Fuga
(Michele Lupo)
Ne è passato di tempo, ma che vuol dire.
Quando senti dire tanto tutto passa, è vero, tutto passa. Però anche la vita passa, no? Dalle mie parti passò un terremoto, una volta. Poi finì, ma l’unico amico che m’era rimasto laggiù scivolò con il trattore nella crepa che si era aperta sul margine della strada. Era sotto la montagna, un tratto in cui l’asfalto si faceva largo nella pietraia dura. Lui passò in quel punto sbagliato nel momento sbagliato.
E per questo ti dico: tu vuoi la storia, va bene. Non credo che servirà a niente ma io ce l’ho negli occhi e te la racconto. Ma prima lasciami dire una cosa: non ho bevuto. Evitiamo gli equivoci.
Per cominciare, non lo sapevo che quella donna era incinta. Mi sono sforzato, dopo, di ricordare quello che avevo visto. Mi era passato davanti agli occhi un pastrano un po’ grosso, ma non è che controllavo le dimensioni di chi sale e chi scende, io.
Sono venti, dicono. Venti pezzi. E io mica posso stare a guardare chi è incinta e chi no. Io li porto oltre la frontiera, e che Dio gliela mandi buona.
Certe volte succede che ti lasci un po' andare e diventi sentimentale – intendo a quel tempo. Il viaggio può essere troppo lungo per non pensare e ti passa per la testa chissà che fine faranno. Per inciso, a mia moglie e mio figlio per la testa non passava niente, si credono chissà che ma di questi disperati, figurati. Li vedono alla televisione ma non ci badano. Sono il contrario della pubblicità, disse la madre al figlio, quello che bisogna escludere nella vita.
Sai, non è che controllavo i chili per persona – si facevano somme alla buona. Facevo pensieri nuovi in quei giorni, se ne valeva la pena per esempio. Quella loro speranza di un altro mondo oltre il confine. Non però nel senso che credi tu, quei disgraziati cercavano una fortuna più facile, si fa per dire, ma di questo mondo.
D'accordo, mi dico, voi cercate di salvarvi e io vi dò una mano. Seicento euro per cambiare la vita. A dire la verità neanche l'avevo capito bene dov'era ‘sto Kurdistan. Il Kosovo quello ormai lo sapevamo tutti. Ma il Kurdistan. Comunque. Pensavo: sarò ignorante ma io vi dò una possibilità, vi carico e vi porto via dall'inferno.
Più di tutto mi ricordo le ultime due sere a tavola. Mi ricordo quando ho posato il bicchiere, ho guardato mia moglie e ho detto: quello che bisogna allontanare nella vita non è la morte. Lei teneva gli occhi piantati contro il televisore. Mi avevano costretto a comprare un Sony 37 pollici, roba fina te lo posso assicurare.
Stammi a sentire, ho detto, il problema non è la morte, il problema è la paura.
Sopra la faccetta di cazzo di mio figlio ho visto un sopracciglio alzarsi come una molla (scusa le parolacce, ne abbiamo già parlato di questo: non è maleducazione, è che rendi l’idea). Dunque: ho fatto finta di niente e ho continuato a guardarlo, lo stronzetto. Ho detto, ehi ce l’ho con te.
Si è scambiato un’occhiata con la madre che ne ha rivolta una a me che… oh Dio! Poi s’è passato il tovagliolo sulle labbra, lui. S’è versato da bere. Ha cambiato canale. E senza guardarmi in faccia: Non lo so papà.
Gli avrei mollato uno schiaffone, ma ho tenuto duro e ho detto: paura, capito?
Lo stronzetto ha alzato il volume. C’erano tre ragazzi sbracati per terra, uno pretendeva che un altro gli chiedesse scusa. Siccome le scuse non sono arrivate, è partito un cazzotto. Insomma, sarà stata una stupidaggine ma prima non mi era mai venuta in mente così chiara quella cosa. Perché, non lo so il perché. Della paura dico. A un certo punto, guardando mio figlio che guardava la televisione ho capito che la mia vita era di colpo punto e da capo. Non so. Come se io fossi sempre io epperò un'altra voce ha cominciato a parlare per me.
Adesso non ti mettere in testa strane idee.
Mi sveglio spesso male, oggi come allora.
Il giorno prima mia moglie mi avverte che c’ho un brutto fiato. Me la dice come prima cosa che pensa di dovermi dire per iniziare la giornata. Sono da poco passate le quattro del mattino. Fuori, buio pesto come deve essere. Scusa mi dispiace, spero di non aver dato troppo fastidio. E comunque grazie per la bella notte che mi hai fatto passare: volevo aggiungere ma poi sono stato zitto.
Quello che è più strano è che l'ho sentita come
una specie di prepotenza. Ho dato la colpa ai nervi, alla stanchezza, ma
dovevo farci attenzione, a quella voce. Così dico me ne vado a dormire e
evito di fare storie. Perché madre e figlio parlano fra loro e non me lo
dicono apertamente però mi guardano con l'aria di chi pensa tu non puoi
capire. E dunque ho preso nota: tu ti fai tanto un mazzo tutta la vita,
permetti a loro di spassarsela ben oltre un livello medio con sfizi di tutti
i generi epperò non capisci un cazzo. Un capolavoro.
Prima o poi sparo a tutt’e due, ho pensato.
Altro che bere. Il punto è come fai a mettere insieme due vite come la mia e la tua. Due celle, diverse d’accordo, ma due celle, anche se ora ne siamo fuori. E’ già una fatica moderare le parole. Ci starò attento.
