Il griforifero
(Massimo Milella)
Chissà com’è, tipo come quando stai nel deserto,
morire di sete. E se non morivi mai, ma avevi sempre tantissima sete? E lo
chiedi a me che a malapena sento le spalle e non so staccare lo sguardo dal
muretto basso di pietra su cui giochi a restare in equilibrio. E’ pietra fine,
che frana facilmente, fragile e impolverata come la nostra vita ad agosto.
Oggi fa caldo, questo posso dirti, e può succedere di tutto.
Non ti guardo ma le tue caviglie sottili le vedo e so salire fino alle pelle
rosa dei polpacci, ai due graffi sulle ginocchia, alla vita sinuosa e sottile
stretta da un costume nero da gatto (come un gatto cammini e ad ogni movimento
che fai sembra che mi guardi e mi provochi). Oltre quel nero non vado, ma se
potessi vederla quella pancia, me la immagino come la parete di una montagna
così ripida e verticale da farmi scivolare gli occhi ovunque -li roteo li
rovescio per terra intimidito, poi ti saltano addosso impazziti di nuovo, mi
crescono piccoli denti aguzzi e carnivori sulle palpebre, si riempie in fondo
alle pupille un pozzo silenzioso e nero-: il cuore non so più se batte ma
certo le braccia al fianco del corpo non le ho più. Saranno altrove. Forse
sono cadute sui piedi, ma non ho il coraggio di controllare. E se fossero
cadute sui tuoi? Come potrei spiegarti il fatto? Sarebbe imbarazzante. Mi
ameresti anche senza braccia? Perché, forse mi ami? Ecco che il pozzo torna a
ribollire.
All’improvviso mi sorridi.
Siamo io e te, Silvia, in una valle di spighe di grano malandate e sterpaglia,
di sole ce ne sarà ancora per poche ore e vorrei stare zitto e baciarti, ma tu
sorridi come su una nave che si allontana.
Mi sento perso, in piena burrasca, comincio ad avere molta sete, allora
irrompo.
”...io e mio cugino ieri siamo andati dal salumiere ma lui non ci voleva
perché c’erano delle persone con il coltello allora siamo tornati verso casa
ma è scoppiata una pioggia terribile e tuoni e fulmini spaventosi io dicevo a
mio cugino fermiamoci e lui no dai che ce la facciamo. Poi è passata una
motoretta e ha offerto un passaggio mio cugino è salito io invece da solo mi
sono rifugiato in una cabina telefonica che però aveva i buchi sul tetto
allora mi sono appeso al telefono per evitare le gocce fredde. Era un
temporale terribile ma non avevo paura.”
Mi ravvivo il pennacchio sull’elmo da valoroso cavaliere e tengo a bada il
cavallo nero su cui monto perché la donzella non si spaventi e si innamori dei
miei lunghi baffi.
”E non ti sei messo a piangere?”, ora sono un insetto senza antenne, una
larvetta, mi rinchiudo in una segreta del castello spengo tutte le luci e
aspetto che i treni là fuori passino furiosi come bufere.
”Perché avrei dovuto, era solo un temporale”, ma era troppo tardi: velocissimi
topi, tutti con la mia faccia, si lanciano contro di me da ogni buco del
pianeta con asce accette coltellini taglierini seghe elettriche rombanti tra
le zampe, sono in migliaia ed enormi. Mi recidono, segano, tagliano,
distruggono, ma risparmiano i denti sulle palpebre che continuano la loro
azione carnivora di assorbimento-.
”E ti sembra poco, un temporale?”, ma hai una smorfia mai vista prima.
Alla donna che ti è nata dentro voglio dire che deve stare con me, che
stanotte devo abbracciarla e darle dei baci altrimenti esplodo e, anche se ora
non puoi immaginare perché dovrei esplodere, lei lo sa già perciò, Silvia, al
primo movimento che fai io ti butto a terra e ti do questo maledetto bacio.
Ora te lo dico:
”Silvia” mentre mi scruti severa, “vado a prenderti un po’ di cioccolato dal
griforifero”?
”No, non voglio niente”.E raccogli da terra qualcosa.
E’ una coccinella nera con le palline rosse, come se non ne avessi mai vista
una. Griforifero, grigoghighefo, frigofighero - forse non dovrei
sopravvalutarti così- Grifofirfero, girgofinfero- con un fischio chiamo il
cavallo, mi sistemo la stelletta sul petto e scrollo dagli speroni il
terriccio rosso che ne sminuisce la brillantezza. Bella la piccola Katy, però
dietro la collina continuano a fuggire i banditi e non posso certo indugiare a
gingillarmi questo gioiellino.
Improvvisamente mi sfiori la guancia con due dita leggere, sei a pochi
centimetri dalle mie labbra e mi sorridi ancora. Ed ecco che ritrovo le
braccia vigliacche e perdute, per scrollarti da me con un colpo brusco,
egoista, scimmiesco e scappare senza cavallo perché ho gambe e piedi legati,
terrorizzato, gli indiani fanno bene il loro lavoro, quando legano legano
stretto, ma posso sempre saltellare fino al griforifero. Credo di farcela,
prendo velocità, i muscoli sono tesi, sulle ginocchia pesa una fatica nuova,
sono in preda a movimenti convulsi che gli indiani non potevano prevedere.
Per questo riesco faticosamente a liberarmi e la corsa diventa frenetica verso
il trotto del motore del griforifero, uno strano rumore, forse pioverà anche
stavolta, e cos’è questo solletico sulla guancia, perché mi hai accarezzato?
Ecco il tuono, che mi sorprende al centro della strada dove un Frigosauro
enorme con una mandibola ghiacciata mi rovescia per terra, dipingendomi un
pesante strato rossastro sulla pelle. Muoio dolcemente digerito mentre una
banda suona la mia fine spremendo fiati e trombe e nel frattempo un milione di
gatti neri porta il Frigosauro in trionfo, poi il caldo è torrido e nessuno
può resistere a lungo alla cerimonia, tanto che mio cugino prende la mia testa
ancora intatta per infilarla in un sacchetto e portarla in motorino fino al
mare dove la getterà, secondo le mie istruzioni testamentarie.
Ma Silvia sgrana gli occhi verdi di fronte a un fatto nuovo, rarissimo,
sconcertante: una piccola coccinella nera a pallini rossi mi attraversa la
guancia veloce come una lacrima, si arrampica sulla punta del naso, scivola
giù in mezzo agli occhi, si guarda un po’ intorno, consulta una mappa, sceglie
quello sinistro, estrae una sega elettrica, comincia a distruggere i denti
delle palpebre, infine, a lavoro ultimato, ripone la sega al suo posto, lancia
un’occhiata esterrefatta a mio cugino che continua a osservarla, poi si tuffa
a volo d’angelo nel pozzo nero al centro del mio occhio sinistro e laggiù
scompare senza eco.
Mio cugino sorride e mi chiude gli occhi poi infila ordinatamente la testa
nella busta e fa rombare il motore verso il mare mentre un gelo polare mi
avvolge.