Ginevra Giovanni

(Olga Luce)

 

Una pianta di una specie rarissima:

Nacqui a Venezia nel 1918.

Nacqui come una pianta di una specie rarissima; nacqui come un esemplare di un animale da competizione. Nacqui non perché mia madre o mio padre si amassero, non perché il caso avesse voluto il loro incontro o le loro peculiari nature avessero portato le storie delle loro  vite ad intrecciarsi in un attimo di mistica casualità.

Nacqui perché così la Famiglia decise che fosse.

Mia madre, Gisella Giovanni, era portatrice del sangue nobile della nostra discendenza. Un sangue puro, ma che aveva generato un essere fragile nel corpo e nella psiche: mia madre compare in alcune vecchie fotografie come una bambola della più fine e pallida porcellana, con grandi occhi e fluenti capelli neri, vestita da ampi abiti di pizzo e grandi cappelli. Il suo temperamento era incostante e imprevedibile come le condizioni della sua salute: si dice passasse da momenti di profonda tristezza a slanci di sincera gioia nel giro di pochi istanti e allo stesso modo le sue gote si colorivano del rossore della salute o sbiancavano sotto i fremiti della febbre nell’arco dello stesso giorno. Nei brevi periodi in cui le sue condizioni di salute glielo permettevano, mia madre recitava nei teatri di Venezia, in piccole compagnie o in grandi produzioni. Si diceva fosse un essere di un carisma eccezionale, capace di assumere perfettamente pensieri, atteggiamenti, virtù e pene delle grandi eroine dei drammi e delle commedie del tempo.

La Famiglia non se ne servì come Ghoul. Il suo sangue era puro, non occorreva null’altro. Non le occorrevano conoscenze o pratiche esoteriche, non le occorreva essere un’ abile diplomatica o un’intelligente politica, che potesse sostenere la Famiglia nella sua eterna danza sul sottilissimo filo dell’indipendenza che si dipanava, pericoloso, tra Sabbath e Camarilla. La Famiglia la usò in un modo molto più semplice.

Andò sposa ad un Ghoul che già da un decennio le era vicino, proteggendola e seguendola durante i suoi viaggi e le sue lunghe convalescenze, fin da quando era nient’altro che una ragazzina. I due ebbero una figlia. Ebbero me.

Si racconta che mia madre mi considerasse il suo capolavoro, il suo tesoro, la ragione che la teneva attaccata alla vita da quando non poteva essere sulla scena. Mio padre fu abbracciato dalla Famiglia poco dopo la mia nascita e non si curò mai di me, dal momento ce fu inviato in Germania a gestire alcuni delicati affari al seguito di un cugino anziano e rispettato: Remigio. Lasciò mia madre sola in una grande e ricca casa, assistita solo dai domestici e visitata al far della sera dai membri della Famiglia.

Mia madre, spossata dal parto, devastata dall’improvviso allontanamento del marito e dall’isolamento a cui la Famiglia la costringeva, degenerò velocemente nel fantoccio di se stessa. Io rimasi con lei solo i primi mesi della mia vita, perché mi allattasse, poi fui allontanata e tenuta a balia in una casa di Verona, in campagna. Fino  a quando ebbi sette anni di tanto in tanto mi riportavano da lei, perché la vedessi. Questo impresse nella mia mente di bambina immagini di mia madre distorte e fugaci, in cui la vedevo come una marionetta a cui avessero tagliato i fili, abbandonata tra i cento cuscini di un grande letto, o intenta a contare i capelli di una bambola bionda che chiamava Ginevra. Di tanto in tanto era lucida, mi riconosceva: ci portavano allora in giardino a passeggiare o a prendere il sole mentre i domestici ci servivano il the e ci portavano grandi mazzi di margherite e di rose tagliate di fresco. In quei brevi, perfetti momenti, mia madre si ricordava di me.

La sua malattia poi, si aggravò terribilmente. Per alcuni mesi mi impedirono di vederla – e ricordo ancora quanto mi mancasse la sua strana compagnia – poi mi fu detto che un membro molto importante della Famiglia era venuto dalla lontana Parigi per curarla. Ludovico Giovanni era ancora molto giovane, ma già la Famiglia metteva nelle sue mani il destino di molti dei suoi membri. Non sapevo allora che di lì a poco vi avrebbe messo anche il mio.

 

L’iniziazione:

Era la fine di Marzo e Ludovico Giovanni chiese che io fossi di nuovo condotta ad incontrare  mia madre.  La sera stabilita percorsi i corridoi della grande casa tenendo la mano della mia balia e stringendo un grande mazzo di margherite che avevo colto io stessa quel pomeriggio.  Giungemmo davanti alla porta della camera da letto di mia madre. Ricordo che la balia mi rassettò il vestito dicendomi che avrei incontrato il famoso dottore che stava curando la mia mamma e che avrei dovuto essere educata ed obbediente. Quando fu sicura che avrei ascoltato le sue raccomandazioni bussò lievemente alla porta e subito la voce pacata del dottore disse di farmi entrare: la balia aprì la porta, mi spinse gentilmente nella stanza, fece un breve inchino al dottore e richiuse a porta lasciandomi da sola con quell’uomo sconosciuto.  

Ludovico Giovanni mi accolse con un sorriso, sorridendo al mio inchino piuttosto impacciato.

Posando delicatamente la mano sulla mia spalla mi guidò fino al grande letto al centro del quale mia madre giaceva abbandonata e pallida, respirando appena. Il dottore mi sollevò appena affinché io potessi darle un bacio sulla guancia. Al tocco delle mie labbra, mia madre si riscosse ed aprì lentamente gli occhi. Mi guardò per alcuni attimi come cercando di capire chi fossi, poi il suo viso si illuminò di un sorriso debole e radioso, diafano come il suo respiro: “Ginevra…”

“Mamma, ti ho portato le margherite che ho raccolto in giardino per te. Sono belle, vero?” Appoggiai il mazzo di fiori accanto alla sua mano, perché potesse accarezzarli, e ne avvicinai uno al suo viso, perché ne sentisse il profumo.