Ho da sistemare la faccenda dei kurdi. Così invento una scusa e sposto la faccenda a domani. Telefono a Mario che mi lascia parlare pochi secondi e poi mi infila la sua risposta tutta d’un fiato: Bravo! E che fai, li parcheggi tutto il giorno nel tir aspettando il mio ritorno, e magari nel frattempo uno di questi stronzi gli viene voglia di farsi un giretto per Milano e si fa beccare da madama che poi ci fotte tutti quanti?
Come non detto. Restava sempre Kabil.
La sera in televisione dicono: ne sono morti sei. Intendono, di clandestini. Dice erano partiti da Sfax, Tunisia. Gli altri sono arrivati sulla costa siciliana per miracolo. Cerco di capire meglio ma quando lo stronzetto si decide a chiudere la bocca è troppo tardi. Fanno ridere certe volte alla televisione, non trovi? Che ne sanno loro di miracoli?
Il Lupo voleva che ci andassi io. E anche se la tentazione di
farlo fuori subito l’ho avuta, sono stato attento. C’ho pensato e ripensato.
Al momento era troppo forte per me e non potevo rischiare di finire con il
culo per aria. Stai calmo, mi son detto. Calma e pazienza.
Tu forse non lo sai ma non è che li sistemi sempre con due spicci, i giovani meridionali in divisa. Alcuni non gli va di chiudere un occhio. Credono di fare il bene. Sono assurdi e li compatisco. Sto parlando mica dei pezzi grossi. Sto parlando delle volanti di poveracci che li mandano quassù a fare ordine, come dicono loro. La mia di gioventù fu mezza meglio e mezza no. Un treno lungo ventiquattro ore e poi una specie di baracca, una fabbrica di acciaio e le mani come manici di legno spaccati dal gelo.
Scusa la parentesi, ma eravamo noi gli immigrati. Mi domando ancora perché, fra gli sguardi induriti di turchi e tedeschi reclusi fra le lamiere con un wurstel insaccato in una specie di pancarrè, i denti si spezzavano come quelli da latte. Dove c'era la carie che ti faceva impazzire dal dolore, un colpo e via, si portava via tutto. Mica come i turchi, indecisi se lasciare un pezzo sì e uno no oppure ficcare una scheggia d'oro sulle gengive come una spilla sulla giacca. Speravo che la storia col tempo sarebbe cambiata. Non poteva finire così, a mangiare patate dalla mattina alla sera: non era campare quello. A me non mi bastava aspettare Italia-Germania. A me di Italia-Germania non me ne fregava niente. Io quando sentivo le grida dei paesani dalle casoppie diroccate in fondo allo stradone, io pensavo poveracci voi e tiravo la sciacquone. Si facevano trattare a pesci in faccia e mai una reazione. L’unica reazione era Italia-Germania.
Io lo sapevo che tutto sarebbe finito un giorno.
Non è un risarcimento, Vera. Tutta questa storia io te la racconto come se fosse una preghiera. Se riuscirai a leggerla, la preghiera sarà stata esaudita.
Non avevo ancora gli occhi per vedere ma un presentimento
m’era venuto da Kabil. Gli era andata male. Provato a fare lo spiritoso, non
so se mi spiego. Il superiore. E invece l'Europa l'aveva fregato. La
coppietta arrivò sgommando, sotto la pioggia, sirene allegre e pistole bene
in vista. E' solo immaginazione, ragazzi, quello che avete visto è solo
immaginazione: disse così, il coglione, con tutti i denti in bella
mostra, mentre provava a infilargli un sacchetto nel palmo della mano.
Un attimo dopo lo avevano già caricato.
Che cazzo, (scusa). Dovrebbero stare più attenti, questi qua. Invece arrivano e la prima cosa che fanno appena vedono due lire è comprare un Mercedes e un satellitare ultimo modello – il telefonino intendo, non il navigatore. Roba che serve per carità, è per avvertirci se la strada è libera o qualcosa va storto durante il trasporto. Così almeno la macchina che segue può battersela in ritirata. Ma il resto. Kabil arriva e si mette a giocare come un bulletto da telefilm. Non è la prima volta. Non pensa che anche da madama se lo guardano il telefilm. E gliel'avevo detto, che io in genere mi faccio i fatti miei, ma a lui gliel'avevo detto, guarda che mischiare roba e clandestini non fai un affare. E poi lascia stare le ragazze. Non c’hai bisogno di arricchirti con quelle lì. E metterti contro gli albanesi.
Frega niente a me, m'ha risposto.
Allora dico: ha avuto o non ha avuto la fine che meritava?
Tu Vera mi dovevi conoscere ai tempi d’oro. Il lavoro curato sempre nei minimi particolari. E senza montarmi la testa, mai. Neanche durante la guerra jugoslava. Che ne arrivavano a migliaia. Al posto degli occhi due palle di vetro celeste schizzate di sangue. Non mi resi conto all'inizio che mentre cercavano di inventarsi una nuova vita questi disgraziati stavano cambiando anche la mia. Perché stava per succedere questo, che guadagnavo una barca di soldi facendo del bene alla gente. Dico sul serio. Li portavo via da quel castigo di Dio. Con l'eroina avrei potuto passare i guai, ora invece filava tutto liscio.
Tu dici ricominciare.
