Dies Mirabilis

(Aven Roshd)

 

 

Non esiste il Punto Omega. La cosa ti sorprende ma – pensaci bene – non dovrebbe. Non dovrebbe proprio.

Stai vedendo il tabellone degli orari, la pista degli aerei, il check in; ma lo sentivi  che non doveva andare così. È possibile che ci fossi soltanto tu a dover partire, questa mattina. Eppure la temperatura è ancora gradevole, non fa troppo caldo e la luce, la luce di questo primo sole fa sembrare bella addirittura l’acqua sporca di nafta che si intravede oltre le piste di servizio. Persino l’odore della sala non ti ha aggredito. E quando ti sei seduto non hai fatto troppo caso alla circostanza, anche se dopo un po’ il pensiero ti assale: dove hai lasciato la macchina? Alzheimer? Una diagnosi impietosa. Definitiva. Per un momento hai avuto paura, confessalo. Anche se l’Alzheimer ti toglie i ricordi, e in fin dei conti non c’è tantissimo che tu desiderassi ricordare; anche se qualcuno ha avuto il coraggio di chiamarlo “una sconfinata giovinezza”.

Dove siamo rimasti? Ah, già, alla macchina. Non ti ricordi dove la hai messa, non hai nemmeno fatto il check in per la valigia, e maledici metodicamente quel tuo dannato, maledetto vizio di fare le cose in maniera meccanica, così meccanica da dimenticarti persino di essere vivo. Eppure sei sempre così preso, così affannato a non farti scappare nessun segno di questa cosiddetta realtà che ti circonda.

E quando mi hai vista entrare in questa sala di aeroporto, tanto vuota e piena di aria stantia, per un momento hai lasciato perdere i tuoi pensieri e ti sei rivolto a me. Meno per curiosità che per bisogno, ti sei voltato. Tu, tu non lo sapevi, ma lo sapevo io. Lo ho sentito; e io non posso sbagliare. Ti spiegherò. Ma presto ti sarà comunque chiaro. E allora niente più paura, niente più dubbi.  Devi solo avere pazienza. Non fa male, non ti preoccupare, non farà alcun male. La verità non ha mai ucciso nessuno. O no?

Hai lasciato i pensieri della macchina, del bagaglio, del check in, tutto insieme; e hai visto me, che entravo in questa stanza. In questa stanza troppo grande per un’anima soltanto mi hai sentita, prima ancora di vedermi. Hai capito subito che la mia presenza era il sollievo di cui avevi bisogno per poter affrontare quel sottile senso di disagio che ti stava cogliendo quando hai cominciato a non ricordare nemmeno che strada avessi fatto per arrivare sino a qui e perché mai stessi partendo.

Sono arrivata nell’esatto istante in cui le tue facoltà razionali stavano per cedere il passo al terrore, nel momento preciso in cui la raffigurazione del reale si sarebbe trasformata in un palpito; a divenire una sede di angoscia. Allucinazione ad occhi aperti. Alzheimer. Tumore cerebrale. Tutto questo in un istante ti ha percorso: io lo ho sentito prima ancora che tu alle tue angosce sapessi di poter dare un nome, prima che diventassero paure.

Mi hai sentita arrivare, ti ho salvato. Ti ha salvato il rollio del mio trolley sul pavimento sconnesso, il rumore  regolare delle mie scarpe sulla gomma dura: suoni, prima che immagini. Suoni che hanno esorcizzato il male, la paura, il terrore. Suoni amici, non quell’urlo lacerante, disumano che ti voleva ghermire quand’eri bambino. E giocavi, tranquillo e sempre in solitudine, illudendoti di essere circondato da amici immaginari,  soli quanto te e così felici di trovare la tua compagnia; era allora, o quando eri fermo – rannicchiato nel tuo letto a guardare le figure di panno appese al muro – il momento in cui quel grido esplodeva (se fosse solo nella tua mente o  un ricordo di qualcosa di udito non mi è dato di potertelo dire) per annunciarti che un male senza fine ti avrebbe ghermito, portandoti lontano per sempre da ogni cosa amata, e cagionandoti prima di ogni altra l’angoscia per la solitudine, per la separazione. Il momento in cui sapevi che era li per farti del male, per godere del tuo male. Quanto so che hai combattuto contro questo terrore atavico, senza nome. A-nam. È allora che hai elaborato la tua idea del male genetico; di quel male che si auto genera, senza bisogno di causa, di giustificazione: al solo scopo di nutrirsi e crescere generando altro male. Eri ancora senz’armi.