“Sono belle amore mio – bisbigliò – sono così belle…” Mia madre richiuse gli occhi, già stremata dopo poche parole, e quasi immediatamente cadde di nuovo addormentata.

Mi girai verso l’uomo che alle mie spalle osservava la scena con un’espressione che mi sembrò grave e severa: “Dottore, voi guarirete la mia mamma?”     

“Piccola Ginevra, tua madre non è malata, non nel modo in cui tutti credono. Non è il suo corpo a soffrire: è la sua anima. Tu sai cos’è l’anima?”

Abbassai vigorosamente il capo più di una volta, per sottolineare quanto bene sapessi di cosa stesse parlando, dal momento che ascoltavo sempre con attenzione le storie che la mia balia leggeva dalla Bibbia: “L’Anima è lo spirito immortale che c’è in ognuno di noi e che quando moriamo torna da Dio che l’ha creata.” Guardai con le guance arrossate il mio interlocutore, desiderosa di ricevere la sua approvazione.

In effetti il dottore mi guardava sorridendo soddisfatto: “E’ quasi giusto mia cara: l’anima è ciò che è in noi senza essere corpo, è ciò che non muore; tuttavia anche l’anima può ammalarsi, proprio come il corpo a cui appartiene. L’anima della tua mamma sta soffrendo perché non può avere quello che vuole, dal momento che il suo corpo è tanto debole che non può riceverlo. “

“Cosa vuole l’anima della mia mamma?”

Il dottore non sorrideva più. Quello che tagliava la sua espressione era un ghigno, compiaciuto: “Io potrei dare alla tua mamma quello che davvero desidera, Ginevra, ma potrebbe essere pericoloso, potrebbe farla morire più velocemente. Cosa dovrei fare secondo te?”

Le lacrime bruciavano nei miei occhi. Guardavo la figura eterea di mia madre che abbassava e alzava il petto in maniera impercettibile, emettendo di tanto in tanto leggerissimi gemiti.

“Non potete guarirla dottore? Non può stare bene di nuovo come prima? Deve essere sempre così debole e infelice?”

“No Ginevra. Tua madre si consumerà poco alla volta. Diventerà sempre più stanca, sempre più triste. Una notte si addormenterà per non risvegliarsi più. Nessuno può fare nulla per lei.”

“Voi potete dottore. Potete fare felice la sua anima se volete. Fate felice la mia mamma, vi prego.”

“Sei sicura di voler sapere ciò che tua madre desidera, Ginevra? Sei sicura che le vorrai bene lo stesso? E se dovesse morire stanotte, perché tu mi hai chiesto questo?”

Strinsi nella mano le dita sottili e fredde di mia madre. Non volevo vederla così. Volevo che fosse felice. Poi avrebbe potuto addormentarsi per sempre, in pace, e andare a trovare Dio in cielo.

“Dottore, vi prego, fatelo. Fate felice la mia mamma.”

“Bene, Ginevra. Come vuoi tu.”

Il dottore mi prese per mano e mi fece sedere su un divano posto di fronte al letto: “Ora io farò quello che tu mi hai chiesto. Tu vedrai ogni cosa, capirai la verità. Non dovrai mai muoverti di qui, dovrai rimanere in silenzio. Hai capito?”

Annuii, cercando di ricacciare le lacrime indietro.

Il dottore prese una campanella d’argento poggiata sul piccolo tavolo accanto al letto e la suonò. Venne un servitore che, chiusa la porta alle proprie spalle, rimase immobile accanto al muro, guardando nel vuoto.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

Il dottore non gli prestò la minima attenzione. Si avvicinò di nuovo al letto, prese il viso di mia madre tra le mani e cominciò ad accarezzarla, a chiamarla per nome e a darle piccoli colpi sulle guance perché si svegliasse. Quando lei aprì gli occhi il dottore la aiutò a mettersi seduta  le sistemò un cuscino dietro alla testa. cominciando a parlarle lentamente, rassicurandola: “Va tutto bene, Gisella. Ora guarderai solo me, vedrai solo me e la mia mano… abbandonerai il tuo corpo e la tua mente, e starai bene di nuovo…” Aveva cominciato a muovere lentamente la mano destra davanti agli occhi di mia madre, che si spostavano per seguirne le oscillazioni. “Quando io vorrò, tu farai esattamente ciò che desideri, senza vergogna, senza paura, senza nascondere nulla. “

La sua mano descriveva cerchi sempre più ampi, l’espressione di mia madre si faceva sempre più vacua, e cominciò a mutare man mano che il dottore continuava a parlare: improvvisamente mia madre iniziò a contorcersi nel letto, senza staccare gli occhi dalla mano del dottore, le sue dita stringevano sempre più forte le lenzuola bianche che la avvolgevano, la sua bocca, abbandonandosi pian pano, stava facendo colare un filo di bava lungo la camicia da notte.

“Ora, Gisella.” Ludovico Giovanni immobilizzò la mano che fino a quel momento aveva mosso, tenendola completamente spalancata di fronte agli occhi di mia madre.

Mia madre gettò la testa all’indietro, emettendo mugolii che non avrei mai pensato di udire da lei; cominciò ad accarezzare febbrilmente il proprio corpo, ad aprire la camicia da notte, a passarsi entrambe le mani tra le gambe.

Inorridita da quella visione, feci per slanciarmi verso il letto, per impedirle di continuare, ma il dottore urlò: “Ferma Ginevra, e guarda! OBBEDISCI!!” Non potei più muovermi. Non potei più trattenere le lacrime. Immobile sul divano continuai a guardare contro la mia volontà quella scena rivoltante.