Veramente, è una parola. Al gabbio, come lo chiamava il mio amico romano di cella fai cose che non avresti mai immaginato. E nemmeno quelle passano, dammi retta. L’altra sera ti ho vista subito –
come sei rimasta male. Ma ti sei presentata con tre ore di anticipo sull’appuntamento e questo genere di sorprese non mi piace. Passavi di qua, va bene e allora? Non è che cerco scuse ma nella mia vita le sorprese non hanno mai funzionato.
Già, quel periodo iniziò con una sorpresa. Una sera a tavola (lo vedevo solo a tavola) mio figlio lascia la forchetta nel piatto e mi dà la seguente notizia: Voglio fare il carabiniere.
Sì bravo (continuavo a mangiare, senza nessuna voglia di scherzare).
Tuo figlio ti sta dicendo qualcosa, fa sua madre.
E io: ok. Cos’è che hai detto?
Perché loro rappresentano la giustizia, risponde lui. In questo mondo ce n'è bisogno.
C’era un tono così convinto nella sua voce. E senza nessuna aria da spaccone, capisci. Serio serio. Tanto che guardai sua madre, non lui. Era lei che lo aveva cresciuto così.
Aspetta, dico. Ragioniamo. Devi finire la scuola..
Sì, ma poi faccio il carabiniere.
Dio mi è testimone: è stato lì che ho ricominciato a fumare.
Nella vita si cambia idea, dissi più tardi. Aspetta e vedrai.
Io non cambio idea.
Veramente, un figlio così stronzo non lo auguro a nessuno.
Così vado a letto senza mangiare. Non funziona più niente in casa mia. Tu rischi la galera tutti i giorni per fare una vita decente e poi ecco come ti considerano. Riflettiamo, guardiamo la situazione nei dettagli.
E mia moglie: Certe decisioni deve prenderle da solo.
Non voglio dire che non mi volesse bene, lei, non lo dico questo e non lo penso. Una donna per certi versi da essere contenti (non essere gelosa che non è il caso). Ammetto che se ogni tanto mi esce un italiano passabile lo devo a lei. Però manco ero un ignorante che non doveva mettere bocca su niente, che porta i soldi a casa e lì inizia e lì finisce. Questo non mi andava giù.
Quando poi hanno mostrato i clandestini al telegiornale, dentro quel Sony che si mangiava tutta la stanza, lo stronzetto ha detto cosa vogliono questi.
Vogliono allontanare la morte, dico io.
Mi è uscita così. Anche a loro la mia voce deve aver fatto un effetto strano, perché si sono guardati negli occhi, madre e figlio, e si sono passati lo stesso pensiero, sono sicuro di questo, si sono guardati e hanno pensato questo è scemo. Allora mi sono girate le palle e ho detto va bene buonanotte.
Tu devi sapere come sono fatto anche perché mi dispiace e tutto ma non ho intenzione di cambiare. Anche loro lo sapevano come ero fatto.
E invece. Mi hanno risposto, certo, 'notte, ma il tono non l'ho digerito. Per niente. Sarà una fissazione ma c’ho sempre tenuto al saluto della buonanotte. Lui era ancora piccolo e io già pensavo che il saluto doveva portare bene. Di solito ero abbastanza tranquillo ma vai a sapere. Almeno si sarebbe ricordato che la sera prima gli avevo detto buonanotte. Pensavo cose così. Che l'ultimo ricordo è quello che conta.
Saranno stati i presentimenti, non lo so, quel fesso di Kabil,
fatto sta che a letto l'immagine di Amburgo mi bagnava il cervello come una
chiazza di piscio. Lo avevo deciso tanto tempo prima, io con Amburgo
avevo chiuso e basta. Per questo avevo sperato che si trattasse dei tunisini
sopravvissuti. Preferivano la Francia, loro.
Nel Sony due ore prima il comandante della guardia costiera indicava il mare e allargava le braccia. Il giornalista era rimasto con la bocca aperta e il microfono sospeso per aria. La burrasca era passata da poco. Si son viste un paio di bagnarole sequestrate dalla guardia costiera. Solo se ti senti la morte addosso puoi prendere il largo su un'imbarcazione del genere, è ovvio. Se non c'hai niente da perdere, dicono. No, invece. Se c'hai qualcosa da conservare. Non so se mi capisci, Vera.
Volevo dirgli questo, a mio figlio, dentro quella traversata
ci sono la vita e la morte. Anche la tua. Questo gli volevo dire, ma lui
avrebbe capito cazzi.
E così mi sono tenuto tutto dentro come al
solito. Che poi quando sono riuscito ad addormentarmi, il magone m'ha
sorpreso nel sogno. E nel sogno c’era il mare. E nel mare c’eravamo io e
lui. Dentro un peschereccio sventrato, di notte. Noi due e il mare nero. Gli
ho visto il terrore in faccia mentre stringeva la lastra di legno. Ho visto
la scia di merda che risaliva in superficie - tutto nero intorno. Era
quello il vero colore del mare. L'acqua gelida mi tagliava la pelle. Coprire
la faccia con le mani per non vedere significa affondare. Così ho scalciato
nell’acqua mentre mio figlio si teneva aggrappato alla zattera, anche lui
come un goffo animale che non ha mai visto il mare in vita sua. Dovevo
ucciderlo altrimenti la sua paura avrebbe ucciso me. Gridavo. La vita e la
morte erano lì, insieme, ma divise fra me e lui. Nient'altro. Il mare nero.
Gridavo. Almeno, così ha detto mia moglie. Che gridavo nel sonno come un
malato di mente.
Grazie dell'informazione.
