L’etichetta 

(Claudio Esposito)

 

 

    Nel Paese di Camillo, per ogni cosa che uno faceva, compariva sulla fronte una corrispondente etichetta : non si sa come non si sa perché, fatto sta che, appena compiuta una qualsiasi azione, ben impresso nella carne si leggeva un marchio, a volte esatto, quasi sempre sbagliato.

    Uno s’avvicinava a una donna per parlarle ?  Zac, ecco che subito in fronte appariva la scritta “CASCAMORTO” ; si faceva una critica al Governo ?  Tac : “SOVVERSIVO” ; si elogiava in qualche modo un’antica tradizione ?  Detto fatto sulla fronte spuntava l’etichetta “REAZIONARIO” ; s’aveva voglia di pregare ?  Ecco l’etichetta “BIGOTTO” ; si criticava una dottrina della Chiesa ?  Etichetta “MANGIAPRETI” (se l’autore della critica era “di destra”) o “MATERIALISTA ATEO” (se il critico era “di sinistra”)…

    Se poi la critica era di ordine generale o confessava apertamente perplessità e idee poco chiare, immancabilmente allora veniva fuori il timbro “QUALUNQUISTA”…

    Il popolo era tutto etichettato e non faceva in tempo a mutare opinioni, atteggiamenti o umori che subito nuove etichette scaturivano a contrassegnare le fronti, alte basse tranquille corrucciate lisce o rugose che fossero.

    Sicchè, ciascuno ormai aveva preso l’abitudine di andare in giro con larghi berretti, cappelloni e copricapo dalle fogge più disparate calati sugli occhi per non mostrare la propria etichetta.

    La gente doveva togliersi il cappello soltanto a richiesta della Polizia o dei funzionari del C.N.C.E. (Comitato Nazionale per il Controllo delle Etichette), a loro volta etichettati – ma con colori più sobri e dignitosi – e controllati da altri funzionari di grado più elevato i quali, a turno, controllavano i dirigenti e i direttori generali.

    Per deputati senatori sottosegretari e ministri era stata costituita un’apposita “Commissione Parlamentare per la Verifica dei Contrassegni Frontali”.

    Il Primo Ministro e il Presidente della Repubblica infine controllavano a vicenda le loro auguste etichette…

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     Tra migliaia e migliaia di cappelluti guardinghi e circospetti, nevroticamente tesi a celare la propria e sbirciare l’altrui etichetta, Camillo era il solo che passeggiava beato a capo scoperto.

    Infatti, per quanto pensasse, parlasse e criticasse copiosamente, non gli compariva mai alcuna etichetta : le idee correvano impalpabili e veloci, le riflessioni, appena scaturite dalla mente, svanivano leggere, le mille fantasticherie scivolavano via senza lasciar traccia e non una parola si incideva o minimamente scalfiva la superficie perfettamente sgombra e piana della sua fronte serena.

    Una volta, incappato in un controllo, gli chiesero spiegazioni, ma lui non seppe darle.

    Allora dapprima lo multarono, poi, accortisi che era recidivo, gli confiscarono i mobili, la macchina e la televisione, lo diffidarono e, alla fine, lo arrestarono.

    In prigione, si dissero le Autorità, metterà la testa a posto, si ravvederà e anche lui, prima o poi, produrrà la sua bella etichetta.

    Non si sbagliavano…

    Invero, dopo un po’ che stava in prigione, anche sulla fronte di Camillo spuntò, nitida e marcata, una grossa etichetta dai bei caratteri d’argento : “LIBERO”.

    Quel giorno stesso, lo fucilarono.