Evaristo Martinoni ,viale
(Claudio Esposito)
Che sensazione di placida quiete pervade l’animo dei rari viandanti mentre mi percorrono durante qualche salutare passeggiata lungo i miei marciapiedi ombreggiati da platani maestosi dalle ampie chiome fluenti e rigogliose !
E quale pulizia, quanta ordinata compostezza s’ammira tutt’intorno, tra le aiuole linde e ben curate le palizzate simmetricamente disposte colorate di un gradevole verde mare, le facciate adornate di rampicanti delle graziose palazzine del mio decoroso quartiere residenziale.
Eh sì, sono proprio un bel viale, non c’è che dire : viale Evaristo Martinoni, piccola strada tranquilla e silenziosa.
Forse sono stato un conquistatore invincibile, un grande condottiero, un impavido esploratore, oppure un insigne uomo politico imperituramente onorato negli annali della storia patria.
Chissà, non me lo ricordo proprio, sarà passato tanto tempo !
Più verosimilmente però, anche a giudicare dal nome che porto, a mio parere così poco altisonante e indubbiamente inadatto a un personaggio ammantato di gloria o comunque decisivo per le sorti della Nazione, sarò stato un leguleio, un deputato, o che so, un medico chirurgo.
Del resto, non sono certo una strada importante, sono anzi piuttosto decentrato rispetto alle arterie più frequentate e logisticamente rilevanti del comprensorio ove sono inserito.
Probabilmente ho trascorso la mia vita umana nel chiuso di austere biblioteche, polverosi uffici giudiziari, o angusti gabinetti di ricerca scientifica, sempre immerso in studi monotoni e noiosi, nobili e meritevoli tuttavia agli occhi del mondo, tanto da guadagnarmi l’intitolazione di un sia pur modesto viale cittadino.
Non ho alcun rimpianto per il mio passato di umano; credo che tutto sommato la vita sia preferibile osservarla piuttosto che viverla, niente preoccupazioni, responsabilità, affanni; me ne sto tutto il giorno pacificamente disteso, sereno e beato, non devo pensare a nulla : i netturbini provvedono alla mia pulizia quotidiana, d’estate mi ristorano con abbondanti getti d’acqua, d’inverno mi cospargono di sale quando il gelo mi serra nella sua morsa gagliarda, in autunno spazzano via pazientemente le foglie che mi ricoprono tutto coi loro lunghissimi tappeti gialli e rossicci. Se poi qualche buca si apre dispettosa nel mio manto d’asfalto, gli stradini comunali premurosi e solerti mi rimettono subito a posto, e se le strisce pedonali tendono a sbiadire, in men che non si dica un’efficiente squadra di imbianchini è lì bell’e pronta a rifarle più nitide e lucenti di prima.
Da umano avrò tenuto senz’altro una condotta seriosa, irreprensibile, morigerata e precisa fino alla pedanteria, come si conviene alle persone assurte alla fama e alla considerazione dei propri simili; nella mia condizione attuale, invece, non devo preoccuparmi di un prestigio da difendere, non ho più, per fortuna, qualità morali o doti eccelse da far rifulgere per essere additato all’ammirazione delle generazioni che verranno; è tutta acqua passata : le generazioni sono già venute da un pezzo, altre le hanno seguite, e il mio nome una volta famoso è solo una targa stradale ingiallita dal tempo.
Dunque adesso, finalmente svincolato dal peso insopportabile degli… “inderogabili” doveri e dei numerosi orpelli della mia trascorsa esistenza, posso liberamente abbandonarmi all’ironia, all’umorismo, alle battute salaci, e a tutto un campionario di quisquilie che prima aborrivo sdegnato bollandole come insulsaggini deteriori e disdicevoli per una persona del mio rango…anche se, in cuor mio, già da allora forse provavo per esse un’irresistibile attrazione.
E così, nella mia apparente immobilità mi dimeno come un matto, lasciandomi andare senza ritegno alle più grasse risate quando ascolto le barzellette oscene che i passanti si sussurrano alle orecchie, o gli inconfessabili pruriti di signore benpensanti che si scambiano confidenze intime con tono circospetto, seguite magari dai rispettivi integerrimi mariti…che fanno altrettanto con i loro degni amici.
