Diario di un pendolare

(Ilaria Rizzinelli)

 

Non so se molti di voi abitualmente prendono i mezzi pubblici per recarsi al lavoro o se avete idea di che cosa significhi passare almeno tre ore al giorno, tra andata e ritorno, su treni, metropolitane, bus, tram, funicolari o pullman. Ebbene, io sono una di queste sventurate persone.

La mattina devo partire da casa verso le 7:00, se voglio arrivare a Milano entro le 9:30. Siccome si tratta di un sacco di tempo, cerco di sfruttarlo al meglio, leggendo qualcosa, dal quotidiano del giorno ai testi utili per la mia occupazione, o dormendo, cullata dal movimento del treno, dopo aver trovato un vagone riscaldato, of course.

Quando l’alba non è ancora spuntata, eccomi fuori dalla porta di casa, pronta a dirigermi verso la stazione. A un certo punto, di solito in un orario non precisabile della mattinata, il capostazione annuncia: “Il treno regionale delle 6:59 per Milano Porta Garibaldi è in arrivo sul binario tre, prego portarsi sul binario tre. Il treno regionale delle 7:01 per Bergamo è in arrivo sul binario uno. Attenzione, allontanarsi dalla linea gialla e non aprire le porte del treno quando non è ancora fermo a lato stazione”. Dopo essermi domandata chi caspita avrà mai la strampalata idea di spalancare le porte del treno mentre è in corsa, esco dalla sala d’aspetto riscaldata per affrontare il pungente gelo della mattina. Dicono che oggi nevicherà, speriamo di no, o sopprimeranno almeno due o tre corse.

Ecco che si vedono i fanali di una locomotiva avvicinarsi nella semioscurità. Il macchinista fa fischiare il treno per avvisarci di stare indietro, ma l’unica cosa che ottiene è di assordarci tutti. I freni fanno stridere le ruote sulle rotaie. Finalmente il treno è fermo. Ora è il caso di cercare una carrozza riscaldata. Oh, l’ho trovata ed è anche vuota! “Che bello, penso fra me e me sorridendo, così potrò starmene qui tranquilla a leggere Tom Sawyer nella versione inglese originale e, magari, potrò perfino schiacciare un pisolino, che mi permetterà di arrivare fresca e pimpante all’ombra della Madonnina”.

La giornata non potrebbe iniziare meglio. Ieri, per esempio, tutti i vagoni, dal primo all’ultimo senza distinzioni di sesso razza o religione, erano gelati e, nel momento in cui sono scesa dal treno, alle mie scarpe c’erano attaccate delle lunghe stalattiti, utili certamente per gli scultori di statue di ghiaccio, ma assolutamente fastidiose e irritanti per il resto dell’umanità.

Mi accomodo su un sedile, un po’ sporco, ma morbidamente comodo, ed estraggo dalla borsa il mio Mark Twain, che mi ammicca in maniera irresistibile. Inizio a sfogliare le pagine con grande soddisfazione: la storia è molto divertente e mi sta iniettando una gran dose di buon umore per affrontare una giornata che si prospetta particolarmente dura.

Ma, purtroppo, anche gli esordi migliori possono subire un brusco sconvolgimento. Sento che qualcuno alle mie spalle apre la porta del vagone. Dei passi si avvicinano. Arrivano due tizi che mi chiedono se i posti vicini al mio sono liberi. Io rispondo di sì. Non avrei dovuto farlo…avrei dovuto mentire, sostenere che alla fermata dopo sarebbe salita una mia amica o inventare qualsiasi altra storia per mandarli via, come, che ne so, affermare che ho la lebbra o una forma influenzale super-contagiosa. Ma la mattina sono troppo addormentata per sfoggiare simili prodezze di creatività. Così i due si siedono.