Il dottore fece un cenno al servitore, che era rimasto completamente indifferente fino a quel momento, e lui si avvicinò al letto cominciando a slacciarsi i pantaloni.  Vidi mia madre percepire la sua presenza, avvinghiarsi a lui, implorarlo con quanto fiato aveva in corpo di possederla. Il servitore obbedì. Vidi quell’uomo vestito di nero e bianco avventarsi su mia madre, alzarle la veste, spalancarle le gambe, alzarsi a abbassarsi su di lei in un modo che non capivo che senso avesse. Mia madre gemeva di piacere, sorridendo beatamente con gli occhi chiusi… Perché desiderava questo? Perché la sua anima aveva sofferto in mancanza di questo?

Improvvisamente l’uomo si staccò da lei, la girò di spalle e continuò a fare quello che stava facendo. Tenendosi con le mani alla spalliera del letto mia madre gli urlava di continuare, e nel frattempo le loro ginocchia straziavano le mie margherite, quei fiori che avevo colto poche ore prima, perché facessero sorridere la mia mamma.

Lui spingeva sempre più forte, tenendola per i fianchi.

Poi accadde.

Le lenzuola si macchiarono all’improvviso di rosso. Un enorme macchia rossa si allargò sulle lenzuola candide. Sorpresa, mia madre si girò a guardare l’uomo, poi il sangue che colava dalle proprie gambe: alzò di nuovo la testa, sorrise a quello sconosciuto e, mentre un rivolo rosso le cominciava a colare dall’angolo della bocca, sorridendo gli sussurrò: “…Grazie…”

Mia madre si accasciò nel suo stesso sangue. L’uomo la lasciò andare, rialzandosi, scendendo dal letto. Mentre era di spalle il dottore gli si avvicinò: qualcosa luccicava nella sua mano. Passando un braccio attorno alle spalle dell’uomo gli tagliò la gola di netto, lasciandolo scivolare al suolo.

Ludovico Giovanni rimase immobile per alcuni secondi, poi, lentamente, si girò verso di me: “Vedi Ginevra, questo desiderava tua madre. Questa cosa debole e spezzata è l’essere umano.” Ripose il coltello in tasca e sollevò con facilità l’inconsistente peso di mia madre, distendendo di nuovo il suo corpo compostamente al centro del letto, chiudendole gli occhi.

“Ora tua madre è morta, ma vedi, sorride. E’ questo ciò che la sua anima desiderava. Ora io la metterò in una bara di vetro, in modo che tu possa andarla a trovare ogni volta che vorrai, e portarle altri fiori. Guarderemo insieme come il suo corpo diventa una sola cosa con la terra, mentre la sua anima lo abbandona del tutto. Da ora in poi tu sarai mia: io sarò per te madre, padre, maestro e amico.”

Mentre parlava mi si era avvicinato e poggiò le sue dita gelide sulla mia guancia bollente e rigata di lacrime, di cui potevo sentire in bocca il sale e il calore.

“Hai imparato molte cose stanotte, piccola mia. Ora DORMI.”

Un sonno invincibile si impossessò di me. Mi rannicchiai tremando sul divano, chiudendo gli occhi. L’ultima cosa che sentii furono le braccia del dottore che mi sollevavano e mi portavano via.

 

Gli studi:

Quando mi svegliai il giorno dopo, mi ritrovai in una camera che non avevo mai visto, nella grande villa di famiglia. Pesanti tendaggi bianchi cadevano in corrispondenza degli angoli del grande letto su cui mi trovavo, e spesse coperte azzurre mi avevano tenuta calda durante la notte. Dalla finestra chiusa con scuri di legno filtravano lame i luce che illuminavano mobili di legno scuro, grandi specchi alle pareti, enormi vasi di fiori bianchi, poltrone dalla tappezzeria azzurra. Mi strofinai gli occhi. Qualcosa di terribile si affacciava alla mia memoria senza che io riuscissi a mettere veramente a fuoco il motivo della profonda tristezza che stavo provando in quel momento.

Senza bussare entrò la mia balia, con in mano un vestito azzurro. Lo appoggiò su una poltrona dicendomi: “Buongiorno signorina Ginevra. E’ una bellissima giornata. Il Signor Ludovico vi invia questo abito e mi ha raccomandato di portarvi a passeggiare nel giardino. Vi accompagnerò a prendere un po’ di  sole e vi leggerò una storia. “

Mentre parlava mi fece scendere dal letto, mi accompagnò in un piccolo bagno adiacente alla stanza ed in pochi minuti fui lavata, vestita e perfettamente pettinata. Mi condusse nel meraviglioso giardino antistante la grande casa, dove io e la mamma raccoglievamo fiori e guardavamo i domestici lavorare. Qualcosa a quel pensiero si riaccese nella mia mente, ma improvvisamente sgusciò via senza che io potessi coglierne appieno il significato. Passammo le ore della mattinata serenamente. Ci portarono una colazione che mangiammo sull’erba e sul fare del pomeriggio tornammo in casa. Avevo molto sonno, e decisi di andare a riposare.

Mi svegliai che il sole era già tramontato, con la mano del dottore che mi accarezzava dolcemente il viso chiamandomi per nome. Aprii gli occhi e il viso di quell’uomo mi parve rassicurante.

“Piccola mia, ti ho portato un nuovo vestito. Ti prego, indossalo e vieni con me. Ti accompagnerò a trovare tua madre.” Non ebbe nemmeno finito la frase che la balia entrò di nuovo per prepararmi. Mi mise un abito nero con molti volant, chiuso al collo da una crocetta di diamanti.

Il dottore era uscito dalla mia stanza, ma mi aspettava appena oltre la porta. Quando io e la balia varcammo la soglia mi prese la mano e insieme percorremmo molti corridoi e scale. Stavamo scendendo ai livelli bassi della villa. Mi sembrò che fossimo anche più in basso del piano terra, dove c’era il grande ingresso e le stanze della servitù.

In effetti era così. Il dottore mi spiegò: “Siamo nel luogo sotterraneo dove la Famiglia Giovanni seppellisce i suoi morti, mia cara. “

“Perché siamo qui dottore? Chi è morto?” Non riuscivo a capire, mi stupivo, anzi, che mi portasse in un luogo così sgradevole.

