IL GREGARIO
(Gioacchino De Padova)
Percorro questo lungo, angosciante corridoio e incrocio sguardi malati, ma carichi di voglia di vivere, mentre penso che proprio questo stesso giorno di dieci anni fa avevamo festeggiato il tuo successo più importante.
Ricordo quella giornata come la più faticosa di tutta la mia vita: ti avevo trascinato all'inseguimento di quel belga dal nome impronunciabile, convinto che una volta raggiuntolo, la vittoria sarebbe stata sicuramente tua.
Per quaranta chilometri avevo padalato davanti a te senza un attimo di cedimento e, solo quando la ruota della tua bicicletta raggiunse la sua, mi fermai esausto, convinto che la mia gara fosse ormai finita e che da quel momento sarebbe iniziata la tua.
Fu una meravigliosa vittoria, che seguì e precedette tante altre. Ero il tuo gregario e, come tutti quelli che non hanno la gamba del campione, ero convinto che non avrei mai potuto festeggiare una mia vittoria importante, ma soltanto gioire per le tue.
Tua figlia mi ha aspettato all'ingresso del reparto e, col viso bagnato di lacrime, mi ha subito detto che questa volta la crisi è davvero brutta e i medici lasciano poche speranze. Non ho avuto la forza di dire nulla, mentre pensavo a come la vita può riservarti le peggiori sorprese, solo poco tempo dopo averti regalato grandi gioie.
Pensando al male crudele che ti ha colpito solo pochi anni fa, non posso fare a meno di rivederti steso sul lettino con quelle flebo attaccate al braccio, alla vigilia di qualche gara importante.
Avrei voluto strappartele con le mie mani, mentre ti guardavo e scuotevo la testa.
Tu, leggendo disapprovazione nel mio sguardo, dicevi che nessuno può vincere senza un aiuto, che anche il cavallo di razza ha bisogno di un buon nutrimento.
Poi mi sorridevi e, appoggiando la mano sulla mia spalla, parlavi dell'emozione di sentire il tuo nome gridato dalla gente ai lati delle strade, di quei volti pronti ad incitarti fino ad un metro dall'arrivo e di tutto quello che significava essere un campione.
Anch'io avrei voluto vivere quelle emozioni, ma non avevo quella stoffa e adesso posso dire che forse il destino con me sia stato più benevolo.
Sapevi quello che stavi facendo e ripetevi che per quelle emozioni avresti corso qualunque rischio.
Adesso sarebbe troppo facile dire che hai sbagliato, ma guardando il viso di tua figlia, che allora era bambina e adesso non ha ancora vent'anni, proprio non posso fare a meno di chiedermi se lei potrà mai capire le tue scelte.
Io non le ho mai condivise, ma non sono qui per giudicare, non è per questo che sono venuto a trovarti oggi in ospedale. Ora siamo arrivati, tua figlia entra in camera prima di me, si china verso la tua guancia per darti un bacio e sussurrarti la bella sorpresa di chi è venuto a trovarti oggi. Allora ti volti verso di me e vedo una lacrima scendere lungo il tuo viso stanco.
Ti sorrido e mi nascondo per un istante dietro alla porta perchè sto per piangere anch'io.
Un momento per riprendermi e ora sono pronto.
Entro deciso nella tua camera, ti guardo negli occhi, sorrido con gli occhi umidi e, quando ti sono vicino, ti avvolgo con un abbraccio.
E' per questo che sono qua, pedalare ancora con te e coprirti dal vento.
Accompagnarti anche nell'ultima corsa.
Come sempre, da buon gregari