La via francese sarebbe stata meglio ma quella se la gestivano da soli, gli indiani per esempio. Il Moncenisio per loro era una passeggiata. Anche se qualche volta li beccavano. E quegli altri, pensa, i clandestini mussulmani: al centro di accoglienza si preoccupavano di non dargli carne di maiale. Be’, c’era quasi da dirglielo, hai ragione. Questo si chiama Vangelo, signori miei.
Comunque i Kurdi volevano la Germania, non la Francia. Il Lupo mi ha avvertito: niente scherzi.
Allora mi sono detto lascia perdere. Pensa a come uscirne fuori. Magari Kabil ci va volentieri. Troverebbe il modo di sistemare qualche affare lasciato in sospeso, su per quelle strade.
Niente da fare. Il cretino si fa beccare proprio nel momento
sbagliato. La rogna è mia e mi tocca grattarmela da solo. Una rogna che non
passa veramente. Troppa memoria fa male. Era il ricordo di quando partii da
Sala Consilina per Amburgo, da ragazzo, neanche maggiorenne, quasi
trent'anni fa. Era il ricordo di sei anni di merda. Venne anche a me
una specie di fede in Dio, dico sul serio. Non so perché, forse perché ero
tornato a casa, per qualche giorno, in agosto e successe quella cosa con la
moglie di mio fratello.
Mi dici di spiegarti e allora ti racconto anche questa. Era stata lei a provocarmi. Non voglio dire che non mi fossi accorto di un non so che pure io, l'estate prima. Insomma, non mi era indifferente. C'aveva un’aria sfrontata, e quando stava seduta un modo di tenersi allargate le gambe e sventolarsi la gonna... Voi donne certe volte. Anche la camminata strafottente mi piaceva. Ti sfotteva con quelle gambe, altroché.
Così, avevo cercato di evitarla. Con mio fratello non c'era tanta confidenza perché lui c'aveva dodici anni più di me però era mio fratello e gli dovevo portare rispetto. Una sera lei mi seguì in cantina, con la scusa del vino. Portava certi zatteroni gialli che poi la moda c’è tornata adesso tale e quale. E anche la gonna corta che però allora in paese era una novità, e sembrava che tutti i maschi stessero con un pensiero fisso.
Spero che non ti imbarazzi. Del resto, proprio non ti ci vedo che obbedisci a una badessa. Due anni in un convento è una pazzia.
A ogni modo, successe lì sulle scale. A mezza luce. Un odore aspro e dolce, mischiato, di vino e di miele, che mi sentivo ancora addosso quando la mattina dopo ripartii salutando i vecchi in fretta e furia. Come un ladro. Non ci stanno santi, scappai come un ladro punto e basta.
Chissà se mi rendevo conto che mia madre non l'avrei più rivista. Fatto sta che Amburgo mi sembrò più brutta, la fabbrica più insopportabile, il tedesco più incomprensibile. Neanche in bocca a una bella ragazza m’è mai sembrata una lingua da cristiani, il tedesco. Dividevo un bilocale con un altro meridionale. Uno come me, che parlava poco. Però con la differenza che lui sembrava un tipo tranquillo e io invece non lo ero per niente.
Certe sere quell’odore si affacciava sotto il naso. Quando
tornavo dalla fabbrica, l'unica cosa che desideravo era un letto caldo.
All'inizio, per via dell’altro emigrante, mi
toccavo piano, attento a non fare rumore. Poi quando mancava poco poco mi
alzavo e andavo a finire nel bagno.
Non durò tanto però.
Una sera che non prendevo sonno ficcai gli occhi sulla sua Bibbia. Non ne sapevo niente prima. Intendo dire, era una cosa che faceva parte delle prediche del prete, al paese, ma nell'essenza un mistero lontano dalla mia vita. L'aprii e la sfogliai a caso. Giobbe o l'Esodo faceva lo stesso. Fu allora che scoprii perché sull'autostrada ogni tanto qualcuno scrive DIO C'E'. Le conosco bene le autostrade, io. E quelli che ci passano sopra la vita.
Fu così che mi salvai. E seppi cosa fare quando lasciai
l'indice della mano sinistra appeso alla lamiera gocciolante di sangue della
fabbrica. Me l'aveva tranciato di netto, come un filetto di merluzzo.
Mangiatelo stronzo, dissi al mio caporeparto, un biondo figlio di
puttana di Rostock che non gliene fregava un cazzo del mio dito.
Il giorno che mi licenziai lo aspettai vicino a casa sua. Quando qualcuno ti tormenta per anni il male che gli farai dopo è solo giustizia - pareggio. Avevo messo su il passamontagna. Era buio. Gli andai addosso con la Escort e lo feci volare dall'altra parte della strada. Quando scesi dalla macchina, capii subito che gli avevo maciullato una gamba. Feci svelto. Gli mollai un calcio sulla testa. Svenne, o qualcosa del genere. Lo allungai sull'erba, con la bocca per terra, gli tirai giù i pantaloni e gli incollai quell'adesivo là dietro.
Salve, Germania!
Adesso arrivo al dunque, stai tranquilla.
Mi salvai intendo che decisi di lasciare la fabbrica e la Germania e cominciare una nuova vita. Però, da quando cominciai a caricare kurdi, pakistani o che accidenti erano per portarli oltre le Alpi glielo dicevo subito, ragazzi, Lione va bene, Monaco va bene, e va bene anche Stoccarda, sì, ma niente Amburgo. Se è proprio Amburgo che volete, rivolgetevi a qualcun altro.
Io ero sempre stato attento. Per anni me l'ero cavata. Laggiù non c'ho messo più piede, anche se credo mio fratello non ha mai saputo niente. Lo spero più che altro, anche se per me il paese è morto. Per me sono morti tutti.