Ma torniamo a noi. I miei passi sono stati un suono amico; ti hanno rassicurato. E nel tuo rilassare la mente hai alzato gli occhi, mi hai vista entrare e sedere poco lontano da te, giusto verso la tua destra, nella fila di poltrone di fronte. Hai subito sentito un senso di familiarità, di intimità profonda; quello che per una vita hai cercato in arene troppo popolate di bestie per trovarci un cuore che avesse senso. Ho letto nei tuoi occhi quello che non ti avevano dato; anche se tu, naturalmente, ti sei ben guardato dal lasciarti scappare una benché minima espressione. Macché. Soltanto fermo. Uno sguardo intelligente, indagatore. Sperduto, stanco. Un cuore intimorito, ora finalmente di nuovo tranquillizzato. Nuovamente nel reale. Io lo sapevo già. Sopra di noi ci sono soltanto poche nuvole stanche di vento; e il cielo, di quel colore che sa di cambiamento, come l’azzurro del mare quando non è più notte e non è ancora giorno.

Non era Alzheimer, non era un ictus; non era un tumore cerebrale. Queste non sono allucinazioni. Questa sono io, e forse puoi anche sentire il profumo, così leggero con una nota di cuoio, che ti arriva dalla mia parte. Stai tranquillo. Anche se fino ad ora non ricordi quale sia il tuo gate, l’ora d’imbarco, la durata del volo. Anche se ti sfugge la ragione per cui ora sei qui; del resto guarda bene nel tuo cuore: te ne sta importando sempre meno, anche se non puoi nascondere un senso di nostalgia profonda, quasi fisicamente dolorosa, per qualcosa che proprio non ricordi, o non sai di sapere. Qualcosa che ti è appartenuto profondamente e dal quale hai quella sensazione di doverti necessariamente separare.

Senza che tu lo spossa sapere, ora, è la mia presenza che ti tiene stretto; e non potrebbe essere diversamente. So che possiamo volare così in alto come non immagineresti mai, con i mezzi che tu, solo, ti imponi di utilizzare. Sei il primo a castrare la tua persona e la tua mente con quelle costruzioni nelle quali hai sempre cercato una via di fuga da un mondo che aveva poco di logico, tanto di umano.

E vedo ancora quando sono nate le tue elucubrazioni, i tuoi circuiti. Tu, ancora bambino, a cercare di comprendere cose più grandi di te, della tua piccola mente, a mendicare un cenno di assenso. Il tuo dire – con il tuo fare – “dimmi che sono bravo, così sarò vivo ai tuoi occhi”. Quanto cuore, in quelle immagini così lontane! Niente di personale in quello che mi fa odiare ciò che non ti ha compreso, anche se il mio ruolo non è comprendere, non è giustificare, non è nemmeno giudicare. Io sono necessaria, come lo sei tu, come lo è ogni singolo evento che concatena quell’insieme altrimenti incomprensibile di cause ed effetti – tutti legati tra loro – che chiamiamo Universo. La realtà.

Sento che ancora la tua mente cerca una fuga in linguaggi dove credi che io non possa seguirti; nonostante tutto ti senti in pericolo, ti senti minacciato, giudicato. Ancora una volta temi di essere rifiutato. E cerchi scampo dove pensi che non ti possa raggiungere. Ancora non sai.

Ma decidi comunque di rimandare i tuoi pensieri ad altri momento; c’è un caffè da ordinare, un libro da comprare per portarlo in volo. Ti alzi guardando avanti. Lasci la tua giacca, così leggera, sul sedile di plastica scura e ti allontani, senza curarti del fatto che il tabellone dietro a te lascia cadere con insistenza una pioggia di lucine colorate che cambiano nomi, orari, destinazioni. E riprendi a pensare a come sei arrivato sino a li.

Possibilità infinite. Non sono quelle che noi sentiamo. Sono quelle che ci sono date perché l’universo che conosciamo ha la struttura che ha. Hai presente la dicotomia? Si, sai, quella cosa per la quale ad ogni scelta corrisponde uno scindersi dell’orizzonte dei tuoi eventi. Non dirmi che non ci hai mai pensato. “Cosa sarebbe successo se quella volta…”, non dirmi che non te lo sei mai chiesto. Non ci credo. So bene come pensi. Anche se, a volte, il “cosa” riesce a darmi qualche problema. Eppure, ti conosco bene. Anche se tu non lo sai. Sliding doors.

