Morire di maggio
(Valerio Damini)
Si chiama Giovanni. È alto, ha un bell’aspetto. Porta i capelli corti spettinati, la barba, rada e incolta, si diverte a creare strani riccioli sulle gote. La pelle bianca, quasi diafana delle braccia e delle gambe, è scoperta a numerosi eritemi. Il sole picchia alto. Sembra un ragazzo. Un giovane uomo annoiato. Sbadiglia molto, e ogni volta che spalanca la bocca scopre un’orripilante dentatura. Sembra che gli dei abbiano voluto giocare a dadi con i suoi denti.
Fabiano era arrivato in anticipo sull’orario di lavoro. Era entrato in ferrovia da poco più di due anni, ma ricopriva già il ruolo di capotreno, sempre reperibile, voleva far capire di essere sempre a disposizione dei bisogni aziendali. Dedizione e perizia sorreggevano i suoi teneri vent’anni. Il viso pulito, gli occhi schiacciati e allungati. Aveva l’aspetto di un gatto sempre assonnato, o di un orientale, o giù di lì. Quella mattina Fabiano era stranamente pensieroso, notò, come mai, di avere freddo. Piccoli ma insistenti sgrisoloni lo pungevano alla schiena e lungo il collo. Eppure la giornata era splendida. Maggio avrebbe portato aria fresca, buona da respirare, e tanti frutti.
Attorno a Giovanni solo sterpaglia, e poco altro. Qualche lamiera arrugginita. Buttata tra i rovi. Un indiviso rosso magenta abbaglia i suoi occhi. Procede a rilento Giovanni, sbandando qua e là, ma sembra sempre avere chiara in testa la sua meta. Incespica su qualche sasso maledicendo dio. Non stacca mai gli occhi da terra, quasi per paura di bruciarsi la retina, quasi che alzare la fronte al cielo fosse un gesto da empio. Alzasse i suoi piccoli e minuscoli occhi da roditore, contemplerebbe, in lontananza ma di pochi chilometri, le distese di colline che una volta gli fece vedere suo padre. Distese e colline, vitigni e appezzamenti. A guardarle bene alcune graspi risplendono di luce propria, irradiando anche la valle circostante. Giovanni di tanto in tanto si massaggia lievemente le labbra screpolate. Ha sete. C’è molto caldo.
C’era davvero molto, troppo caldo per essere maggio ma Fabiano sentiva freddo. Si misurò la febbre prima di timbrare il cartellino. Va là, pensò guardando il mercurio, che ostinatamente era rimasto sotto i trentasette. Te l’avevo detto di non metterci la grappa nel caffé. Ma era un’abitudine oramai difficile da estirpare. Passò in stanzino solo per posare il cappello d’ordinanza, troppo foderato e pesante, la divisa l’aveva già indossata. Mise in asse il nodo della cravatta. E si presentò puntuale al binario. Viaggio lungo oggi. Chissà chi mi capita come macchinista si chiese. Fiducioso. Gli capitò Maria. Sentì un altro brivido di freddo. Ma questo, era tutto per Maria.
Giovanni scioglie il nodo alla cravatta, la lascia scivolare a terra. Si sfila lentamente la camicia. Ci fosse una donna nei paraggi farebbe colpo. Ha un corpo magro, esile, ma scolpito sugli addominali e largo di spalle. Tutti i muscoli del busto sono tesi. La sua pelle è un mare di lentiggini. Si sente più leggero, per qualche istante. Cammina più spedito.
Aveva il passo grave e un po’ strascicato, Fabiano, quando si trattava di passare a controllare i biglietti. Mentre il treno avanzava, lui sembrava voler tornare indietro.
Giovanni scorge appena la sagoma dei binari. Accelera il passo.
Odiava il treno che avanzava, imperterrito. Un’unica possibile direzione. Matematica.
Giovanni corre adesso.
E poi quelle cazzo di raccomandazioni. ‘Ste atenti i du giorni prima dé i morti, che quelli che già pensano all’insano gesto…
Giovanni corre e si butta. Adesso.
…Anche perché per quanto puoi tirare i freni, diceva lui, con un treno lanciato a centoquaranta chilometri all’ora c’era ben poco da fare. E se qualcuno era così scemo da buttarsi sotto di lui rimaneva ben poco da salvare.
E poi c’è sempre il tragico fardello del riconoscimento del corpo. Fabiano scende cautamente dalla predellina, si ravviva i capelli lunghi che sbattono sugli occhi. Avanza incerto, uno strano freddo lo attanaglia, per essere maggio. L’aria è troppo calda sopra la sua testa. Punta gli occhi al bocchettone della locomotrice, lo sguardo fisso e incolore scivola sui contorni lamierati, giù fino alle rotaie, dove si pianta inerme. Riconoscere il corpo vuol dire aspettare i rilievi della polizia, che ti dice chi era, quello lì tutto maciullato, e tu dici, beh, sì, te lo vedi anca ti che l’è morto, ma va bén ti constato il decesso.
Ma oggi non c’è bisogno di tutto questo tempo per il riconoscimento.
Fabiano ha tirato sotto suo fratello col treno.