E i miei sogni di avere una giornata tranquilla vanno in frantumi, come una finestra colpita da una pallonata. E non ho scampo. Accanto a me ci sono due studenti iscritti al primo anno di università. Non che abbia qualcosa contro di loro: anch’io prima di laurearmi ho frequentato gli atenei, ma loro non si rendono conto che la gente la mattina ha sonno. No, non se ne accorgono nemmeno. A differenza delle persone normali, loro, anche alle 6:00 del mattino, arrivano felici e saltellanti sul treno, come se stessero andando a una scampagnata. Manca loro solamente il cestino di Cappuccetto Rosso. Invece, il resto dei viaggiatori, dopo essere stato svegliato da una fastidiosissima sveglia, arriva in stazione quasi con gli occhi chiusi. Anzi, se non fossero vestiti, pettinati e, in alcuni casi, truccati, diresti che sono stati presi e scaricati nella sala d’aspetto direttamente dal letto. Se ne stanno là, tranquilli, ad aspettare l’arrivo della loro corsa sfoggiando delle immense occhiaie violacee.

Ma gli studenti no. Loro sono contenti di alzarsi presto, salire sui mezzi e andare in città. È terribile. Ora so con certezza matematica che non potrò appisolarmi né cercare di capire che cavolo sta combinando questo terribile rompiscatole di nome Tom Sawyer. Anzi, non poteva rimanere a letto anche lui, invece di andare in giro a scorrazzare per il Mississippi? Nel frattempo il ragazzo, lo studente, ha già cominciato a parlare con il suo amico. E non tiene la voce bassa, no, la alza a mano a mano che lo sferragliare del treno aumenta. Eh sì, perché se il suo compare perdesse qualche dettaglio della sua mirabolante vita, probabilmente morirebbe di dispiacere. Che barba, oramai sono in loro balia e non posso nemmeno fare finta di non sentirli.

Il giovane con il vocione studia ingegneria al Politecnico, l’altro invece architettura. L’ingegnere, ostentando saccenza, interroga l’altro per sapere se anche loro, i poveri architetti, studiano statica e dinamica. L’aspirante architetto risponde timidamente, quasi balbettando, di fronte alla magnificenza del suo interlocutore:

-          S-sì. A-anche n-noi s-studiamo s-statica e d-dinamica. C-cioè, a-almeno cr-credo.

-          Mah, non so, le avete mai viste le carrucole?

-          Eh…s-sì. D-di s-solito n-nei pr-problemi c-ci d-danno u-una ca-carrucola c-con d-due p-pesi a-a-attaccati. E-e n-noi d-dobbiamo tr-trovare i-il m-modo d-di m-metterli i-in eq-q-q-quilibrio.

-          Ma vi danno solo una carrucola e due pesi?

-          S-sì, risponde l’altro messo in soggezione. 

-          Ah, no, riprende il futuro ingegnere con un largo sorriso, noi nei nostri problemi non abbiamo solo una carrucola con solo due pesi attaccati. No. I nostri sono un po’ più complicati. Di solito ci danno due pesi, che ovviamente dobbiamo mettere in equilibrio, legati a una fune che passa attraverso una carrucola rotonda messa sopra, una carrucola esagonale sotto, poi la fune fa un doppio giro attorno a una carrucola a forma di stella di David e, infine, passa per una carrucola millantagonale. Ma a volte dobbiamo rispondere a questioni molto più complesse di questa.

Lo studente di architettura lo ascolta a bocca aperta, mostrando una profonda ammirazione per quella mente geniale che possiede il suo fortunatissimo amico. Probabilmente si sente anche parecchio favorito dalle stelle, poiché ha la possibilità di condividere un viaggio in treno con una persona, che a lui pare così eccezionale. Io penso solamente: “Ma quando smette di parlare questo? Mamma mia, sembra che al posto della lingua abbia una catena di montaggio di frasi a ciclo continuo, nella quale non sono previste né interruzioni per andare in bagno né pause pranzo. Non ne posso più…voglio dormire!”.

Nel frattempo il treno si è riempito e guardo, con smisurata invidia, altre persone sedute vicino a pendolari più silenziosi e meno boriosi di quello che la sorte ha rifilato a me. Il capotreno entra nel nostro vagone: “Buongiorno, biglietti, prego, mostrare i biglietti!” continua a ripetere molteplici volte.

