Federica

(Luca Laudiaero) 

 

Federica non portava la fede, le proposi di federare le nostre federe.

Lei non capì. Mi chiese se fossi pazzo. Per non tradirmi sfidai sulla distanza un Rotolone Regina. Mi scoppiò il cuore, persi.

 

Al mio funerale Federica venne con occhiali neri Dior e una collana di ossi di pesca che girò tre volte intorno alle dita. C'era anche suo fratello Maurizio, tipo claustrale.

 

Un giorno mi trovai a pranzo da loro. Mentre si faceva pinzimonio di verdure, al cenno del capofamiglia tutti inserirono il tovagliolo sotto al bordo del piatto, che s'inclinò a 10°, coagulando il condimento. Lì Federica perse per l’unica volta l’innato aplomb: «Non esci mai, se ti dessero gli arresti domiciliari non te ne accorgeresti neppure!». Il mio intingolo piegò di 30°, e non avevo mosso alcun tovagliolo. Replicò il fratello: «Io sono agli arresti domiciliari, cretina». Angolo giro, camicia da buttare.

 

Federica aveva incisivi da castoro artigiano, e un cranio minuto su cui s'intesseva fitta l’impagliatura aurea. Impalpabili fili d'angelo che fluttuavano a piovra ad ogni sguardo le pensasse. Sopra le gote d'albicocca, cute dolcissima dai capillari facilmente imbarazzabili, sfavillavano due lapislazzuli, malinconici serbatoi d'incertezze esistenziali, che parevano serrarti al pomo d'Adamo con la madre di ogni domanda: «che ore sono?». E in tasca recava sempre con sé gli altri denti del castoro artigiano.

 

Federica era celiaca. Dunque non mi allarmava che tarmasse la mia biancheria per lo spuntino di mezzanotte. Ma farlo alla Messa di Natale non fu saggio. «Non ti piaceva l’ostia?», traboccò onomatopeicamente il vino dal calice. Era il 25 Dicembre '800, rischiammo seriamente di rubare la scena all'incoronazione di Carlo Magno, sei panche più in là.

 

Ma al diavolo Magno, per Ercole! Sei panche addietro si svolgeva la confusa ma disperatamente genuina adesione alla vita di due giovani d'uomo. Osservavo, rapito, quella tremolante piuma cingersi nel soprabito scuro sospirando garbo, e mi chiedevo: «saprei spiegare la massa d'amore che sgorga da dentro e m’inabissa il fiato a mille atmosfere? Potrò mai riflettere una particella della tua luminosità in quella testolina tanto distante e pure così vicina a quella dei dobermann cui l'osso cranico crescendo trafigge il cervello?».

 

No.