L Frat
(Massimo Millella)
Non c’è nessuno. O meglio, c’è una confusione spaventosa, ma per me non c’è nessuno.
A quest’ora di notte, evidentemente, non potrei sperare di meglio. A raccontarla a tutti questa storia, chi ci crederebbe. Ci sono ragazze molto belle qui. Alcune mi guardano, altre non tanto. Io non mi soffermo su nessuna di loro. Appena lo faccio, loro distolgono lo sguardo. Spesso quelle che fisso sono fidanzate o comunque in compagnia. Ho chiesto un whisky e lo sorseggio, davanti a tutti, alla maniera newyorkese, non come fanno nell’Ovest, selvaggi. Senza ghiaccio, perchè mi piace così, era una questione di parole, “sem gelo”, a Lisbona dicono così, non solo a Lisbona, in Portogallo.
In fondo al locale, in fondo a tutto, due ragazze si toccano la faccia. Saranno lesbiche. Io amo le lesbiche, non c’è cosa che mi ecciti di più di due lesbiche. Ogni volta che lo dico a qualcuno, mi guardano con sufficienza, come fosse una cosa troppo banale per venirla a dire in giro. Come se di solito dicessi cose sorprendenti. Intendo, una volta, magari. Ora mi sono un pò buttato giù. Ho fatto quello che potevo, cioè leggermente meno, ma non troppo meno, un pò meno, così da non farlo notare a nessuno che stavo facendo di meno. Sennò ti rompono le palle, cominciano a fare i sofisticati, dicono “dovresti”, “ma perchè non...” e le verità sono in faccia a tutti, in faccia a me, ma non bastano, voglio dire, non servono. Le verità esistono sempre e le sanno tutti, però non servono. Basta sapere che prima o poi vengono fuori, aspettare con calma che venga fuori tutto e vada a pezzi tutto e si rovesci il mondo. Buttare gli errori gravi, chiedere scusa, vedere cosa succede. E ricominciare. E’ vero che non bevo molto, mi piace bere, non bere bene o bere male, mi piace il gesto di chiedere da bere, guardare il colore, non abituarmi a niente, non capirci niente di quello che bevo e mandare giù, poco a poco, come ho visto nei film. Se quelle due lesbiche non la smettono di toccarsi io vado nel cesso.
“Sam”
è una specie di camionista molto solo, dovrebbe essere un mio amico, lo sarebbe, è buono, non è neanche ricchione in fondo, è soltanto un pò deprimente pensare che siamo amici. E non lo siamo.
“Hi Zem” non ho idea del suo nome esatto, più o meno imito il modo in cui mi chiama lui. E Sam non è il mio vero nome. E lui è uno zingaro, uno di quelli senza famiglia. Non è di qui nemmeno lui.
“So what?”, mi fa.
“What?”
Mi indica le due lesbiche. Le hai viste, vorrebbe dire. Ma “le hai viste” è troppo maniacale o lui non è capace di parlare. Zem è uno stupido bifolco da bar, serve solo a quelli soli come me, per farsi venire in mente una cosa spiritosa, per fare una risata. Come ai vecchi tempi. Io senza una cosa che mi faccia ridere non so stare.
Zem mi sorprende, mi afferra il braccio, sguaiato se la ride, ha un alito terribile e stringe così forte da farmi scoppiare a ridere per il nervosismo. In questo momento mi rendo conto che potrebbe succedere qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa. Sento che vorrei uccidere tutti e farli a pezzi. Lo vorrei davvero. Lo giuro. Ma non lo farei. Solo perchè mi sentirei in colpa, mica per altro. Zem la prende bene, sente la mia aggressività, che è pur meglio dell’imbarazzo. Mi trascina in direzione delle lesbiche. Siccome io sono più intelligente di lui, cerco di non ritrarmi troppo, per non dare l’idea del vile, ma provo a urlargli delle cose qualsiasi per fermarlo, con la poca voce che ho sempre avuto. La confusione copre i miei tentativi. Zem è già arrivato al tavolo, io poco più lontano, sono riuscito a sfuggire alla sua presa. Ma lui ha il mio bicchiere di whisky in mano e, mi pare di capire che lo stia offrendo alla ragazza più bona. Che è veramente bona. Siccome lei sorride, e l’altra no, resto immobile, mi pare che la sorridente si volti verso di me, anche perchè Zem mi indica con il dito tozzo (Zem dà sempre l’impressione di essere sporco di sugo) più volte.
