Il Cronometro Infernale
(Marcello Zorzetto)
Alex era appena sceso dalla macchina quando gli si avvicinò la sua fidanzata Susan con aria decisamente adirata.
< Non avevamo deciso di pranzare alle dodici e trenta precise perchè dopo sarei dovuta andare a quell’appuntamento con i manager giapponesi per negoziare una fusione molto importante per la mia società? Mi sai dire che ore sono?>
Spiazzato da quella rabbia improvvisa Alex guardò l’orologio e rispose: < Sono le dodici e ventisette, sono in perfetto orario. Cosa ti prende?>
< Molto divertente! Ormai è l’una passata e adesso mi toccherà mangiare un panino di corsa per colpa tua! Adesso sparisci e non farti rivedere per un bel po’!>
Detto ciò Susan se ne andò lasciando Alex come uno stupido sul marciapiede a chiedersi che cosa le aveva preso. Sollevò il braccio e guardò attentamente il suo orologio: le lancette erano completamente ferme sulle 12.27.
< Oh merda, questo cazzo di orologio si è fermato ancora! Ho appena fatto cambiare la batteria!>
Così dicendo si sfilò l’orologio dal polso e lo gettò rabbiosamente all’interno dell’auto, che era rimasta con la portiera aperta. Ormai il pranzo era andato a farsi fottere, ma nonostante tutto lui aveva ancora fame, così decise di entrare nel primo fast food che avesse trovato e di prendersi un panino. Chiuse la macchina e si incamminò lungo il marciapiede; aveva percorso poche centinaia di metri quando il suo sguardo si posò su un oggetto che faceva bella mostra di sè in una vetrina di un negozio di pegni: si trattava di un magnifico orologio sportivo in acciaio con cronometro e costava solo trentacinque dollari.
Non era da lui farsi sfuggire una simile occasione, perciò spinse la porta del negozio ed entrò: all’interno c’era una gran confusione di oggetti più disparati gettati alla rinfusa senza un ordine apparente e, seduto in fondo al locale dietro un bancone impolverato e rovinato, si trovava il padrone del negozio. Era un tizio decisamente grasso e quasi completamente calvo, con occhiali spessi e un triplo mento che gli nascondeva il collo; indossava una canottiera che un tempo doveva essere stata bianca, ma che ormai era diventata di un orribile giallo grigiastro. Era immerso nella lettura di un numero di Playboy e, a giudicare dall’espressione, non stava di certo leggendo la pagina culturale. Alex gli andò incontro e fece un leggero colpo di tosse per attirare la sua attenzione.
L’uomo alzò gli occhi con espressione alquanto seccata e appoggiò la rivista sul bancone sporco, aperta sul paginone centrale.
< Che diavolo vuoi?>
< Sarei interessato all’orologio che c’è in vetrina. Me lo potrebbe mostrare, per favore?>
Il ciccione si alzò lentamente dalla sedia da ufficio piena di rattoppi e ondeggiando girò intorno al bancone e si diresse con passo strascicato verso la vetrina, prese l’orologio e tornò indietro; arrivato di fronte ad Alex gli mise l’oggetto in mano.
Alex lo esaminò attentamente: il quadrante era di un rosso scuro con i numeri in giallo fluorescente, mentre le lancette erano argentee. Erano tre, quella dei minuti, quella delle ore e quella del cronometro, che segnava i secondi su di un cerchio più esterno, nel quale stranamente i numeri erano disposti in senso antiorario. A prima vista sembrava in perfette condizioni, ma quando premette il pulsante per far partire il conometro la lancetta non si mosse.
< Ehi, guarda che il cronometro è rotto, non funziona!> Fece notare al venditore. In realtà non gli importava più di tanto del cronometro, visto che non lo avrebbe praticamente mai usato, ma almeno aveva una scusa per tirare un po’ sul prezzo e fare un affare migliore.