Siamo delle creature straordinariamente imperfette, intrise di caso. Anzi, di caos.

Quante volte ti sei fermato a riflettere “cos’è il caos”…. E a risponderti “quella condizione per cui qualsiasi cosa accada è strettamente connessa alle condizioni iniziali”. Quindi la natura umana, proprio perché è determinata nel suo sviluppo dalle condizioni iniziali, è un enorme caos. Ma, così almeno pare, siamo anche frutto del caso. Almeno per la maggioranza delle evenienze. Che sia soltanto la conseguenza della combinazione diversa delle consonanti? Qui le teorie statistiche forniscono ciascuna una bugia diversa per spiegare la complessità della nostra condizione. Scegli pure: teoria markoviana, matrici casuali, sistemi commutativi, distribuzioni continue… avanti, scegli! Cosa ti cambia? No, fermo: qui c’è in ballo qualcosina di più complicato della farfalla che batte le ali. Ma anche questo lo sai bene, non è vero? Adesso mi risponderesti soltanto che la significatività del mio modello dipende da “uno meno Alpha” ; so che accetteresti le mie provocazioni senza risentirti. In definitiva potresti  rispondere che l’evoluzione di un modello non lineare è troppo dipendente dalle condizioni iniziali per consentire la costruzione di un modello significativo sul medio periodo e chiudere così l’argomento; ecco, la necessità di astrazione. Ecco spiegato perché le previsioni del tempo sono tutte scemenze. Tutto sommato non c’è differenza tra la previsione del tempo nel fine settimana e la creazione di un modello di spiegazione dei comportamenti sociali. Non esiste modello soddisfacente per descrivere l’evoluzione di un sistema caotico: per definizione. Equazioni non lineari. Ma questo lo sai bene; non ti sto dicendo niente di nuovo, vero? Quindi: un’interazione sociale non è descrivibile perché caotica. Non perché è “misteriosamente vitale”. Tutto qua. Ma rifletti un momento: in fin dei conti, la vita è possibile perché c’è caos, entropia, disordine. Mescolanza, disordine, causalità. Vita. Eppure questo dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti: come quando hai osservato che nella vita reale i fenomeni lineari sono così pochi, così ristretti: la Legge di Hook è limitata. Quelli caotici, invece… semplicemente dominano quasi tutti i nostri campi di interazione. Un cuore sano ha un movimento caotico, la regolarità appare invece in un cuore malato. Perché ti sorprendi? Il caos è salute, la salute è vita. Siamo sistemi complessi: reagiamo alle modifiche dell’ambiente circostante dimostrando proprietà innovative: auto organizzazione. Una struttura spazio temporale generata direttamente dal sistema. Da noi.

Non è il caos. Sono altre le cose che ti fanno paura, che ti fanno tornare dentro di te, ai momenti in cui mettevi la testa sotto il cuscino e lasciavi che le lacrime corressero via, attento soltanto a non fare rumore, per non farti gridare “Pecora!” dalla voce di tuo padre, che ha sempre pensato che un uomo che piange non fosse un uomo. Come cambiano le cose.

Così, pare, che – indipendentemente dalla teoria che accettiamo - ogni realtà che viviamo sia solo una delle tante possibili. Molti si chiedono se sia la sola possibile, molti si affannano a tentare di dimostrare che sia, alternativamente, la migliore o la peggiore. Ma vallo a spiegare, a chi vede soltanto la fila al supermercato.

 Hanno tutti torto. Non è la sola, non è la migliore, non è la peggiore. L’alternativa è semplicemente l’infinito. E purtroppo – come qualcuno di noi sa bene, e  altri possono comunque immaginare – quando l’infinito fa capolino nelle nostre considerazioni facciamo tutti un po’ di fatica a far quadrare i conti. In matematica l’infinito è una bestia difficile da gestire. E, a meno che tu non ti chiami Cantor, nella vita di ogni giorno è addirittura qualcosa che può diventare imbarazzante. Meglio lasciarlo da parte, li dove deve stare. Confinato nella sua incomprensibilità – quella che riesce a togliere il senso anche alle equazioni di Einstein. Quelle che spiegano l’Universo. Sei sicuro che alla fin fine ti importi così tanto?

