Il mio cinquantesimo compleanno
(Ernesto de Luca)
Per tutto il giorno Pasquale Bisonte si sentì
un uomo diverso, felice e entusiasta come mai da vent’anni a quella parte.
Un pensiero fisso si era conficcato come un chiodo nel suo tessuto
connettivo.
Quella mattina, mentre si recava al lavoro con la sua Fiat uno rossa
decappottabile, aveva notato una presenza divina camminare avanti e indietro
nel vialetto alberato di olmi che circondava il capannone prefabbricato
della ditta “Edilia 2000”, dove da vent’anni lavorava come metalmeccanico
specializzato.
Era la prima volta che la vedeva da quelle parti, dove di solito battevano
solo nigeriane appestate e malinconiche. Giunto davanti al cancello
d’ingresso, aveva parcheggiato l’auto nel piazzale antistante, e nel breve
tragitto a piedi che lo separava da un’altra giornata di duro lavoro, se
l’era scannerizzata con gli occhi da capo a piedi, e l’aveva allocata in
qualche kilobyte libero del suo cervello.
- Questa sarà sicuramente moldava o ucraina – pensò - e guarda come
assomiglia a Sandrocchia mia!–
Sandra Milo, l’ironica e disinibita femme fatale di Fellini, incarnava il
suo immaginario erotico, e nell’armadietto in fabbrica aveva anche una sua
foto in bianco e nero ai tempi in cui era giovane.
Man mano che i suoi occhi scorrevano su di lei ne gustava i particolari: il
pellicciotto bianco che l’avvolgeva come un uccellino, una minigonna di tela
lucida e viola stile “pretty woman”, e un paio di calze a rete nere che
imprigionavano due cosce sode e lunghe come due autostrade che svettavano
verso promontori giunonici.
Dopo quell’incontro si era rintanato in officina, una scatola grigia di
cemento a vista che sembrava un girone di lussuriosi, con le pareti
addobbate di calendari Pirelli e chiavi inglesi. Nell'aria però, percepiva
il richiamo ipnotico e ammaliante di quella sirena, e la sua immagine gli si
appiccicava davanti agli occhi nei momenti più strani. Perfino quel cesso di
Daniela Zampini, la ragioniera della ditta, aveva preso le sue sembianze.
- Pasquale, ricordati di chiudere bene il gabbiotto degli attrezzi quando
vai via. Abbiamo già subito due furti a causa tua - gli aveva ringhiato
contro come una iena. Lui si era girato, e invece di trovarsi di fronte
quella mongolfiera della Zampini, col viso infestato da brufoli pustolosi,
aveva visto lei, la biondona del viale, con la sua fronte alta e spaziosa,
col suo nasino appuntito, con quegli occhi allungati color ghiaccio e con
quei labbroni rossi e morbidi, che gli sussurravano provocanti: - Pasquale,
ti prego, ricordati di chiudere il gabbiotto e poi corri qui da me a farti
massaggiare quei muscoloni doloranti. So io quello che ci vuole per un vero
uomo come te…-
La situazione era veramente grave.
Quando ripensava al fugace incontro di quella mattina, cadeva in una catarsi
irreversibile e i colleghi si divertivano un casino a prenderlo per il culo
nel vederlo inebetito con lo sguardo perso nel vuoto.
- Toc toc, c’è qualcuno in casa? – fece una voce alle sue spalle.
- Se non ti dai una mossa fratello mio, qui finisce che ce ne andiamo
domani, e io c’ho da fare oggi. Appena finisco ti do una mano, ok? –
Quella voce aveva un nome e un cognome: Achille Facchini. Il suo migliore
amico, forse l’unico.
Achille era stato assunto come fresatore insieme a Pasquale, ed era l’unico
quel giorno che si sforzava di non trattarlo come un povero cerebroleso.
“Grazie Achille, hai ragione!”, gli rispose Pasquale
Tutti in azienda si erano accorti di quel suo stato di totale
rincoglionimento, pure Guglielmo Palazzotti, il titolare.