A un certo punto le cose cominciarono a girare per il verso giusto e mi trasferii a Milano. Mi sono sposato e tutto quanto. In chiesa, naturalmente. Ho comprato un bell'appartamento a Mac Mahon, mica alla Bovisa.
I primi anni furono duri ma anche di soddisfazioni. Non stavo certo come quelli scalcagnati di Como che qualche anno fa, all’epoca di questa storia, elemosinavano alla stazione un lavoretto volante. E anche fatto male, perché che ci vuole a portare i clandestini fino a Ponte Chiasso. Gli freghi i soldi, gli freghi. Quella è una cosa che potevano fare anche da soli - quando erano svegli. Non so se erano svegli quelli che attraversando il bosco trovavano pure il tempo di una sveltina. Pensi che parlo sempre di sesso ma non lo dico per dire, lo dico perché li ho visti. Due bengalesi che hanno trovato il tempo e la voglia per l'amore mentre fuggivano dalla miseria sulla collina di Pedrinate appoggiati sul tronco di un albero.
Be’, è un fatto che non riuscivo a crederci. Forse è la guerra, penso, forse per loro l'abitudine è di pensare ogni momento può essere l'ultimo. Non lo so. Non so se hanno una religione che gli dà tanta fiducia nella vita.
Cinque anni fa, non c'era rimasta neanche più una rete intorno a Ponte Chiasso. Dove si arrangiavano i passatori comaschi, fra le villette italo-svizzere, a giocare a nascondino con le pattuglie di sorveglianza dell'esercito federale, dove si arrangiavano quei mentecatti io prima contrabbandavo sigarette per darmi una copertura diciamo d'immagine, e intanto invisibile come un angelo trasferivo miliardi dall'Italia bella alle banche svizzere. Conto terzi, all'inizio. Poi un giorno sono diventato il messaggero di me stesso.
Ho faticato Vera, di brutto. E alla fine ce l’ho fatta. Anche nei momenti buoni, sempre stato sopra i limiti della decenza. Questo non me lo toglie nessuno. Non l'ho certo mandato in una scuola statale mio figlio. Per dire. Anche per via della religione, certo.
E allora con tutto questo po' po' di dio non ho mai capito
perché mia moglie a un certo punto le era venuto il bisogno di fare del
sarcasmo sui miei salti di qualità. Aveva preferito tenersi il suo lavoro
all'Inps, d'accordo e chi ti dice niente. Ma la grana vera, quella l'ho
sempre portata io. Sennò avrei voluto vederle, le vacanze in Sudafrica. Che
tra parentesi erano due settimane di noia bestiale chiuso dentro un albergo
sul mare e al massimo un'escursione dentro una cazzo di jeep per
scassare le palle a due leoni morti di sonno. Palle si può dire, non
esagerare. Quando esci dal gabbio ti fai certe abitudini e quelle ti tieni.
Anzi, è arrivato il momento di dirtelo chiaro e tondo, Vera. Tu sei una cara
persona e mi dispiace per quello che ti ho fatto, e spero che le cose si
risolvano per il meglio. Però te lo devo dire: il tuo problema è che
pretendi a tutti i costi di cambiare la gente. E questo non va bene. Ma non
va bene manco per niente, cazzo!
Perché hai insistito ieri sera? Hai aspettato dieci minuti sulla porta, ma a me a vedere il casino per casa, la canottiera appesa all’ingresso e la macchia di sugo sul maglione mi è preso il nervoso. Il divano pieno di roba, il bagno sottosopra, lo so. Ma tu che vuoi. Visto che sei tanto intelligente e sensibile, fai mente locale sulla situazione e alza i tacchi, no?
Io quando sono da solo non ho tutto quel nervoso. Invece tu hai peggiorato le cose: oh non sei contento, ma cos’è che non va e tutte quelle domande.
Mi dispiace Vera, con me troppe domande non funzionano. Hai visto che succede.
Chiusa parentesi.
I guai iniziarono quando arrivò il Lupo. Lì per lì non lo avevo capito che sarebbe diventato un problema serio. S’era preso il grosso del traffico dei profughi che passavano per Milano, ma ci potevo ancora stare. Quel soprannome era roba del passato, diceva. Ora era un imprenditore. Uno di quelli che il mercato lo controlla nei minimi particolari, commissariati compresi.
Però: come ha fatto ad arrivare così in alto, questo.
Insomma, qualche domanda da farsela c’era. Non è che pensavo di essere il più bravo o che cosa. E' che lui era uscito fuori all'improvviso, con una grinta che non avevo visto mai prima a nessuno. Che avevo trattato con bastardi capaci di farti saltare un occhio per uno starnuto fuori posto, io. E alla lunga avevano fallito. Svaniti nel nulla, senza neanche un Cristo che ci piangesse sopra, capisci? Io invece stavo nel genere di quelli che i familiari non si dovrebbero vergognare anzi, di quelli che nel condominio, a Mac Mahon, ero un uomo d'affari. Avevo faticato per arrivarci, non lo nego, epperò ce l'avevo fatta, alla fine.
Così quando il Lupo mi disse che i Kurdi bisognava portarli
ad Amburgo senza se e senza ma, al volo misi a punto due cose.
Uno: dovevo accantonare le domande e fare un passo per volta. Due: bello,
però qui hai fatto un errore, lasciatelo dire. Mi eri sembrato perfetto,
fino a questo punto. Ma qui hai fatto un errore. Perché ti sei messo in posa
con il tono della voce, per essere convincente. E non ce n'era bisogno.