Viviamo una pura manifestazione concreta, tangibile, umana – se così vogliamo dire – delle potenzialità dell’infinito. O l’unica possibilità che ci è data di vivere. Dipende da quale principio antropico metti a fondamento delle tue convinzioni. Non sono poi così sicura che – alla fin fine - sia determinante. E tu?

La cosiddetta realtà è la somma di infinite scelte, infinitamente numerabili, che sono, nella quasi totalità dei casi, indipendenti l’una dall’altra.

Ovvio: se adesso stai mangiando un uovo sodo con il sale, la cosa avverrebbe sia che la tua vicina di casa abbia deciso di indossare un paio di jeans per fare la spesa, sia che abbia deciso di restare in vestaglia per fare i lavori di casa. Pensaci, e mi darai ragione: tu non sai quello che accade al di la del muro, non ti interessa (o forse potrebbe, chi lo sa, ma non in maniera così immediata), non ti condiziona.

Ed ecco che nonostante tutto questo la sua scelta – vista nel complesso del cosmo – andrà ad originare una condizione esistenziale, cioè un “mondo reale”, diverso nell’uno o nell’altro caso. Variabili indipendenti, direbbe la statistica; universi differenti, dice la fisica. Chi ha ragione? E, soprattutto, chi lo decide? Pensaci bene, quante volte te lo sei chiesto? In altre parole, che lei indossi i jeans o la vestaglia è una variabile che non influenzerà il fatto che tu stia mangiando un uovo. E il mondo si atteggerà in modo differente. Moltiplica questa considerazione applicandola a capi di stato, psicopatici, gestori finanziari, assicurazioni, banche, bottegai e grandi imprese: da brividi, vero? È il concetto di indipendenza: potresti giocare per tutta la vita tutte le settimane la stessa sequenza dei numeri al lotto, e avresti sempre la medesima, infima probabilità di vincere. Esattamente la stessa che avresti cambiando sequenza ogni settimana. Perché i numeri di oggi se ne fottono di quelli che sono usciti la settimana prima. È il concetto di indipendenza. Statistica, intendo dire, per carità. So che lo sai; il mio è solo un gesto per sollecitare un ricordo. Un giorno hai compreso che la conoscenza del nuovo è soltanto conseguenza dell’aver dimenticato. Ricorderai anche questo.
Non pecore, non rose.

Comunque alla fin fine l’universo sarà nel primo caso popolato da un tizio che mangia un uovo con una vicina in vestaglia, nell’altro popolato da un tizio che mangia un uovo con una vicina in jeans. Lo so, è un esempio banale. Ma cosa ci posso fare? Quello che ti voglio dire è importante. Perché è così reale.
Non pecore, non rose. E il tempo risparmiato per bere non ti basterebbe a raggiungere pian piano la fontana. Non è una condanna: è la vita.       
Eppure, se te lo chiedessi, cos’è quella realtà alla quale tenti tanto di rifarti, che prendi a paradigma per tutte le tue scelte, sapresti dirmi cos’è? Ne hanno date di risposte, dai mondi iperuranici, alle descrizioni che azzerano il postulato delle parallele ( ti ricordi quanto ti sei stupito accorgendoti di quanti triangoli possono esistere, la cui somma degli angoli interni è ben superiore a centottanta gradi), alle trame degli universi a specchio. Quasi che ciascuna di queste ipotesi possa essere una nemesi per ogni convinzione che pretende di inscatolare la realtà dentro ad una forma definita.  
Ma tu, alla fine, quale scegli? Lo so che non sei convinto che ogni posizione sia uguale (o equivalente) ad un’altra e che scegliere non cambierà di nulla la tua vita: è la condanna degli inconsapevoli. Come hai vissuto, così vivrai ancora. Indipendentemente dal modello di spiegazione dei fenomeni; indipendentemente dalla loro stessa comprensione. Molto, molto meglio vivere senza sapere. Almeno il nostro modello di spiegazione della realtà non sarà destinato a dimostrarsi fallace. Ma fermati un istante, e ricorda: quanti modelli di quelli che conosci hanno superato il vaglio della quotidianità?
Del resto ciascuno di noi risolve ogni giorno nella pratica problemi che – affrontati in maniera analitica – non darebbero scampo; sai cosa capiterebbe se si chiedesse alla gente di affrontare il teorema di Pitagora mettendo come esponente “4” o “5” a quella formula che insegnano a scuola? Auguri. Eppure nessuno ha dubbi sulla scelta della via più breve per muoversi in città.           