L’aspirante architetto guarda l’abbonamento del suo acutissimo compagno di viaggio e gli chiede:

-          C-come m-mai n-non ha-ai i-il m-mensile? S-siamo al v-venticinque d-di n-novembre. N-non s-sei a-andato i-in u-u-università l-le se-se-se-settimane s-scorse?

-          Ma certo che ci sono andato. Noi del Politecnico iniziamo le lezioni prima di tutti gli altri studenti, perché le nostre materie sono le più difficili di tutte le facoltà d’Italia, d’Europa, anzi del mondo. E se ci fossero degli altri pianeti abitati oltre la Terra, i nostri sarebbero i corsi più complicati dell’universo conosciuto e sconosciuto. Comunque, sì, avevo comprato il mensile, ma l’ho perso. Non so come mi sia potuto succedere, ma l’ho smarrito. Non me ne ero accorto, tra l’altro, così ho anche preso la multa. Ma guarda te! Hanno multato me, proprio me! Di conseguenza sono stato costretto ad acquistare il settimanale per terminare novembre senza altre sanzioni. Ma guarda te, che sfortuna che ho avuto!

“Eh sì, penso tra me e me, sono proprio momenti in cui ti rendi conto che la giustizia non è di questo mondo. Anch’io me ne sono accorta da quando ti sei seduto vicino a me. Non ti sopporto più…guarda…siamo già a Monza, tra venti minuti arriveremo a Milano e io non ho avuto la possibilità di sonnecchiare neanche un minuto, perché quell’altoforno che hai al posto della bocca non chiude mai. Sembri un distributore automatico di sentenze e frasi celebri. Aiuto! Chissà che occhiaie avrò quando mi presenterò sul posto di lavoro! Uffa!”.

Le stazioni scorrono via una dopo l’altra, ma proprio il silenzio non si decide a calare su questo vagone. Nemmeno un silenzio imbarazzante. Niente di niente, solo parole, parole, parole. Ora l’argomento è cambiato, siamo passati agli interessantissimi impianti elettrici, mentre io guardo scoraggiata la copertina verde del mio Tom Sawyer. Lo studente di ingegneria comincia con la solita interrogazione:

-          Ma voi, ad architettura studiate l’elettricità?

-          N-non p-proprio.

-          Eh, noi del Politecnico, sì. Sai, noi affrontiamo tutti gli argomenti. Per esempio lo sapevi che la corrente è dovuta allo scorrere degli elettroni nei metalli, che infatti vengono chiamati conduttori, proprio perché conducono gli elettroni da un atomo all’altro?

-          Eh…s-sì.

-          Ma lo sapevi che quando si dice comunemente che è saltata la corrente, veramente la corrente c’è ancora perché non si può fermare, ma ciò che si blocca è la tensione, cioè l’impianto non è più sotto tensione?

-          N-no. P-probabilmente d-d-dico a-anch-ch’io ch-che sa-sa-salta la-la-la-la co-co-corrente e-e pe-pe-pe-penso ch-che s-s-sia a-a-a-andata vi-vi-via pr-pr-proprio la-la-la-la co-co-co-corrente, pe-pe-perché no-no-no-non me-me-me-me ne-ne i-i-in-intendo di-di-di-di-di q-q-q-q-q-q-q-ueste co-co-co-cose. I-i-i-i-i-invece le-le-le-le pe-pe-pe-persone co-co-co-come te-te-te-te, gl-gli e-e-e-e-esperti, u-u-u-u-utilizzano u-u-u-u-u-na te-te-te-terminologia p-p-p-p-più aa-a-a-a-a-appropriata, risponde l’architetto mostrando visibilmente l’incrementare della sua soggezione nei confronti dell’altro, parallelamente all’aumentare del numero dei minuti che gli occorrono per terminare una parola.

Poi accade una cosa incredibile, l’ingegnere afferma:

-          Ma lo sai che io non ho capito tanto bene come funziona la corrente e come fa il salvavita a capire quando deve togliere la luce?

-          Eh, neanch’io.