< Lo so, non ha mai funzionato, ma il resto è perfetto, perciò se lo vuoi sganciami i trentacinque verdoni oppure vattene! Non ho tempo da perdere con i furbi, io!>
< Facciamo venticinque dollari e me lo prendo ok?>
< Sì, e chi sono io, Babbo Natale? Almeno trenta o ti butto fuori a calci nel culo!>
< Ok, ok, non ti scaldare! Almeno è merce pulita? Non vorrei trovarmi nei guai per aver comprato un oggetto rubato.>
< Ma quante domande fai? E chi cazzo sei, uno sbirro? Figurati che se solo provassi a vendere qualcosa che sia minimamente sospetta, tutto il dipartimento di polizia, centralinisti compresi, verrebbero qui di corsa e comincerebbero a passarmi al setaccio perfino i peli del culo! Per quel poco che ne so questo orologio apparteneva ad un tipo che un giorno è andato fuori di testa e si è ammazzato tagliandosi di netto un avambraccio con la scure dopo che aveva gettato la moglie giù dalle scale. Il fratello non voleva avere più niente a che fare con le sue cose e così me lo ha venduto. Quindi se lo vuoi paga e sparisci!>
Alex tirò fuori i soldi e pagò i trenta dollari, poi se ne andò dal banco dei pegni, lasciando che il titolare tornasse alla sua rivista. Non era per niente superstizioso, non gli importava di certo che quello che aveva comprato fosse appartenuto ad un suicida, gli bastava solo che non fosse il frutto di qualche furto per non avere guai con la legge. Dopo il litigio con la fidanzata non ne aveva certo bisogno.
Entrò in un McDonald’s e si diresse al bancone per ordinare un cheeseburger e delle patatine, ma venne superato da un giovane con pantaloni extra large tipo rapper e una felpa grigia con cappuccio, che lo urtò di proposito e gli si piazzò davanti nella fila per le ordinazioni.
< Ehi, che razza di modi sono questi? Guarda che c’ero prima io!> Gli disse Alex.
< Ah sì? E io invece dico che ero io prima di te! Non rompermi le palle e rispetta la fila!> Gli rispose quel hip-hopper da strapazzo con un sorriso di scherno.
Che razza di stronzo. - Pensò Alex.- Mi piacerebbe che qualcuno te la facesse pagare una volta tanto!
In quel momento avvertì una leggera vibrazione al polso e quando lo sollevò per guardare l’orologio vide che le tre lancette si stavano muovendo rapidamente, anche quella del cronometro, in senso antiorario, fino a che si fermarono a formare una Y che ai vertici aveva i numeri 666.
Provò a premere il bottone del cronometro, ma le lancette rimasero al loro posto; evidentemente l’urto con il ragazzo aveva fatto partire il meccanismo, che essendo difettoso aveva fatto bloccare le lancette in quella curiosa posizione. Mentre era assorto in questi pensieri, una voce da dietro lo apostrofò in tono seccato: < Allora, ci muoviamo sì o no? Sta bloccando la fila e qui c’è gente che non ha tanto tempo da perdere!>
Alex si riscosse e si accorse che le persone davanti a lui avevano già ritirato i vassoi con il cibo e che l’addetto al bancone lo guardava con impazienza. Avanzò verso il bancone gettando un’occhiata furtiva alle sue spalle e vide che la voce che lo aveva rimproverato apparteneva ad un donnone di circa centocinquanta chili, con capelli scuri e un vestito a fiori molto ampio, di quelli che solo i ciccioni hanno il coraggio di indossare. La donna lo fulminò con gli occhietti porcini infossati nella ciccia, perciò Alex si affrettò ad ordinare e non appena ricevette il vassoio si spostò velocemente verso un tavolino isolato, in modo da evitare altre occasioni di attrito con la balena bianca, che in quel momento stava comprando tanto cibo da sfamare tutto il Centro Africa.
Mentre mangiava notò il giovane che lo aveva urtato prima, il quale stava uscendo dal McDonald’s con sottobraccio uno skateboard; gli rivolse qualche altro insulto mentale mentre lo guardava posizionare lo skateboard sul marciapiede e salirci sopra, sparendo dalla sua vista.
Il ragazzo si diresse a velocità elevata verso il parcheggio di un supermercato, dove i suoi amici lo aspettavano per cazzeggiare come al solito, facendo slalom tra le auto parcheggiate e saltando sui cordoli. Imboccò una delle uscite del parcheggio contromano, come era solito fare fregandosene del codice della strada e del buonsenso, e si ritrovò improvvisamente davanti un grosso pick up grigio metallizzato che stava uscendo. Il giovane saltò giù dallo skateboard, ma per sua sfortuna mise male a terra il piede sinistro, procurandosi una dolorosa storta alla caviglia e cadendo in avanti. Il guidatore del veicolo frenò bruscamente, ma non potè evitare il tremendo impatto: il paraurti urtò violentemente la testa del giovane fratturandogli l’osso parietale destro e le grosse ruote fecero il resto, sfondandogli la cassa toracica e frantumandogli le braccia. Il conducente scese e corse a vedere, mentre una piccola folla si raccoglieva intorno: il sangue aveva intriso la felpa del giovane e lentamente stava formando una pozza al di sotto del corpo, che appariva in una strana posizione, con il busto ruotato di quasi centottanta gradi rispetto alle gambe; era superfluo dire che era morto, e anche nel peggiore dei modi.
