Il destino nelle dita

(Pino Conte)    

 

… ci contavo, ogni mattina; quando il nuovo giorno nasceva, i chiarori emettevano i primi vagiti, la tenebra consumava gli ultimi lamenti, ci contavo, sempre, con il massimo della convinzione. Ci contavo talmente, che finivo, inevitabilmente, a calcolare il numero delle pecorelle che saltano la staccionata: il segreto della nonna, per addormentarmi. I propositi dell’atletico gregge erano molto più fermi dei miei. Ci contavo, e ci credevo, di avere la lucidità necessaria ad affrontare il mio lavoro, in ciascuno dei giorni il cui avvio l’universo mi regalava, a scadenza fissa di ventiquattr’ore, l’uno dall’altro. Arrivati al punto, però, le mie ottime intenzioni cedevano, di schianto; si perdevano nel dolcificante, che scioglievo girando il cucchiaino nella tazzina del caffè. Giravo con lentezza, una lentezza esasperante. E studiata; serviva ad aprire le porte dell’ovile. Di lì a qualche minuto, le pecorelle avrebbero cominciato la loro corsa verso la staccionata, ed io, afferrato al morbido e caldo involucro della loro lana riccioluta, avrei corso a mia volta. Verso il mondo dei sogni. O degli incubi, a seconda dei casi. Ero privo della lucidità necessaria, in quel periodo, ad affrontare i miei impegni lavorativi, impegni delicati, difficili, che pretendevano freddezza. Esigevano precisione. E testa sgombra, da inutili pensieri e faticose preoccupazioni. Non possedevo lucidità, in quella sbattuta fase della mia esistenza, ma non dipendeva dallo scarso riposo, benché esso iniziasse in un orario non troppo lontano dal quotidiano avvio di tutte le normali attività lavorative, in città. Le difficoltà di convivenza con il mio lavoro, lavoro che pure adoravo, non c’entravano con le notti consumate a zonzo per locali. Solitamente, accadeva piuttosto il contrario: quanto meno dormivo, tanto più ero produttivo nella professione. Ed allora, che stava succedendo?, in quel momento della mia esistenza non troppo diverso, all’apparenza, da tutti gli altri. Che mi stava succedendo? Provavo a cercare la risposta, impegno tutto sommato semplice. Trovarla, la risposta, era quella l’ardua impresa. Ero sempre stato una macchina, che l’accendi, parti, e via tranquillo, fino a destinazione raggiunta. Non una sportiva brillante ed ammirata, quindi un gingillo sin troppo delicato; piuttosto un “diesel” scarno ma resistente, sempre e comunque affidabile. Un treno, che arrivava in stazione a qualsiasi costo; a prezzo di raggiungerla strisciandoci, sui binari. Quando il treno, il convoglio dentro me, viaggiava macinando chilometri di mattine, di pomeriggi, di sere, di notti, per poi ricominciare il ciclo, senza chiudere occhio, sempre con il thermos di caffè a portata di mano, c’era un dito, un semplice dito, che lo metteva in moto. E tanto bastava, il resto il treno lo faceva da solo. In automatico. E per bene, fino in fondo. Era un dito puntualissimo; all’orario stabilito, premeva il tasto di accensione del motore, e via. Del mio motore, l’anima del treno che ero stato. Era un dito esile ed affusolato, svolgimento della mano di una donna: la donna della quale avevo chiesto, per l’appunto, la mano. Ottenendola. Il dito che premeva lo “start”, che accendeva il furore del fuoco, nella caldaia del convoglio, che lo spingeva a manetta sulle rotaie dei desideri, era l’anulare della mano sinistra di mia moglie, …

