Il grattacielo
(Claudio Esposito)
Candido correva sempre, da casa sua alla banca e di nuovo a casa, poi ancora via a precipizio per le mille incombenze che la vita, prodiga di affanni, gli riservava senza tregua con accanimento metodico implacabile : l’ufficio la famiglia il lavoro i bambini, e conti da pagare e tasse e commissioni varie, in una furente sarabanda che lo sballottava su e giù a un ritmo frenetico e uguale…
Correva, correva impetuoso e veloce e intanto non parlava, non amava, non pensava : non ne aveva il tempo…
Correndo incrociava gente, figure indistinte che correvano anch’esse ma in direzione opposta alla sua. E non poteva guardarle, percepirne l’espressione, intuirne le ansie i dolori le gioie, meno che mai parlare con loro.
Troppa fretta… solo rumore di passi nervosi, lievi fruscii di abiti che si sfioravano distratti, confusi frammenti di vacui discorsi di moda-calcio-supermercati-automobili-ricette, appena avvertiti mentre sfrecciava davanti al carname umano fermo ad aspettare il tredici barrato…
Correva, e di corsa il tempo passava : le ore volavano, i giorni già diventavano mesi che si sommavano a fare anni, lustri, decenni, ognuno identico al precedente e al successivo, tutti ugualmente grigi e vani…
Ma lui correva… migliaia di chilometri per restare sempre allo stesso posto, per girare in tondo, per andare avanti e indietro lungo la sua piccola, infinita strada incontrando volti soliti eppure estranei, pestando piedi, chiedendo scusa, dicendo povere, vuote parole subito svanite nel latrato di un clacson.
Sennonché, negli ultimi tempi Candido, alzando gli occhi al cielo forse per sbaglio (sicuramente per caso), aveva notato che in un certo punto della solita via su cui s’affannava ormai stanco, si ergeva un grattacielo altissimo, talmente alto che a fatica se ne scorgeva il tetto… Era solo il profilo di un palazzone, la sua immagine sbieca, un fotogramma confuso appena colto con la coda dell’occhio e già scomparso nella cieca corsa, dimenticato nel doloroso ansimo quotidiano.
Tuttavia, corri oggi e corri domani, dapprima inconsapevolmente poi via via con sempre maggiore intenzione, col pretesto di riprendere fiato si fermava un attimo e sbirciava in su – sia pure di sfuggita – proprio nel tratto di strada dove si stagliava la vertiginosa sagoma del grattacielo.
Non aveva balconi, non un cornicione, una grondaia, un acroterio o qualsiasi altra sporgenza che potesse minimamente intaccare la struttura perfettamente liscia e squadrata dello stabile.
Era un parallelepipedo, un lunghissimo, enorme parallelepipedo di cemento armato rivestito di marmi che, colpiti dal sole, dardeggiavano abbacinanti riflessi ocra e cobalto.
La superficie del grattacielo era poi percorsa in senso orizzontale da smisurati finestroni uniformemente incastonati a filo nelle lucide pareti marmoree, le quali ai piani superiori si facevano strette e oblunghe per lasciare il posto, ancora più su, a vastissime vetrate rette da sostegni d’acciaio e sormontate da altane corrusche di ferro e cristalli.
E guardando ogni volta il maestoso, improbabile edificio, lo sorprendeva una sensazione indefinibile, una stupita ammirazione per quell’altissimo cuneo proteso arcigno nel cielo a dominare i bassi uffici case vie quartieri e condomini brulicanti di omini, piccole, nere formiche impotenti e veloci alla disperata ricerca… di un parcheggio…
Non gli bastava più un’occhiatina fugace e trafelata : con crescente interesse si soffermava a
rimirare lo sfavillìo dei vetri, a bocca aperta restava incantato dall’aggressiva facciata del palazzo, lucida lama conficcata nel cuore insensibile di quello stupido quartiere d’affari e nel suo che tra un po’ – pensava – gli sarebbe scoppiato a furia di battere all’impazzata sospinto da una trepida, inspiegabile emozione…
Non scoppiò, ma lo costrinse a rallentare la corsa, a camminare, infine a fermarsi sempre più spesso, incurante dei ritardi in ufficio, proprio davanti al grattacielo, al suo massiccio portone di zinco brunito.
Cominciò allora ad insinuarglisi nell’anima, sottile ma deciso, il desiderio di entrarvi dentro e di percorrerlo tutto per quanto era lungo, sino alla lontanissima cima che, sostituendosi al sole, lambiva le nuvole bigie accendendole di metallici bagliori.
Finchè un giorno, fermatosi per l’ennesima attesa nel punto fatale, fissò lo sguardo verso il culmine della mastodontica prospettiva e gli parve d’un tratto di scorgere ad uno dei piani di mezzo – forse il trentatreesimo – una figura di donna affacciata all’unica finestra aperta, che guardava proprio lui e sembrava chiamarlo, rompendo con vaghi gesti delle braccia protese l’immobile armonia dell’intera costruzione.
Non riuscì a capire chi fosse, che cosa volesse, se l’avesse scambiato per un altro.
Ma no, la donna, quel volto indistinto ma che intuiva (chissà perché) di una bellezza ineffabile, ce l’aveva proprio con lui e continuava a chiamarlo con mute, assordanti parole.
Chi era ? Dove mai l’aveva incontrata ? Cosa voleva ? Amarlo ? Odiarlo ? Ascoltarlo ?
Candido non lo sapeva, però s’era accorto di lei e lei di lui : non confusi scalpiccìi di passi nella calca informe, non anonimi sguardi di persone indifferenti, ma due visi in reciproca ricerca, per volersi bene, per volersi male, comunque per trovarsi.
Era forse Diana ?... Mah… da tanti anni non la vedeva… un’ombra del passato… erano due bambini quando… Basta : doveva andare, immediatamente salire verso quell’immagine che ancora lo invocava con fervore; era l’unico atto che contasse veramente per lui.
Lo fece : col naso all’insù varcò il grande portone di zinco. Dentro, nessuno, solo grigie, nude pareti di granito.
A passi incerti s’avviò verso il nero ascensore intarsiato con fregi d’ottone, che rapido iniziò a elevarsi ancor prima che premesse uno degli innumerevoli pulsanti : decimo, trentesimo, quarantesimo, sessantesimo, settantesimo e ultimo piano…
Diana ? Non c’era. Ma l’ascensore continuò a salire : di slancio superò soffitte, abbaini e lucernari, sfondando infine con fragoroso boato il grande solarium avvolto di nubi.
Com’era piccolo ora, sotto di sé, l’enorme grattacielo scintillante di vetri ed acciaio ! E la strada lunghissima su cui galoppava senza sosta una minuscola strisciolina appena accennata nello scenario della città.
Finalmente non correva più, andava leggero in alto volteggiando placido e tranquillo con l’ascensore fluttuante nel vasto cielo…
Adesso, chiuso in quell’angusta cabina che già stava ripiombando nel misero mondo, gli sembrava d’esser felice.