“Tra poco capirai, Ginevra.”

Arrivammo in una sala dai muri di pietra, non molto grande. Dei piccoli lumi elettrici, simili a quelli che avevo visto accendere alla balia davanti alle foto dei suoi cari defunti, spandevano poca luce da nicchie scavate nelle pareti intorno a noi. Appoggiate al muro c’erano delle panche, anch’esse di pietra e il dottore mi fece sedere su una di esse. Si inginocchiò davanti a me ed alzò la mano destra. Cominciò a farla oscillare davanti ai miei occhi ripetendomi con voce dolcissima di seguirne i movimenti e di rilassarmi.

“Quando te lo dirò, Ginevra, tu ricorderai ogni cosa, ma non avrai paura, non sentirai né dolore né tristezza.” Il movimento della sua mano continuava lento ed inesorabile.

“Ora, Ginevra, ricorda!”

Ebbi l’impressione che nella mia mente si facesse strada un intenso fiotto di luce. Il ricordo che avevo tentato invano di recuperare lungo tutta la giornata appena trascorsa mi si parò dinanzi vivido, terribile: ricordavo ogni dettaglio, ogni suono, ogni espressione di mia madre. Ma, assurdamente, non provavo paura né dolore, come Ludovico aveva voluto che fosse. Rimasi perfettamente impassibile, come se tutto ciò fosse accaduto anni e anni prima, o a qualcun altro, a qualcuno che non ero più io.

Ludovico mi accarezzò la guancia e disse piano, come tante altre volte avrebbe fatto in seguito: “Vieni, piccola mia.”

Lo presi per mano, concedendogli una fiducia che mai da allora è stata tradita. Mi condusse lungo un corridoio buio, fino ad una sala più grande illuminata da molte candele circondate da ampolle di vetro rosso e disposte lungo le pareti. Al centro della sala c’era una bara di vetro , come di quelle che nelle favole racchiudevano le belle principesse addormentate per sempre.

Mi avvicinai: su uno strato di terra e di felci giaceva il corpo di mia madre, vestita di bianco, i lunghi capelli neri a formare come un manto intorno al suo corpo. Nulla era rimasto del sangue che aveva versato, nulla delle mille delicate sfumature della sua espressione: il suo volto era bello e sereno, come se dormisse un sonno desiderato da tempo, con le mani intrecciate in grembo, a reggere una rosa bianca.

Mi girai lentamente verso Ludovico, a cercare una risposta alla domanda che risuonava nella mia mente senza che potessi formularla coerentemente.

“Tua madre è morta piccola Ginevra. Io le ho fatto costruire questa nuova casa, in modo che tu possa continuare a vederla giorno dopo giorno, anno dopo anno, e possa portarle i tuoi fiori e i tuoi racconti. Tua madre tornerà a far parte della terra che produce frutti, dell’acqua che ti disseta, dell’aria che respiri. E’ una cosa perfettamente naturale, come nascere. Io ti permetterò di comprendere questo meccanismo meraviglioso che regola da millenni la nascita e la morte delle creature. Se tu vorrai imparare da me – mi venne vicino, poggiandomi delicatamente la mano sulla testa – io ti insegnerò tutto quello che so, e tu non proverai mai più dolore, come ti ho appena dimostrato.” Si inginocchiò davanti a me, guardandomi negli occhi: “Se vorrai io sarò per te padre e maestro, tu  sarai per me figlia e compagna. Rimarremo insieme sempre, ed io ti proteggerò da ogni cosa possa ferirti. Vuoi?”

Avevo continuato a guardarlo nel più profondo degli occhi mentre mi diceva quelle parole, per comprendere se mi stesse mentendo, ma vi non trovai tracce di falsità. Quando ebbe finito di parlare mi girai a guardare di nuovo il letto in cui mia madre avrebbe riposato per sempre. Lei non avrebbe più potuto stare con me, mentre quell’uomo che mi era davanti sì. Mi avrebbe protetta, aveva detto; non avrei più provato dolore, aveva detto. E solo quelle due semplici cose erano importanti nella mia mente di bambina.

“Sì… rimarrai con me sempre?”

“Sì piccola mia, sempre.”

Da quella notte Ludovico Giovanni divenne il mio precettore. Ogni giorno io studiavo insieme a vari maestri le materie ordinarie che si confacevano all’istruzione di una ragazzina della mia età, ma dopo il tramonto Ludovico mi veniva a trovare nella grande casa di mia madre dove ormai vivevo sola con la servitù. Erano le ore più felici. Ludovico mi interrogava sulle cose che avevo imparato quel giorno, mi mostrava grandi illustrazioni di anatomia, insegnandomi i nomi e le funzioni delle varie parti del corpo umano. Spesso mi regalava bellissimi abiti, o bambole tanto perfette da sembrare vive; di tanto in tanto facevamo lunghe passeggiate nel giardino che nelle notti di primavera profumava di gelsomini. In qualsiasi modo trascorressimo la serata e parte della notte, immancabilmente prima che Ludovico andasse via andavamo a portare un fiore sulla tomba di mia madre, perché io potessi vederla e raccontarle le cose che avevo fatto quel giorno. Vidi  con lo scorrere dei mesi il corpo di mia madre decomporsi lentamente, entrare a far parte della pura sostanza vitale della terra, diventarne il nutrimento. Non mi spaventai mai. Continuavo ad amare mia madre pur ricordando il modo in cui era morta, impegnandomi anzi ogni giorno a capire cosa davvero fosse mancato alla sua anima: era quello il mio modo di prendermi cura del ricordo di lei. Quando tornavamo in casa Ludovico mi raccontava le sue affascinanti storie di spettri e fantasmi per farmi addormentare, e nell’attimo in cui chiudevo gli occhi spesso  la sua mano era stretta nella mia.

Crebbi così. Per quanto solitaria possa apparire, la mia infanzia fu felice: Ludovico aveva mantenuto le sue promesse, dal momento che non ricordo di aver mai provato paura o dolore da quando iniziò ad occuparsi di me.