Contemporaneamente, a qualche centinaio di metri di distanza, mentre stava finendo il suo hamburger, Alex sentì nuovamente quella piccola vibrazione al polso e vide le tre lancette girare e riprendere a segnare l’ora come se niente fosse accaduto; d’altra parte non poteva immaginare quello che era successo a poca distanza, nè che le sue parole erano state ascoltate e che il ragazzo aveva avuto una bella lezione, l’ultima della sua vita.
Dopo aver finito l’ultimo boccone Alex svuotò il vassoio nel cestino e uscì dal McDonald’s, proprio mentre un’ambulanza a sirene spiegate sfrecciava lì davanti, ma lui non era per niente curioso e in più aveva altro a cui pensare, visto che la sua ragazza era infuriata con lui e sapeva per esperienza che avrebbe avuto bisogno di un po’ di tempo per calmarsi e tornare a ragionare in modo razionale.
Tornò alla macchina e si diresse verso l’ufficio, dove doveva sbrigare ancora alcune pratiche prima di poter staccare per quella giornata; svolse svogliatamente quel compito noioso e finalmente potè dirigersi a casa. Si fece una doccia e preparò la cena, visto che fortunatamente era un discreto cuoco, poi si sdraiò sul divano a leggere un libro. Quella sera Susan non lo avrebbe certamente chiamato per uscire insieme, perciò alle dieci decise che avrebbe fatto bene ad andarsene a dormire.
La mattina dopo era di buon umore e mentre stava facendo colazione accese come al solito la televisione per vedere le ultime notizie: il telegiornale era già iniziato e il servizio che stava passando in quel momento riguardava proprio l’incidente mortale avvenuto il pomeriggio precedente. Sullo schermo apparve la fotografia del ragazzo morto, con l’inconfondibile sorriso strafottente stampato sulle labbra; Alex riconobbe il rapper che lo aveva spintonato al fast food e gli venne in mente di avergli augurato di ricevere una bella lezione e neanche a farlo apposta era successo proprio così. Un imbecille di meno in giro! Pensò mentre finiva di sorseggiare il suo caffè. Non intendevo certo augurarti una simile fine, ma eri proprio uno stronzo e non piangerò di certo per la tua fine prematura!
Uscì di casa e montò in macchina per dirigersi al lavoro: quel giorno sembrava che il traffico fosse più scorrevole del solito e alla radio stavano suonando una delle sue canzoni preferite, “Carrie” degli Europe; tutto sommato la giornata era iniziata bene.
Improvvisamente però una spider sbucò da una strada laterale e gli tagliò la strada immettendosi nella sua corsia; Alex inchiodò ed evitò un sicuro incidente solo perchè l’auto che lo seguiva era a distanza di sicurezza, fatto insolito nel traffico moderno. Con rabbia si attaccò al clacson e suonò a lungo, ma per tutta risposta un braccio ornato da una miriade di braccialetti si sollevò e gli mostrò il dito medio, poi l’auto accelerò, sorpassò altre due vetture e si perse tra le altre macchine.
< Brutta troia rincoglionita!> Urlò con rabbia Alex. < Per poco non sbattevo per quella tua manovra del cazzo! Spero che ti possa sfracellare contro un muro, così almeno impareresti!>
Nello stesso istante avvertì ancora quella vibrazione e le tre lancette si spostarono di nuovo in quella strana posizione a Y e segnarono le solite cifre: 666.
< Ancora! Prima o poi dovrò portare a riparare questo dannato orologio!> Aggiunse sbuffando.
