Il regno di Ginevra
(Francesco Martorana)
Passo allungato con stile da alto borgo, Ginevra si avviava non curante degli sguardi che la inseguivano veloci per la via, si nascondeva sicura dietro occhialoni scuri all’ultima moda, lenti spesse ed impenetrabili velavano i grandi occhi stanchi e nauseati dalla notte. Non era alta Ginevra, ma ben proporzionata, un seno non ancora rifatto vegliava sul corpo asciutto da adolescente, ventitre anni e tanta voglia di vivere, di comprare la vita, 23 anni ed un’immensa voglia di cavalcare e condurre la vita nella direzione desiderata. Ginevra nel cappotto caldo mostrava l’accogliente sorriso a chiunque, ogni tanto la coscia quando il passo era più lungo della gamba, ma non aveva vergogna né tanto meno paura, la sua vita era tutto un mostrare, mostrare di essere più adulta, mostrare di saper dove andare, mostrare di avere coraggio, mostrare di essere felice, Ginevra regalava felicità e non poteva essere triste.
Roma, la strada grigia della periferia a sud della città assorbiva il platino finto dei corti capelli di Ginevra, i musi allungati degli anziani in pensione al parco si accorciavano nel sorriso della loro meglio gioventù, al via vai di Ginevra, il pesante cielo plumbeo della metropoli diffidente si riempiva di un sole stranamente infuocato, ad ogni movimento di Ginevra.
Ginevra che ad ogni passo emanava aroma di fiori a primavera nelle fredde domeniche invernali consumate lontano da casa, nessuno sapeva quando e perché aveva raggiunto la città eterna, forse per scommessa o per ingenuità, forse perché prigioniera di voglie alle quali non aveva mai saputo rinunciare, Ginevra comunque non ne parlava volentieri e a chi le faceva quella domanda rispondeva “destino!!”, per poi subito dopo congedarsi in un sorriso sapor miele al quale nessuno riusciva a far seguire altro quesito.
Ginevra quella domenica mattina passeggiava tra il grigio del cemento e quello di un pallido cielo velato, dalle tese labbra usurate dal freddo, fuggiva l’anima in condensa, Ginevra camminava leggera e si liberava della viscida notte scivolatale addosso sottoforma di deformi uomini, cani avidi attingenti ad una ciotola colma di bocconi amari, mentre il suo corpo gracile come filo d’ erba, danzava appeso ad una testa, una mente nascosta nel mondo fatato, sognato e colorato di adolescente, mondo salvaguardato dal pesante trucco indossato per giustificare atteggiamenti di una giovinezza persa da tempo.
Acqua e sapone, Ginevra affrontava lo scorcio di sole con due lenti scure, qualche centimetro di tacco ed il vestitino a fiori vivace che svolazzava pudico su di un paio di calze di lana nera. Ginevra senza fretta era diretta a casa, la domenica era il suo giorno libero, il suo giorno normale, niente maschere, niente inganni, era lei, la sua tenera età, un appartamentino in periferia, e tanti miraggi da verificare rinchiusi nella scatola magica a forma di monolocale.
Il fabbricato grigio e malandato era all’interno di un piccolo parco, una vecchia scuola in disuso, occupata tempo fa, ora un complesso con una decina di appartamentini, funzionali, dignitosi. Tra le aiuole verdi condite dalla ghiaia, posavano all’ombra degli allori delle gelide panche di marmo, di quelle scomode, senza schienale, in passato basi di amori nascenti, lapidi di amori mai sorti, amori persi in scritte infantili alla ricerca della felicità, amori morti tra ansie e dubbi irrisolti. In fondo allo spoglio viale alberato, un rettangolo di cemento, righe di gesso bianco si incrociavano con senso dando vita ad un piccolo campo da basket, una volta paradiso risonante di urla giocose di bambini in festa, dei quali oggi rimanevano solo i fantasmi girovaghi ed impazziti, intorno ai quattro spacciatori notturni con la loro impresa al dettaglio ed esentasse. Ginevra, la spesa da portare al secondo piano, due rampe veloci, a piedi, l’ascensore era rotto e lasciato alla propria sorte, come quello degli altri inquilini della piccola palazzina popolare.
Certo dall’alto del secondo piano il panorama che Ginevra scrutava era quasi desolante, gli scorci di verde non potevano né cancellare quel silenzio strisciante che puzzava di indifferenza, né pulire il corridoio buio dell’ androne con le ombre dei piccoli rombi delle grate, proiettati sulle piastrelle di marmo da un sole senza energia, nulla poteva eliminare le urla disperate dell’ultimo buco dei vicini, che si susseguivano come improbabili eredi del tossico che li aveva preceduti, nemmeno le lenti scure di Ginevra potevano impedire di entrare, al blu dei lampeggianti impazziti di Gazzelle o Pantere. Era un condominio di sconosciuti, uno zoo di gabbie riempite da umani timorosi l’uno dell’altro, di facce che si rinnovavano una volta a settimana, volti sofferenti protagonisti di un’apocalisse in continua evoluzione, dimenticata da tutti, voluta da tutti, perché un po’ comoda a tutti.
