I colori di Dimaco
(Saul Ferrara)
Nessuno conosceva il suo vero nome e c’era anche chi, malignamente, sosteneva che pure lui, a furia di bere, non lo ricordasse più. Per tutti ormai era Dimaco, come uno dei ladroni che morì in croce assieme a Gesù. Era arrivato in città durante la festa della Madonna della Consolazione, assieme al solito esercito di barboni. Dimaco era un madonnaro dotato di un talento straordinario, con i soli gessetti colorati e il marciapiede come tela su cui disegnare, riproduceva perfettamente alcuni particolari della Cappella Sistina. Esponeva anche dei quadri di sua creazione, sempre a tema sacro, e tra questi ce n’era uno di una bellezza suggestiva. Rappresentava la crocifissione vista da una originale prospettiva, come avrebbe potuto osservarla soltanto uno dei due ladroni. Molti, rimanendo affascinati dal quadro, avrebbero voluto acquistarlo arrivando anche ad offrirgli una discreta somma di danaro, cifra che sicuramente, considerando il suo stile di vita, gli avrebbe consentito di tirare avanti tranquillamente per parecchi mesi. Ma il madonnaro si era dimostrato sempre irremovibile, quel quadro non era in vendita, e per via di quel suo ostinato attaccamento l’unica cosa che riuscì a guadagnare, tolti i pochi spiccioli delle elemosine, fu il soprannome. Conclusa la festa, Dimaco, a differenza degli altri ambulanti, decise di rimanere in città. Inizialmente il protrarsi della sua presenza aveva suscitato, negli abitanti del piccolo centro, una sorta di diffidenza. Quando qualcuno con tono sospettoso gli domandava perché non se ne fosse andato, lui con disarmante dolcezza rispondeva che lì aveva trovato la luce adatta per i suoi colori, e col passare dei giorni la gente cominciò ad abituarsi ai suoi sorrisi sdentati, arrivando quasi ad affezionarsi a quel povero “ladrone”. Durante il giorno girovagava nella Villa Comunale strappando fili d’erba, raccogliendo fiori e raschiando la corteccia degli alberi, per poi ridurre il tutto in poltiglia con un piccolo mortaio. Passava ore intere seduto a terra con le gambe incrociate a pestare energicamente nel mortaio, fermandosi soltanto per controllare la consistenza della mistura, e se non era soddisfatto ci sputava dentro, riprendendo a pestare con più lena di prima. Quando fu chiaro a tutti che Dimaco ricorreva a quella stravagante operazione per fabbricarsi i colori utilizzati per dipingere, i suoi quadri persero immediatamente quel fascino che prima veniva loro riconosciuto. Ogni domenica si presentava puntualmente davanti al duomo all’ora della prima messa, con cartoncini, colori e decine di tele che trasportava utilizzando come carretto un malandato passeggino, recuperato tra i rifiuti della discarica. Era davvero uno spettacolo vedere tutte le persone vestite a festa sfilare davanti a Dimaco, che a differenza di loro era così naturale nei suoi stracci da farli apparire delle caricature. Una domenica un ragazzo in vena di galanteria gli offrì cinquanta euro per fare il ritratto alla sua fidanzata. La ragazza, tra i risolini, aveva protestato simulando imbarazzo ma era evidente che quel trovarsi inaspettatamente al centro dell’attenzione generale la gratificava. Dimaco fissò attentamente la ragazza, i suoi occhi sembravano attraversarla come se fosse trasparente, e dopo un po’, sempre senza distogliere lo sguardo chiese al fidanzato:
<< Devo disegnare quello che vedo?>>
Nel frattempo un gruppo di persone incuriosite si erano riunite intorno a loro formando un cerchio.
<< Certo, che domanda! Non vorrai disegnarla con la coda e le zampe caprine?>> rispose, il fidanzato scuotendo il capo teatralmente.
<< Come vuoi tu, ma quello che vedo non ti piacerà.>>. Detto questo sistemò un cartoncino sul vecchio treppiedi traballante e, presa una grossa matita nera, iniziò con veloci movimenti semicircolari del polso a tratteggiare l’ovale del volto, mentre la ragazza, promossa a ruolo di modella, assumeva subito una posa da diva del cinema muto. L’improvvisato pubblico si era stretto attorno a Dimaco, volevano vederlo all’opera, ed era un continuo sgomitare per conquistare una posizione migliore. Come per incanto dopo alcuni minuti sul cartoncino, con una personale interpretazione di Dimaco, apparve il ritratto della ragazza. I lineamenti del volto era stati riprodotti con una precisione impressionante ma al busto della modella, per essere più precisi al ventre, l’artista aveva apportato una particolare modifica. La ragazza indossava un maglioncino cortissimo che metteva in bella evidenza un addome piatto e tonico, frutto di lunghe e faticose sedute in palestra, con un piercing a forma di delfino che luccicava seducente dall’ombelico. Questo era quanto la ragazza mostrava nella realtà, mentre nel ritratto il ventre era esageratamente prominente come se la giovane donna fosse in stato interessante. Anche il piercing aveva subito un piccolo cambiamento ed al posto del delfino era stata disegnata la testa di un gatto. Nel capannello di persone più vicine a Dimaco era corsa un’ondata di sconcerto subito seguita da un imbarazzante silenzio, silenzio che veniva interrotto da un amico del fidanzato che, fattosi largo a spintoni, appena visto il ritratto, con tono canzonatorio aveva detto:
<< Luca, mi sa tanto che la tua dolce Veronica ha in serbo per te una bellissima sorpresa! >>
Luca, con pochi passi decisi raggiunse la postazione di Dimaco. L’effetto che gli provocò il ritratto fu paragonabile a quello di un pugno nello stomaco; gli occhi sembravano uscirgli dalle orbite, il volto era trasfigurato da una smorfia di dolore. Tentò di nascondere il disagio piegando il capo di scatto, come se volesse difendersi da un aggressore, e chiudendolo tra le spalle come fa una tartaruga dentro il suo carapace. Poi, non riuscendo a controllare la rabbia che sentiva montargli nel petto, esplose in un eccesso di ira.