Nel frattempo la spider proseguì a velocità sostenuta e imboccò una strada che passava al di sotto di un cavalcavia, ma proprio in corrispondenza di uno dei grossi piloni in cemento uno degli pneumatici esplose con uno scoppio secco e l’auto sbandò prima a sinistra e poi a destra, schiantandosi ad almeno settanta all’ora contro il pilone; nel terribile urto il gigante in cemento armato non riportò quasi nemmeno un graffio, mentre la macchina si accartocciò su se stessa, imprigionando nelle lamiere contorte la guidatrice. Un uomo che procedeva nel senso opposto fermò la macchina e corse verso il rottame per portare soccorso, ma appena ebbe gettato un’occhiata all’interno dell’ammasso di lamiere dovette girarsi in fretta e vomitò copiosamente ai piedi del pilone: la donna che era rimasta imprigionata aveva una schiuma insanguinata che le usciva dalla bocca, mentre un gorgoglio sinistro, simile al rumore dell’acqua che corre giù per uno scarico, le scaturiva dalla gola: gloorg, gloorg, gloorg.
Il volante dell’auto non si sa come si era piegato e si era infilato nel petto, fracassando lo sterno e numerose costole, che come pugnali appuntiti erano penetrate nei polmoni, squarciandoli, ma non avevano toccato il cuore, che continuava a battere pompando fiotti di sangue che finivano per inondare la cavità toracica. Anche la cintura di sicurezza aveva ceduto e visto che l’airbag non era esploso la donna aveva sbattuto violentemente il viso contro il parabrezza, come testimoniava la ragnatela macchiata di sangue, e in conseguenza dell’urto l’occhio sinistro era fuoriuscito dall’orbita e pendeva sanguinolento sulla guancia.
Appena si riprese dai conati di vomito, sempre senza guardare in direzione della donna, l’automobilista che aveva cercato di soccorrerla telefonò al pronto soccorso chiedendo che mandassero un ambulanza, ma quando questa arrivò la donna aveva appena smesso di respirare. Nessuno ebbe il coraggio di provare a rianimarla, perciò i paramedici caricarono il corpo sulla barella e ripartirono senza la sirena, perchè ormai la vittima non aveva più fretta.
Cinque minuti dopo Alex passò accanto al rottame mentre una pattuglia della stradale faceva i rilievi dell’incidente e rimase impressionato dallo stato dell’auto. Cazzo, – pensò, - sarebbe un vero miracolo se quello che la guidava ne è uscito vivo!
Non riconobbe di certo la spider che venti minuti prima lo aveva sorpassato, altrimenti gli sarebbe venuto qualche dubbio riguardo l’avverarsi del suo desiderio di vendetta.
Arrivò in ufficio come al solito e fece il suo solito lavoro di commercialista; era noioso compilare le denunce dei redditi delle persone e in più sentiva la mancanza delle fidanzata, ma doveva aspettare finchè si fosse calmata, altrimenti non lo avrebbe nemmeno voluto vedere. Lei era fatta così, se la prendeva per una sciocchezza e teneva il muso a lungo, poi improvvisamente si presentava come se nulla fosse successo. Durante la pausa pranzo mangiò un panino al bar che si trovava a due passi dal palazzo in cui aveva l’ufficio e poi si rituffò nel mare di scartoffie dei suoi clienti.
Alle cinque finalmente potè staccare e andarsene a fare un giro per la città; gli era venuta la stupida idea di comprare un regalo per Susan per farsi perdonare, nonostante non avesse colpe oggettive, ma si sa che quando si tratta di donne la ragione viene messa da parte e anche l’uomo più razionale deve arrendersi di fronte ai sentimenti: è seccante, ma resta comunque uno dei misteri della natura umana. D’altra parte Susan non era certo una ragazza come le altre e non pochi uomini per strada si giravano a guardarla quando passava, cosa che rendeva Alex fiero ma anche un tantino geloso: non gli piaceva pensare che avrebbe potuto lasciarlo per qualcun altro, e i pretendenti sarebbero stati di certo molto numerosi. Lui non era certo un gigolo che faceva girare la testa alle ragazze: non era particolarmente alto, aveva capelli castani tagliati corti, nonostante non corresse ancora il rischio di rimanere calvo come molti di sua conoscenza, e occhi scuri; per sua sfortuna però non aveva quel fascino inspiegabile che attirava le donne, quel qualcosa alla Sean Connery o alla George Clooney che avrebbe pagato pur di possedere. Era un giovane comune che poteva facilmente passare inosservato. Lei invece era alta, magra e con un fisico da modella che risaltava grazie ai tailleurs che indossava al lavoro, con i capelli castani lunghi e lisci e due magnifici occhi grigi che avevano un non so che di glaciale, ma che erano capaci di sciogliere qualsiasi uomo che li avesse guardati. La prima volta che l’aveva incontrata in un bar mentre era fuori con alcuni amici non era riuscito a chiudere occhio per tutta la notte e aveva pregato di avere un’altra occasione di vederla; poi l’aveva ritrovata una settimana dopo nello stesso locale e aveva trovato il coraggio di offrirle qualcosa da bere. Di solito non aveva problemi ad abbordare una ragazza, ma quella sera si sentiva come un macigno sul petto e aveva dovuto lottare con tutte le sue forze per non scappare a gambe levate, ma alla fine aveva prevalso il suo istinto, che gli diceva che quella era la donna della sua vita. Inspiegabilmente lei aveva accettato il drink senza fare la preziosa, cosa rara quando si tratta di belle ragazze che sanno di essere desiderate, e avevano passato almeno due ore a parlare, poi Alex le aveva proposto di uscire con lui e lei aveva acconsentito: da quel momento erano diventati inseparabili e anche le litigate più feroci erano passate senza lasciare danni permanenti.