Notevoli occasioni di sollazzo mi vengono offerte anche dalla rete viaria circostante, costituita da personaggi, ben più autorevoli di me, che hanno avuto persino l’onore di vedersi effigiati in stupendi monumenti che li ritraggono alteri e solenni, al culmine del loro fulgore terreno.
Uno di questi è Giuseppe Garibaldi, che dall’alto del suo bianco destriero, la sciabola sguainata, l’ampio mantello pomposamente dispiegato sulle spalle, sta di vedetta con austero cipiglio, non più assorto in elevate questioni di strategia militare, ma angustiato da problemi ben più prosaici e grotteschi, che scatenano la mia dissacrante ilarità : me la spasso un mondo nel vedere lui, il tetragono comandante, inclito campione di forza, audacia e nobiltà, osservare sgomento le scritte sconce e indecenti di cui turisti irriguardosi hanno ricoperto il suo bel piedistallo sovrapponendole al magniloquente panegirico che “il popolo pose memore e grato”…
E il mio divertimento è quasi pari all’indignazione del generale nei confronti dei piccioni indisponenti appollaiati sulla sua cavalcatura, che lo importunano con il loro infaticabile sciocco tubare e - inaudito ! - hanno addirittura l’improntitudine di imbrattarlo con abbondanti e disgustosi rifiuti corporali, come se non bastasse la cocente umiliazione ( scherzi della toponomastica ! ) di aver affibbiato all’eroe dei due mondi, così virile e possente, un appellativo di genere femminile : Garibaldi infatti è una graziosa piazza contornata da giardini fioriti, ed è costretto, lui aduso a rudi voci militaresche e al crepitìo dei cannoni, a sorbirsi tutto il santo giorno i fatui pettegolezzi di giovani mamme, governanti e cameriere, e le querule grida di bambini che giocano, indifferenti al cospetto del sommo condottiero…
Il grande Giuseppe Mazzini non se la passa certo meglio, anzi, a dispetto degli alti ideali e delle preclare virtù che ha suscitato un tempo nei ferventi animi dei patrioti votati al martirio, è ora costretto a subire l’onta della frequentazione di assai meno virtuose passeggiatrici notturne, che a frotte si danno convegno sui suoi marciapiedi rischiarati da improvvisati falò.
Per non parlare poi del celebre conte di Cavour, soffocato dalle maleodoranti esalazioni e frastornato dalle urla plebee che si levano dalle bancarelle del mercato del pesce installate lungo l’intera via : altro che “grido di dolore” di risorgimentale memoria ! Mai le orecchie dell’illustre statista avevano dovuto sopportare uno schiamazzo altrettanto sgradevole e triviale.
Potrei continuare all’infinito la mia elencazione, citando migliaia di esempi, tanti quanti sono gli innumerevoli viali, piazze, vie, corsi, larghi, rampe e piazzali che solcano a perdita d’occhio la sconfinata metropoli. Tutti eroi, poeti, artisti, regnanti, navigatori, ridotti a statue immote, asfalto, pietre, marmi inanimati invasi dalle macchine, corrosi dallo smog, oltraggiati dall’incuria degli uomini ingrati e immemori di cotanti miti…
Forse la squallida esistenza di tutti i giorni, le insulse, banali storie della gente ordinaria hanno consumato in tal modo la loro vendetta sulla Storia, quella con la esse maiuscola, troppo spesso paludata, tronfia e retorica, tanto lontana dalle misere ambasce dei comuni mortali.
Ma io non me ne dolgo affatto, parola di viale ! E nonostante l’onore che qualcuno ha deciso di tributarmi, non mi sento partecipe della roboante scenografia celebrativa disseminata per ogni dove…
Sono molto più vicino a questo vecchio operaio, anonimo ed oscuro, che sta ora arrancando su di me curvo sotto il peso di una vita grama e dolorosa.
Non gli verrà dedicata una strada, sia pure breve, sia pure periferica… Eppure nessun augusto imperatore nell’apoteosi del proprio splendore ha mai posseduto la sua struggente umanità, la sua schietta indole, così semplice, pura, irripetibile.
Se potessi, correrei ad abbracciarlo. Invece posso solo guardarlo ammirato e commosso mentre stanco s’inerpica con i suoi piccoli passi strascicati e lentamente s’allontana scomparendo poi inghiottito dalla folla.