Guglielmo Palazzotti, 45 anni e una laurea alla Bocconi, aveva ereditato la
ditta “Edilia 2000” da suo padre Fausto, ex operaio, che l’aveva creata dal
nulla e che in pochi anni era arrivata a contare circa quaranta operai. E
così, morto il padre, si era ritrovato nelle mani un piccolo tesoro che
stava provvedendo ad accrescere grazie alle sue competenze di manager
bocconiano.
Palazzotti sapeva come far funzionare al meglio la sua azienda, come
massimizzarne i profitti, e cioè fottendosene altamente dei diritti dei suoi
lavoratori, che costringeva a straordinari massacranti e soprattutto non
pagati, al grido di: “se non vi conviene, l’uscita la sapete”.
Ed eccolo ora, era proprio lì, di fronte a lui.
- Bisonte, in quale cazzo di pianeta hai traslocato con la testa oggi? – gli
ruggì contro vedendolo in quello stato catatonico - Per domani dobbiamo
terminare la commessa FIAT, chiaro? –.
Pasquale aveva annuito con un cenno timido del capo, pur sapendo che non ce
l’avrebbe fatta a finire, e che sarebbe stato costretto a qualche ora di
straordinario fuori programma.
- Ma che palle, è sempre la stessa storia! Ora basta però, oggi ti fotto io
mio caro Palazzotti – pensò.
Quello non era un giorno qualunque, aveva una missione da compiere, e non
poteva ritardare e rischiare così di non rivedere più la biondona dell’est.
Perdere quell’occasione poteva significare non averne un’altra.
E poi, il giorno seguente sarebbe stato il suo cinquantesimo compleanno,
quindi doveva festeggiare. Ma soprattutto era una questione di rispetto.
Si, proprio così, di rispetto verso il proprio attrezzo, che ormai non
utilizzava praticamente più se non per andare in bagno.
Madre natura gli aveva dato un corpo e lui doveva averne rispetto, non
poteva trascurare quell’animale che gli pulsava tra le gambe, e che alla
vista di quel bendidio si era risvegliato da un lungo letargo per reclamare
i propri diritti.
L’ultimo dei suoi propositi quel giorno era di uscire tardi da lavoro, e di
ritornarsene a casa stanco morto.
Già si immaginava la scena: lui entrava in casa e sua moglie Carla era lì,
in cucina, intenta a gustarsi la sua telenovela brasiliana preferita con la
faccia appiccicata allo schermo del televisore per via della miopia, vestita
con la sua orrenda vestaglia marrone e con i soliti bigodini in testa che la
facevano assomigliare più a un porcospino che a una donna.
- Eh no signori miei, stasera il sottoscritto merita di più. Basta solo
lavoro, casa e televisione. Qui mi ci vuole proprio una bella scopata, alla
grande. Voglio che il pisello mi si rizzi come a vent’anni, voglio stringere
ancora carne fresca tra le mani e dimostrare a me stesso di avere ancora
qualche cartuccia da sparare. Quello che devo fare è semplice: me ne vado in
bagno un po’ prima della fine del turno, e aspetto che tutti se ne vadano
via, compreso Palazzotti. Esco dal bagno, firmo il registro delle presenze e
via di corsa nel parcheggio. Domani mi inventerò una scusa, che ne so, che
mi sono sentito male all’improvviso e finisco quello che mi rimane da finire
della commessa. Tutto qui. Palazzotti si incazzerà come una bestia lo so, ma
quand’è che non si incazza quello-
Ore 16:25 (5 minuti prima della fine del turno)
I bagni erano lì, a pochi passi dalla sua postazione. Pasquale li osservava
con la stessa intensità e la stessa tensione muscolare di un gatto prima di
avvinghiare un topo. Gettò uno sguardo repentino nei paraggi ed ebbe la
conferma che nessuno faceva caso a lui; ecco, era quello il momento giusto.
Si alzò e sgattaiolò nell’ultimo bagno cercando di non fare alcun rumore.