Dopo aver girato per profumerie, negozi di articoli da regalo, boutiques e gioiellerie si decise finalmente ad acquistare un braccialetto in oro bianco con le maglie lavorate in una catenina e un piccolo zaffiro sul fermaglio: era sicuro che le sarebbe piaciuto, soprattutto perchè si trattava di un gioiello abbastanza costoso, di quelli che si sfoggiano per far morire d’invidia le amiche. Non c’è nulla di più piacevole per una donna che sentirsi desiderata e invidiata. Ora si trattava solo di trovare il momento adatto per darle il regalo e Alex aveva già in mente di invitarla sabato sera a casa sua per una cena romantica, visto che era anche piuttosto bravo a cucinare, a differenza di Susan. Al termine della cena avrebbe tirato fuori il braccialetto e la vittoria sarebbe stata totale.
Ormai era tornato di buon umore e telefonò a Susan, che gli rispose con voce infastidita, anche se era quasi completamente sicuro che si trattasse di una messa in scena per tenerlo ancora sulla corda; con dolcezza la invitò a cena per sabato sera e lei con falsa riluttanza cedette più rapidamente di quanto lui avesse preventivato, segno che desiderava fare pace al più presto.
Tornò a casa soddisfatto e impaziente: non vedeva l’ora che i tre giorni che li separavano dall’incontro trascorressero. Negli ultimi tempi si erano visti poco a causa degli impegni di Susan, visto che la società per la quale lavorava era impegnata in serrate trattative di alta finanza internazionale, e avevano litigato, o meglio lei si era arrabbiata con lui, perchè si era presentato in ritardo ad uno dei rari momenti liberi che lei era riuscita a ritagliarsi, ma ormai era acqua passata.
Il giovedì e il venerdì trascorsero tranquilli e il venerdì sera arrivò a preannunciare il week end; Alex si era trattenuto un po’ più del solito al lavoro per terminare la dichiarazione dei redditi di un cliente decisamente facoltoso e quando uscì dall’ufficio le prime ombre della sera stavano iniziando a calare sulla città. Si diresse alla sua auto e stava per aprire la portiera quando un rumore alle sue spalle lo fece girare e si trovò faccia a faccia con un tizio che lo stava minacciando con un coltello a serramanico: alla prima occhiata capì che si trattava di un drogato in cerca dei soldi per farsi una dose. Il rapinatore era magro, quasi emaciato, e aveva l’aspetto di un malato di AIDS; le mani gli tremavano, il respiro era accelerato e sudava nonostante la temperatura non fosse per niente calda. Sicuramente era all’inizio di una crisi di astinenza, perciò era ancora più pericoloso, dato che non avrebbe esitato ad usare il coltello se Alex non avesse esaudito rapidamente le sue richieste.
< Dammi i soldi e l’orologio! Muoviti, cazzone!>
< Stai calmo, adesso ti dò quello che ho, ma metti via il coltello. Ok?>
< Sbrigati, altrimenti mi incazzo sul serio!>
Alex prese il portafoglio e tirò fuori i quindici dollari che teneva per le piccole spese, sperando che il drogato non cercasse più a fondo e scoprisse i cento dollari che teneva nascosti tra i documenti. Gli tese le banconote, che il tossico afferrò con una rapidità sorprendente, e cercò di convincerlo ad andarsene, ma quello non era ancora soddisfatto.
< Dammi anche l’orologio, stronzo, questi non mi bastano! Muoviti!>
Con un sospiro rassegnato Alex armeggiò con il cinturino del suo orologio, ma per l’agitazione o per qualche altro motivo non riuscì ad aprire il fermaglio. Intanto il drogato diventava sempre più nervoso e gli assestò uno spintone, mandandolo a sbattere contro la fiancata dell’auto.
