L'estate senza lei
(Davide Stocovaz)
Inizia con uno scintillare di sguardi. Occhi accesi, palpitanti. S'incrociano, affondano assieme. Poi il tocco morbido di una mano sull'altra. Carezze, vellutate. Flebili sospiri. Le labbra si sfiorano. L'aria attorno esplode in un'ondata di calore. Un bacio.
E il mondo si dissolve.
Livio Enudic aveva atteso quel momento da sempre.
Staccate dolcemente le labbra da quelle della ragazza, rimase a fissarla negli occhi. Quelle sopracciglia sottili, castane come la cascata di capelli che le incorniciava il volto, s'inarcarono lievemente. Lo sguardo profondo di lei lo travolse, sconvolgendolo. Ogni suono s'estingueva, all'infuori della sua voce. Ogni parola moriva, davanti alla sua figura; snella, scattante. Un idillio per gli occhi di chiunque. Lei. Vino per l'anima. Anche il cuore più abbietto si sarebbe sciolto a una sua occhiata; a un suo sorriso. La luce.
Il ragazzo si sentì estremamente fortunato.
Per la prima volta in vita sua, era orgoglioso di essere se stesso. Un ragazzo semplice, dal fisico nella media. Capelli scuri, occhi marroni; una carnagione pallida. Era sempre stato pallido. Avrebbe potuto trascorrere un anno sotto alla luce del sole, senza abbronzarsi più di tanto. Quella pelle. Suo particolare; suo disagio. Molti ragazzini, alle elementari, lo screditavano; gli ridevano dietro; qualcuno era persino riuscito a inventarsi una leggenda su di lui. La leggenda dell'uomo-giallo. Idioti. Avrebbe voluto che lo vedessero adesso: seduto sulla torretta ai piedi del castello, a tener tra le braccia un incanto di ragazza. Lo avrebbero invidiato quei mocciosi. Si sarebbe preso una bella rivincita. Ma il colle era deserto. Erano soli. Cullati da una dolce brezza che risaliva dal mare lontano. Cullati dalle loro emozioni. La tenue luce dei lampioni lanciava riflessi arancio tra gli alberi e le colonne romane disseminate sul colle.
Era una serata perfetta. La serata della sua vita.
<<Senti Livio, sei un ragazzo molto dolce...però, ancora non me la sento di cominciare una relazione...cerca di capire>>, disse lei con voce smorzata.
In quell'istante, Livio Enudic, si sentì tremendamente inerte e cadde in un'angoscia sconcertante. Con occhi sbarrati, privi d'ogni luce, rimase impietrito a guardare la ragazza che gli stava davanti. Lei aveva abbassato lo sguardo e dondolava nervosamente le spalle. Lui pareva inebetito.
I rumori della strada dietro a loro si confusero in un unico suono; distorto, prolungato. Il chiacchierio della gente sotto al porticato e attorno alla fontana divenne un brusio indefinibile. La ragazza s'allontanò col capo abbassato.
Lui rimase fermo. Le gambe pesanti come macigni. Non la seguì. Si limitò a guardarla mentre scompariva tra i passanti. In quel momento, capì che assieme a lei, se ne stava andando anche una parte di lui; ed era la parte più viva, più pura e più sacra di tutto il suo essere.
Gli colarono solo due lacrime dagli occhi -finora asciutti- rotolandogli come perle sulle gote infuocate.
Le giornate si fecero atrocemente lunghe. Ore, minuti, secondi insostenibili.
Anche se fuori splendeva il sole, dentro di sé sentiva solamente ombra e polvere. Granelli di Vita dispersi lungo un viale sconfinato. Lei era divenuta irraggiungibile, come la luce in un pozzo. Non rispondeva al telefono.
Aveva preso a uscire di rado, col terrore e la speranza -alternate- di rivederla; d'incrociarla. L'avrebbe fermata, almeno un minuto. Le avrebbe parlato; le avrebbe detto qualsiasi cosa pur di godere della sua presenza. Ma lei era invisibile. Era voce della malinconia. Era sagoma della disperazione.
Deperiva nel desiderio d'averla accanto; d'avere almeno una seconda opportunità. Lei. Dalla divina capacità di suono e parola.
Presto, s'inabissò nella consapevolezza della propria debolezza.
Si rassegnò, col mondo racchiuso in un'ampolla piena di petrolio.
Sentì l'estremo bisogno di ricevere una carezza. Ma, attorno a sé, trovò soltanto sguardi di compassione.
Così decise d'andarsene. Cambiare città. Cambiare vita.
Appena il treno iniziò a muoversi sui binari, una lacrima gli solcò la guancia.
Senza di lei, aveva perso tutto.
Seduto al finestrino, lanciò un'occhiata alla distesa azzurra del mare sottostante. La costiera. Paesaggio d'incanto.
Un sistema roccioso cancellò tutto e, mentre il treno sferragliava tra i boschi, il ragazzo lanciò un sospiro di rammarico. Era solo.
Si sentiva inghiottire da una voragine.
Lontano, le vette delle montagne si univano al cielo, scomparendo in una livrea azzurra. Così informe e opaco vedeva il suo destino.