Entrò, si sedette sulla tazza del water e cominciò a contare i minuti che lo
separavano dalla fine del turno pomeridiano. Non si era mai soffermato a
pensare a quanto potesse essere lungo un minuto, lo aveva sempre considerato
un rapido scorrere di secondi e ora invece gli sembrava interminabile.
Posò lo sguardo sulle mattonelle rosa a fiori che ricoprivano le pareti di
quel buco dove si era rinchiuso, e notò che erano molto simili a quelle che
sua moglie Carla aveva scelto per il loro bagno di casa, così, come
trascinate da quella considerazione, passarono davanti ai suoi occhi le
istantanee della loro vita insieme.
Tutto ebbe inizio in parrocchia, agli incontri del sabato dei “Giovani
dell’Azione Cattolica”.
Nel paesino di provincia dove vivevano, quello era l’unico posto in cui un
ragazzo e una ragazza avrebbero potuto incontrarsi per stare insieme e
parlare un po’ senza che le malelingue mormorassero sul loro conto. E così,
giorno dopo giorno, tra un “padre nostro” e “un’ave maria”, si erano
innamorati. A lei piaceva molto quel suo modo un po’ scanzonato di
comportarsi, quella sua allegria contagiosa e quel modo un po’ ribelle di
affrontare la vita.
Anche lui era innamorato di lei, o meglio, non di lei come persona, che a
dire il vero non era un granché neanche da giovane sia per intelligenza che
per bellezza, ma di una parte del suo corpo, l’unica degna di nota. Si,
perché Carla aveva due belle tettone grosse, di quelle con l’areola larga e
i capezzoli duri e turgidi che potevano tranquillamente essere usati come
appendiabiti. Lei sapeva di quel suo amore sviscerato, e per tenerselo
stretto e convincerlo a farsi sposare, non gliele aveva fatte mai né vedere
né toccare.
E così, stufo di quel suo amore solamente platonico, si decise a chiedere la
sua mano.
Successe una sera d’estate, al ristorante “Da Nino” che si trovava nella
piazza principale del paese. Mentre ballavano “Una rotonda sul mare” di Fred
Buongusto, lui la strinse a sé, e la pressione di quei due grossi meloni sul
suo petto lo incoraggiò a proferire le paroline magiche: “Vuoi sposarmi
Carla?”.
La prima notte di nozze fu qualcosa di altamente animalesco e immorale.
Riservò alle tette di Carla le sue fantasie più perverse e nascoste in
chissà quale angolino del suo subconscio froidiano: la piegò con forza a
quattro zampe e cominciò a galopparla come una furia, come un fantino al
palio di Siena che spinge il suo cavallo alla vittoria, come un assetato in
un deserto che intravede un’oasi d’acqua, e ci si lancia dentro senza alcun
pudore. Finché non sentì un brivido istantaneo e intenso prendere vita da un
punto indefinito del suo cervello; lo sentì propagarsi come una scossa
elettrica lungo la schiena e scorrere come un fiume in piena fino alla foce
del suo corpo involontariamente contratto in una smorfia di piacere.
Ma da quel brivido non nacque mai alcun figlio, perché Pasquale non poteva
averne.
Lo spermiogramma aveva parlato chiaro più di una volta: oligospermia e
astenospermia dovute a un varicocele trascurato. Uguale a sterilità.
In parole povere i suoi spermatozoi erano pochi e pure poco veloci.
Insieme a Carla erano stati pure a San Giovanni Rotondo per chiedere una
grazia a Padre Pio, ma era stato tutto inutile. Quel figlio che tanto
avevano desiderato non arrivò mai.
Lui avrebbe voluto una femminuccia e lei un maschietto. A volte si fermava a
pensare a che cosa si provasse a cullare il proprio figlio e a cambiargli i
pannolini, vederlo crescere giorno dopo giorno, vederlo studiare e
laurearsi, vederlo soffrire per amore o per il tradimento di un amico e non
poter far niente perché la vita, e questo lui lo sapeva bene, era dura e
spietata e riesce a stenderti se vuole, bisogna solo imparare ad assorbire i
colpi senza andare giù.
