Edizione straordinaria!!!

(Saul Ferrara)

 

 

Quando l’autobotte dei vigili del fuoco raggiunse il luogo dell’incidente a sirene spiegate ormai c’era ben poco da salvare: la lussuosa Mercedes era ridotta ad un ammasso di lamiere fumanti ed era impossibile che lo sfortunato conducente fosse sopravvissuto al violentissimo impatto contro il possente camion con rimorchio. Il camionista coinvolto era in evidente stato confusionale e non faceva altro che ripetere che non era stata colpa sua, che la macchina era sbucata all’improvviso, piombandogli addosso con una velocità tale da impedirgli di tentare qualsiasi manovra per evitarla.  La dinamica dell’incidente era molto chiara e non servivano testimonianze, i fatti parlavano da soli. L’imprudente proprietario della Mercedes andava ad una velocità troppo sostenuta per le condizioni in cui versava la malridotta Statale 108, ed in prossimità della curva, funestamente nota con il nome di “Curva dell’Ariete”, aveva perso il controllo dell’auto finendo nell’altra corsia. Il corpo del conducente era reso irriconoscibile dalle fiamme, e si era potuto stabilire la sua identità risalendo al numero di targa dell’auto. A morire in quel modo cosi tragicamente stupido era stato il Cavalier Petrotti, un noto e facoltoso imprenditore che nelle ultime elezioni era diventato senatore. La notizia della sua prematura scomparsa  si era immediatamente diffusa e tutte le emittenti televisive, che in buona parte appartenevano al compianto Cavaliere, avevano sbrigativamente interrotto le trasmissioni per mandare in onda un’ edizione straordinaria del telegiornale. Tra i vari canali scoppiò subito una serratissima competizione  per confezionare la migliore “edizione straordinaria”. A condurle, visto l’importanza della vittima, non era il solito giornalista ma il direttore dell’emittente, che in lacrime, dopo aver dato la triste notizia, intervistava un presunto amico d’infanzia del Petrotti come testimone delle innumerevoli virtù umane e professionali dell’insostituibile Gino. Parlare del Cavaliere utilizzando il suo nome di battesimo  era  una collaudatissima tecnica comunicativa per indurre i telespettatori ad un maggiore coinvolgimento emotivo. Ad adempiere al doloroso compito del riconoscimento della salma fu il figlio primogenito Oreste. I cameramen seguivano il giovane come impazziti, pronti a zoomare non appena una lacrima  non trattenuta avesse fatto capolino sotto le spesse e scure lenti degli occhiali griffati. Oreste, però, diede prova di essere un figlio degno del padre, non lasciando mai trapelare il dolore che sicuramente lo stava martoriando. Il giovane, giunto all’interno dell’improvvisata camera ardente allestita nell’obitorio, con un filo di voce invitò i presenti ad allontanarsi. Voleva rimanere da solo per dare l’ultimo saluto al padre. I presenti finsero di dimostrarsi comprensivi di fronte a quella richiesta e uscirono lentamente dalla camera. Più delusi di tutti, ovviamente, rimasero i cameramen ed i paparazzi: pensavano che  sicuramente il figlio vedendo il corpo del padre ridotto in quelle condizioni si sarebbe messo a piangere come un vitello e sarebbe stato un vero peccato non poter riprendere una  scena così commovente; quelle scene erano le più richieste e si vendevano come il pane. Oreste, con passi cauti come se non  volesse svegliarlo, si avvicinò al corpo esanime del padre e con delicatezza sollevò il lenzuolo di lino finemente ricamato che lo copriva. Con entrambe le mani prese dolcemente il polso del padre e sollevò il braccio ustionato fino a portarselo al viso. Il ticchettio del Rolex d’oro tranquillizzò il giovane: il prezioso orologio prodotto in serie limitata era fortunatamente scampato all’incidente. Poi lo esaminò con attenzione, il cinturino non aveva riportato nessun graffio ed i diamanti incastonati nel quadrante al posto dei numeri c’erano tutti. Oreste emise un sospiro di sollievo e slacciato l’orologio dal polso del padre se lo infilò rapidamente nella tasca della giacca.

 

 

 

 La vedova Petrotti stava piangendo sulla spalla dell’avvocato Mario Mascalzoni, amico e legale di famiglia. Era stato lui a darle la brutta notizia.

<< Tu non puoi capire come io mi possa sentire.>> diceva la donna tra i singhiozzi.

<< Mario, non riesco ad accettarlo!>> la vedova inconsolabile lanciava urla strazianti. L’avvocato si sentiva impotente e non sapeva come fare per  cercare di calmare la moglie del suo defunto amico.

