Gomma a terra

(Claudio Esposito)

 

    Antonio scaraventò furioso il cric nel bagagliaio e sbatacchiò il cofano soffocando una bestemmia.

    Schiumante di rabbia restò lì qualche minuto alla ricerca di un’impossibile via d’uscita, guardando sconsolato la gomma a terra e la ruota di scorta anch’essa sgonfia, finchè, massacrato da quella specie di diluvio universale che imperversava ormai da ore, pensò bene di rimontare in macchina e aspettare che passasse qualcuno per farsi aiutare.

    Ma era notte fonda e, con quel tempo da cani, nessuno s’avventurava lungo i tornanti scoscesi di quella sperduta stradina di montagna.

    E dire che la giornata era cominciata proprio bene : il lungo viaggio era stato davvero fruttuoso, e tutto contento se ne stava tornando a casa con la borsa piena di ordinazioni.  Nella sua carriera di mediocre piazzista, ben di rado gli era capitato di concludere così tanti affari in un giorno solo e, nonostante la stanchezza, si sentiva pimpante e gongolava al pensiero delle sospirate provvigioni e dell’invidia dei colleghi più anziani, sempre sussiegosi e pronti a denigrarlo nei periodi di magra.

    Quell’intoppo non ci voleva proprio !  E, quel che era peggio, la situazione minacciava di protrarsi per tutta la notte : erano già le due, la strada sempre deserta, e il temporale non accennava a placarsi, anzi, col passare dei minuti il fragore dei tuoni diventava quasi ininterrotto, e gli pareva che tra poco il torrente d’acqua l’avrebbe subissato, inghiottito con la macchina e tutto.  Per di più tirava un ventaccio gelido che riusciva a insinuarsi tra le fessure dei finestrini, e lo faceva rabbrividire penetrandogli le ossa attraverso la giacchetta fradicia col bavero vanamente stretto intorno al collo.

    Se ne stette un altro po’ a guardar fuori smoccolando imprecazioni fra i denti, poi, intirizzito e stremato, si rannicchiò sul sedile, rassegnato ad aspettare l’alba e la fine di quella tregenda.

    Non riuscì a prendere sonno, si rigirò mille volte nell’abitacolo angusto, cadde poi in un dormiveglia cupo scandito dalla pioggia incessante, e una vaga inquietudine, un indefinibile disagio, si impadronì di lui.   Il disagio si tramutò in angoscia, acuta, pesante, insopportabile, più del dolore della leva del cambio premuta nel costato.

    Era fuori dal mondo, lontano da tutti, buttato lì in quel macinino sgangherato, solo, con la sua borsa sdrucita e il misero campionario di orologi e bigiotteria a buon mercato da rifilare a qualche emporio di paese.

    Gli scorrevano davanti le immagini di un’esistenza monotona e scialba : squallide pensioncine di provincia, amorazzi a pagamento nelle camere a ore di infimi motel, trattorie a prezzo fisso, sale d’aspetto ferroviarie sporche e fumose, cene micragnose a cappuccini e brioches.  E si sentiva inconcludente, inutile, vuoto.

    Fallito.

 

 

 

 

 

    Si riscosse all’improvviso, svegliato da un picchiettìo leggero sul parabrezza, e dovette stropicciarsi forte gli occhi prima di riuscire a distinguere la tremolante sagoma confusa per la pioggia battente.

    Si tirò su per guardare meglio, e lo sconosciuto si sporse in avanti fino ad appiccicare la faccia sul vetro.

    Era un bambino, un ragazzetto piccolo e magro, che lo osservava con espressione attenta.

    “Entra, che fai lì a quest’ora, sei tutto bagnato ! Ti prenderai un accidente !”, esclamò Antonio, contento di vedere finalmente un essere umano.

    Il bambino non aprì bocca, aprì invece la portiera e gli si sedette al fianco continuando a fissarlo.

    “Non dovresti andare in giro così, da solo, sotto l’acqua, alla tua età.  Comunque, giacchè ci sei, forse potrai aiutarmi, chiamare qualcuno.  Sono bloccato qui da parecchie ore. Sai, una foratura, e la ruota di scorta, andata anche quella.”.

    “No, non posso aiutarti, è impossibile.”, rispose sibillino.

    “Non potrei neanche parlare con te.  Ho voluto soltanto vederti, venirti vicino un momento.  Ma ora devo andare, non posso restare ancora.  Addio.”.

    Pronunciò queste ultime parole con voce turbata, quasi commossa, poi, dopo un ultimo sguardo struggente, uscì fuori veloce e sparì nel buio, lasciando Antonio stupito e interdetto, la mano a mezz’aria invano protesa a fermarlo.

   

    “No guardi, è assurdo, quel bambino se lo sarà sognato”, rise divertito il camionista che al mattino prese su Antonio per accompagnarlo in città.

    “Non c’è una casa nel raggio di ottanta chilometri, solo boschi e montagne.  Dia retta a me : se l’è proprio sognato.”.

 

    Invece no, non l’aveva sognato : quel bambino era vero, anche se non di carne.      Era il suo spirito, l’anima inconsapevolmente evocata, emersa dai meandri del suo essere per una visita repentina e fugace, materializzata dalla magia di quella notte strana.