A volte, di sera, mentre era davanti alla televisione, una figlia
immaginaria lo chiamava e lo avvertiva: - Papà io sto uscendo, stasera
rientro più tardi, ma stai tranquillo ok? – e lui tutto fiero di lei le
rispondeva – Ok stellina, ma tieni il cellulare sempre acceso, non farmi
preoccupare -
Un rumore secco, una porta sbattuta. Ecco di nuovo le mattonelle rosa del
bagno davanti ai suoi occhi.
Cercò di scatto il polso destro, e l’orologio lo avvertì che il turno era
finito da un bel po’.
Allungò come uno struzzo la testa fuori dalla porta del bagno, e dopo
essersi assicurato che non c’era anima viva in giro, si avviò con passo
felino verso il box grigio dov’era il registro delle presenze. Era quasi
fatta. Doveva solo firmare quel cazzo di registro con la copertina grigia
insudiciata di grasso e il gioco era fatto. Sarebbe scappato dall’uscita di
emergenza fino al parcheggio esterno dove aveva parcheggiato il suo bolide.
Il cuore cominciò a pompargli più forte in petto e le gambe a tremargli come
se camminasse su due trampoli. Superò di scatto l’ingresso del box. Ecco il
registro!
Era proprio lì, sul tavolino in ferro arrugginito aderente alla parete alla
sua destra. Lo aprì e con gli occhi cercò la voce “ORARIO DI USCITA”. Prese
la bic nera poggiata accanto al registro e……
- Oaugh oaugh -
Quella tosse forzata proveniva dalle sue spalle e allora Pasquale capì
tutto.
Capì che in quel momento il caso, il destino, la sfiga e chi più ne ha più
ne metta, si erano alleati contro di lui. Si voltò, e a un metro dalla sua
faccia trovò quella di Palazzotti, rossiccia e tesa come la tela di un
quadro. Il suo sguardo fisso su di lui come un autoritratto, gli occhi
sgranati che mostravano due pupille dilatate come quelle di un toro di
Pamplona prima di infilzare le corna nel culo del turista di turno.
- Bisonte, e tu che ci fai qui? – gli chiese con un ghigno ironico.
- Io….beh…io veramente stavo andando via – sbiascicò Pasquale, tremante come
una foglia al vento.
- E perché non ti ho visto uscire con tutti gli altri, eh? -
- Beh…ecco….vede signor Palazzotti, ero al bagno che vomitavo, non….non mi
sono sentito bene – rispose con tono incerto, lasciando intuire che quella
era stata la prima scusa che gli era passata per la testa.
- Bene, bene – sembrò dire Palazzotti con tono accomodante.
Con tre passi lenti il toro gli si avvicinò a dieci centimetri dal naso.
- Ora ascoltami bene, verme schifoso! – gli abbaiò contro, mentre dalle
narici gli colava sul labbro superiore un filetto di muco biancastro – se
c’è una cosa a questo mondo che non tollero, è che un mio operaio provi a
prendermi per il culo. Tu questo lo sai, non è vero? –
Quell’espressione inferocita Pasquale la conosceva bene. Era quella del
sergente Hartman in “Full Metal Jacket”, il suo film preferito.
- Oggi però Bisonte voglio essere misericordioso con te. Ho deciso di darti
cinque secondi, cinque f-o-t-t-u-t-i secondi per tornare al tuo posto e
completare quello che c’è da fare per domani, altrimenti quant’è vero Iddio
ti stacco la testa dal collo a morsi, chiaro? –
Ma come poteva trattarlo così? Un vero mulo da fatica come lui, che si era
guadagnato il titolo di “Stakanov l’emiliano” alla Festa dell’Unità di
Modena, rispondendo bene a dieci domande sulle catene di montaggio.
Lui che aveva lavorato in quella fogna d’officina per vent’anni senza mai
ribellarsi alle sue carognate.
E allora perché ribellarsi ora? Non ne valeva la pena. Aveva cinquant’anni e
a quell’età non avrebbe più trovato un altro lavoro; quel misero stipendio
di mille euro al mese gli serviva maledettamente, e farsi licenziare avrebbe
significato sentirsi per sempre una nullità agli occhi di sua moglie.