Ginevra attraverso le inferriate arrugginite osservava il piccolo inferno che la circondava e rifletteva sul paradosso della propria vita: per sentirsi pulita doveva abitare la parte sporca e malfamata della città, quando invece la sera scendeva nei posti per bene di Roma, lei diventava la discarica delle ansie e del sudiciume degli uomini che incontrava, così il lavoro che faceva era il mezzo che l’aiutava a ritagliarsi l’angolo di serenità inseguito nei sogni, più si sporcava e più sosteneva i propri desideri, più scendeva negli abissi del malaffare, più il sogno si allungava.
Ginevra come una regina nella stanza del castello era seduta davanti allo specchio del reame, ancora indossava le lenti scure per camuffare la realtà, sui muri della piccola stanza una carta rosa pallido tempestata di graziosi fiori rossi, ammortizzava la puzza dell’abbandono saturante l’aria intorno. Alla radio una musica melodica anestetizzava le ferite nascoste di Ginevra. Visto la futilità, la bionda dama si tolse gli occhiali, ed iniziò ad osservarsi in fondo allo specchio, in silenzio accarezzava l’occhio tumefatto, capriccio di un cliente viziato. Al tatto ancora appariva l’immagine dell’attempato gentiluomo che con la cinta di cuoio nera, percuoteva senza pietà l’occhio da cerbiatto di Ginevra, un ghigno di piacere riempiva la stanza dell’albergo del centro, lei muta e supina rispettava gli accordi presi col boia prima di avere incassato il corrispettivo. Ora piangeva Ginevra, lo specchio la conosceva più di chiunque altro, lo specchio rifletteva la nuda oggettività, non aveva segreti, non sapeva mentire. Una pesante pioggia corvina le assediava il viso, Ginevra si stava sciogliendo. Come una leggera mano di vernice la bionda regina scorreva aggrappata all’aria, un raggio di sole filtrava dalla grata, ma il bagliore sapeva di falso, sapeva di squallido contorno, perché il sole non scaldava, non la consolava, aveva il sapore sfuggente dell’abbraccio di uno dei tanti clienti che non amava.
Ginevra scivolava silenziosa sulla trapunta celeste in compagnia di orsacchiotti sdraiati su nuvole bianche, arcobaleni come scivoli gioiosi si intrecciavano scambiandosi colori, la principessa voleva unirsi a quella grande festa magica, voleva godere di quell’aria frizzante, del cielo non pallido ma raggiante, un pizzico, il freddo, una botta di vita le scorreva veloce nelle vene, inebriati omini bianchi cavalcavano rossi globuli di ossigeno nel loro breve viaggio verso il party del cuore.
Ginevra ad occhi chiusi sorrideva scomposta sul materasso, il volto ancora scuro di rimmel disfatto, non pensava più al regno malandato di cui si sentiva regina, aveva braccia larghe sul letto di rose finalmente senza spine, i pugni ben chiusi per afferrare la vita che ogni volta non si faceva trovare, forse perché giocava ad anticipare la regina o forse non aveva voglia di incontrare la regina.
Il laccio di lattice marrone stringeva forte l’avambraccio offeso, la vena pulsava impazzita e spediva veloce la neve in circolazione, Ginevra vestita di luce, finalmente era la più bella del reame, nel suo vestitino a fiori volteggiava sotto la nevicata in preda ad una tranquilla euforia, intanto il grigio ruvido dei palazzi della Capitale si faceva sempre più lontano, Ginevra mai stanca proseguiva la danza lungo il viale alberato, ora popolato dal brusio felice di bambini in ricreazione, melodia di un passato lontano, dimenticato in fretta, mai consumato.
Giù nel finto giardino non c’era nessuno, la biglia infuocata colava mesta dietro le sbarre della recinzione ancora da dipingere, abilmente due moretti si stavano infilando in un pertugio lì da sempre, le ombre dei palazzi si allungavano sulla giornata consueta di Ginevra, i due mori dopo aver raggiunto il campo da gioco cauti aspettavano il prossimo cliente, il sole rosso incastonato nel cielo, era l’insegna luminosa della loro fruttuosa attività, affari loschi, affari pericolosi, unici affari possibili nel regno di Ginevra.
Struggente la canzone aleggiava nel pulviscolo del barlume solare, echeggiavano trombe di paggi a festa per il principe che quella sera sarebbe arrivato. Forte del dolce richiamo non si fece attendere troppo, giunse che in cielo apparivano le prime stelle, fori di Confucio dai quali Ginevra lasciava fuggire i più intimi desideri, tunnel irraggiungibili verso la libertà.
Il principe arrivò in sella ad una pantera ancora ruggente, la stanza della principessa rimase pervasa dalla luce blu lampeggiante, ondeggiava come un lungo mantello. La radio gracchiava senza sosta al secondo piano della scuola fantasma, il regale sovrano aveva il volto pulito di un innocente angelo, le dita aggraziate di un malinconico pianista, l’espressione turbata di un sensibile poeta, quando vide Ginevra braccia aperte che attendeva immobile, vestita di un sorriso nuovo, radiosa nel suo vestitino color primavera, teneva gli occhi chiusi in attesa del tanto sofferto bacio. Il principe per rispetto spense la luce e rimase in silenzio, fu allora che, per farsi notare, Ginevra lasciò dondolare, lungo il mondo di orsacchiotti e fantasie, il braccio ancora sanguinante, mentre la siringa ormai vuota nell’altra mano, riposava soddisfatta accanto al cappotto sempre caldo, la principessa, in volto pallido, non respirava già più.