Disoccupati
(Saul Ferrara)
Ennio e Nunzio avevano atteso dei mesi per ottenere un colloquio privato con don Luca ed ora che si trovavano nel suo ufficio, separati soltanto da una scrivania in noce dall’uomo che avrebbe potuto cambiare il loro destino, non riuscivano a parlare. I due amici, curvi come se un pesante fardello invisibile gravasse loro sulla schiena, si scambiavano continuamente dei rapidi sguardi d’incitamento, ognuno sperando che fosse l’altro a prendere la parola. Il parroco, sprofondato in una gigantesca poltrona che ricordava quella dell’Enterprise, mal celava il fastidio che gli provocava quell’incontro, incontro che aveva fatto di tutto per evitare.
<< Allora…io sono molto impegnato.>> disse spazientito l’anziano sacerdote, battendo la penna sul piano della scrivania come fosse un batterista in vena di virtuosismi.
<< Siamo disoccupati.>> sussurrò con un filo di voce Ennio, convinto che bastasse quella singola parola, con tutte le sue tristi implicazioni, a far capire a don Luca il motivo della loro presenza.
<< Questo non è l’ufficio di collocamento.>> rispose con asprezza il sacerdote.
<< Si, padre, avete ragione, ma voi possedete tanti cantieri attivi e palazzi appena finiti e pensavamo che forse… >> ma il sacerdote, alzando le mani come se gli avessero puntato una pistola, zittì bruscamente Nunzio, impedendogli di continuare il discorso.
<< Io sono solo il responsabile della Fondazione Il Buon Samaritano, non possiedo niente, il mio umile compito è gestire le donazioni dei miei parrocchiani. Non posso darvi del denaro, vorrei tanto poterlo fare, credetemi, ma come vi ho appena detto, io non possiedo nulla. >> disse rosso in viso, soffocando a stento la rabbia e l’indignazione.
<< Noi non vogliamo soldi. >> disse Ennio, venendo in aiuto all’amico, che rimasto a bocca aperta per l’inaspettata reazione di don Luca, non sembrava più essere capace di proferire neanche un semplice monosillabo.
<< Vogliamo lavorare. Facciamo i manovali da quando avevamo dodici anni, quindi ormai abbiamo quasi trenta anni di esperienza, ma non riusciamo a trovare lavoro e pensavamo che forse potevate assumerci in una delle vostre ditte. >> aggiunse Ennio tutto d’un fiato, temendo che un altro eccesso di rabbia del parroco gli impedisse di chiarire il motivo della loro richiesta di un colloquio privato.
<< Forse non mi sono spiegato, io non ho niente di niente, le ditte sono della Fondazione. Questo dovete mettervelo bene in testa. >> rispose seccato don Luca. Poi, dopo una lunga pausa aggiunse.
<< Non penso che voi due possediate i requisiti richiesti per poter essere assunti dalla Fondazione.>>.
<< Padre, noi siamo dei lavoratori onesti, chiedete pure in giro, nel quartiere ci conoscono tutti e sanno che il lavoro non ci ha mai spaventato, anzi. Purtroppo un anno fa abbiamo dovuto chiudere la nostra ditta ed ora, con tutti questi extracomunitari che lavorano in nero per una manciate di euro, non riusciamo a farci assumere neanche a mezza giornata.>> spiegò Ennio, ormai consapevole che doveva essere soltanto lui a perorare la causa, visto che l’amico, aveva chiuso la bocca e non sembrava intenzionata a riaprirla per parlare.
<< Ecco, avete toccato il punto. La Fondazione, per un principio di solidarietà, assume prevalentemente extracomunitari, proprio per liberarli da quell’ inumano sfruttamento al quale sono soggetti.>> disse don Luca accompagnando le parole con un infinità di gesti delle mani, come se fosse un prestigiatore pronto a far apparire un coniglio dal cilindro. I due amici si scambiarono uno sguardo sconsolato. Non avevano mai considerato gli extracomunitari come dei nemici ma adesso provavano rancore nei loro confronti, perché se non riuscivano a garantire un futuro ai propri figli era per colpa di quell’assurdo principio di solidarietà secondo il quale i bisogni di uno straniero hanno la precedenza rispetto a quelli di un italiano caduto in disgrazia. L’anziano parroco colse la disperazione negli occhi dei due disoccupati e per la prima volta parlò loro con tono pacato.