- Che uomo è uno che non porta il pane a casa –
Ma quella che ora stava combattendo occhi negli occhi non era una guerra
personale.
Era qualcosa di più, e questa consapevolezza si stava facendo strada nella
sua testa. Era la guerra che ogni giorno, in ogni parte del mondo, si
combatte tra bene e male, tra proletariato e borghesia, tra chi ha tutto e
chi ha niente, tra giustizia e ingiustizia, tra guardia e ladro.
Ora gli era tutto chiaro. Qualche lacrima, liquida e casuale, cominciò a
rigargli il viso incavato e barbuto come un ruscello d’acqua che scorre sul
dorso di un prato incolto, mischiandosi alle goccioline di sudore che dalla
fronte gli scendevano sugli occhi.
Alzò lo sguardo verso la lampada al neon, che dal soffitto continuava a
sputare una luce incerta e bluastra su quella scenetta desolante. La mano
destra stringeva ancora la penna bic nera.
Lo sguardo spento e annebbiato dalla luce del neon si posò sull’aguzzino di
fronte a lui, inquadrandone prima gli occhi sgranati, poi la bocca sbavata
di rabbia, e infine le pieghe del collo. Proprio lì, in quel punto si
focalizzò la sua attenzione.
E tutto accadde nel lampo di un attimo, come sempre in questi casi. Un
impulso bieco e irrefrenabile parte dal cervello e tutt’intorno diventa
sfumato e indistinguibile.
E intanto quell’impulso si è propagato attraverso le braccia fino alle mani,
che se sono vuote, raramente uccidono. Ma non fu quello il caso.
La penna bic si conficcò come un missile intelligente nella carotide di
Palazzotti, e zampilli di sangue rosso vivo cominciarono a schizzare ovunque
come proiettili infuocati, mentre Palazzotti crollava a terra razzolando
come un pollo a cui hanno staccato la testa.
- E ora vammi a licenziare stronzo! –
Una lingua di catrame grigio e pieno di buche grandi come crateri si
stendeva davanti alla Fiat uno rossa. Tutt’intorno al viale la campagna
imbrunita allagava il paesaggio disseminandolo di sterpaglia abbrustolita,
frigoriferi abbandonati e casolari in muratura pericolanti.
Il vento, caldo e impetuoso, inarcava le cime spoglie degli alberi e
trascinava in alto le buste azzurrine dei rifiuti posati a terra accanto ai
cassonetti traboccanti e sventrati dai cani randagi.
Come un ghepardo affamato, Pasquale si aggirava in quella savana in cerca
della sua preda, gettando lo sguardo su qualsiasi cosa potesse dargli un
indizio della sua presenza, ma niente, di Sandrocchia nemmeno l’ombra.
- Lo sapevo, è andata via, porco D….Dinci – gridò, tirando un pugno contro
il volante – e ora?-
Accostò sulla sinistra, e si accorse che da quel lato del viale partiva un
piccolo sentiero in terra battuta che si incuneava tra gli arbusti. Se il
ricordo non lo tradiva, quel sentiero portava al vicino canale di scolo
delle fabbriche della zona.
Scese dall’auto, e schermandosi gli occhi con la mano, intravide alla fine
di quel viottolo sterrato una Lancia Prisma, parcheggiata davanti a un
casolare col tetto sfondato.
- Secondo me sei lì dentro, non mi sfuggi! –
La guerra stava per iniziare. Col fucile carico tra le gambe, e il cuore a
diecimila, si inerpicò come un vietcong per quel sentiero angusto.
Ma più avanzava e più sentiva provenire da quel casolare lamenti belanti e
suoni distorti, finché, alla fine del sentiero, quei lamenti divennero vere
e proprie grida d’aiuto lanciate da una voce femminile, e soffocate dai
bassi di una musica assordante che usciva dai finestrini.
- No… prego…no….no……basta…….aiuto!!-
- Ma che diavolo succede lì dentro – pensò, gettandosi dietro un cespuglio
per paura di essere visto. Fece due passi indietro come se dalla macchina
lasciata nel viale qualcuno lo stesse tirando indietro con una corda.