Crebbi con la piena  consapevolezza delle mie capacità e dei vari ambiti in cui mi risultava piacevole applicarle. Ludovico incoraggiava la mia particolare propensione per la medicina, mentre io preferivo di gran lunga dedicarmi nel tempo libero, soprattutto negli assolati pomeriggi primaverili, al recitare a memoria brani di opere teatrali che avevo imparato a memoria a furia di leggerli e rileggerli  da libri che ormai apparivano laceri e sporchi, come se avessero molti più anni di quanti in effetti avevano passato nelle mie mani. Mentre ero ragazzina vissi molte vite: quella spensierata ed entusiasmante di Wendy, quella drammatica di Giulietta, quella tormentata di Desdemona, quella regale di Titania. Ad ogni modo crebbi e per quante vite io possa aver immaginato di aver vissuto, la mia vita reale giunse ad una svolta quando, terminata l’istruzione di base, Ludovico decise di iscrivermi al nuovo corso di scuole superiori, inaugurato due anni prima da Giovanni Gentile. Ludovico, che era solitamente molto discreto, parlava invece di costui con molto interesse: a quanto raccontava erano in contatto da diversi anni e le loro frequenti, lunghe discussioni, aveva portato il Gentile alla formulazione definitiva della nuova legge sull’istituzione scolastica italiana, in particolare per quanto riguardava la creazione di un Liceo Scientifico equiparato a quello Classico. Entusiasta di questa innovazione e ritenendo che fosse giunto il momento che io mi confrontassi con il mondo esterno a quello della nostra villa e delle nostre conversazioni, Ludovico decise che fosse opportuno che io frequentassi un Liceo Scientifico pubblico. Ricordo perfettamente che volle festeggiare l’evento con la prima delle tante feste di famiglia a cui ho partecipato nel corso della mia vita. Ludovico invitò molti zii e cugini che non avevo mai conosciuto, perché fossi introdotta nelle dinamiche familiari. Quella sera fui trattata con molta affettata benevolenza, e fui il centro dell’attenzione di tutti i membri della Famiglia, che si complimentarono con Ludovico per i buoni risultati che stava dando  la  mia educazione.

 

I miei studi quotidiani alle scuole superiori risultarono in verità piuttosto noiosi, tanto semplici da lasciarmi molto tempo da dedicare all’approfondimento di alcuni temi che Ludovico, fonte inesauribile di novità, non smetteva di sottopormi. Mi iniziò alle conoscenze esoteriche e religiose in generale, mostrandomi molti documenti rari e spiegandomi i cardini delle pratiche alchemiche.

In quel periodo l’Italia si dibatteva sotto il giogo fascista: alcuni, come la maggior parte dei miei compagni di classe e delle loro famiglie, tentavano spasmodicamente di emergere per meriti particolari dal deprimente tessuto sociale della media e piccola borghesia, per assurgere ai tanto celebrati fasti del novo regime; altri, una sparuta minoranza, tentava di resistere all’appiattimento della cultura sul modello nazional – popolare, tentando di risvegliare le coscienze con quelle che io chiamavo “sortite di cultura” e che puntualmente subivano la dura repressione del Duce.

La politica onestamente mi interessava molto poco, ma era impossibile in quel periodo tentare di non essere inquadrati nel Partito, e mio malgrado mi ritrovai a frequentarne le frange più giovani. Del resto anche la Famiglia era d’accordo a che io fossi così “radicata nella società umana” come alcune zie dicevano di me ridendo sommessamente.

Ebbi molte cose da raccontare a mia madre in quel periodo: il suo corpo era sempre più simile ad uno scheletro, e brandelli di carne avvizzita si erano staccati dalle ossa, cadendo sul suo candido abito bianco, ma rimaneva sempre la mia più cara confidente dopo Ludovico.

Raccontai ad entrambi dei primi sguardi, dei primi battiti del cuore alla vista di un qualche mio compagno di classe. Sorrido ora a quei ricordi, e sorrido di tenerezza al pensiero dello sguardo inviperito di Ludovico che, pur sentendo in qualche modo minato il rapporto che da anni ormai si era stabilito tra noi, non mi vietò mai palesemente di frequentare chi volessi. Ovviamente la Famiglia veniva nelle sue priorità prima di qualsiasi altra cosa e preferiva di gran lunga vedermi tornare a casa in compagnia di qualche zio o di qualche cugino che mi avevano portata a teatro piuttosto che di uno sconosciuto.

 

La rivelazione:

Il periodo che precedette il mio 18° compleanno fu il più strano del nostro rapporto, e solo con il senno di poi capisco perché. Avevamo mantenuto la nostra tradizione della storia serale, ma la narrazione del mio maestro era ormai diventata monotematica: non faceva altro che  raccontarmi di vampiri, arrivando perfino chiamarmi con il nomignolo di Carmilla quando voleva farmi un complimento particolarmente galante.

Ogni notte prima di andar via mi guardava con uno sguardo più intenso ed enigmatico, ed io che conoscevo ogni lampo dei suoi occhi capivo perfettamente che stesse attendendo il momento giusto per darmi una notizia particolarmente importante. In quegli anni di disciplinato studio scientifico avevo maturato una pazienza non usuale in una ragazza, quindi continuai a tenere fede alla promessa che gli avevo fatto molti anni addietro, al principio del nostro sodalizio. Tornavo spesso col pensiero a quando una sera,  in giardino, mentre stavamo passeggiando,  Ludovico mi fece sedere su una delle panchine di pietra poste lungo i vialetti. Le mie gambe ancora non toccavano terra e Ludovico mi pregò di smettere di dondolarle come una bambina, perché doveva chiedermi una cosa da adulti, e voleva che mantenessi un contegno adeguato.

“Devo chiederti una cosa molto importante piccola mia. Dovresti farmi una promessa che durerà tutta la vita… Pensi di riuscire a mantenerla?”