< Non fare lo stronzo con me, dammi quel cazzo di orologio!> Urlò il drogato.
Non c’era nessuno in giro, come potè notare Alex girando rapidamente la testa a destra e a sinistra nella strada buia, perciò non poteva nemmeno urlare per chiedere aiuto; il rapinatore intanto gli fu addosso e tra le bestemmie cominciò a strattonare il cinturino d’acciaio del cronometro, ma neppure lui riuscì ad aprirlo e ottenne solamente di procurare molte escoriazioni al polso del malcapitato Alex. Esasperato, il tossico cominciò a colpirlo rabbiosamente con calci e pugni, visto che gli era caduto a terra il coltello nella foga, e Alex reagì colpendolo a sua volta: ne venne fuori una zuffa confusa in cui nessuno dei due riuscì a prevalere sull’altro. Ad un certo punto Alex riuscì a spintonare il drogato, ma per il colmo della sfortuna quello cadde proprio vicino al suo coltello, che afferrò rapidamente. Con un sorriso stravolto l’uomo si rialzò e si preparò a scattare verso Alex, che si dispose in una posizione di difesa e con un ruggito di rabbia gli gridò:< Crepa, bastardo!>
Appena ebbe pronunciato queste parole avvertì nuovamente la familiare vibrazione al polso e immaginò le lancette che ruotavano per assumere la strana posizione a Y, ma la sua mente era rivolta al pericolo incombente e rivolse subito lo sguardo all’aggressore che stava scattando. Il drogato balzò in avanti, ma improvvisamente sembrò fermarsi a mezz’aria con un espressione di estremo stupore e sofferenza; il coltello gli sfuggì di mano e cadde tintinnando sull’asfalto, mentre un fiotto di sangue gli sgorgò dalla bocca e dalle narici, sporcandogli la sudicia maglietta strappata che indossava. Poi cadde a terra annaspando e contorcendosi dal dolore finchè non rimase immobile sull’asfalto, con il viso contratto in una smorfia terribile.
Ancora scosso e spossato dalla lotta, Alex si avvicinò al corpo e con estrema cautela gli tastò il polso, ma non riuscì a sentire alcun battito: il drogato era morto stecchito! Nello stesso istante l’orologio vibrò e Alex guardò le lancette ritornare per l’ennesima volta alle loro posizioni originarie, mentre un brivido che non era certo di freddo gli attraversava come una scossa elettrica la schiena. Non era uno stupido e sapeva che tre coincidenze non costituiscono una prova certa, ma capì che il suo orologio era in qualche modo collegato alle morti che si erano verificate durante quella settimana: era troppo anche per lui. Si sarebbe sbarazzato subito dell’orologio, e chi se ne frega dei venticinque dollari!
Con le mani che gli tremavano leggermente cercò di aprire il cinturino d’acciaio, ma il fermaglio doveva essersi incastrato, perchè non riuscì a sganciarlo. Tirò, lo scosse, lo sbattè sull’asfalto facendosi anche male al polso, ma il cinturino non aveva nessuna intenzione di aprirsi.
Ormai il terrore stava rapidamente prendendo il posto dell’agitazione e Alex non sapeva che cosa fare; il potere di dare la morte con il solo pensiero gli sembrava una cosa troppo terribile da gestire. Forse avrebbe potuto sfruttare questa opportunità per diventare ricco minacciando e ricattando le persone ricche, ma aveva l’impressione che in realtà il “dono” che aveva ricevuto fosse un’arma a doppio taglio, come il potere di re Mida. Se avesse solo pensato una cosa cattiva quando era in preda alla rabbia avrebbe potuto causare danni di cui si sarebbe pentito per il resto della vita.
Non c’era tempo da perdere, avrebbe dovuto togliersi subito di dosso quel maledetto aggeggio,ad ogni costo!
Scavalcò il cadavere che giaceva sull’asfalto e montò rapidamente in macchina, accese il motore e si allontanò in tutta fretta: era inutile chiamare i soccorsi per il tossico, visto che non c’era più nulla da fare, ed era sicuramente più saggio evitare ogni coinvolgimento con la polizia, dato che nessuno avrebbe creduto ad una storia tanto assurda. E avrebbe desiderato poterci non credere anche lui.