- E ora che faccio? Non posso andarmene. Lì dentro c’è qualcuno che chiede
aiuto, maledizione!- pensò con la testa tra le mani intente ad asciugare il
sudore che gli colava sulla fronte.
- Devo andare a vedere quello che sta succedendo lì dentro -
Si stese pancia a terra e come una tartaruga marina arrancò fino alla parete
del casolare. Si alzò lento, mantenendo la schiena aderente al muro, e senza
fare il minimo rumore sbirciò dalla finestrella coi vetri spaccati che era
lì alla sua sinistra.
Di fronte a quella scena, i bulbi oculari per poco non gli schizzarono fuori
dalle orbite.
- Mio Dio, non è possibile! - disse, portandosi le mani al volto mentre
riscendeva a terra aderente al muro. Un flusso di succhi gastrici cominciò a
risalirgli l’esofago fino alla bocca, trattenuto solo dalla paura di essere
scoperto.
Sandra era lì, nuda e chinata su un tavolino in legno scheggiato e
impolverato, con le mani legate a due funi che partivano dal muro e che le
stiracchiavano il busto in avanti, con le cosce divaricate e le caviglie
allacciate ai piedi del tavolino. Dalla tempia sgorgava un rigagnolo di
sangue che le impiastricciava le ciglia.
In piedi, dietro di lei, c’era Achille Facchini, nudo e con quel becco di
carne stretto nella mano sinistra, intento a ispezionare con le dita
dell’altra mano il corpo inerme di Sandra. Sul viso, l’espressione tesa di
un picchio prima di spaccare la corteccia di un albero.
- Stà calma bellezza, vedrai come ti piacerà -
Dalle mura della stanza l’intonaco cadeva a pezzi, e il pavimento era un
cumulo di calcinacci e barattoli di vernice vuoti. In un angolo della stanza
c’era una bombola del gas arrugginita, e appesa alla porta di ingresso, una
vecchia falce col manico in legno.
Pasquale sentì la pena per quella creatura occludergli ogni poro della
pelle; si sentì annegare in quel lago di miseria di cui era testimone.
Cominciò ad avvertire un bisogno vitale di respirare, il sangue gli pulsava
in fronte come se il cuore si fosse trasferito lì, e le mani cominciarono a
vibrare come corde di chitarra.
- Non posso permettere che accada una cosa del genere, non posso
maledizione! – si ripeteva serrando le mascelle e stringendo i pugni finché
le nocche non divennero di un colore bianco avorio.
Strisciando per terra come una biscia arrivò all’ingresso sull’altro lato
del casolare. Si alzò in piedi e intravide la falce appesa al muro. Con uno
scatto felino la afferrò, e col coraggio di un samurai si diresse in
direzione di Facchini.
- LASCIALAAAA PORCOOOO!! –
- AAAHHHHHHH……. -
La lama entrò nel fianco di Facchini senza il minimo ostacolo, come se
avesse attraversato un pezzo di burro rosso che a contatto con la lama era
diventato liquido e denso.
Dopo l’attacco fulmineo, Pasquale mollò il manico e indietreggiò di qualche
passo. Davanti a lui, un corpo tremante e boccheggiante muoveva passi lenti
e vomitava sangue misto a saliva. Mentre le sue mani cercavano di estrarre
quell’arnese penzolante dal fianco, Facchini cadde a terra, inciampando in
un mucchio di calcinacci, e rimase lì, a soffocare tra i suoi rantoli.
Pasquale si avvicinò al tavolo dov’era incatenata Sandra, e cominciò a
slegarle i lacci ai polsi e alle caviglie.
- Dobbiamo andarcene da qui –, le disse.
Appena si alzò da quel tavolo delle torture, Sandra si agganciò al suo
collo.
- Ora non piangere più, è tutto finito - la consolò, asciugandole le lacrime
col bordo della tuta da lavoro.
E insieme si avviarono barcollando verso l’uscita.