<< Quest’uomo è pazzo!>> gridò, colpendo con un calcio il treppiedi e facendolo finire a terra. Poi, afferrata da un braccio la fidanzata e strattonandola ogni qual volta, non sostenendo il suo passo spedito, si fermava per chiedergli spiegazioni di quella fuga, si allontanarono velocemente. Luca e Veronica, dopo due mesi, convolarono a nozze, ovviamente riparatrici. Per tutti restò sempre un mistero come Dimaco avesse predetto quella gravidanza inattesa e mai del tutto accettata. Ad avvelenare l’animo di Luca però c’era un’altro mistero, sicuramente dalla soluzione meno difficile da trovare, ma decisamente più grave. Il ragazzo trascorse insonne intere notti, perdendosi in complicati calcoli dei giorni, arrivando infine a stabilire che nel periodo del concepimento non aveva avuto rapporti con Veronica. Ma come avrebbe potuto provarlo e, soprattutto, dirlo ai genitori? Sarebbe diventato la burletta dei suoi amici ed il solo pensiero di cadere ancor di più nel ridicolo lo spinse ad accettare una paternità infelicitata dai tantissimi dubbi. La vicenda dei fidanzati rese Dimaco ancora più famoso tra la gente del piccolo comune. Questa nuova ondata di celebrità conteneva anche degli aspetti negativi. Il vescovo, ad esempio, ordinò che fosse impedito al madonnaro di sostare con i suoi quadri nelle vicinanze del duomo, ma c’era anche chi andava a cercarlo per chiedergli aiuto come se fosse un veggente. Questa parallela crescita di odio ed amore nei confronti di Dimaco rese presto la sua permanenza in città impossibile. Per sfuggire alle due fazioni opposte che si erano create, fu costretto ad allontanarsi, andando a vivere in un vecchio capanno abbandonato. Prima non aveva mai trovato nessuna difficoltà nel fermarsi a dormire nell’androne di una qualsiasi abitazione, ma ora c’era sempre qualcuno pronto a scacciarlo in malo modo o peggio ancora ad implorarlo di eseguire un ritratto premonitore. Per Dimaco era finita la pace e isolarsi da tutti era l’unico modo per ritrovarla almeno in parte. Erano ormai trascorse diverse settimane da quando si era stabilito nel capanno ed in questo periodo aveva ridotto al minimo indispensabile le sue apparizione in pubblico. Raccoglieva le elemosine necessarie per comprare generi alimentari e poi si rinchiudeva nel suo nuovo rifugio, senza uscirne finché le scorte di cibo non si fossero esaurite. Era convinto che nessuno sapesse dove si nascondeva quando un mattino sentì bussare debolmente alla porta di lamiera. Dimaco, come ogni mattina, era alle prese con i postumi di una sbornia ed inizialmente non diede particolare importanza a quel sommesso battere, pensando che forse fosse il vento a muovere la porta. Ma dopo un po’, ai ritmici colpi, si unì anche la voce di una donna.
<< Signor Dimaco mi apra, so che siete li dentro. Per favore, devo parlarle.>>. La voce era intrisa di una tale tristezza che il solo sentirla indusse l’umore di Dimaco a passare subito dalla rabbia, per quella inopportuna visita, alla malinconia. L’uomo con passo malfermo, combattendo con le vertigini che gli facevano perdere l’equilibrio, si diresse alla porta. Appena fece scorrere il rudimentale chiavistello la porta si spalancò, la luce del giorno invase prepotentemente l’angusto ambiente ed i colori dei quadri iniziarono a risplendere, al punto da far pensare che in quei pochi metri quadrati si fosse nascosto un arcobaleno. Le tele coprivano completamente le pareti ed il soffitto, non lasciandone scoperti neanche un centimetro. Durante il suo isolamento Dimaco aveva dipinto decine di volte lo stesso quadro, quello della crocifissione, ma questa volta cambiando la prospettiva: il Cristo ed i due ladroni adesso venivano ritratti dal basso come se l’osservatore fosse in ginocchio. Dimaco con una mano si riparò gli occhi dalla luce e con l’altra face cenno alla donna di entrare. Richiusa la porta, l’ambiente ripiombò nell’oscurità. Per un po’ rimasero fermi nel buio, uno di fronte all’altra, senza dirsi nulla, ad ascoltare i propri respiri farsi più lenti e calmi. Poi Dimaco accese un vecchio lume a petrolio ed una fioca luce rischiarò debolmente il capanno. Entrambi si scrutarono dalla testa ai piedi, aspettando che fosse l’altro a rompere il silenzio. Alla fine fu Dimaco a parlare, mettendo fine agli indugi, e fissando con il suo sguardo severo gli occhi della donna le chiese cosa volesse.