<< Vorrei tanto potervi aiutare ma non so proprio come fare. Avete mai avuto problemi con la giustizia?>>
<< No! Padre, siamo persone umili ma oneste. Nella nostra vita non abbiamo mai rubato neanche uno spillo!>> rispose prontamente Ennio.
<< Avete fatto uso di eroina o di altre sostanze stupefacenti? Vedete, basterebbe anche una semplice dipendenza all’alcol. Se poteste certificarmi che siete alcolisti forse potrei fare qualcosa. Certo, se foste eroinomani avreste più possibilità, ma già con l’alcolismo si potrebbe aprire qualche spiraglio>>.
<< Io, se proprio devo essere sincero, qualche problema a causa del vino l’ho avuto.>> disse Nunzio, che all’improvviso sembrava aver riacquisito il dono della parola.
<< Bene! Mi racconti.>> chiese compiaciuto il prelato.
<< Si, mi sono ubriacato un paio di volte; sa, quando abbiamo chiuso la nostra piccola ditta era disperato, non avevo il coraggio di dirlo a mia moglie e per non pensarci ho…non so come spiegarlo…diciamo che ho chiesto aiuto al vino. Ma poi ho smesso perché per settimane ho sofferto di bruciore di stomaco.>>
<< Ma no! Questo non basta, un paio di sbronze non significano niente. Ci vogliono anni e anni di abuso di alcol per poter essere definiti degli alcolisti. Per voi non posso fare niente. Mi dispiace, ma ho le mani legate, nell’assunzione del personale la Fondazione si basa sul principio della solidarietà, il fratello più bisognoso della comunità ha la precedenza su tutti. >> disse don Luca scrollando la testa. I due amici delusi si erano alzati per andarsene quando nell’ufficio entrò una donna che catturò immediatamente l’attenzione di tutti e tre. In verità la donna non era bellissima, ma decisamente provocante, e sapeva come mettere in bella mostra le sue curve con pochi ma studiati movimenti di anca.
<< Don Luca, mi scusi ma volevo ricordarle che tra mezz’ora ha l’appuntamento con l’assessore ai lavori pubblici.>> disse con una vocina da micia l’avvenente donna, senza degnare di uno sguardo Ennio e Nunzio.
<< Grazie Albina, puoi andare. >> disse don Luca, alzando una mano come se volesse benedirla. Albina si girò sugli altissimi tacchi ed uscì mettendo in mostra un prosperoso fondoschiena da contadina russa, fasciato da una ridottissima minigonna.
<< Come avete potuto sentire dalla mia segretaria, ora io devo proprio andare.>> disse don Luca, soddisfatto dal breve stacchetto sexy offertogli dalla segretaria.
<< Mi scusi, don Luca, ma anche la sua segretaria è stata assunta secondo il principio della solidarietà?>> domandò Ennio con un pizzico di verve polemica. Ormai nell’animo dei due disoccupati la delusione si era trasformata in cinica frustrazione e sentendosi schiacciati da un meccanismo scorretto volevano puntare l’indice verso gli autori di tale ingiustizia. Don Luca, ai loro occhi, attenendosi scrupolosamente al principio della solidarietà, non era più quel sant’uomo pronto ad aiutare il prossimo ma il generale a capo di quella orda di barbari invasori che li privava del loro sacrosanto diritto al lavoro.
<< Assolutamente si, la povera Albina è stata salvata dalla strada, per vivere era costretta a prostituirsi, ma ora, grazie alla Fondazione, è la mia segretaria personale, e devo dire che svolge tutti i suoi compiti con completa dedizione. Io sono molto, ma molto soddisfatto di lei.>> rispose don Luca, mentre camminava verso l’uscita seguito a pochi passi di distanza dai due amici. Parcheggiata sul marciapiede davanti all’ingresso della Fondazione c’era una fiammante Land Rover appena uscita dal concessionario. Don Luca salutò senza calore i due disoccupati e scomparve all’interno dell’ accogliente abitacolo della macchina.
<< Padre, complimenti, avete una macchina bellissima.>> disse Ennio
<< Non è mia, ma …>> protestò con tono acido il prelato
<< Ma della Fondazione!>> cantilenarono all’unisono i due disoccupati anticipandolo.