<< Dai, non fare così. Devi essere forte.>> le sussurrava amorevolmente all’orecchio, passandole una mano sui capelli come avrebbe fatto con un bambino che in seguito ad una caduta si fosse sbucciato le ginocchia.

<< Mario, come faccio ad essere forte?!>> nuove lacrime solcavano il bel viso della donna

<< Ti rendi conto di cosa è successo?>>. Una lunga pausa di silenzio poi la vedova aveva aggiunto:

<< Gino ha lasciato la baita in montagna a Fernanda! Capisci, alla mia figliastra! L’ha fatto apposta per punirci, Fernanda mi odia e non mi permetterà mai più di andare alla baita.>>.

<< Dai non ti disperare, troveremo il modo per riprendercela. Fernanda non naviga in buone acque, le chiederemo di vendercela.>> aveva detto Mario con il  tono pacato che utilizzava nelle udienze in tribunale.

<< Mario, la baita è stato il nostro nido d’amore…>>

<< Vedrai che presto tornerà ad essere nostra, fidati di me. >> aveva aggiunto l’uomo, con l’ostentata sicurezza che gli proveniva dalla sua professione. Ma la donna era un fiume in piena e non voleva smetterla di parlare e piangere.

<< La cosa che mi fa soffrire di più è che Gino ha cambiato il testamento senza dirmi niente. In quello precedente ero io la beneficiaria. Mario, ora sono sicura: Gino sapeva di noi due ed ha fatto finta di niente. Non mi credevi quando ti dicevo che sapeva della nostra relazione, ma tu sei troppo buono e non volevi neanche sentirmelo dire.>>

<< Ora non ha più senso parlarne.>> tagliò corto spazientito l’avvocato, ormai vicino ad esaurire le sue scorte di falsa cortesia. La donna comunque non era intenzionata a chiudere la discussione e dopo un lungo sospiro riprese.

<< Tu non riesci a vedere le cose come stanno, eppure sei un avvocato affermato. Gino sapeva di noi però non ci ha mai detto nulla. Secondo te perché ha fatto finta di non saperlo?  Su, forza, dammi almeno un motivo logico che spieghi il perché  del suo silenzio!>> aveva chiesto sarcastica la donna.

<< Forse aveva solo dei sospetti. Se avesse avuto delle prove non sarebbe rimasto zitto senza far nulla.>> aveva detto Mario sperando che la sua risposta potesse finalmente chiudere quell’ inutile ed estenuante dibattito.

<<  Com’è possibile che non ci arrivi da solo? Certo che se i  tuoi clienti fanno affidamento sulla tua arguzia sono proprio messi male. Comunque ascoltami, avvocato dei miei stivali…>>

<< Va bene, illuminami, ma non fare ironia sulla mia professione, lo sai che non lo tollero!>> disse interrompendola, Mario era visibilmente scocciato e non riusciva più ad impostare bene la voce che ora suonava acuta e severa .

<< E’ tutto così semplice: Gino non ha mai detto niente perché  aveva un’amante. Hai capito cosa ti ho detto!? Quel verme aveva un’altra! Come ha potuto mentirmi tutto questo tempo? Era un porco schifoso!>>

<< Si, è possibile, ma ora finiamola e non insultarlo… poverino, ha fatto una bruttissima fine.>> . Mario era esausto, parlare con Vera lo stancava più di una partita di squash. Tutt’altra cosa era fare l’amore con lei, in quei momenti non diceva niente e faceva di tutto. Vera era proprio una panterona da letto.

<< Ora fai pure il buono!? E non dirmi come devo chiamare mio marito! Capito! Era uno schifoso e non ti dimenticare che ha mentito anche a te. Che … che… non mi vengono le parole… che essere squallido. Ecco, era uno squallidone. >>

<< Hai ragione era uno squallidone. Ora prendi le tue pillole e vai a riposare.>> disse Mario porgendole una scatola di tranquillanti.