Secondo me a lei piaccio più io, ma praticamente con la vocina che ho non ho speranze qui dentro.
Zem ne ha già di più, si faccia pure la sua serata, si giochi le sue carte, il vecchio Zem, si diverta come può l’insetto. Io torno al bancone e chiedo un altro whisky visto che lo stronzo mi ha rubato quello che stavo bevendo. Un altro whisky non mi va però. Mi dispiace per me, ma veramente.
Il posto mio preferito me l’hanno soffiato, quello tra il bancone e la porta d’uscita, ce n’è un altro schiacciato tra due ragazzi molto silenziosi che bevono nervosamente una specie di cosa azzurra. Se tutti sono così per cazzi loro, da dove viene questa confusione? Penso, compiacendomi della mia intelligenza, ancora integra, bella sana. Mi dimentico di Zem e mi infilo tra i due alieni con i beveroni azzurri. Questi sembrano del posto, ma non proprio dentro il posto. Non sono stranieri ma è come se lo fossero.
Cerco l’attenzione del barista con la bocca semiaperta e gli occhi fissi sulla sua testa chinata verso il pavimento, a guardare il niente, ma proprio il niente. Lo compatisco eppure non voglio perdermi nemmeno un nervo, nemmeno uno scatto d’occhi, lo so come fanno certi baristi, quelli che disprezzano tutti, fanno finta di non accorgersi dei timidi e oppongono un fiero e selvatico silenzio agli spacconi. E pagherebbero per avere il bar completamente vuoto e godersi un pomeriggio di pioggia da soli, a tirare due freccette sul muro, salutare distrattamente il postino che passa, sfidando il temporale, rivedere dei conti, rileggere le vecchie cartoline ammuffite e la sera godersi il baseball, qualsiasi cosa, godersela.
“Hey”
Resta immobile come una crisalide, poi scuote la coda e torna in sè, ma senza fare alcun movimento preciso, solo rientrando nel suo corpo, dopo la pioggia e la calma. Non mi guarda, ma capisce cosa sto facendo, articolo la bocca, tiro fuori una voce stridula:
“Next time” e alzo un dito per indicare che sono da solo.
Il Next time è il cocktail che bevevo molti anni fa. Qui lo chiamano in questo modo incomprensibile, ma si tratta semplicemente di vodka e red bull o energizzante liquido tossico. Tra quelli che conosco io si è sempre chiamato “Il solito”, lo vorrei spiegare alle mummie dell’acqua azzurra qui di fianco, ma loro decisamente sono terrorizzati dall’idea di scambiare uno sguardo con me. Forse perchè sono solo, e loro due. Ma anche noi siamo due, io e Zem.
Zem.
Mi volto verso il tavolo delle lesbiche e il bifolco non c’è più. E’ sparita, particolare che mi sorprende, anche una delle due, la bona sorridente, quell’altra invece, sempre un pò defilata, è evidentemente il maschio della coppia ed è ancora al suo posto, se ne rimane in disparte, tra qualche pensiero. Non sembra preoccupata dell’assenza dell’amica, nè particolarmente provata dall’invasione di Zem. Ed ha il mio bicchiere in mano, se lo gira e lo rigira, quasi non osa avvicinare le labbra. Aspetto che il lentissimo barista mi dia il mio Next Time e prego, rosso in faccia dalla vergogna, che lei resti sola per tutta la serata, per darmi il tempo... per darmi il tempo di carburare. Io scoppio lentamente, lo sanno tutte le femmine che lo devono sapere. Non erano molte là, qua di più, per lo meno i primi tempi. Ora qua si sta come là, solo un pò più solo.
Lei mi fissa. Lo avverto nettamente, la donna maschio mi fissa, la eccitante lesbica mi ha notato, segno di intelligenza, di superiorità, di classe. In effetti, l’intero locale sembra più silenzioso, un pò più mogio. La notte avanza e non sempre l’alcol fa il suo lavoro. Il martedì si è inspiegabilmente più stanchi degli altri giorni. Addirittura il barista cominicia la trafila di gesti che porta dritti alla chiusura. E lei mi fissa ancora, il Next Time è già a metà, qualcuno stasera ha trovato una svolta.