Guidò il più velocemente possibile e appena arrivò a casa si fiondò a prendere la cassetta degli attrezzi che teneva nel ripostiglio; rovesciò il contenuto sul pavimento e prese quello che gli poteva servire: una tenaglia, il tronchese, il martello e un seghetto da ferro. Portò tutto in cucina e appoggiò gli attrezzi sul tavolo, poi si mise al lavoro. Afferrò il tronchese e cercò di tranciare il cinturino d’acciaio, ma per quanto sbuffasse e facesse forza non ottenne altro risultato che rovinare le lame e graffiarsi il polso, mentre il maledetto cinturino si era solo scalfito leggermente. Sempre più agitato utilizzò le tenaglie, senza risultato, poi passò al seghetto, ma riuscì solo a tagliarsi abbastanza seriamente e a spezzare la lama. Colto dalla disperazione afferrò il martello e iniziò a tempestare di colpi l’orologio; era talmente frenetico che non si accorse nemmeno del dolore che ogni martellata gli procurava. Alla fine, frustrato, scagliò contro il muro il martello, si prese la testa tra le mani e iniziò a singhiozzare.
< Voglio togliermi questo cazzo di orologio! Non ce la faccio più, non ce la faccio più!> Urlava.
Improvvisamente gli venne in mente Susan. Asciugandosi gli occhi sulla manica della camicia si diresse barcollando verso il telefono, afferrò la cornetta e compose il numero con l’indice che gli tremava per le fitte di dolore e per la tensione nervosa.
Al terzo squillo Susan rispose al telefono.
< Pronto Susan, sono Alex, devi aiutarmi! Sono in un grosso casino e non so a chi posso rivolgermi, sto venendo a casa tua. Aspettami!>
< Ma che cosa......> Susan non riuscì nemeno a terminare la frase, perchè Alex mise giù la cornetta senza nemmeno attendere una risposta.
Uscì di corsa senza neppure chiudere la porta di casa, montò in macchina e partì sgommando, pigiando sull’acceleratore.
Dopo venti minuti di guida spericolata e dopo aver commesso almeno una decina di gravi infrazioni al codice della strada inchiodò sotto il palazzo in cui abitava la sua fidanzata.
Si attaccò al citofono e, non appena gli aprì il portone, si precipitò nell’atrio e corse verso le scale; salì i gradini a tre a tre e si fermò solo quando si trovò davanti alla porta dell’appartamento. Martellò di pugni la porta come un forsennato e quando Susan andò ad aprire lui la fece quasi cadere precipitandosi all’interno dell’appartamento; aveva un aspetto orribile, con i vestiti strappati e sporchi, le mani incrostate di sangue secco e il viso stravolto.
Susan si spaventò nel vederlo ridotto in quello stato.
< Cristo, ma che cosa ti è successo amore? Hai avuto un’incidente? Dobbiamo andare subito al pronto soccorso, sei ferito!>
Alex però la zittì bruscamente e le rivolse uno sguardo che le diede i brividi: i suoi occhi sembravano quelli di un pazzo.
< Non ho bisogno di andare al pronto soccorso, cazzo! Sei tu quella che mi deve aiutare! Dammi una mano per togliermi di dosso questo fottuto orologio, prima che succeda qualcosa di terribile! Prendi una sega, un martello, tutto quel cazzo che riesci a trovare e vieni subito qui; dobbiamo distruggerlo!>
< Ma che cosa stai dicendo? Sei sicuro di stare be.....>
< Ti sembra che stia bene, porca puttana? No che non sto bene, devo assolutamente togliermi questo orologio prima di impazzire. Ha qualcosa......è maledetto! Da quando ce l’ho sono morte tre persone e può succedere ancora, in qualsiasi momento, basta solo che io lo pensi e qualcuno crepa! Adesso vuoi muoverti sì o no?>
Susan lo guardò con aria molto preoccupata: evidentemente aveva avuto un esaurimento nervoso e forse era anche un po’ colpa sua, che lo aveva trattato male per una sciocchezza. Gli si avvicinò e lo accarezzò dolcemente sulla guancia, chinandosi per baciarlo, ma lui si girò con un ringhio da cane randagio e si alzò dalla sedia sulla quale si era seduto e abbandonò la stanza, imboccando il corridoio che portava alle altre stanze. Lo sentì sbattere le porte e rovistare negli armadi e nei cassetti; avrebbe voluto scuoterlo e dirgli di calmarsi, ma era troppo spaventata dal suo atteggiamento.