 

 

 

Lo squallidone, diversamente da quanto pensavano tutti, era tutt’altro che defunto e mentre sua moglie cercava un po’ di quiete nel sonno farmacologico, lui lottava per liberarsi dal nastro isolante che lo immobilizzava. Si trovava in quella situazione per colpa della sua colite. Il giorno priva stava guidando  quando quel maledetto del suo colon  aveva iniziato a fare le bizze, ed i sintomi disgraziatamente gli erano fin troppo noti, fitte lancinanti e quel senso di gonfiore che esigeva con urgenza  una sola terapia: un bagno in cui evacuare rumorosamente. La strada che stava percorrendo era una Statale disastrata e non c’erano autogrill, né tanto meno bar o qualsiasi altro tipo di esercizio pubblico. Quella Statale era un sentiero che attraversava un deserto di costruzioni incompiute, abusive ovviamente. “Ora che sono senatore le cose cambieranno. In questa Statale farò costruire una toilette ogni dieci chilometri.” Ripeteva tra se e se nel vano tentativo di ignorare gli spasmi al basso ventre e il sudore freddo che gli imperlava la fronte. Sentiva torcersi le budella, ormai non poteva più trattenere i vulcanici moti intestinali e se non fosse riuscito a trovare subito un posto appartato dove liberarsi si sarebbe cagato addosso. La  sua lussuosa Mercedes era dotato di un’infinità di optional inutili ma i produttori della casa automobilistica tedesca non erano mai stati sfiorati dall’idea di dotare le loro auto di un piccolo bagno d’emergenza. “Ho pagato questa cazzo di macchina una fortuna e in caso di “emergenza bagno” l’unica cosa che posso fare è sporcare i raffinati sedili di pelle.”, pensava ormai, con il ventre pronto ad esplodergli. Poi fortunatamente, proprio quando si stava preparando a farsela nei pantaloni, vide sul ciglio dell’altra corsia un capanno di lamiera. Sicuramente era il box di una ditta edile e dalle condizioni in cui versava doveva essere ormai abbandonato da anni. Quel cadente fabbricato era la sua salvezza e immediatamente si sentì invadere dalla stessa euforica gioia che  può provare un naufrago nel vedere una nave all’orizzonte. Con una veloce e rischiosa manovra operò una inversione di marcia,  per poi, sollevando una nube di polvere, fermarsi dietro il box. Scese dall’auto sbottonandosi i pantaloni con le mani tremanti. Giunto davanti alla porta del box, senza curarsi di cercare la maniglia, la colpì con un potente calcio sfondandola. Stava per abbandonarsi a quella tanto agognata defecazione liberatoria quando qualcosa di pesante gli piombò in testa. Quando riprese i sensi, il Cavaliere si ritrovò disteso con i polsi e le caviglie strette da diversi giri di nastro isolante. Un uomo, senza ombra di dubbio un extracomunitario, con indosso la sua giacca lo guardava con aria sorniona.

<< Amico, ti sembra modo questo di entrare nelle case degli altri. >> gli disse guardandolo dall’alto.

<< Tu non sai chi sono io! Ora liberami o per te saranno cazzi amari.>> urlò il Cavaliere con tutto il fiato che aveva in corpo.

<< No amico, mi dispiace ma ora io prendo in prestito la tua bella macchina e vado a farmi un giro. Non preoccuparti, quando sarò abbastanza lontano da qua avvertirò la polizia cosi ti verranno a salvare.>> rispose pacatamente l’uomo,  mostrandosi per nulla turbato dalle irose minacce del Cavaliere.

<< No, non farlo, ti darò quello che vuoi ma non lasciarmi qui.>> disse il Cavaliere passando subito dalla tecnica dell’intimidazione a  quella della persuasione.

<< Amico, io ho gia quello che mi serve.>> e per sottolineare quanto aveva detto posò uno sguardo distratto sul quadrante del Rolex che portava al polso.

<< Hai visto come mi sta bene la tua giacca? I pantaloni puoi tenerli…>> e trattenendo una risata aggiunse:

<< Tu sei proprio un bambino cattivo e maleducato. Hai sporcato di popò tutti i pantaloni, la mammina chissà quanto si arrabbierà. Ora si è fatto tardi, ciao amico.>> disse infine l’uomo dirigendosi verso l’uscita.

Il Cavaliere, rassegnatosi a quella spiacevole situazione rimase in silenzio finché non  sentì il potente rombo della sua Mercedes allontanarsi. Rimasto da solo iniziò a gridare aiuto ma ben presto si arrese, nessuno poteva sentirlo in quel posto isolato. Poi gli venne un’idea geniale, suggeritagli dai films western: strisciando lentamente si avvicinò ad un’asse posta verticalmente, che serviva a sostenere il soffitto cadente. Strofinando energicamente i polsi contro l’angolo tagliente dell’asse, dopo molti minuti di sforzi faticosi, riuscì finalmente a liberarsi da quella sorta di manette adesive. Ora veniva la fase più imbarazzante: fermare, in quelle deplorevoli condizioni, un automobilista e chiedergli un passaggio alla più vicina  stazione di polizia. Il Cavaliere stava camminando rasente al guardrail quando vide una pattuglia della polizia stradale.

<< Ehi , ehi, fermatevi!>>  urlò il Cavaliere, sbracciando come un folle.