<< Voglio che lei faccia il ritratto di mio figlio. >> disse con la voce rotta dal pianto. Quando riuscì a dominarsi, soffocando i singhiozzi, aggiunse:
<< Il ritratto del figlio che non sono riuscita a vedere, e che non potrò più avere.>>. Lucilla, così si chiamava la donna, avrebbe voluto raccontare al pittore la sua storia, descrivendogli la gioia della gravidanza, dell’entusiasmo che provava ogni volta che osservava il proprio ventre e lo vedeva aumentato di dimensione per dare spazio ad un’altra vita che stava crescendo dentro di lei. E poi raccontargli della disperazione dell’aborto spontaneo e del profondo abisso che si era aperto sotto di lei, inghiottendola completamente anima e corpo, quando i medici le avevano comunicato che non sarebbe mai più riuscita a portare a termine una gravidanza. Avrebbe voluto dirgli tutto questo, non riuscendo a trovare le parole, ma le parole non servivano con Dimaco, era come se gliele avesse lette nel pensiero. L’uomo con aria seria iniziò a passarsi la mano lungo la barba incolta, riflettendo sulla risposta da dare a Lucilla.
<< Puoi andare…avrai quello che desideri.>> disse alla fine, senza smettere di sfiorare nervosamente la barba. A Lucilla quella risposta suonò troppo vaga per sentirsene rassicurata e cercò di insistere, però senza riuscirci perché Dimaco, come se avesse sentito la domanda che voleva porgli, la fermò subito ripetendole bruscamente:
<< Puoi andare… >> , aggiungendo dopo una breve pausa che a Lucilla apparve lunghissima:.
<< Torna…Lo saprai da sola quando.>>. Il suo tono, secco e sicuro, non ammetteva repliche, l’argomento per Dimaco era chiuso. Lucilla, mentre percorreva a piedi i non pochi chilometri di strada che la separavano da casa, non smise mai un attimo di pensare a quanto le aveva detto Dimaco, e se in sostanza avesse realmente accolto la sua richiesta. Trascorsero i giorni e Lucilla attese ansiosa un messaggio da parte di Dimaco che la invitasse a recarsi al vecchio capanno per prendere il ritratto, non sapendo esattamente in che modo glielo avrebbe potuto comunicare. Col passare del tempo i giorni d’attesa diventarono settimane ed a Lucilla non era ancora giunto nessun messaggio, ma non per questo aveva smesso di nutrire la speranza di riceverlo, anche se si era notevolmente indebolita. Una notte si svegliò per degli strani crampi allo stomaco, aveva la nausea ed i continui conati la costrinsero ad alzarsi. “Forse è l’influenza”, pensò, anche se in cuor suo sapeva benissimo cosa annunciavano quei sintomi: ne aveva già sofferto una volta ma una parte di lei continuava a ritenere impossibile che fosse quello il motivo del suo malessere. Solo l’intervento di un miracolo avrebbe potuto donarle nuovamente quella condizione, pensava. Poi, nel giro di pochi minuti l’irrazionalità alimentata dall’istinto materno di Lucilla si impose, contrariamente a tutto quello che negava la ragione: era incinta, e questa volta il bambino avrebbe visto la luce, lei finalmente sarebbe diventata madre. Trascorse la notte in uno stato di euforia ed alle prime luci dell’alba uscì per andare da Dimaco. Giunta al vecchio capanno bussò alla porta, ma questa volta non c’era nessun chiavistello a tenerla chiusa e si aprì subito cigolando. All’interno tutto era disposto esattamente come durante la sua prima visita. Dimaco non c’era e la donna decise di aspettarlo lì finché non fosse tornato. Stava pensando a cosa gli avrebbe detto non appena lo avesse visto, quando la sua attenzione fu colpita da un particolare che in un primo momento non aveva notato entrando nel capanno. I dipinti erano gli stessi ma con un' unica differenza: ora accanto al Cristo c’era un solo ladrone, la terza croce era vuota. Lucilla capì che era inutile restare, Dimaco non sarebbe più tornato. Uscì dal capanno con il cuore colmo di gratitudine per quel misterioso uomo, e rivolgendosi al cielo terso del mattino urlò un grazie struggente. “Adesso dovrò stare attenta a non fare sforzi eccessivi” disse a se stessa rimproverandosi bonariamente per quel grido. Poi tenendo entrambe le mani sul grembo, lentamente si incamminò per fare ritorno a casa.
Saul Ferrara