LE REGOLE DEL GIOCO
(Gioacchino De Padova)
Esco dal solarium, una veloce doccia e un pò di gel sui capelli. Tra dieci minuti ho un appuntamento di lavoro importante e anche l'aspetto conta. Negli affari bisogna stare attenti anche ai particolari ed io modestamente in questo non sono secondo a nessuno: il mio viso abbronzato, questo completo color polvere di luna e la cravatta blu mi conferiscono un tono impeccabile, perfetto per l'occasione.
Percorro i duecento metri che mi separano dal piazzale dove ho parcheggiato il mio fuoristrada appena uscito dalla concessionaria e, mentre sto attraversando i giardini, lo vedo proprio di fronte a me. Mi avevano detto che frequentava questa zona ma non mi era mai capitato di incontrarlo.
Ha un aspetto davvero trasandato: la barba è incolta e il viso scavato, ma sono sicuro che è lui: gli occhi sono sempre gli stessi. Li ha diretti verso i miei per un istante e mi ha fissato con uno sguardo che sembrava volesse leggermi l'anima. Credo che anche lui mi abbia riconosciuto, ma non ha detto una parola nè abbozzato alcun cenno di saluto. Ora se ne sta seduto sull'erba, appoggiato con la schiena ad un albero. Sta dipingendo qualcosa, ha una tela sulle ginocchia e alla sua destra alcuni acquarelli appoggiati ad un espositore in legno.
Quando mi hanno riferito come viveva, quasi non volevo crederci.
Sono passati molti anni da quando dividevamo quel banco della terza B, ricchi dei nostri tredici anni. Il primo pensiero che scorre nella mia mente è come abbia fatto a ridursi in questo stato.
Era senz'altro tra i più intelligenti della classe, dotato di vivace ironia e sportivo di indomita tenacia.
Che cosa lo ha colpito tanto ferocemente?
Dicono che la sua sensibiltà nascondesse una profonda debolezza di animo che alle prime difficoltà della vita lo ha piegato. Forse.
Dicono che i primi segnali fossero comparsi alle prime delusioni d'amore. Forse.
Dicono soprattutto che non abbia sopportato l'impossibilità ad avere quei figli che tanto aveva cercato, desiderato e mai avuto. Forse.
Ma osservandolo attentamente non ho la sensazione di un uomo piegato. Vedo una mano decisa mentre disegna su quella tela appoggiata alle ginocchia. Vedo uno sguardo assente, ma sempre alla ricerca di un'emozione, pronto a farsi intenso e penetrante non appena qualcosa catturi la sua attenzione.
Non dà la sensazione di un uomo che si è arreso, ma di un uomo che ha scelto.
Da ragazzo era l'unico tra noi che tifava sempre per i perdenti, mai per i vincitori.
Tutti sapevano quanto non tollerasse le ingiustizie e persino rivederlo adesso in questo stato, mentre mi allento la cravatta con le chiavi del fuoristrada tra le mani, mi lascia il dubbio su chi di noi due sia il vero sconfitto.
Le regole del gioco hanno imposto di lottare e sgomitare per ottenere un posto in prima fila ed io mi sono adeguato; posso dire di aver lottato per ottenere quello che ora è visibile a tutti: una posizione sociale di riguardo, la stima e la considerazione di chi vorrebbe essere al mio posto, un assoluto benessere economico.
Eppure, leggendo nel suo sguardo, mi rendo conto che qualcosa mi manca: non potrò mai vedere il mondo con i suoi occhi.
Le regole imponevano di lottare perchè solo i più forti sarebbero usciti vincitori ed io ho lottato.
Eppure quando la posta in palio diventava importante ognuno di noi ha cercato il favore personale.
Solo a parole convinti che l'affermazione spetti a chi la merita, ma di fronte ad un traguardo importante sempre disposti a rivolgerci a quell' amico dell'amico pronto ad aiutarci, tanto prima o poi sarà lui ad aver bisogno e chiederà di restituirgli il favore.
Queste sono le regole con le quali abbiamo giocato, consci che non si poteva perdere, costi quel che costi.
A lui queste regole non sono piaciute.
Ora quelli che, come me, si sono pienamente realizzati, dichiarano di avere sudato e meritato quello che hanno ottenuto, vincitori in una sfida nella quale chi perde viene schiacciato, anche se non gli si nega mai la pietà e l'elemosina.
Ma lui non chiede elemosina. Vive di quel poco che gli basta, vive della sua capacità di vedere
ancora il mondo con gli occhi innocenti di un bambino.
Lui dipinge quello che vede e che sente e ogni acquarello ha un prezzo. Non ci sono sconti, nè offerte promozionali. Quella è la cifra, prendere o lasciare. Quello è il prezzo che consente di vedere per un istante il mondo con i suoi occhi.
Mi avvicino, li vorrei prendere tutti, ma sarebbe solo un modo per mettermi in pace con la mia coscienza.
Gli indico quello che mi emoziona di più: ci sono due ragazzini allo stesso banco di scuola, scherzano tra di loro sorridenti. Hanno lo stesso viso che avevamo noi due da ragazzi.
Lui me lo passa con la mano, con lo sguardo rivolto a terra.
Poi alza gli occhi e li fissa dritto dentro i miei, abbozza un sorriso, sembra voler dire che sono stato bravo, che quella era la scelta giusta.
Un brivido mi corre lungo la schiena, mentre sostengo il suo sguardo.
Afferro la sua opera, lascio il suo giusto compenso nel cestino che gli sta a fianco e mi allontano.
Lasciandolo al suo mondo e alla sua dignità.