Gli agenti si fermarono, mostrandosi contrariati da quella insolita interruzione al loro tranquillo giro di servizio.

<< Su, mi dica, che cosa è successo? >> chiese sbuffando l’agente alla guida della pattuglia, senza scendere dall’auto.

<< Mi hanno rapinato! Un extracomunitario mi ha preso tutto ed è scappato con la mia macchina!>>  disse concitato il Cavaliere.

<< Va bene, ora si calmi e ci racconti tutto.>> disse l’altro agente, scendendo dall’auto. 

<< Qual’ è il modello dell’auto? >> chiese l’agente in macchina prendendo il walkie talkie  dalla cintura.

<< Una Mercedes AMG.>>  rispose il Cavaliere. Gli agenti si scambiarono uno sguardo incredulo, poi quello rimasto dentro l’auto emise un lungo fischio per sottolineare lo stupore e disse:

<< Caspita! Bella macchina.>>.

<< Io sono il Senatore Petrotti.>> si presentò il Cavaliere, con tutto il contegno che richiedeva l’importanza del suo nuovo titolo, ma l’effetto suscitato dalle sue generalità non fu esattamente quello che si aspettava. Nei volti dei poliziotti si delineò una smorfia di derisione.

<< Si va bene e io sono Montalbano. Caro signore, la informo che il Cavalier Petrotti è morto ieri in un incidente stradale… e, guarda caso, guidava proprio una Mercedes AMG.>> disse l’agente in piedi e rivolgendosi al collega aggiunse, picchiettandosi con l’indice la fronte:

<< Andiamocene, questo è svitato.>>

<< No! Dove andate! Sono io il Cavalier Petrotti!>>

<< Avete un documento di riconoscimento che lo dimostri?>> chiesero all’unisono gli agenti

<< Ma… vi ho detto… che mi hanno derubato…>> balbettò in preda all’esasperazione il povero Petrotti

<< Senta, il Cavaliere è morto e domani ci saranno i funerali. Sono certo di quello che dico perché  tutte le televisioni hanno trasmesso un’ edizione straordinaria sull’incidente. Ha capito cosa ho detto? Una Edizione Straordinaria!>> l’agente scandì le ultime parole con la solennità di un sacerdote che stesse concludendo la funzione eucaristica.

<< Lo sa che è un reato fornire false generalità?>> domandò l’altro agente fissandolo con severità.

<< Vi assicuro che sono io il Cavalier Petrotti, portatemi a casa mia e ve lo dimostrerò.>> sbraitò il Petrotti, ma i poliziotti non  volevano sentire ragioni.

<< Accompagnarti a casa! Senti questo. Non ti arrestiamo perché sei sporco di merda. >> disse l’agente rientrando nell’auto

<< Un consiglio: la prossima volta che vuoi fare uno scherzo informati meglio, guarda i notiziari in televisione. >> disse l’agente alla guida della vettura prima di mettere in moto e andarsene sgommando. Al Cavaliere non restava che percorrere a piedi gli oltre 30 chilometri che lo separavano dal primo centro abitato.

 

 

Il giorno dopo, quando nella hollywoodiana villa Petrotti i familiari del Cavaliere erano tutti presi dallo scegliere l’abito più elegante da indossare alla cerimonia funebre, il Petrotti, estenuato dalla lunghissima camminata e dalla notte trascorsa a dormire sulla panchina del parco, si presentò davanti al cancello. Durante il tragitto aveva  chiesto aiuto ad alcuni automobilisti senza però ottenere soccorso: tutti avevano visto quella maledetta  edizione straordinaria del notiziario e non potevano assolutamente credere a quello che lui diceva. Ora, comunque, dopo tanta fatica si trovava a casa e suoi cari di certo non avrebbero potuto non riconoscerlo. Chiarito l’equivoco, avrebbe come prima cosa fatto trasmettere una superedizione del notiziario, dove avrebbe denunciato il pericoloso livello di offuscamento mentale indotto dalla televisione. E pensare che era stato uno dei primi imprenditori ad investire nella televisione, combattendo una vera e propria crociata per liberalizzarla dal monopolio statale, battaglia che aveva portato alla nascita di un centinaio di nuove emittenti tra nazionali e locali. Suonò il campanello e subito, efficiente come al solito apparve  Matteo.

<< Desidera?>> chiese il maggiordomo con aria distaccata.