… le fede le cadde dall’anulare, una notte, per rotolare fino al tombino, raggiunto in equilibrio sul profilo, senza tentennamenti, senza incertezze; ci scivolò dentro, attraverso le fenditure arrugginite, per finire la propria corsa, dritta e spietata, nelle tubature sotterranee delle incomprensioni, dei litigi, del risentimento. Nella rete fognaria del rancore. Ho desiderato essere un androide, quella notte ormai lontana nel tempo, lontana ma non persa, sempre in primo piano sul proscenio dei ricordi. Ho desiderato essere un androide, e non un uomo, se la specie era ridotta al livello delle comitive da febbre del sabato sera, in licenza dalla settimana lavorativa. Ho sperato di diventare, e di restare, per sempre, un alieno, un replicante, un robot. Senza sentimenti, senza dubbi, senza fragilità. Mi sono lasciato alle spalle il Jazz Club con l’amaro in bocca; intorno al tombino che stava ruminando la fede di mia moglie, si aggiravano gatti con la coda dritta, che rovistavano, allungando le zampe, nei cartocci caduti dai sacchi grigi della spazzatura, cartocci con i resti del pesce consumato nel vicino ristorante. Rientrai al Club; dai video sistemati in alto, agli angoli delle diverse sale, un batterista fuggito dal film di Blade Runner non si fermava un attimo, le sue bacchette turbinavano su grancasse, tamtam, piatti. Dentro me tumultuava il vortice dell’impotenza, avvitato da un vento gelido che erompeva dal mio cuore, ed andava a sbattere sulle vetrate del locale. Uno dei felini di guardia al tombino, fuori, era entrato al Jazz Club, per bere un drink al bar: una gatta, di preciso, una gatta molto carina. Con i piedi e le braccia scoperte, e con un cappello bianco ben calcato in testa, cappello su cui erano cuciti il muso, le orecchie, gli occhi verdi, la volubilità tipica della specie: Gatta Pericolosa. Ed informata. “Non tornerà”, mi sussurrò all’orecchio, indicandomi il parcheggio sotto il Club, stipato di autovetture in sosta. Dalla veduta che mi si spalancava di fronte, attraverso la vetrata di fianco al bar, cercavo la panchina da cui era decollato il nostro amore, un amore potente come uno stormo di aeroplani, che volano sopra le nuvole, dentro l’azzurro. Non la trovavo, la nostra panchina, sommersa dalla marea di auto parcheggiate. “Come fai a dirlo?, hai controllato la posta del cuore sul telefonino?, siete tutti qua con gli aggeggi in mano … “, provai a ribattere alla Gatta Pericolosa, indicando il cellulare, che lei teneva nella mano destra, da cui spuntavano minacciosi artigli aguzzi. Mi rispose senza parlare, con l’occhiata di chi la sa lunga, e senza consultare la sfera di cristallo. Trascorsero i giorni, le settimane, i mesi. E gli anni. Trascorreva il tempo, ma non il Jazz Club, immune al calendario. Il Jazz Club non passava. Non sarebbe mai passato. Mai. Mia moglie, che fine aveva fatto? La rividi, una notte ch’era andata a cenare al ristorante vicino al Club, per poi salirci a fare due salti, …

… lei stava andando via, io arrivavo, per partecipare -come sempre- alla cerimonia della notte officiata da Isa Bella, la sacerdotessa nel tempio della mia musica preferita. Incrociai il suo sguardo -non di Isa Bella, di mia moglie, o ex moglie?-, per subito volgere il mio altrove, sollevando gli occhi verso l’ingresso del Club. Mi passava sotto il naso, al braccio del suo fidanzato?, o compagno?, o amante?, o marito, nuovo marito? Il suo era l’atteggiamento falsamente distratto di chi finge di dimenticare ricordando, in realtà, benissimo, anche i particolari più nascosti. Soprattutto essi. Il suo fidanzato?, compagno?, amante?, marito, nuovo marito?, accortosi delle occhiate che, tra noi, s’incrociavano stridendo come lame di samurai in duello all’ultimo sangue, come spade lunghe anni di strascichi e di flashback (ma non da parte mia), mi sventagliò sul muso un sorriso carico di soddisfazione. Accompagnato dallo sventolio di un dito medio, dritto e lungo, che mi ricordò la coda dei gatti che assistettero, a suo tempo, al precipizio della fede di mia moglie, scappata dall’anulare della sua mano sinistra, nel tombino da essi presidiato. Salii al Jazz Club, per dirigermi al bar; avevo necessità di bere qualcosa. Non sapevo io stesso se per seppellire i ricordi, oppure la sete. Probabilmente, per entrambe. Gettavo gli occhi ed i ricordi oltre la vetrata del Club, nel parcheggio; cercavo sul marciapiede in mattoni sconnessi del molo la panchina, la nostra panchina, dove ci eravamo andati a sedere alla nostra prima uscita. Non riuscivo a trovarla, annegata nel mare di autovetture in sosta, appartenenti alla consistente clientela del Jazz Club. Erano annegati anche i battelli, che in quel lontano pomeriggio del nostro primo incontro ci passavano e ripassavano davanti, tagliando il mare calmo del tramonto di Luglio, prima in un senso e poi nell’altro. O, forse, non erano annegati, i battelli; semplicemente, non facevano servizio la notte. Ed a gennaio. Ordinai il solito, martini bianco con tre cubetti di ghiaccio, fetta di limone, e cannuccia nera. La sfioravo con il polpastrello dell’indice destro, un tocco leggero, impercettibile, ma sufficiente a spostarla all’indietro. A farla scattare, all’indietro. Come il grilletto del revolver, che, accarezzato, apre il fuoco. Levai la sicura, pronto a distendere la linea del fuoco fino a che non avessi steso il fidanzato?, il compagno?, l’amante?, il marito, nuovo marito?, di mia moglie. Con tutto il suo dito medio, eretto sulla mia sofferenza ottimamente mascherata. Al suo dito medio, slanciato in alto, rispondevo con il mio dito indice, che mi accingevo a curvare all’indietro. Bastava un tocco, un impercettibile tocco, per far scattare il grilletto, ed esplodere il colpo. Ad altezza d’uomo. Alzai la sicura. La pallottola scivolava in canna. Già percepivo il gelo del grilletto, già pregustavo il bruciore della fiamma, quando Isa Bella partì all’uso suo, di punto in bianco e senza straccio di avviso, di annuncio, di presentazione. Non ne aveva bisogno; tutti i clienti del Jazz Club non erano che in attesa, sua e delle sue canzoni, …