Ribatte l’architetto rincuorato: finalmente il suo amico è sceso dall’Olimpo dei saputelli per ritornare nel mondo dei comuni mortali, tra i quali io occupo una posizione di tutto rispetto: quella del pendolare che, con la testa appoggiata al sedile, vorrebbe riposarsi mentre viaggia sul treno, invece di essere frastornato dalle inutili e vacue chiacchiere di un seccatore-disturbatore della quiete pubblica come te. Poi, purtroppo, la nostra piccola matricola dalla bocca larga di ingegneria non sa stare in silenzio e incomincia a raccontare avvincenti aneddoti sulla sua infanzia, che di sicuro costituirebbero un’importante questione per Freud, che potrebbe capire in quale punto della sua evoluzione psico-fisica le sue corde vocali, da normali strumenti per comunicare, si sono trasformate in organi di distruzione di massa. Ma a me non interessano per nulla: farei volentieri a meno di sapere se sei andato all’asilo, quale scuola elementare hai frequentato, se andavi d’accordo con i tuoi compagni delle medie e quale era il tuo professore preferito del liceo. Mettiamola così: se dovessi scegliere tra stare a sentirti o lavorare come commessa a New York il giorno in cui iniziano i saldi e un nugolo di acquirenti entra calpestando ogni forma di vita che trova sulla sua strada pur di accaparrarsi la maglietta del colore giusto, preferirei la seconda, anche se metterei a repentaglio la mia integrità fisica.

Ciononostante i racconti continuano. Lo studente non tace. Vorrei proporgli di leggere, ovviamente a mente, Me gustas cuando callas di Pablo Neruda, perché almeno potrebbe capire che il silenzio è d’oro. Ma so che ogni mio sforzo sarebbe inutile, ahimé. Il suo amico è sempre più intimidito: ogni cosa compiuta dall’ingegnere assume le tinte della perfezione: dagli istituti frequentati, alla famiglia, alle compagnie. Non sa se può esprimersi o è meglio stare ad ascoltare per evitare ulteriori umiliazioni. Aiuto! Vorrei fuggire. Meno male che ormai il viaggio sta volgendo al termine e le nostre vite si divideranno per sempre, o almeno spero.

Poi giungiamo alla penultima stazione, dove desidero con tutto il cuore che almeno uno dei due scenda, immaginando che da solo l’aspirante ingegnere non parlerebbe. Ma non sempre i sogni si realizzano e mi rendo presto conto che le loro chiacchiere mi accompagneranno inesorabilmente fino a destinazione. Il mio destino è scritto a caratteri di fuoco. Non hanno ancora finito di parlare della corrente elettrica, mentre io mi auguro che il treno sfrecci velocemente verso Milano Porta Garibaldi. Lo studente di architettuta dice:

-          Ah, io non ho ben chiaro come funziona il salvavita. Ma qual è il segnale che lo fa scattare? E come mai si può prendere la scossa?

-          Ma, guarda, per quanto riguarda la scossa è facile: hai presente gli uccellini che si posano sui fili dell’alta tensione? ecco, loro non restano fulminati, dal momento che appoggiano entrambe le zampette al cavo, quindi permettono alla corrente di passare attraverso il loro corpo e tornare al filo. Funzionano come dei conduttori. Invece se appoggiassero solo una zampetta morirebbero inceneriti. Io lo so, perché una volta quando ero piccolo ero da mia nonna. Mi ha lasciato incustodito un attimo. Allora io ho preso un cacciavite e l’ho infilato nella presa. Così ho preso la scossa, perché tenevo il cacciavite con una sola mano.

-          Caspita! Ma non ha funzionato il salvavita?

-          Eh, no. Infatti ho preso la scossa talmente forte che ho lasciato subito il cacciavite.

“Ecco che allora si spiegano tante tante cose”, rifletto tra me e me, mentre il treno finalmente  si ferma sul binario e la gente infila giacche e cappotti per fare fronte di nuovo al gelo della mattina. Scendo stordita da quella marea di ciance che mi ha travolta. Mi sento stordita come se fossi appena uscita da una discoteca. E, avviandomi verso la metropolitana, concludo che in nessun posto ci si può mai sentire tranquilli.