<< Matteo, sono io! No, tu non puoi non riconoscermi! >>. Matteo lo squadrò dall’alto in basso  e poi, riconoscendo che quello straccione maleodorante assomigliava al suo defunto datore di lavoro disse:

<< Il suo volto non mi è ignoto, forse perché assomiglia tantissimo al povero Cavaliere, ma al momento non mi ricordo di lei. Chi è lei? >>

<< Matteo io non assomiglio al Cavalier Petrotti >> e dopo una pausa studiata aggiunse.

<< Io sono il Cavalier Petrotti!>>

<< Signore questo è impossibile il Cavaliere Petrotti è deceduto due giorni fa. Ne hanno parlato tutti i…>> il Cavaliere non gli diede neanche il tempo di finire la frase

<< I notiziari… In edizione straordinaria per giunta…>> . disse con un filo di voce.

<< Esatto, quindi sono spiacente ma se non va via subito  sarò costretto a chiamare la polizia. Si vergogni: approfittare del dolore della gente per speculare.>> disse il maggiordomo scuotendo la testa .

<< Ha ragione sono un grandissimo pezzo di merda ed è per questo che puzzo cosi tanto, ma per favore mi può dare qualche spicciolo per comprarmi qualcosa da mangiare?>> il Cavaliere ormai aveva capito che per certi soggetti era impossibile accettare qualsiasi verità in antitesi con quella diffusa da un notiziario in edizione straordinaria, tranne se quello trasmesso dall’edizione successiva non  l’ avesse smentita.

<< Aspetti qui e non si faccia vedere da nessuno. Anche se si è comportato come uno sciacallo le porterò qualcosa ma poi deve sparire.>>. Non appena Matteo si girò il Cavaliere lo spinse facendolo cadere ed iniziò a correre a perdifiato verso l’ingresso della villa.

<< Si fermi! I cani sono liberi, la uccideranno!>> urlò il maggiordomo.

I quattro doberman accorsero alle urla e ringhiando si misero all’inseguimento del Cavaliere ma quando lo raggiunsero, ormai pronti ad assalirlo e farlo a pezzi, si resero conto che quell’intruso maleodorante era il loro padrone e si bloccarono immediatamente.

“Per fortuna che loro non vedono la televisione, altrimenti…” pensò il Cavaliere, mentre guadagnata la porta faceva irruzione all’interno della villa temendo che i cani potessero cambiare idea.  

Nell’immenso salone era radunata tutta la famiglia e la sua apparizione destò una reazione insolita. Nessuno si avvicinò al Cavaliere per abbracciarlo, lo fissarono in silenzio, più delusi che stupiti. Poi Oreste, in qualità di sostituto capofamiglia, in nome di tutti prese la parola per esprimere  il loro disappunto.

<< Ma papà, sei il solito egocentrico esibizionista! Non puoi morire e poi tornare a casa dopo due giorni come se niente fosse accaduto. Ed ora noi cosa facciamo?>>

<< Ma io non sono mai stato morto, è stato tutto un’enorme equivoco!>> si giustificò il Cavaliere, forse illudendosi che i suoi cari avessero sofferto per la sua scomparsa.

<< Lo vediamo che non sei morto, ma noi abbiamo fatto dei progetti, abbiamo le nostre ambizioni ed ora che sei tornato cosa facciamo? Tu, papà, devi sempre rovinare tutto!>> disse Oreste abbassando il capo per lo sconforto. Tutti i presenti condividevano l’amara considerazione di Oreste e lo manifestarono annuendo silenziosamente. A quel punto, il Cavaliere prese la mazza chiodata dall’armatura che decorava l’ingresso del salone e si diresse verso il figlio degenere con l’intenzione di massacrarlo. A salvare Oreste dall’ira omicida del padre fu l’improvvisa apparizione di una troupe televisiva, l’unica alla quale la famiglia Petrotti aveva concesso l’esclusiva delle riprese dei funerali  per una cifra da capogiro. Il cameraman, seguito da un drappello di aiutanti muniti di lampade al quarzo e da un esercito di truccatori e parrucchieri, fece il suo ingresso nel salone puntando la telecamera come se fosse un bazooka.

<< Continuate, come se noi non ci fossimo, il pubblico ama le immagini reali. Non preoccupatevi se uscite male, tanto poi ritocchiamo tutto.>> disse il cameraman, muovendo velocemente il gigantesco occhio della telecamera.  Il Cavaliere lasciò cadere la pesante arma medievale ed abbracciò il figlio, che subito, come un attore consumato,  si mise a piangere. Tutti i componenti della famiglia Petrotti si avvicinarono ai due per completare il quadretto struggente.

<< Bravi! Continuate così!>> li incoraggiava il cameraman

<< Vedrete che da questo filmato uscirà un bellissima edizione straordinaria!>> 

 

 

 

 

 

              

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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