<< Esatto. Io personalmente detesto le macchine di lusso, ed ovviamente qualsiasi cosa che costi eccessivamente, ma sono stato costretto a prendere questa automobile perché devo raggiungere tutti i miei parrocchiani, anche quelli che ancora abitano in zone impervie.>> spiegò il sacerdote, mentre messa in moto la Land Rovere aspettava che il traffico gli consentisse di inserirsi in strada.
<< Capisco, quattro ruote motrici al servizio delle anime montane.>> disse ironico Ennio.
Ma don Luca non colse la provocazione e approfittando dell’indecisione di un automobilista balzò dal marciapiede a tutto gas.
<< E adesso cosa gli dico a mia moglie? Che non posso pagare il mutuo della casa perché non sono nigeriano o che per avere un lavoro devo ubriacarmi tutti i giorni per i prossimi dieci anni.?>> disse Nunzio con voce tremante, come se fosse lì lì per mettersi a piangere.
<< O che non abbiamo mai rubato niente e quindi siamo considerati troppo onesti per lavorare?>> aggiunse Ennio.
<< Ho un’idea! Rubiamo la macchina a don Luca, tanto lui non ci tiene, e poi ci facciamo arrestare. Con una denuncia per furto non potrà negarci un lavoro.>> esclamò entusiasta Nunzio.
Il giorno dopo si presentarono di nuovo alla Fondazione, ma questa volta la loro intenzione non era di parlare con l’anziano parroco. La Land Rover era posteggiata nello stesso posto del giorno prima e i due amici si avvicinarono con circospezione.
<< Sei sicuro di saperlo fare? >> chiese Ennio
<< Ma certo, con questi sarà un gioco da ragazzi. Per comprarli ho speso tutti i miei ultimi risparmi ma ne valeva la pena, questo è un ottimo investimento.>> disse Nunzio tirando fuori dalla tasca posteriore dei pantaloni una specie di piccolo telecomando ed una chiavetae a spirale. Azionò lo strano telecomando e dopo una paio di minuti, scanditi da un centinaio di bip bip, le sicure delle portiere della Land Rover scattarono.
<< Su, muoviamoci.>> disse Nunzio accomodandosi nel lato guida della jeep. L’auto si mise in moto al primo tentativo e Nunzio partì premendo l’acceleratore a tavoletta.
<< Ed ora cosa facciamo?>> chiese Ennio tenendosi stretto con entrambe le mani al bracciolo del sedile.
<< Semplice, ci facciamo arrestare.>> rispose l’amico, tutto concentrato sulla guida della lussuosa auto che ormai sfrecciava irrispettosa dei segnali stradali a più di ottanta chilometri orari.
<< Ma così ci ammazziamo! Rallenta! >> urlò per la paura Ennio.
All’improvviso da un incrocio sbucò una pattuglia della polizia a sirene spiegate lanciandosi all’inseguimento della jeep.
<< Eccoli! >> esclamò vittorioso Nunzio.
<< Tieniti forte, ora si balla! >> disse poi, al povero Ennio, che in preda al panico stava tremando come una foglia. La pattuglia della polizia li aveva quasi raggiunti quando Nunzio sterzò bruscamente e dopo un paio di rapidissimi testacoda finì contro un autobus. I quattro airbeg si aprirono immediatamente trasformando l’abitacolo della jeep in una mongolfiera, lasciando i due apprendisti ladri incolumi dal violento impatto.
In questura il commissario li aspettava furioso. Don Luca aveva mobilitato tutte le sue influenti amicizie ed ora pretendeva una condanna esemplare per quella coppia di delinquenti. Il commissario conosceva bene Ennio e Nunzio ed aveva tentato di sminuire l’accaduto chiedendo al prete di non esporre una denuncia per furto . “Sono due bravi cristiani, non roviniamoli” aveva detto il commissario a don Luca, sperando che si dimostrasse indulgente, ma l’anziano parroco non voleva sentire ragioni, quei balordi gli avevano rovinato la macchina nuova di zecca e dovevano pagare con la galera..
<< Ma che cosa vi è saltato in testa! Vi rendete conto della cazzata che avete fatto!? >> urlò il commissario ai due amici, appena questi vennero introdotti nel suo ufficio. Entrambi abbassarono le testa fissando le strette manette che gli segavano i polsi, poi con un nodo alla gola Nunzio rispose:
<< Noi volevamo solo un lavoro…>>