Perché è ovvio che non c'ho modo di rifiutarmi, adesso. Non sono mica scemo.
Ma se è una crepa la tua, stai sicuro che prima o poi te lo farò salire
su per il culo duro come tua moglie non se l'è mai sognato.
Avevo visto quelle carte nautiche in televisione: indicavano il punto del mare dove si erano incontrati due imbarcazioni di fuggiaschi della Nuova Guinea e del Kurdistan. Penso il Lupo non può farcela contro organizzazioni del genere. A guardarlo bene in faccia ho capito che in fondo lui lo sa, questo. Non è la direttrice Valona-Otranto. Che la grinta va bene, ma anche la fortuna conta, e il momento giusto. Il momento giusto non può durare in eterno, non per uno che gli viene duro solo vedendo una mezza dozzina di poveracce messe in fila come scope al discount. E’ vero, Vera, lo sapevano tutti (questo è un particolare importante, non c’entra niente se io mi controllo o meno però è vero che quando ieri ti ho colpita non avevo calcolato la potenza del mio pugno). Sai cosa faceva il Lupo? Le comprava a forfait, tre per diecimila euro. Il porco dovevano chiamarlo, altro che lupo. Giurai che non sarebbe durato a lungo.
Ma intanto sono montato sul tir e sono partito. Destinazione Amburgo.
Ma prima l’ultima parentesi. Riguarda mia moglie. E il suo gusto per le domande. Che se io ti dico sono morti tutti basta con le domande. In che senso - nel senso che vivi o morti fa lo stesso. E poi tu hai sposato a me mica hai sposato la mia famiglia. Quando uno se ne va in Germania da ragazzino non ce l'ha più la famiglia e basta. Per me era andata così. Quindi: la finiamo con le domande? Roba che percorrevo l'Italia da nord a sud ma a Sala Consilina non ci mettevo più piede. Non arrivavo neanche a Napoli, se è per questo. Le ferie le facevo in Liguria. Prima di sposarmi. Non era la stessa cosa, era un po' peggio e un po' meglio. Una volta pensai di tornare veramente. Ricordo che quando arrivai al casello di Salerno era notte. L'uomo si teneva il pesce fra le mani – e scusa, come lo devo chiamare, l’organo sessuale?
Io feci finta di niente, si capisce. L'unica cosa, gli dissi di tenersi il resto. Ma poi dopo, altezza Pontecagnano, l'immagine di mia cognata che se lo rigirava nella bocca, con quelle tette grosse che straripavano sulle mie gambe, mi tornò alla mente così forte che mi venne una specie di giramento. Un'ansia come se stesse lì lì per succedere ancora. Se tu mi vuoi conoscere sul serio devi farmi parlare sino in fondo.
Avrebbe potuto farlo di nuovo e io magari ci sarei cascato un'altra volta. Cascato su di lei a peso morto. Per questo, proseguii lungo l'autostrada del sole, sempre più a sud. Fu quell'estate, in Sicilia, che conobbi la donna che in seguito sarebbe diventata mia moglie.
Che, non me le ricordo forse le parole di Giobbe nella Bibbia? Dice io non terrò la bocca chiusa, parlerò dell'angoscia del mio spirito, mi lamenterò dell'amarezza del mio cuore, queste parole qua dice. Si sfoga Giobbe, si sfoga con Dio. Il perché lo sai, no? Perché non capisce che cosa gli succede. E decide lui di parlare o non parlare.
All'inizio mia moglie non mi dava fastidio, gliel'avevo detto di non fare troppe domande. E aveva obbedito. Di che cosa si poteva lamentare in fondo? Quando voleva andavamo a trovare i suoi, a Cefalù, altrimenti poteva scegliere i posti più belli del mondo, per le vacanze. Anche se mi rompevo il c... E' tutta la vita, che vado girando.
Poi non so perché ha iniziato a scavare nel mio passato. A farmi domande. Mai che porti due fiori sulla tomba di tua madre. Ma perché tutto questo odio per il tuo paese. A volte sei così strano.
Non c'è nessuno odio, dicevo io, solo che quando una cosa è chiusa, è chiusa.
Ma questa è una frase senza significato, diceva lei.
Senza significato.
Senti vaffanculo,
dicevo io alla fine.
Lo vedi. C’era già allora questo problema. Io sono calmo e tutto quanto ma non devono insistere con me. Tu lo hai fatto, Vera. Mi vuoi capire, vorresti approfondire questo legame, tutto questo lo so, ma il tuo metodo è sbagliato. Ti dico non mi piacciono troppe domande e tu mi proponi di andare a raccontare la mia vita a quella trasmissione, come hai detto che si chiama, Vite Sbagliate. Non mi importa dei soldi e non mi importa che il cameraman è tuo cugino. Un po’ mi sono affezionato, questo mi devi credere, ma una lettera è il massimo che posso fare. Sono chiuso e sto bene così.
Scusa, sono andato al bagno.
Ti stavo dicendo, la vita in casa era cambiata. Avevo perso il controllo della situazione. Non so come dire. E' cambiato tutto anche con mio figlio. Lo vedo bambino, a tre, quattranni, che chissà perché gli era venuto lo strano vizio di sputare; non so se era un gioco per lui, che cosa gli passava per la testa. Ti veniva vicino e sputava, finché una sera mi arrabbio di brutto, lo acchiappo per le braccia, gliele stringo forte e gli urlo di smetterla. Non so, che vuoi che ti dica: mio figlio se la fece sotto, davanti a me. La grossa, intendo.