 

Allora, dove eravamo rimasti?... Alla realtà, giusto…     
Allora, dov’è la realtà? Guarda da lontano un cavo della teleferica: ti sembrerà piatto. Ma mettici sopra una formichina e lei lo vedrà curvo e su quella curvatura si potrà muovere; cominci a capire? Sei soltanto un condannato dalla tua dimensione a percepire quello che percepisci perché “sei come sei”. Forse è questo l’unico principio di realtà che dovremmo sempre tenere a mente. Che viviamo nel più limitato dei mondi concepibili, semplicemente perché non siamo in grado di concepirne (o percepirne) altri; per gli abitanti di un foglio di carta ad una sola dimensione tu avresti la possibilità di vedere i loro visceri. Mi spiego? Certo che mi spiego. Quante volte hai cercato di darti ragione di questa circostanza che ha limitato il tuo sentire, la tua possibilità di fuggire, di avvolgerti come su di una spira su qualcosa di tanto piccolo da poterti far scomparire, da poter rimpicciolire il tuo dolore ad una dimensione così minuta da non fare più paura, da non schiacciarti più. Eppure sei rimasto anche tu prigioniero della stessa fisica che ha generato il male. Stessa dimensione significa  interazione. Non si da scampo.         

Gli Arabi dicono “Maktub!”: che ogni cosa sta scritta. E tanti saluti agli sforzi, all’impegno, alle speranze. Anche ai desideri, magari. Sai che fregatura se è così davvero? Eppure non c’è modo di dimostrarlo, e nemmeno di dimostrare il contrario. Alla faccia del non ignorabimus. Alla faccia di Hilbert, ignoramus et semper ignorabimus.   Che Dio benedica Kurt Goedel e il suo viatico per la nostra strutturale ed eternamente invincibile ignoranza.
Ma qual è alla fine il “tuo” Maktub, il tuo destino? È stato quello di inseguire continuamente lo sfumare di giorni che sono corsi via sempre più in fretta? Come ti sorprendevi che gli anni viaggiassero sempre più rapidi, come avessero preso la rincorsa giù per un pendio che pareva non avere mai fine, e di cui ti aspettavi un termine fatto di un ciglio scosceso, improvviso, sopra una piana vasta, e profonda, e serena; dove non sapevi nemmeno tu come, o perché, ma avresti preso il volo così, planando nell’aria, senza rumore e senza paura. Ma non sarebbe stata quella, la fine del tempo. Solo un modo per vedere tutto insieme quello che per aver dovuto correre era semplicemente scivolato via. Come un film al rallentatore. Senza più fretta, senza più paura.

Eppure per tutta quella corsa hai cercato di frenare, di puntare i piedi e di guardarti attorno; e la fortuna è stata il tuo essere, la tua coscienza che ti ha fatto balenare nella mente le immagini di quello che veramente sei, oltre l’illusione del percetto, del rimandato, del velo che copre ogni cosa. Quelle immagini che, senza troppa fortuna, riproduci quando disegni; ti sei accorto presto che non avevano nulla a che vedere con il mondo circostante, con la cosiddetta realtà. Stavi cercando di rappresentare il mondo inconoscibile, duro e profondo che sta oltre la tua ragione, oltre il tuo pensiero. E, mirabilmente, non era come non è un mondo scuro e misterioso. È aoristico, senza tempo; pieno di colori e di immagini che riflettono sola voglia di colore, di serenità satura, di natura.

Un mondo fatto di assenza di altre persone, che non siano la tua sola donna, amata oltre ogni cosa e sopra ogni convinzione, e contro qualsiasi accidente della vita. Francesca sola ha accesso a quello che per tutto quel tempo hai tenuto così strettamente nascosto, anche a te stesso, e non hai descritto mai, non hai mai rappresentato perché la tua sensibilità alla forma e al colore non è sufficiente a riportare nelle dimensioni sensibili quello che tu vedi in luoghi altri rispetto al mondo sensoriale. Realtà: ecco cos’è. Il più limitato dei mondi concepibili. Hai saputo di non essere più solo, quando lei ha fatto parte dei tuoi giorni. Con quanta battaglia, anche contro il tuo stesso essere. Con quanto senso di completezza. Tu, Francesca, il vostro mondo; così esclusivo. Mirabile, singolare. Spigoloso, vero.

Sai bene che poco per volta è stata lei a condurti  alla verità sulla tua stessa vita; “Maktub”, potremmo dire. Anche questo stava scritto.

