Equilibrismi notturni sotto la pioggia
(Claudio Esposito)
Era una sera come tante, dopo un pomeriggio di lavoro straordinario al Ministero. Il tempo passato fiaccamente fra pratiche, carte, ronzio di telefax, appunti accatastati sulla scrivania, e consimili amenità della mia routine di funzionario statale qualifica ottava.
“Dottò, fra poco chiudo. E’ tardi… ce sei rimasto solo lei; che fa ? Te ne vai ?”.
Il vecchio commesso La Costa mi strappa un sorriso con quel suo strano idioma frammisto di lei e tu.
“Si, La Costa, io mi trattengo un altro po’ di là, in archivio. Tu chiudi pure e vattene, tanto ho le chiavi”.
Non era vero che dovessi andare in archivio; in realtà non avevo voglia di restare in ufficio e neppure di tornarmene a casa.
Bighellonai lungo i corridoi deserti, tra pile di fascicoli addossate alle pareti, e tavolini ancora ricolmi dei fogli-firma dell’uscita. Lanzi Tarocco Senardi, Laudato Di Ciolla Praticelli…
Scorrevo le firme vergate in fretta nell’ansia di scappare via; mi tornavano in mente le fisionomie degli impiegati; parevano riecheggiare nel silenzio il brusio, le risa, lo scalpiccìo dei loro passi mentre si sparpagliavano, giocondo gregge, nei meandri ministeriali per poi convergere e sciamare giù al piano terra, verso l’uscita, a guadagnare l’agognata libertà provvisoria, salvo rientrare la mattina dopo e uscire di nuovo alle due replicando la rappresentazione di quella liturgia sempre uguale a se stessa.
I piedi strascinavano sull’orrendo pavimento il mio corpo inerte, e la mente, altrettanto torpida, ripassava meccanicamente le operazioni del mio mestiere di impagliatore di idee : imbottire pelli di animali morti, riempirle con steli disseccati di norme regolamenti e circolari, sistemare per benino ciascun articolo fino all’ultimo comma, finanche al più piccolo fuscello di messi già mietute e battute, imbalsamare concetti profumandone i cadaveri un po’ decomposti, ricucire con cura il tutto, timbrare, e archiviare infine nei capaci loculi della conservatoria del nulla.
Rumore insistente dall’ufficio copia : un moscone testardo che picchia dall’interno sulla porta a vetri chiusa nel vano tentativo di uscire per rientrare in un’altra stanza e sbattere la testa su un altro vetro fino a morirne.
Era l’unico segno di vita. Una vita patetica, improbabile, assurda, in perfetta sintonia con l’ambiente.
Dopo qualche minuto non udivo più il moscone.
Me ne immaginai il corpo rovesciato a terra fra cicche e gomme masticate, le zampine rattrappite, le ali inutilmente aperte sotto la dura schiena, l’umore bianchiccio sgorgante dal capo spaccato.
Disgusto. Bisogno di pisciare, irrefrenabile, più forte del ribrezzo che sempre provo se costretto a utilizzare i cessi lerci e puzzolenti. Mi sembrarono più luridi del solito, e orinai ad occhi chiusi senza provarne alcun sollievo. Insieme alla vescica mi si svuotava anche l’anima; e non avevo ancora finito di abbottonarmi i pantaloni che già scappavo nauseato inseguito dai miasmi e dal sordo gorgoglio dello sciacquone. Basta; per quel giorno ne avevo le scatole piene.
Non vedevo l’ora di raccattare la mia roba e andar via.
Feci per aprire la porta dell’ufficio, ma il buon La Costa aveva tagliato la corda da un pezzo chiudendo diligentemente a doppia mandata. Avevo lasciato dentro ogni cosa : giacca impermeabile ombrello, e soprattutto la copia della chiave che credevo di avere in tasca.
Fuori pioveva a dirotto; non potevo certo uscire in camicia, e in tutto il Ministero, a quell’ora, non c’era un cane cui chiedere aiuto. Per dirla breve, ero nella merda.
