccola baita in mezzo alla foresta, i viveri li avrebbe ricevuti una volta al mese su una teleferica, e lo stipendio gli sarebbe stato accreditato all’Ufficio postale di Calalzo.
Il cammino, estenuante, durò più di due ore, attraverso abetaie fittissime, pascoli a picco sulla montagna, costeggiando dirupi, passando sopra esili ponticelli di corda in bilico sull’abisso, scivolando su torrenti dall’acqua ghiacciata, valicando impervi passaggi nella roccia, saltando crepacci profondissimi, superando alla fine un dislivello di quasi mille metri per arrivare nella grande foresta di Krastànato.
Anselmo, intirizzito e stremato, cominciava a dubitare della convenienza di quel lavoro, che solo poche ore prima aveva accettato con tanto frenetico entusiasmo. Era tuttavia irresistibilmente attratto dalla maestosità di Krastànato, dalle conifere, dalle betulle, e da mille altre specie di alberi mai visti prima che si estendevano a perdita d’occhio, impenetrabili e altissimi, e sentiva che quel luogo avrebbe segnato il suo destino, bello o infausto che fosse.
Il sovrintendente lo guidò poi su una stradina appena accennata nell’intrico del sottobosco, e a passi rapidi e sicuri lo condusse a una minuscola baracchetta di tronchi su una radura, circondata da una siepe di rovi e bacche.
“Ecco, d’ora in avanti questa sarà la sua casa; è piccola ma solida, non manca nulla, frigorifero, cucina, dispensa, caminetto, e un armadio pieno di coperte e maglioni. La legnaia è sul retro. Alla fine di quel viottolo a sinistra c’è la teleferica. Sarà l’unico contatto con il paese. Dovrà vivere da solo, ci si abituerà. In compenso il lavoro è molto semplice; consiste in due perlustrazioni giornaliere, una al mattino e una di pomeriggio. Finchè non sarà abbastanza pratico del bosco, non si discosti dal percorso regolamentare, rischierebbe di perdersi e non sarebbe piacevole, specialmente d’inverno. Il percorso è segnato da piccole croci bianche dipinte sui tronchi; se seguirà quelle tracce non si smarrirà.
Quando arriva il rifornimento, metta sulla teleferica una relazione per l’Ispettorato forestale. E’ una semplice formalità, in genere neanche la leggono. Troverà i moduli da compilare in una scatola sopra il camino. Bene, mi pare che sia tutto. La saluto e le auguro buon lavoro.
E non si preoccupi, gliel’ho detto, qui non succede assolutamente nulla…”
Il sovrintendente, dopo una vigorosa stretta di mano, si incamminò veloce e subito sparì dietro un cespuglio di felci. “Stia bene !”, urlò di lì a poco con voce già lontana.
Furono quelle le ultime parole di un essere umano; dopo Anselmo non sentì più niente, solo silenzio accompagnato dai suoni della foresta : il fischio del vento, lo scricchiolìo dei rami, e fruscii, sibili, gli echi del fragore di slavine su qualche monte circostante, mille versi di animali che non riusciva mai ad incontrare durante le sue perlustrazioni.
I mesi, gli anni, passavano lenti, scanditi dai monotoni ritmi di quella vita noiosa, dai passaggi della teleferica, dalle relazioni sempre uguali, dalle passeggiate solitarie in mezzo agli alberi immobili e incombenti. Era stufo di quel tran tran, di quel percorso che conosceva a memoria, e poiché aveva acquistato una gran dimestichezza con i luoghi ormai familiari, decise di esplorare la parte settentrionale della foresta, dove finora non s’era mai spinto.
Perciò un mattino, di buon’ora, riempì lo zaino di provviste e si mise in marcia, avendo cura di lasciare dei segni sul percorso per assicurarsi il ritorno. All’inizio del cammino e per un lungo tratto successivo il paesaggio non si discostava affatto da quello dei suoi giri usuali : gli stessi alberi, gli stessi roveti, le solite piante di frutta selvatica. Man mano però che si addentrava nella macchia, questa si faceva più rada, la massa dei cespugli cedeva il passo a formazioni di roccia e a piccole collinette di una pietra calcarea colorata di rosa. Ancora più avanti, la vegetazione scompariva quasi del tutto e da ogni lato si innalzavano altissime rupi, con piode, pinnacoli, balze, e protuberanze granitiche scolpite dal vento in bizzarri monumenti dalle forme più varie.
Sconcertato dall’imprevisto spettacolo, Anselmo avanzava nello scenario pietrificato, camminando in quello che milioni di anni prima - a giudicare dalle numerose impronte di foglie e pesci fossili sparse qua e là sul terreno - doveva essere stato un bosco lussureggiante attraversato da un fiume.