… le fiamme che si sprigionarono nel locale furono quelle della sua interpretazione di un brano che andava per la maggiore, in quel periodo, “All about love”, brano dei Ny Deep, eseguito da Katy Batisteza. Una “vocalist” residente, a quanto pareva, ad Ibiza, nelle cui discoteche alla moda si esibiva, facendo puntualmente registrare il tutto esaurito. I faretti, montati sulle colonne, presero a roteare, riempiendo la sala di fasci gialli, arancione, rossi, fasci che tagliavano l’aria dall’alto in basso, e da un lato all’altro. Non potevo competere con la Bella: come faceva a fette lo spazio lei, prima dei faretti che ruotavano al ritmo incalzante del suo ritmo, non ci riusciva nessuno. Nemmeno io. Allontanai l’indice dal grilletto, rialzai la sicura, riposi il ferro. Azione annullata. Mi sgranchii le dita afferrando l’atmosfera fuoco e fiamme che divampava, atmosfera accesa, con la consueta maestria, da Isa Bella vs Katy Batisteza; tornai a dedicarmi, anima e corpo, al mio martini bianco con ghiaccio, limone, e cannuccia (nera, di rigore). Più anima che corpo, per la verità: sorseggiavo il martini senza prendere il bicchiere, sia la mano che il gomito restavano al loro posto, abbandonati sul banco del bar. Come se non mi appartenessero. Ambedue le mani, ed entrambi i gomiti, sia l’uno che l’altro braccio, erano pezzi di marmo dimenticati sul banco del bar: per smuoverli, di lì, ci voleva il montacarichi. Mi limitavo a chinare il capo, a mani giunte,  verso la cannuccia, con un gesto -ma solo il gesto-, che aveva molto di penitenziale. Con il capo abbassato, accettavo la mia sorte, cercando conforto non nell’acqua santa ma in quella del ghiaccio, che si scioglieva nel martini, allungandolo. Avevo il cerchio alla testa, ma non per via dell’aureola di santità: troppe nottate, troppi martini, e mia moglie ch’era volata via, erano queste, le cause della circonferenza di dolore che si stringeva intorno al mio cranio. Ciucciavo lento il liquido dal bicchiere, disegnato ad archi alti e stretti, con il vetro leggermente concavo; il disegno facilitava la presa, sempre che si fosse in grado di sollevare il braccio. Ipotesi, nel mio caso, come detto impraticabile. Facendosi largo tra la folla che ondeggiava per i fatti propri, disinteressandosi del ritmo dettato dalla musica, mia moglie ed il suo accompagnatore (ancora non capivo a che titolo, ma poi, che pretesa avevo di saperlo?) procedevano in direzione del bar. Pertanto, in direzione mia. Lui scrutava senza pudore le ragazze che danzavano, lei scansava con grazia gli uomini che incespicavano. A causa della sua volgarità, di scrutare, più che con i bulbi oculari con le ghiandole salivari, le ragazze che ballavano, lo scrutatore ingrifato cui si accompagnava mia moglie (ma come faceva?, peggio per lei!) inciampò su una poltrona, e finì col sedere per terra. Giusto sotto lo sgabello sul quale ero accomodato, come un re sul trono. Che, dall’alto, assiste circonfuso di sovrano distacco a quanto accade nel reame. Senza saperselo spiegare, alle volte. Ma dove stà scritto, che i monarchi debbono sapersi spiegare tutto? Anche qualora incalzino eventi privi di ragione, elementare purchessia, il re sà sempre come muoversi, come comportarsi, come agire. Come reagire. Mi hai esibito il medio, dritto e fermo come gli abeti a Natale? Beccati indice e mignolo altrettanto dritti e fermi. E, nel caso non li vedessi, dalla tua sfavorevole posizione terga a terra, te li agito, in direzione della punta del tuo naso. Per collocarla, la punta del tuo lurido naso, al centro esatto del mirino, ...

FINE