Dico adesso non gli faccio più paura. Questo è anche un bene, ma cosa resta? Una sera lui ha tenuto a specificare che non intendeva il carabiniere che ti ferma per la strada per chiederti i documenti. No, ha detto, e sennò che sto studiando a fare secondo te. Già. No, la mia strada è quella, ha detto, ma però in alto, capisci. E mi ha guardato come un uomo grande. Con un mezzo sorriso distaccato da uomo grande.
Mio figlio mi sta proprio sul c…, certe volte.
Io Vera spero che quando uscirai dall’ospedale potrai leggere queste righe. Prima o poi ti toglieranno la benda dagli occhi e leggerai finalmente la mia storia che tanto volevi conoscere. Se avrò tempo la scriverò da capo, la correggerò e toglierò tutte le parolacce che ti danno noia. Qualcuna l’ho già cancellata. Scusami ancora per il gesto che ho fatto. Ho perso la testa. Non avevo mai dato un pugno a una donna, prima. Non succederà più, te lo prometto. Magari se mi calmo parliamo con tuo cugino.
E così eccoci al dunque. Mi ricordo come se fosse oggi. Ero dalle parti di Karlsruhe, Germania dico, e non andava niente bene. Il freddo, la stanchezza, non so. La tentazione di tornare indietro. Ma non posso farlo, proprio escluso.
Seduto vicino a me un kurdo che parla un mezzo italiano. Parla per modo di dire. Uno che fa su e giù Turchia Italia Germania. Che tiene i contatti, ha detto il Lupo, o qualcosa del genere. Mi dice di non correre, non ce n'è bisogno. Ma io non è che prendo ordini anche da questo, adesso. Io mi accendo la sigaretta e continuo come se niente fosse. Caso mai ho leggermente accelerato. Piano, senza provocare, ma ho accelerato. Ti ho detto di non correre, fa lui, c’è una donna dietro che sta male. Come, ho detto io. Che significa. Sta male come. Mi bruciava la faccia. Non so perché ho pensato agli antidepressivi di mia moglie. Non so come faccia ma le bastano poche gocce. Poi il giorno sta su forte e convinta. Qua se c'è qualcuno che ha l'aria distrutta sei tu, mi ha detto la sera prima.
Neanche a questa ho risposto. Per conservare le energie. Per non spaccarle la testa dov’era e lasciarla lì.
E neanche il kurdo ha risposto a me. Ho pensato che bluffava, mi sono detto che avrei dovuto fermarmi e tornare indietro. Perché quando inizi con i groppi in gola senza motivo, allora significa che un motivo c'è eccome. Sono segnali. Quest'uomo è un segnale. Ma ormai è troppo tardi per tornare indietro. Lui tiene gli occhi fissi puntati sulla strada, e una pipa di hashish fra le labbra.
Anche la notte aveva portato i suoi segnali. Pensavo ognuno ha i suoi limiti nella vita, questo pensavo rigirandomi nel letto. Mi sembrava già tanto, questa chiarezza. Fino a quel momento lì mi ero concesso soltanto un lusso, nella vita, uno solo, quello di rifiutarmi di tornare ad Amburgo. Ecco, adesso non lo sapevo più, se avevo a che fare con un lusso o con un limite.
Mia moglie russava. Non so se lo faceva anche prima, prima
non sentivo niente. Prima poteva anche uscire a mezzanotte, andare a
fottersi qualche marocchino del cazzo e tornare nel letto alle cinque.
Non avrei sentito nulla. Adesso era diverso, adesso non sopporto più niente.
Che se ci penso bene non è che stia proprio russando, c'ha solo un respiro
affannoso, forse una narice tappata, a tratti sembra che mastichi avanzi di
cibo. Ma neanche quello può essere, filo interdentale prima di andare a
dormire, la mia signora.
Sì, solo la fede potrebbe salvarci. Certo Vera, hai ragione. Tu sei fiduciosa. Ieri, prima che ti portassi in ospedale, hai detto che volevi sapere, conoscere tutto di me, che l’intimità aveva bisogno della confessione, che poi dopo sarebbe stato meglio. Ma sai, io prima ero un orologio. Al mattino mi alzavo alle quattro e partivo. La fede non c’avevo bisogno di parlarne, parlare troppo non sono abituato, per questo mi è scappato quel cazzotto.
Stoccarda era già passata quando avrei voluto scambiare due parole con il tizio, così, per rilassarmi. Ma lui non ne aveva voglia. Fumava e basta. Ho provato a scacciare i brutti pensieri, a rimettere le cose dentro il loro ordine abituale. E per un momento l'ho visto diverso. Mi sembrava che dormisse ma con un occhio solo. Una specie di patriarca con una rotella fuori posto. Ho pensato così. Al centro di accoglienza, in Puglia, li avevo visti ballare, tutti insieme, in circolo. Festeggiavano che ce l'avevano fatta. C'era un mare con le onde alte dieci metri ma loro ce l’avevano fatta. Mi sono ricordato di questo e allora m’è passato per la testa di chiedergli quale fosse la sua religione. Avete una religione anche voi immagino.
Non gli ho chiesto niente.
Kassel, avevo superato Kassel, ma c’avevo come un pensiero fisso, mi sentivo questa voce che mi cresceva dentro e non faceva più uscire la mia. Sono sceso un momento per pisciare. Era freddo. Sono restato coll'uccello in mano un minuto buono prima di farla. Avevo paura che le bestie uscissero dalla gabbia. Che qualcuno cominciasse a dare pugni sulle pareti. S’erano già fatti un container prima che li pigliassi io.