“Certo Ludovico… io e te ci siamo già promessi di non lasciarci mai, ricordi? Lo abbiamo promesso davanti alla mamma. E quella promessa la manterrò per sempre. Puoi chiedermene anche un’altra se vuoi, manterrò anche quella.”

“Giustissimo Ginevra. Hai perfettamente ragione. Bene, la questione è questa: io verrò a trovarti sempre, non ti lascerò  mai da sola, come ti promisi, ma ci sono alcune condizioni. Potrò venire solo di sera, mai di giorno, perché ho molte faccende importanti da sbrigare per la Famiglia. Inoltre non potremo mai pranzare né cenare insieme. Voglio che tu non insista mai per vedermi di giorno o perché io rimanga a mangiare con te. Me lo prometti?”

“Te lo prometto.” Ero serissima.

“Inoltre voglio spiegarti un’altra cosa: passeranno molti anni, tu crescerai e ti farai donna, cambierai nell’aspetto e nel carattere, mentre io rimarrò sempre uguale a come mi hai conosciuto. Non invecchierò, non cambierò, come se il tempo per me si fosse fermato. Un giorno ti spiegherò perché questo accade, e sono sicuro che tu lo capirai. Ma devi promettermi di non farmi domande a riguardo. Mai, per nessun motivo. Verrà il momento in cui saprai tutto, ma io deciderò quando accadrà. E’ chiaro?”

Lo guardavo ora con un’espressione interrogativa. Non avevo ben capito il senso del suo discorso, e per la verità quello che aveva detto mi sembrava veramente impossibile. Tuttavia stava mettendo alla prova la mia ubbidienza e non volevo deluderlo.

Soppesai per alcuni secondi la sua richiesta e poi dissi semplicemente: “Te lo prometto Ludovico.”

Da allora non avevo mai fatto domande, ma avevo constatato con mio immenso stupore il fatto che quello che aveva detto effettivamente si era avverato. Ludovico Giovanni non era mai cambiato, come del resto neanche alcuni zii e alcuni cugini più grandi di me. Solo una volta, ironicamente, Ludovico disse che quello era un segreto di Famiglia, ma non mi aveva rivelato più di così. Sospettavo tuttavia che il momento fosse vicino, ed ero terribilmente curiosa.

Il giorno prima del mio 18° compleanno si verificò un evento che attendevo da tempo e che conoscevo perfettamente nella teoria, ma che stranamente non mi aveva ancora interessata in prima persona: il mio primo ciclo mestruale.

Fu un’esperienza traumatica e liberatoria allo stesso tempo: il dolore fu lancinante, e per tutto il giorno i domestici non fecero altro che portarmi tisane e borse d’acqua calda per alleviare la mia pena. Fu chiamato addirittura un medico, che non riscontrò in me nessun tipo di problema diverso rispetto a tutte le altre ragazze che si apprestavano a diventare donne. Per tutto il giorno avevo atteso di rivedere Ludovico, ma mi ero fermamente trattenuta dal farlo chiamare, per non venire meno alla nostra promessa proprio in un’occasione così importante.

Quando calò finalmente la sera Ludovico giunse alla villa e venne nella mia camera da letto con un’espressione visibilmente preoccupata.

“Come stai Ginevra? Come ti senti?”

“Bene… o almeno non troppo male. Sono solo molto debole.”

“Vuoi che ti racconti una storia?”

Sorrisi al suo voler continuare a trattarmi come una bambina nella prima notte in cui ero veramente una donna, ma lo lasciai fare. Mi sbagliavo.

Non mi trattò come una bambina, anzi: per la prima volta in tanti anni mi ritenne in grado di poter comprendere realmente la sua vera natura, la vera condizione della nostra Famiglia. Quella notte io fui messa al corrente della vera storia della Famiglia Giovanni.

Non ne rimasi inorridita come avrebbe dovuto essere: l’uomo che mi aveva amata e cresciuta era un Vampiro, ma io lo avevo amato ed atteso lo stesso. Pensai, anzi, che se la sua natura fosse stata diversa, non lo avrei amato quanto facevo, e non avrebbe potuto insegnarmi tutte le cose meravigliose che avevo appreso durante il corso della nostra particolare amicizia.

Mi disse che anche un altro tempo era giunto: sarei effettivamente entrata a far parte della Famiglia. Avrei servito i suoi affari e i suoi interessi con le mie capacità e ne avrei reso più lustro l’onore e il nome.

Quella prospettiva mi atterrì. Diventare un mostro anch’io…diventare la protagonista dei racconti che avevo ascoltato per tante sere… diventare davvero come Lady Carmilla.

Ludovico mi accarezzò la guancia: “Fidati di me…”

Chiamai a raccolta tutto il mio coraggio, annuii.

Ludovico si incise le vene del polso con un piccolo coltello che aveva estratto dalla tasca della giacca, e me ne diede da bere.

Mi spiegò cosa sarei diventata, in che modo sarebbe cambiata la mia natura, cosa la Famiglia si aspettava da me ora che ero matura per i suoi piani.

Quella notte Ludovico rimase accanto al mio letto, su una  poltrona, tenendomi la mano, fino a poco prima dell’alba. Non dicemmo niente perché nulla c’era da aggiungere. Mi chiese solo di poter avere il lenzuolo che quella mattina avevo macchiato con il mio primo sangue di donna, dicendo che lo avrebbe custodito come il suo tesoro più prezioso.

Quando andò via mi baciò sulla fronte sussurrando: “Buongiorno piccola mia…”

Due notti dopo Ludovico organizzò per me una festa meravigliosa, in cui tutti i membri della Famiglia che fino a quel momento avevo conosciuto si riunirono intorno a me. Ero finalmente una di loro.

 

L’apprendistato:

Mi iscrissi all’Università di medicina come volle Ludovico. Mi impegnai con tutte le forze nei miei nuovi compiti di studentessa e di membro della Famiglia. Ludovico mi raccontò dettagliatamente tutta la nostra storia, e parallelamente ai  miei progressi nella medicina, mi iniziò anche alle arti necromantiche che il nostro retaggio ci trasmette.