< Dove sono gli attrezzi? Non c’è un cazzo di martello in questo appartamento di merda?> Urlò lui con voce disperata da una delle stanze.
Poi sfrecciò come un razzo verso la cucina e cominciò a rovesciare a terra piatti e posate, finchè con un ululato di gioia ritornò in salotto stringendo in mano un pestacarne e un lungo coltello da cucina.
< Cosa fai lì impalata come un fottuto spaventapasseri? Vieni a darmi una mano, porca troia!>
Come un automa Susan gli si avvicinò, mentre Alex appoggiava sul tavolino di mogano del salotto gli utensili.
< Che cosa vuoi fare?> Gli chiese.
< Secondo te? Aiutami a forzare questo maledetto cinturino, sbrigati!>
Con le mani tremanti la giovane prese in mano il coltello e inserì la punta tra le maglie del cinturino facendo leva per romperlo; nonostante i suoi sforzi però le maglie resistevano ostinatamente e alla fine, con un rumore secco, la lama del coltello si spezzò e la punta schizzò via come una scheggia di granata e le graffiò la guancia. Con un grido di dolore Susan lasciò cadere a terra il coltello ormai inutilizzabile e si portò la mano destra al viso, mentre alcune piccole gocce di sangue le rigavano la guancia delicata.
< Non fare la bambina, è solo un graffio. Te ne occuperai dopo che mi sarò tolto questo dannato affare!> L’apostrofò Alex, ormai fuori di sè.
< Finiscila con questa stupida storia!> Le urlò lei con le lacrime agli occhi. < Cosa ti sta succedendo? Non ti ho mai visto in questo stato prima! Pensi sempre solo a te stesso. Non mi importa niente di quel tuo schifoso orologio, arrangiati!>
< Ah si? Bene, se non vuoi aiutarmi fai pure! Non mi servi. Anzi, ti dirò di più, per me puoi andartene all’inferno!>
Aveva appena pronunciato quelle parole che avvertì la temuta vibrazione e vide che le lancette si stavano muovendo.
< No! Fermati, dannato stronzo!>
Afferrò il pestacarne e cominciò a colpire con tremenda violenza l’orologio, massacrandosi il polso e frantumando le ossa, ma il cronometro continuava imperterrito a ticchettare.
Terrorizzata, Susan cominciò lentamente ad arretrare, decisa a raggiungere la sua camera e a chiudervisi dentro; da lì avrebbe potuto telefonare alla polizia e chiedere aiuto, prima che fosse potuto accadere qualcosa di irreparabile. Un passo dopo l’altro si stava allontanando da Alex, ma improvvisamente appoggiò il piede sul manico del coltello e scivolò all’indietro: annaspò nell’aria cercando di aggrapparsi ad un invisibile appiglio e urtò violentemente con la nuca sullo spigolo del mobile sul quale era appoggiata la televisione. Alex udì distintamente il tonfo sordo della testa e vide la sua fidanzata crollare a terra senza un lamento, con gli occhi spalancati e la bocca tirata in una smorfia.
Urlò con tutto il fiato che aveva in gola e si gettò su di lei, ma non c’era più niente da fare e il suo corpo era ormai inerte come una bambola. Il cronometro aveva compiuto di nuovo il suo orrendo compito.
Alex si alzò e cominciò a camminare verso la cucina come un automa, con lo sguardo vitreo e mormorando parole di scusa alla fidanzata morta che ormai non lo poteva sentire; aprì uno dei pochi cassetti che non aveva devastato nella sua precedente ricerca ed estrasse un coltello per il pane, uno di quelli con la lama seghettata. Barcollando si avvicinò al lavello e con tutta la sua forza affondò la lama nell’avambraccio, segando con energia carne, muscoli, tendini e ossa. Dopo alcuni minuti la sua mano sinistra cadde con un tonfo nel lavello, con ancora attaccato quell’orologio infernale, mentre fiotti di sangue arterioso fuoriuscivano copiosi dal moncherino e imbrattavano i mobili e il pavimento. Pallido in volto per la tremenda emorragia e con il respiro che si faceva di attimo in attimo più debole, ma con un leggero sorriso che gli increspava le labbra, Alex si accasciò lentamente sul pavimento, con la schiena appoggiata alla gamba del tavolo da pranzo.
Era finalmente riuscito a liberarsi di quell’orologio.
Però quale prezzo aveva dovuto pagare.
MZ 23/1/2006