Francesca

(Luca Laudiero) 

 

Quando Francesca cadde a pattinaggio spillò azzurro dal ginocchio.
Il fratello, un cretino, rideva con gli incisivi ingialliti dai pomeriggi Kinder e Berlusconi. Lei non lamentò dolore, subito in piedi tornò all’esercizio.

Odiava Bob Dylan perché ne collezionava i dischi lo zio che la molestò a sette anni. Snobbava Siddharta perché la copia della biblioteca comunale era su carta maleodorante.

Andrea le sorrise. Alzò lo sguardo e sentenziò che non ha senso prendere tutto sul personale. Ma Francesca non poteva rinunciare alle sue costellazioni dipinte. Loro non l’avevano mai tradita.
Però vi incastonò una nuova sfera. Aggiunse quel sorriso che scopre il cuore e chiede nulla in cambio. Pensò che sarebbe stata per sempre dell’uomo che avesse inconsapevolmente illuminato quel ricordo. Uno cui, non come Andrea, avrebbe potuto svegliarsi tante volte accanto.

Quando Andrea, in anticipo sulla cartella clinica, morì, il tirocinio di Francesca era già terminato. Alle sedici, in punta di sedia, esorcizzava la chimica alla sua pupilla liceale. Con quelle immaginose associazioni mentali che l’avevano sempre accompagnata. Prendendo sul personale.

Francesca spillò azzurro dal ginocchio. La seconda volta io non c’ero, ma di certo andò così. Ci fu solo azzurro, nell’abitacolo.

Azzurra la rosa che adagiai sul legno, il sei febbraio scorso. Per quello che conta. Per spegnere un puntino, nella mia costellazione dipinta. Dove lo zio di Francesca, che al camposanto cercò invano la mia spalla, e i tanti come lui, non entrano. Seguono invece il moto d’inerzia di quella mano, che affonda nel nulla.