Alcuni estratti dal corso di scrittura creativa, livello base, del Babylon Café:

 

“La domanda che ci si pone davanti ad un foglio bianco è, in genere: e ora cosa scrivo? Il quesito è lecito, ma errato. La vera domanda non è “cosa” scrivere, ma “perché” scrivere. Redigere una lettera, tenere un diario, appuntare pensieri sciolti su di un brogliaccio, creare un romanzo, sembrano azioni molto diverse tra loro, ma che fanno capo ad un unico bisogno: comunicare. Comunicare con se stessi e con chi circonda. Quante volte abbiamo fatto leggere le pagine del nostro diario segreto ad un amico o ad un fidanzato? Perché lo abbiamo fatto, se quelle pagine dovevano servire esclusivamente a raccogliere i nostri pensieri più intimi? Sicuramente per assecondare un bisogno di condivisione. Si scrive per gli altri, mai solo per se stessi. Si scrive per rendere il nostro prossimo partecipe delle nostre idee, del nostro vissuto, e quando non si individua più il lettore all’interno della nostra ristretta cerchia di amici e conoscenti, ma ci si rivolge ad un pubblico più vasto, allora si diventa scrittori. Scrittori nell’anima, prima ancora di essere pubblicati”.

 

 

“Per rendere il nostro scritto credibile e piacevole dobbiamo innanzitutto avere un buon rapporto con il nostro strumento di lavoro: le parole. Ne conosciamo a centinaia, le usiamo in continuazione. Ci giochiamo, le maltrattiamo e siamo convinti che i nostri processi cognitivi si basino su di esse. Ma non è proprio così. Quando pensiamo, ricordiamo, immaginiamo, quel chilogrammo abbondante di materia grigia che occupa la nostra scatola cranica mette in moto i suoi ingranaggi e formula dei pensieri che noi traduciamo in parole. Traduciamo. La realtà è che il nostro encefalo ragiona per immagini che, nel volgere di qualche frazione di secondo, vengono elaborate dal centro del linguaggio in pensieri, che si compongono di parole. Se sei seduto sulla battigia e fissando l’orizzonte ti ricordi di quella volta in cui tuo padre ha provato ad insegnarti a nuotare, ti renderai conto che la prima cosa che farà capolino nella tua mente sarà un’immagine. Forse quella delle braccia di tuo padre che tentavano di sorreggerti per non farti bere l’acqua salata, o magari il particolare colore del mare o la bambina che nuotava accanto a te con il salvagente intorno alla vita. Ma la prima cosa che ti sovverrà sarà un’immagine, non una frase. I pensieri seguiranno poco dopo, strutturati e sovrapposti. Perché questa divagazione sulla fisiologia del sistema nervoso? Per farti comprendere l’importanza delle immagini, degli oggetti, dei luoghi che ci circondano, e per porre l’accento su una questione: descrivere la realtà non è così semplice come vederla”.

 

 

“Il primo passo nella creazione di un personaggio è dargli una faccia ed un corpo. Nel momento in cui pensi che il protagonista del tuo testo si stia struggendo d’amore per la bella dirimpettaia, che a sua insaputa è un travestito argentino di nome Antonio,  nella tua mente devi aver ben chiaro il volto di questo novello Romeo. E’ scuro di capelli o calvo? Ha gli occhi grandi e magnetici o piccoli e sfuggenti? E’ alto o basso? Ha il naso aquilino? Porta gli occhiali? Si mangia le unghie? Il tuo mister X deve avere un volto. Se hai in mente una trama, ma non riesci a visualizzare il viso dei suoi interpreti principali, allora la tua storia non funzionerà, perché ti manca il fattore umano. Dopo aver messo a punto l’identikit del nostro eroe è necessario dargli anche una vita. Dove è nato? Quanti anni ha? Che lavoro fa? Cosa gli piace e perché gli piace? E’ felice? E’ frustrato? E’ solo? Quante domande, vero? E a più domande sarai in grado di dare una risposta, più complesso e ben delineato risulterà il tuo personaggio e, quindi, acquisterà di realtà e di spessore agli occhi del tuo lettore. E’ facile affezionarsi, o detestare, qualcuno che si conosce, mentre è impossibile provare un qualunque tipo di sentimento, a parte il disinteresse, per un anonimo burattino. Perché un personaggio privo di un background, di ricordi, di slanci e passioni, di sofferenze o di sogni, è solo un fantoccio manovrato dallo scrittore e messo su di un palcoscenico a recitare una parte vuota. Un po’ come in quei B-movies dell’orrore anni ’80, dove un maniaco con un’ ascia, o una motosega, inseguiva senza tregua la verginella di turno. Una volta massacrato l’intero campeggio il bestione con la maschera tornava a sprofondare nelle acque del lago senza una spiegazione e senza un credibile perché. Il risultato? Un oretta di divertimento, per gli appassionati del genere, e nulla da ricordare”.

 

 

“Il discorso diretto rappresenta una parte molto importante di una storia. Serve a mettere in chiaro senza troppi giri di parole i pensieri dei protagonisti, può rendere spigliato e divertente un tratto della nostra trama, può servire a riempire degli spazi vuoti di uno scritto. Degli ottimi realizzatori di discorsi diretti sono, ad esempio, gli sceneggiatori dei fumetti. Lo fanno per necessità, si intende, perché l’unico modo per far interagire i loro personaggi è far uscire dalla loro bocca quella simpatica nuvoletta. Da non considerare, tranne qualche rara eccezione, gli sceneggiatori dei manga giapponesi. Hai mai visto Kyashan? Se hai meno di trent’anni è praticamente impossibile, ma se sei della mia generazione te lo ricorderai sicuramente. Si trattava del protagonista di un cartoon anni ’70 made in Japan, della schiatta di Jeeg e Goldrake, una sorta di semi androide che combatte per la salvezza del mondo. Alla fine di un episodio, l’eroe in tuta bianca è sulla sommità di un monte e sta salutando un bambino al quale è stata appena massacrata la famiglia. Il dialogo, se la mente non mi inganna, si svolgeva all’incirca così:

Kyashan: “Devi essere forte”.

Bambino orfano: “Lo so”.

Kyashan: “Ora devo andare”.

Bambino orfano: “Va bene, ma torna presto!”, e ride.

Ecco un esempio, un po’ ironico se vuoi, di un orrendo, superfluo, incongruente discorso diretto”.

 

 

 

“In questa ottava lezione faremo venire alla luce lo psicologo che è in te e che si nasconde ancora nelle tenebre. Tu penserai: ma chi li hai mai sopportati gli strizzacervelli? E poi, io voglio fare lo scrittore, mica curare i pazzi! E hai ragione, ma come ti ho ripetuto spesso nelle precedenti lezioni, una delle migliori armi di uno scrittore, insieme al corretto uso della grammatica, la dimestichezza con le parole e l’immaginazione, è il senso di osservazione… Osservare la gente comune non serve solo ad avere un bagaglio di “caratteri” da sfruttare mentre si scrive una storia, significa innanzitutto imparare a riconoscere le modalità tramite le quali comunicano all’esterno i loro stati d’animo. Imparare a riconoscere come le persone trattengono la rabbia, dissimulano l’imbarazzo, come ridono, come piangono. Attraverso la giusta composizione di tutte queste sfaccettature si può costruire la personalità dei tuoi personaggi”.