Tornavo da mia madre tutte le notti insieme a Ludovico, comprendendo finalmente l’importanza e la profonda valenza simbolica che quel nostro rito privato aveva avuto in quei lunghi anni. Avendo imparato ad accettare la  morte come un fatto della vita avrei potuto più facilmente vederne e valicarne i confini con i mezzi razionali e scientifici che la mia istruzione e la sapienza di Ludovico mi mettevano a disposizione.

Avevo terminato con ottimi voti i miei primi tre anni dell’università quando la Famiglia mi inviò a San Sabba.

L’Italia, invischiata nel conflitto bellico insieme allo scomodo e preponderante alleato tedesco, aveva aperto questa parodia di campo di smistamento proprio in Veneto, dove gli agganci della Famiglia erano più forti.

Fui mandata lì in qualità di assistente di un chirurgo del campo, a procurare risorse e materiali per gli esperimenti dei Fratelli e in particolare di  Ludovico. Nottetempo avevo modo di sottrarre cadaveri dalle fosse comuni o dagli obitori e spedirli tramite l’opera di altri Ghoul fino alla nostra villa o ai rifugi di altri Fratelli. Il mio lavoro lì durò tre anni, e si svolse senza intoppi. Quando finalmente, finita la guerra, tornai a casa, l’anatomia umana non aveva per me più segreti, e mi accingevo ora a comprendere i meccanismi che permettevano la costruzioni di cadaveri animati.

Mi laureai con il massimo dei voti in medicina, iscrivendomi immediatamente dopo alla facoltà di biologia.

Ludovico era felice dei miei progressi e per altri 5 anni continuò a perfezionare la mia istruzione, permettendomi di apprendere il modo di sfruttare il velo del sudario a nostro vantaggio e soprattutto quale fosse l’estrema importanza della cosiddetta “Notte senza Fine”, obiettivo ultimo della nostra razza.

 

L’Abbraccio:

Quando ebbi concluso anche i miei studi di biologia e la mia preparazione necromantica aveva raggiunto livelli sorprendenti per un Ghoul, Ludovico organizzò un’altra festa. La più importante. Mi fece dono di un meraviglioso vestito di pizzo nero e di una croce di diamanti più grande ma in tutto simile a quella che mi aveva regalato quando ero una bambina.

Quella sera fatidica i membri più anziani della Famiglia si riunirono per decidere del mio futuro. Assistetti anch’io alla discussione che mi riguardava: Ludovico elogiò la mia dedizione allo studio e alla Famiglia, i miei rapidi progressi nell’arte necromantica, le mie potenzialità future.

Gli Anziani ascoltarono con interesse, facendomi numerose domande, alle quali risposi con il massimo autocontrollo che mi fu possibile.

Parvero soddisfatti.

Diego Giovanni soppesò le varie possibilità che si presentavano a quel punto e disse, mentre tutti lo ascoltavano con deferenza e io pendevo dalle sue labbra: “Bene, Ludovico hai fatto un ottimo lavoro. E’ mio volere che la tua pupilla faccia parte della nostra Famiglia e stabilisco che venga abbracciata da nostra cugina Mariagrazia.”

I miei occhi sfrecciarono in quelli di Ludovico, colmi di terrore: non avevo mai pensato all’eventualità di essere una progenie non sua, di non appartenere a lui in tutto e per tutto.

Ludovico ricambiò il mio sguardo con rassegnazione: probabilmente, anche se non me ne aveva mai parlato, paventava da tempo questa possibilità.

“Se questo è il volere della Famiglia io non posso fare altro che rimettermi ad esso. – disse con un filo di voce, senza guardare Diego negli occhi – Tuttavia, vi prego, Anziano, di non togliermela. Siamo sempre stati uniti in questi anni, non sopravviveremmo ad un distacco del genere.”

“Mio giovane Ludovico – lo schernì Diego – se ho deciso in questo modo è perché voglio che la tua allieva abbia un dono che si confaccia al suo merito. Voglio darle un sangue più forte di quello che tu le offriresti. Ovviamente tu capisci di cosa parlo. Capisci e non ti opponi alla mia decisione, immagino.”

Ludovico deglutì. L’anzianità di Diego non poteva essere messa in discussione. Ma io non potevo permettere che accadesse una cosa così terribile.

“La prego, Anziano, - dissi inginocchiandomi davanti a lui – sono certa che serviremmo entrambi meglio la Famiglia se ci concedereste di essere Sire e Progenie. Farò qualsiasi cosa vogliate perché la Famiglia accetti la mia supplica!”

Ludovico mi guardava sconcertato di come io potessi parlare così liberamente davanti a molti Anziani della Famiglia e nei suoi occhi leggevo la paura di una reazione violenta di Diego, che sorrideva, maligno.

“Che cosa divertente! – disse l’Anziano – A quanto pare il vostro sangue è maturato insieme, a quanto pare il sangue della vostra parentela è stato arricchito da una sorta di amore da parassiti. Bene. Mi pare plausibile che questa vostra debolezza, questa vostra reciproca e totale dedizione possa tornare ad essere un buon mezzo nelle mani della Famiglia. Decreto che tu, Ludovico Giovanni, sia il Sire di Ginevra. Sarà un modo per tenervi legati entrambi alla Famiglia, molto più di molti altri. La conseguenza di un qualsiasi atto sconsiderato, commesso da uno di voi mettendo in pericolo la Famiglia, cadrà su entrambi. Sarete accorti nel non sbagliare quindi, per non vedere l’oggetto del vostro amore vittima della mia vendetta. Molto bene, molto bene. Ludovico, lo farai stanotte.”

Fummo congedati. Condotti da alcuni cugini nella mia camera da letto.

Ludovico era nervoso, ma continuava a mostrare una calma innaturale. Mi fece entrare nella stanza, mi fece stendere sul letto. Il mio cuore batteva all’impazzata, così forte che potette sentirlo anche lui. Sorrise.