Ad insegnarti a non avere paura; e quanto tempo ci hai messo, a capirlo… ma non è mai troppo tardi. Mai.

Una solitudine lunga una vita: è il destino di ognuno. Come lo è quello di cercare una spiegazione all’enigma del tempo. Prima, dopo, adesso… quante volte hai pensato che qualcosa sarebbe stato qualcosa d’altro se il tempo a disposizione fosse stato diverso…? Oggi puoi comprendere che quel “diverso” significa soltanto “di diversa qualità”. Non c’è possibilità di altro. Quel senso di “altro” lo hai ben compreso, anche se poco per volta, quando lei ha cominciato a camminare – garbata, a volte, altre durissima, mai senza amore – nella tua anima smarrita in fondi che erano diventati fondi di bottiglie vuote.

Poi la solitudine non è più stata lunga una vita: come era nata, così si è interrotta. Anche nei momenti in cui la distanza è stata profonda come il mare. Lei è più in alto di ogni altra ragione: e di questo fatto tu, il tuo maledetto orgoglio intellettuale, si è fatto ragione senza farsi dolore. Hai preso contatto con te. Lascia che sia, hai lasciato che fosse. Anche questa è musica. È vita.

Ti vedo camminare verso quel banco, chiedere un caffè – lo hai preso doppio e senza zucchero. Quel primo caffè ha ancora l’odore di una passeggiata in bicicletta, di un vecchio bar di paese dove il nonno ti ha sdoganato nel mondo degli adulti ordinando per la prima volta un caffè al bar, anche per te.

Nessuno attende vicino a te, nemmeno quando ti avvicini alla cassa; sembri non comprendere il significato del gesto che stai facendo, mentre porgi la moneta alla figura dietro al bancone. E ti ritorna in mente, ancora, il gioco che facevi un tempo quando con una moneta pensavi di poterne vincere tantissime, tantissime altre. Sorridi perché quel ricordo è vivo.

Ti perdo di vista mentre entri in una libreria di cui non hai ricordato il nome. E ti vedo rientrare nella grande sala con un libro in mano, senza fretta. Soltanto l’espressione del tuo viso, a volte, tradisce ancora il timore della malattia per quello che sembri percepire. Ma è nella tua mente l’inganno. Non nel tuo cuore. Nonostante tutto ti affidi ancora a ciò che credi di poter comprendere. L’inganno del nominalismo, l’inganno della ragione; penso, nomino, comprendo.

Ti torni a sedere di fronte a me; sento il tuo sguardo passare sulla sala. Sento i tuoi pensieri e i tuoi dubbi. Adesso non c’è nulla che io possa fare, quando il tuo pensiero torna a correre all’automobile che proprio non ricordi dove hai parcheggiato, alla valigia che non ricordi di aver caricato, alla destinazione di questo viaggio che non ricordi di aver prenotato o deciso di fare.

Così come non posso fare nulla quando la tua mente ripercorre la strada sino a casa, a guardare quello che hai fatto prima di uscire: la cucina illuminata di rimbalzo dal sole, e quella finestra con in fondo la sagoma conica del vulcano. Le tazze blu sul tavolo. Il tempo passato, dal primo giorno in cui avete portato quella cucina sino a quel piano così alto.

Gli anni sono volati, letteralmente volati. Guardi al cumulo dei libri nel grande mobile bianco, e il divano che avete cambiato ormai due volte. E sai di star bene in quel luogo, accanto a lei. Sai di voler stare li per sempre, per quanto “sempre” significhi in questo contesto di spazio e di tempo. Sai che il tuo sempre gocciola via giorno per giorno, ma hai anche tu l’illusione di scorta. L’antidoto al male, giusto a portata di mano. Un “domani” sconfinato, che si ripete di giorno in giorno. Quanto sono gli anni che hai? Di quanti “domani” puoi far ancora tesoro, nella tua tasca?

Hai saputo di essere stato presente; così, come hai potuto. Come sei. Come sei diventato.

So che hai capito che non c’è scelta. In un modo o nell’altro, adesso devo andare. Adesso hai capito?