Più oltre, dal varco di una gola angusta, si accedeva in una enorme spianata, una sorta di cava naturale, contornata da rocce più tenui dalle quali si erano distaccati giganteschi macigni, per cui le pareti erano tutte sgretolate, frastagliate e sconnesse, come certe montagne del Carrarese squarciate da generazioni di spaccapietre. Alle pendici del costone più lontano si aprivano innumerevoli caverne e anfratti, e il terreno intorno era pieno di buche profonde dalle quali usciva un’aria fredda, che faceva supporre la presenza di grotte sotterranee nelle viscere della montagna.
L’ambiente era grandioso. Anselmo ne era affascinato e avvertiva, nettissima, l’impressione di trovarsi sulla soglia di un mondo stupefacente. Conquistato dall’idea di essere lui il primo a scoprire chissà quali meraviglie, decise su due piedi di avventurarsi in quelle caverne inesplorate. Ne scelse una che gli sembrava più accessibile e vi entrò senz’altro, col cuore in subbuglio e le gambe tremanti per l’emozione. Percorsi però pochi metri in una stretta galleria, fu costretto a fermarsi a causa della fitta oscurità. Ma non voleva certo rinunciare a un’impresa così allettante, perciò si propose di tornare il giorno dopo, equipaggiato di torcia elettrica, corde, piccozze e altri attrezzi utili che aveva visto in gran quantità nella legnaia.
La mattina successiva, ancora prima dell’alba, si mise in cammino, impaziente di verificare le mille congetture notturne circa il contenuto di quegli oscuri antri.
La giornata, insolitamente limpida e mite, lo incoraggiò durante la lunga marcia, alimentando fiduciose aspettative per il buon esito dell’esplorazione.
Arrivò che il sole era alto e, ingurgitati in fretta due panini, si diresse subito verso la caverna. La galleria all’interno era piuttosto angusta, non presentava tuttavia asperità, e dunque Anselmo, con la grossa torcia che formava un ampio fascio di luce, poteva procedere speditamente sul terreno liscio e pianeggiante, solo un po’ viscido per l’umidità.
Mentre avanzava, attaccava dei pezzetti di nastro adesivo lungo le pareti a intervalli di quattro cinque metri; ne aveva portati di vari colori, nell’eventualità di dover segnare percorsi differenti se avesse incontrato diramazioni nel corso del cammino. Andava avanti da molto tempo, ma la galleria sembrava interminabile. Poiché era ormai tardi e la stanchezza cominciava a farsi sentire, decise di fermarsi per riposare un poco. Per fortuna aveva con sé viveri in abbondanza, coperte e sacco a pelo, e quindi avrebbe potuto resistere diversi giorni senza patire freddo e fame.
Dormì profondamente per qualche ora, e dopo essersi rifocillato con un piccolo spuntino riprese di buona lena la marcia. Notò che l’orologio si era fermato, aggravando così la situazione, già precaria per l’oscurità e il disorientamento causato dal lungo vagare in quel tunnel sotterraneo.
Il disagio aumentò quando la galleria si restrinse ulteriormente, fino a diventare un budello talmente piccolo da costringerlo a procedere carponi. Ma lui non voleva desistere e, sebbene non gli si prospettasse la benché minima ragione a favore della continuazione del viaggio, andava avanti testardo e incurante della difficoltà del cammino. Quando ormai già disperava di trovare una via più agevole, il cunicolo, dopo un’ampia curva, sbucò in un corridoio molto largo che scendeva bruscamente verso una caverna smisurata, cento metri più in basso.
Sorrise compiaciuto massaggiandosi le gambe indolenzite, felice di poter finalmente riprendere la posizione eretta. Ma il sollievo fu di breve durata, e il sorriso si trasformò in una smorfia di disappunto : per terra c’erano una bottiglia e un pacchetto di sigarette vuoto, poco più avanti la pagina di un quotidiano. Vi avvicinò la torcia, ma la carta era completamente rovinata dall’umidità; riuscì a leggere soltanto la data : 30 giugno 1948. Dunque qualcuno era già stato lì, s’era spinto come lui fin dentro quei profondi recessi che credeva inviolati. Si ricordò all’improvviso delle strane storie di boscaioli scomparsi, appena accennate dal sovrintendente il giorno del suo arrivo, e un brivido gli percorse la schiena, paralizzandolo.
Ma fu solo un attimo; una forza irresistibile, indipendente dalla sua volontà, lo induceva a continuare nonostante tutto, e mentre ancora la mente era incerta sul da farsi, le gambe già correvano in direzione della grande caverna. Era davvero enorme : avrebbe potuto contenere comodamente piazza San Pietro con la basilica e tutto. Non aveva mai visto niente di simile : dal soffitto, suddiviso in innumerevoli volte, pendevano miriadi di stalattiti del diametro di una colonna.