“Piccola mia, – disse – avremo parlato di questo momento mille volte negli ultimi sette anni. Sai ogni cosa. Sai che sarà l’unica occasione in cui sarò per te causa di un dolore immenso. Ma sai che dopo rinascerai in una nuova forma, più forte di quella in cui la tua anima è intrappolata ora. Fidati di me.”

Prese dal cassetto del comodino accanto al letto quattro lunghe cinture di seta che una notte avevamo preparato insieme proprio per quell’evento. Rimasi immobile mentre mi legava i polsi insieme e con un nodo li assicurava alla testiera del letto per poi fare la stessa cosa con le mie caviglie. Quando ebbe finito mi si avvicinò, mi accarezzò la guancia come tante altre volte aveva fatto e disse: “Sii forte piccola mia.”

Scoprì i canini, improvvisamente il suo sguardo era mutato, si era fatto feroce. Si avventò su di me con rabbia inconcepibile e mi morse il collo. Un dolore lancinante mi costrinse ad urlare fino a sentire i polmoni bruciare. Cercai di divincolarmi ma i legacci mi tenevano ferma. Sentivo le tempie battere, un suore gelido addensarsi sulla schiena, la coscienza che veniva meno. Sentii che stavo per morire. Morii.

Mi risvegliò il sapore del suo sangue. Il sapore più intenso che io avessi mai provato. Il più 

meraviglioso. Prima che potessi rendermene conto mi ero alzata a sedere e avevo affondato i denti nel suo polso. I legacci mi pendevano da polsi e caviglie: mi aveva sciolta perché potessi nutrirmi. Bevvi fino quasi a soffocarmi con il sangue che scorreva a fiotti nella mia gola. Poi i miei occhi incrociarono i suoi: stava vacillando sotto la forza della mia fame. Questo mi fece tornare quasi del tutto in me. Trovai la forza di staccare i denti da lui che si lasciò crollare a sedere sul letto. Sorridendomi mi indicò, alzando lentamente un dito, un punto lontano della stanza. Seguii la direzione del suo indice e vidi qualcosa sdraiato a terra. Intuendo subito cosa fosse mi ci scaraventai sopra lacerando la pelle di quella donna morta da poco. Me ne cibai fino a saziarmi, sotto lo sguardo triste e commosso di Ludovico.

Infine mi alzai.

Il mio elegante abito nero era imbrattato di sangue, che era colato dal mio collo e dalla mia bocca. Mi trascinai fino al letto, dove caddi, distesa, accanto a Ludovico. Lui si distese insieme a me, abbracciandomi. Fu quello l’unico giorno che passammo insieme.

Era il 14 Febbraio 1948.

 

 

 

La mia nuova vita:

Da quel momento in poi i miei impegni con la Famiglia si fecero sempre più intensi. Io e Ludovico ci dedicammo allo studio della rianimazione dei corpi tramite la necromanzia ed io personalmente dedicai molte energie allo studio della tecnica dell’elettroshock usata in quegli anni per curare diversi disturbi psichiatrici. Proposi a Ludovico di utilizzare simili scariche elettriche per studiare il movimento degli arti umani a seguito della stimolazione nervosa elettricamente indotta, permettendo il confronto con il medesimo movimento producentesi in un corpo manipolato dall’arte necromantica.

In seguito, assecondando un mio desiderio, Ludovico mi accompagnò a Torino, dove potemmo vedere la Sindone, che da tempo mi attraeva, fino a diventare la mia personale ossessione.  La figura di Cristo, risorto dalla Morte, mi affascinava terribilmente ed ero – e sono – convinta che comprendere la natura della sua resurrezione fosse uno dei fondamentali passi verso il completo controllo della Morte.

Tornati a Venezia vi rimanemmo per molto tempo, tirando le fila dei nostri studi. Io ebbi modo di dedicarmi all’altra mia grande ossessione: il teatro.

Con una grossa somma di danaro che Ludovico fu così buono da procurarmi, potei comprare un piccolo teatro in disuso, farlo mettere a nuovo ed formare una compagnia non numerosa ma composta da bravi attori, che scelsi personalmente. Allestirono sotto la mia guida diversi spettacoli, destinati un pubblico molto esclusivo, che contava anche frequenti presenze dei membri della Famiglia. A loro dedicavo anche serate particolari, in cui i più sanguinosi drammi classici e moderni, in cui spesso recitavo la parte della protagonista, venivano rappresentati senza alcuna finzione scenica, con la morte sul palcoscenico di vacche la cui mente manovravo personalmente.  L’ebbrezza che provavo mentre gli applausi salivano dalla platea fino a me mi riconducevano in qualche modo a quei tempi idilliaci in cui recitavo per mia madre e vedevo comparire sul suo volto quel sorriso sereno che tanto amavo. Era anche un modo per rendermi simile a lei, per poter pensare che una parte di lei vivesse ancora dentro di me.

Dopo un lungo periodo in cui non ci muovemmo da Venezia ricominciammo a viaggiare molto: Ludovico intendeva conoscere da vicino la necromanzia praticata dai Pisanov, ramo americano della Famiglia, e ci recammo in America del Sud; Ludovico volle inoltre  esaminare i luoghi e i testi che avevano segnato la storia dei Cappadociani, quindi giungemmo in Asia minore ad approfondire le nostre conoscenze degli antichissimi progenitori della nostra stirpe. Fu proprio questo interesse per così dire “archeologico” che ci spinse a chiedere alla Famiglia di poter andare a Napoli, dove nostra cugina Gertrude era stata lasciata praticamente da sola in una città che custodisce importanti segreti nelle profondità più oscure del suo sottosuolo e che è in questo momento assediata dalla Spada di Caino. Il Sabbath, probabilmente ad opera della famosa Maddalena, si è impossessato di alcuni manoscritti dei Cappadoci e Ludovico ha ritenuto necessario indagare sui  motivi di questo inusuale interesse.

Ci tratterremo nella bella Partenope, piena di spiriti, il tempo necessario a svelarne i misteri.