Mi guardai intorno : nessuno; solo, in fondo, le sagome degli alti schedari nella penombra dell’andito - giganti che mi squadravano beffardi - e lo strepito dell’acqua scrosciante che sghignazzava alle mie spalle.
Che fare ? Mi tornò alla mente l’immagine del moscone in trappola, e non trovai di meglio che vomitare tutto il mio repertorio di parolacce e imprecazioni prima di lasciarmi cadere sconsolato su una catasta di gazzette ufficiali.
La rabbia aveva lasciato il posto a una stanca rassegnazione, e mentre il mio sguardo spento vagava nell’oscurità pensavo che, tutto sommato, quella forzata prigionia serale non era poi tanto dissimile dalla mia abituale prigionia diurna; m’appariva perfino meno sgradevole.
Infatti non dovevo sopportare chiacchiere sciocche, burocrati impettiti sul loro bel piedistallo di finto efficientismo e ipertrofica boria, impiegati petulanti che mi tolgono l’aria e mi strappano ai sogni. Ero solo, non più solo in mezzo a tanta gente, ma finalmente solo con me stesso nella galera senza sbarre di quella notte inverosimile tuttavia reale.
La pioggia, come colonna sonora, accompagnava il mio mutato stato d’animo cambiando anch’essa di forza e tonalità : non più diluvio fragoroso e prorompente, ma acquerella fitta e sottile, uniforme, farinosa, lieve sottofondo musicale appena un po’ malinconico.
Sinfonia idrica all’improvviso più sostenuta - andante ma non troppo, direi - richiamo suadente per la mia attenzione sopita.
Proveniva da uno dei finestroni del corridoio, l’unico aperto.
Per analogia rammentai di aver lasciato socchiusa la finestra della mia stanza, e il cornicione all’esterno conduceva fino alla mia finestra. Ecco, la soluzione del problema era lì.
Scavalcare il davanzale del finestrone mi parve la cosa più naturale del mondo.
Passeggiavo leggero lungo il cornicione al quarto piano del Ministero, accarezzato dalla pioggia che mi avvolgeva, discreta compagna nello strambo cammino.
La cariatide all’angolo sembrava farmi l’occhietto. La oltrepassai afferrando una delle sue enormi poppe che mi ricordavano quelle della Lamberti, mediocre dattilografa ma gran pezzo di gnocca.
Man mano che avanzavo mi sentivo più tranquillo, sicuro, invulnerabile; e tutto - l’aria frizzante della notte, il fruscio armonioso dell’acqua, le facciate delle case intorno così rassicuranti e protettive nella loro quieta solidità - sembrava invitarmi a proseguire.
Sotto dentro e sopra di me vuoto perfetto, altezza senza vertigini. E nubi vaporose che ondeggiavano insieme scrutandomi amiche dal cielo nero e arcigno, ma anch’esso in fondo ben disposto, piacevolmente incuriosito dal mio debutto nell’ineffabile arte funambolica.
Andavo avanti sempre più spedito, spalle al muro, aspirando avidamente l’atmosfera caliginosa satura di elettricità e addentrandomi in quella dimensione aerea, impalpabile, ma che pure potevo toccare.
Lunghi brividi mi percorrevano la schiena e la facevano sussultare. Ma non per l’acqua che mi inzuppava o la paura di cadere.
No. Ero nel mio elemento; ne avevo un’istintiva, vibrante consapevolezza. E pensavo che quel cornicione mi aspettasse da sempre, fosse stato costruito apposta per me, ponte sospeso al di sopra della scialba quotidianità, provvidenziale via di fuga, strumento per l’iniziazione del mio vero io.
L’altro, quello fasullo, era dentro la mia stanza : lo vidi, chino sulla scrivania, che con gesti svogliati impagliava idee e imbalsamava concetti profumandone i cadaveri un po’ decomposti.
Con balzo acrobatico superai il davanzale e mi ricongiunsi al mio simulacro.