Torino lo accolse in un abbraccio umido.
Il maltempo imperversava per le strade da diversi giorni. Era pieno Luglio, e l'aria era fresca: frizzante.
Aveva trovato posto in una pensioncina non lontana dal centro.
Sentiva il bisogno di costruirsi una nuova identità. Cercò lavoro, iscrivendosi alle agenzie. Trovò un part-time in una pasticceria del centro. Gli alti porticati a volta. I ponti sul Po. La sottile foschia creata dall'umidità tra le increspature del fiume, al mattino, creava uno spettacolo mozzafiato.
Ma quel senso d'amarezza che si portava dentro non lo abbandonava un istante. Di notte, i ricordi lo insidiavano come serpi e gli opprimevano il respiro. La sognò. Si tenevano per mano. Camminavano lungo la pineta, con lo sciabordio delle onde tra gli scogli in sottofondo. Si sedevano su di una panchina, stringendosi l'un l'altro. Si baciavano, dolcemente. Le stelle stavano a guardare. L'universo scintillava di gloria.
Destandosi dal sonno, si riscoprì innamorato di lei.
Sentì la mancanza del mare.
Nel paesaggio umido e grigio imperò la snella figura di lei.
Agognava quel suo sguardo. La sua voce. Le sue carezze. I suoi baci.
Iniziò a trascorrere ore davanti allo specchio, dandosi del vigliacco; del codardo. Era scappato.
La visione della propria faccia gli divenne insostenibile. E quella sua pelle giallastra, di un pallore innaturale, avrebbe voluto strapparsela di dosso e bruciarla.
Decise di tornare a casa.
Il Grande Molo. Un braccio esteso verso l'orizzonte più lontano.
La Grande Piazza. Diamante che luccica nella notte.
Il Colle. Imperioso sulla città sottostante.
La sua città.
L'estate era giunta al termine. L'aria s'era fatta più fresca; più umida.
Il vento ricominciava a farsi sentire, spirando un giorno dal mare; un giorno dal monte.
Livio Enudic sentì la necessità di confessarsi.
Paolo Grassetti era l'amico più adatto per quel genere di cose.
Un ragazzo basso, di corporatura tozza. Capelli castani. Occhi dai riflessi ambrati. E un'impressionante capacità di parola e d'espressione.
Lo accolse in casa propria con grande entusiasmo.
Livio gli raccontò tutto. Di Torino. Del sogno. Di quanto la desiderava. Di quanto sentiva la sua mancanza. Di quanto -ancora- l'amava.
Grassetti ascoltava in silenzio, asserendo col capo.
Il ragazzo arrivò sull'orlo delle lacrime, quando espresse la bramosia di poterla riabbracciare per l'ultima volta. Almeno una sola volta.
A un tratto, l'amico gli poggiò una mano sulla spalla, fissandolo con fare comprensivo.
Doveva, per il suo bene, porre la parola FINE su tutta quella faccenda.
Il tempo l'avrebbe aiutato, lo avrebbe sostenuto e, magari, gli avrebbe riservato qualche sorpresa.
Lei era caduta ad altre piacenze.
Per giorni, passeggiò per le vie immaginandosi il volto del suo "rivale in amore". Chi era? Come l'aveva conosciuta? Come l'aveva conquistata? Perchè proprio con lui?
Giornate di piombo.
E i ricordi che, gradualmente, si dissolvono come nebbia.
La rivide, un giorno, dall'altra parte della strada. Sola.
Si fermò a osservarla da dietro un alberello. Era leggiadra, splendente come se la ricordava. Diversi uomini si volgevano a guardarla passare, estasiati dalla sua figura.
Un nodo gli salì alla gola, e lo ributtò giù con un sospiro colmo di malinconia.
La vide infilare la porta di un negozio.
Sorrise, ironico di se stesso. S'era promesso che se l'avesse vista, anche solo di sfuggita, le si sarebbe gettato incontro; che l'avrebbe fermata, che le avrebbe parlato, l'avrebbe supplicata, le avrebbe confessato il suo amore inestinguibile per lei... e, per la seconda volta, la lasciò andare.
S'incamminò lungo il viale, col capo alzato e il petto gonfio, pieno d'aria nuova.
Era passato per la via dell'amore e quella del dolore.
Rinacque in lui l'affetto per la tranquillità e l'affetto per se stesso.
Quel suo amico aveva ragione. Il tempo può essere una buona cura.
Come una pioggia che spazza via detriti di cenere, il tempo lava via i ricordi beffardi e la mente li scolpisce, li rimpicciolisce, e l'Io li racchiude in scatolette abbandonate nell'angolino più segreto.
Tuttavia, il ragazzo conservò intatta la figura di colei che, per un periodo della sua vita, gli aveva colorato l'esistenza. L'avrebbe sempre tenuta con sé, come bel ricordo, in uno dei tanti angolini remoti.
Intanto, aveva ripreso a godere delle piccole cose d'ogni giorno.
Fu così che il giovane Livio Enudic divenne Uomo.
fine