Come un bufalo, irrompe Zem, che mi stringe il naso tra le dita e la cosa fa molto male. Mentre ci stai provando con una ragazza a distanza, come fai a tollerare un gesto così umiliante da un amico? Cosa pensa una donna davanti all’umiliazione di un uomo? Che cosa prova esattamente? Non può essere soltanto una reazione soggettiva. Deve esserci una coscienza di sesso, una roba come l’istinto di maternità, qualcosa di comune, non ho idea di cosa stia parlando, eppure io stesso mi sento d’accordo con me. Mi sento un negro che saluta un altro negro, quando penso a me stesso.
Rispondo a Zem con uno schiaffo e gli faccio volare il cappellino con la scritta Ohio, per scherzo. Lui si china per raccoglierlo e resta goffamente piegato in avanti per qualche secondo, come ubriaco. Sembra un vecchio che sta per morire. Quanti anni avrà Zem? La lesbica che mi fissa come l’avrà interpretato questo mio gesto impulsivo e infantile? Zem si risolleva e roso dallo sforzo e dalla rabbia fa per uscire, senza guardarmi negli occhi, senza più salutarmi. Si muove lentamente, come pensieroso. Ma un istante prima di lasciare il locale fa qualcosa che non dimenticherò facilmente: si volta improvvisamente verso di me, cercando di catturare tutta la mia attenzione con una totale immobilità. Mi osserva, Zem, serissimo, con due occhi pieni, profondi, onesti. E se Zem bifolco semplicione avesse in realtà capito che ho pena di lui? Non sembra invece avere pietà di me adesso e guarda il mio stato di larva, schiacciato tra due silenziosi robotici giovani e un barista ebete, in mezzo ad un’accozzaglia di persone inanimate che si agitano producendo rumori di giunture, mandibole, lingue e tacchi. Alla faccia di Zem rispondo con una sorta di espressione scimmiesca, che vorrebbe nelle intenzioni essere bonaria.
Zem mi rivolge un’occhiata di profondo disprezzo. Ed esce, lasciandomi solo.
“Com’è andata con la lesbica?” gli avrei dovuto chiedere. Il buon Zem ci ha provato, magari lei è andata in bagno, lui ha pensato volesse scopare, l’ha inseguita, ci ha provato e lei l’ha respinto. E Zem non ha insistito, perchè è una persona triste, non sopporta i rifiuti, e se n’è andato.
Povera merdaccia. Si è sfogato con me, che gli ho fatto volare il cappellino Ohio.
Io non corro questo rischio con l’altra, non ho agito da muflone, ci ho saputo fare. Ed è per questo che continua a fissarmi, sola al tavolo, senza l’altra che a questo punto potrebbe anche essersene andata, per quel che mi riguarda. Era bona, certo, ma questa è conturbante. Si dice così.
“She is a man, Sam”. Il barista decide di sibilarmi questa frase, masticandola in modo che la possa volontariamente fraintendere.
“What?”
“She is He” e richiude una bottiglia di whisky, mentre svuoto il Next Time, d’un fiato.
Continua a fissarmi, il ragazzo ragazza. Mi avvicino, mi ci siedo accanto. Non riesco a dire una parola. E’ un giovane, davvero, un maschio. Mi guarda insistente, ma non sembra abbia intenzione di parlare. Non è antipatico, non me lo voglio scopare, non voglio scopare nessuno, non mi interessa nemmeno parlarci. In realtà, non ho idea del perchè mi ci sono avvicinato. Volevo controllare. Ora non me ne frega più niente, nè del bene nè del male, nè delle sue intenzioni, nè delle mie. Sono improvvisamente stanchissimo. C’è ancora una goccia del mio whisky sem gelo. La ammazzo senza pensarci due volte. Mi alzo, sento le tempie esplodere, e mi pare che qualcuno abbia cominciato a vedere “Ritorno al futuro 3” in televisione. Pago quello che devo al barista, leggendo i numeri su un bigliettino. Nessuno si spreca più di tanto in questo momento.
Fuori fa un freddo cosmico, comincia a piovigginare. Tra dieci minuti sono a casa e mi metto a letto. Prima devo chiamare mio fratello, certo.