Dal terreno spuntavano stalagmiti altrettanto monumentali che in qualche punto arrivavano a sfiorare le altissime volte. I raggi del sole penetravano da alcune fenditure nella montagna sovrastante rischiarando la mastodontica cattedrale e creando strani giochi di luce tra guglie, merli, nicchie, cupole, archi, torri e mille altre edificazioni di quella fantastica architettura naturale.
Nei lati della caverna si aprivano varie strade con diramazioni secondarie che conducevano a sale intercomunicanti, da ciascuna delle quali partivano altri cunicoli che a loro volta si biforcavano in tunnel per tutte le direzioni.
Era un groviglio inestricabile di gallerie, e Anselmo, che ormai aveva perduto la cognizione del tempo, vi si era irrimediabilmente smarrito. Camminava come un automa, inebetito dall’atmosfera rarefatta, ipnotizzato dalla metropoli di pietra, svuotato di ogni desiderio eppure convinto di dover continuare il suo assurdo viaggio in quella dimensione irreale.
Corridoi luminosissimi si alternavano a buie spelonche che percorreva a tentoni, guadava fiumi sotterranei, valicava montagne, s’arrampicava per sentieri scoscesi sull’orlo di voragini spaventevoli.
Le provviste erano finite da tempo, si nutriva saltuariamente delle radici delle poche piante rupestri che riuscivano a crescere a quella profondità, e beveva l’acqua gelida delle sorgenti.
D’altro canto non avvertiva quasi più lo stimolo della fame e della sete e non si fermava neppure per dormire; il sonno lo coglieva mentre camminava facendolo stramazzare addormentato ancor prima di toccare il suolo. Dopo poche ore i gocciolii dell’acqua, qualche sasso che cadeva e altri piccoli rumori amplificati dall’eco lo svegliavano, e gli sembravano una voce imperiosa che gli ingiungeva di riprendere il cammino interrotto. Era impossibile sottrarsi a quel comando, e cominciava così un’ennesima giornata di estenuanti peregrinazioni nel sottosuolo.
Quanto tempo era passato ? Mesi, anni ? E quanta strada aveva percorso ? Lui non lo sapeva; spazio e tempo erano categorie del mondo esterno, convenzioni fittizie che non avevano ragione di esistere nel suo attuale mondo. Lui si preoccupava soltanto di camminare, non contava nient’altro.
Era ormai allo stremo. Avanzava penosamente appoggiandosi ai massi, barcollava, cadeva, si rialzava ostinato, cadeva di nuovo, si trascinava ansimante in un disperato tentativo di vedere il termine di quei labirintici meandri.
Con un ultimo sforzo riuscì a strisciare fino a una grandiosa sala quadrangolare dalle pareti marmoree lucenti e squadrate. In fondo alla sala si protendeva un muro smisurato da dove partivano, a raggiera, colossali lastroni di granito sui quali erano incisi segni incomprensibili.
I lastroni, fissati su grosse ruote, erano sorretti da massicce catene e tiranti d’acciaio montati su carrucole infisse nella roccia. Anselmo, sdraiato bocconi, non era più in grado di muovere nemmeno un dito. Cercando invano di mettere a fuoco le immagini che gli correvano davanti tremolanti e vorticose, strizzò dolorosamente gli occhi. Li chiuse, e in un secondo vide sfrecciare il film della sua vita : i vecchi amici dimenticati, le delusioni, le occasioni mancate, i tanti giorni sprecati nell’ozio e in squallide avventure. E quello strano lavoro, Krastànato, la fine.
Udì un cigolìo, un rumore sordo proveniente dall’alto, poi giacque esanime sulle pietre gelate.
Le catene si stavano arrotolando e tiravano verso di lui uno dei lastroni. Da dietro sbucarono due operai che afferrarono rapidamente il suo corpo, lo sollevarono e lo gettarono in un sepolcro che chiusero con una lapide. Vi era scolpito il suo nome e la data della morte : 30 giugno 2028.
Sistemarono il sepolcro dentro un loculo nella facciata posteriore del lastrone, che subito ritornò al suo posto, tirato da altre catene.
Presero dopo da un angolo una lapide bianca e con due piccoli scalpelli vi incisero sopra un nome : Roberto L., seguito da una data : 30 giugno 2068. Finito il lavoro, riposero gli attrezzi in una valigetta e scomparvero in una galleria laterale.
In quello stesso momento, fuori, una corriera sgangherata si stava fermando accanto a una baita, al limitare della foresta di Krastànato.
Ne scese un giovane dalla faccia stanca, accolto da un vecchio che lo fece entrare nella baita.
“Buongiorno”, disse il vecchio, “sono il sovrintendente di questa circoscrizione montana”.
“Buongiorno”, disse il giovane, “mi chiamo Roberto L., sono il nuovo guardaboschi.”….