Nemesi, o spiegazione. La tua non sarà caso, non sarà caos. Sarà ciò che sei stato, ciò che sei vissuto. Sarà il tuo modo di vedere il mondo, la tua Weltanschauung: la tua visione, la tua immagine, la tua concezione del mondo; dell’universo intero. Sei stato per divenire questo: una possibile spiegazione. Ecco: ti mancava un pezzo, non è vero? Ed è quello più disconfermante, più difficile da accettare. Nessuna missione da compiere in questo universo. Nemmeno quando si ferma il nostro cuore ci è dato comprendere perché. Dobbiamo continuare a cercare ciò che siamo.

Nemmeno ora, che il tuo cuore si è fermato e che il tuo corpo fisico è così lontano dalla consapevolezza che hai raggiunto, hai una spiegazione. Ti vedo, ora che hai capito, lasciare andare i pensieri. Non più caso, non più caos. Ecco, hai visto cosa c’è sotto l’aria di vetro, sotto il male di vivere. Oltre la muraglia avvelenata dai cocci di vetro (parole che ricordi, non più arcane). Ti vedo. Chiederti come potrai, ancora, ricominciare. Magari migliorare ciò che hai iniziato.

Io sono la Narratrice; la nemesi, la spiegazione. Il caso e il Caos. Eppure ti devo dire addio, a te, anche a te come ad infiniti altri. Ma non ti lascio così come ti ho trovato; adesso hai il germe per conoscere, la spinta per sapere. Un motivo per chiedere. Posso ancora regalarti un vantaggio: non ti attendere di trovare sempre una risposta. Ricordati di Goedel. Ogni cosa accade, senza che possiamo definire se è “maktub” o se è frutto della nostra libertà: ti pare poco? Altro che indeterminatezza. Tutto quello che hai creduto di comprendere è insieme vero e non vero. Purtroppo, non c’è modo di saperlo. Nemmeno per me. Non linearità. Caos. Vita.

Ma.

Nulla di quello che pensavi si è verificato: non il terrore, non il male, non la solitudine. Solo, per un momento, un senso di smarrimento, una grande stanchezza improvvisa, e forse il fiato che manca. Come dopo una corsa. Come quando hai avuto una grande emozione. E quella fatica, anche a girarti: ti sei seduto sul divano, quasi a riposare. E ti sei sorpreso a pensare quanto sei stato bene, su quel divano, in quella casa. Quanta familiarità hai vissuto, anche nei momenti più difficili. Quelli belli poi, sono stati il senso di una vita intera. Sarebbe passato presto, anche quel fastidioso senso di peso, e quel sudore nonostante non facesse così poi tanto caldo: poi un bel caffè, prima di uscire a fare la spesa. In casa mancano diverse cose. Ma prima, magari, avresti fatto passare quel giramento di testa, guardando dentro l’acquario che, dopo tanti anni, continua a rinnovare il suo fascino. Ancora una volta ti ipnotizza guardare i movimenti delle piante, dei pesci. Non hai resistito al sonno; e al pensiero a cui non hai voluto dare voce. Dopo ti saresti divertito a guardare le persone passeggiare in strada. Forse, più tardi.

Ti stupisci della sensazione di normalità che vivi, che ti pervade. Di assenza da ogni paura. Nulla di quanto pensavi, nulla di più normale. Solo, senza peso nell’anima. Ti pervade una comprensione infinita. E si allarga il desiderio di unione senza altro chiedere: pace, più in alto di ogni ragione. Ricordi che ti accarezzano, senza dolore: il suo volto, la sua voce, i suoi desideri. Ogni piccola e grande cosa fatta insieme in tutti questi anni. E lo sai che terminato il cammino le sarai ancora accanto. In modo diverso. Certo. Ma tutto sommato, cosa cambia? È solo una declinazione del possibile: stessa dimensione significa interazione, come quella che stai vivendo ora con me e con quanto ti circonda. Ma questo lo sai già. Un risultato. Un’equazione non lineare. Questo è stato, questo sarà. Una possibilità diversa. Ma forse adesso hai compreso cosa vuol dire. “Maktub”.

Ora sai come potrai essere, insieme a lei, unico e non diviso. Dentro a quel quadro di Magritte o sull’onda di note musicali. O semplicemente ad ascoltarla parlare. Sentirla vivere senza che sia la tua vita l’ostacolo. E guardare come i suoi capelli cadano dietro l’orecchio quasi distratti, il riflettersi della luce nei suoi occhi scuri, il suo viso così espressivo. Senza tempo. Senza giudizio, senza paura. È quello che volevi, giusto? Ora lo sai. “Maktub”.

Per tutto il resto del tempo.