Sono ripartito e ho acceso la radio. Non lo faccio mai in Germania, odio il tedesco. L'ho spenta e ho messo su una cassetta di Nino D'Angelo, per distendermi. Invece è successo che più salivo lungo la Germania, più aumentava l'angoscia. Più si accorciava la distanza fra me e Amburgo e più mi sentivo sprofondare nel sud. Come se il corpo e l'anima si fossero separati e procedessero in direzione opposta e contraria. Ho pensato a cose assurde ho pensato ai racconti che mi fanno di questa gente agli abiti puzzolenti che si portano dietro ai bisogni che si fanno addosso quando non riescono a farli in mare alle donne che resistono come a una tortura ma non la fanno per la vergogna.
Quando questo qua riaccende la sua pipa vorrei dirgli che mi dà fastidio ma dalla bocca non mi esce niente. Lui mi ha guardato con un'espressione enigmatica e ha continuato a fumare. Cosa ti porti dentro i tuoi occhi, gli volevo chiedere. Certe volte ti lasci andare e diventi sentimentale. L'ho già detto. Non lo sai neanche tu perché. Ti succede e basta.
La strada procedeva liscia, piatta, pochissime macchine in
giro. Avrei voluto dimenticarmi dov’ero. Pensare che non stessi andando da
nessuna parte. Girare a vuoto nel vuoto come un bambino senza pensieri. Poi
d'un tratto ho sentito il Nokia che crocchiava. Dio, ero sicuro che fosse
spento. Doveva essere spento. Naturalmente ho risposto cazzi. Volendo
ti intercettano tale e quale ma intanto spegnilo e vai avanti. Non dovevo.
Il Lupo è un bastardo. Mi hanno fatto presente: parà della Folgore, va bene.
Sai che roba. Ricognizione del territorio, osservatorio a rimpiattino delle
polizie di qua e di là del confine, tecniche da Vietnam. Va bene. Ma ficcare
reni in frigorifero sei una merda, sei.
M'è venuto freddo. Girare a vuoto nel vuoto come un bambino senza pensieri.
Invece dentro mi cresceva un’altra voce.
E lì ho capito che il problema non erano gli occhi del kurdo,
il problema erano i miei che si confondevano con i suoi, che ne erano
risucchiati, come se io non fossi io, e è stato in quel momento che ho
sentito gridare, c'è stata quella scossa, improvvisa, ho visto la faccia
scura del kurdo, fermati!... Ho guardato nello specchietto retrovisore ed è
stato come prendere un pugno sulla faccia, perché tutto doveva succedere ma
non quello, quello non stava nei patti, il Lupo di questo non mi aveva detto
niente, io proprio non sapevo che cazzo fare, ho pensato ora li lascio per
strada tutti quanti, anche la donna stesa per terra con le gambe aperte che
gridava e spingeva la carne della sua carne fuori di sé, non riuscivo
neanche a guardare, ho visto gli altri che si agitavano intorno, e ho avuto
paura, feeermatii!, ho sentito freddo ma invece di fermarmi ho accelerato,
come se pensassi di arrivare a Amburgo il prima possibile, o non pensassi
semplicemente più, so solo che ho visto con la coda dell’occhio il kurdo
puntarmi il coltello alla gola, fermati ha ripetuto, ho sentito il sapore
del fumo impastarmi le gengive, e allora ho provato a frenare, lo giuro, ho
provato, così che il tir mi è sfilato via sotto il culo, ha
cominciato a sbandare, zigzag a picco contro il vuoto, non riuscivo più a
controllarlo, il bestione rombava sull'autostrada, DIO C'E' ho visto sotto
un cavalcavia, in italiano, ho allentato la morsa sul volante, neppure io so
bene perché, era come rinunciare, affidarsi a una forza più potente della
mia – e
alla fine
il bestione s'è fermato.
Facendo un rumore pazzesco ma si è fermato. Ho sentito lo stomaco volarmi in gola. Sul cruscotto si sono accese luci mai viste prima. Sono saltato fuori, e anche gli altri, ed è stato lì, da quegli sguardi che ho capito che doveva essere successo qualcosa di sbagliato, l'ho capito quando ho visto l’interno del camion – quella palla inerme di ciccia schiantata contro la parete interna del camion, una scia rossa sbrodolata per terra vicino alle gambe della donna. E' successo allora. Perché quegli sguardi erano duri come pallottole, perché io non dimentico niente, è stato per non dargli la possibilità di guardarmi in quel modo che ho sparato. In due s'erano lanciati di corsa su di me e io ho sparato, sì, Dio sa se l'avevo mai fatto prima, la pistola era una questione di sicurezza, Dio mi è testimone, ho sparato e mi sono messo a correre, lasciandoli lì, accanto al mio tir, sopra il morto, l'altro morto, e sono scappato nella campagna mi sono girato sparando altri due colpi per aria ho pensato alla mia famiglia ai sacrifici di una vita mi sono girato ancora nella corsa sono caduto e ho pensato a Amburgo e mi sono rialzato e ho continuato a correre nel freddo fino a quando s'è fatto notte ho continuato a correre anche se non c’era più nessuno pensando a Mac Mahon a Dio e a un posto per morire.
P.S. Il dottore questa mattina ha detto che riprenderai la vista, Vera. Così adesso la rileggo e magari la correggo un po’, parolacce comprese.
Tuo Rosario