L’AUDA

(Tommaso Chimenti)

 

La strada era liscia e l’asfalto sembrava sorridermi. Nuovo di pacca, uscito ora ancora caldo dalla betoniera, nero come la pece, m’invitava ad accelerare. Le gomme frusciavano via tranquille ed era un piacere sfiorare lo sterzo morbido della mia nuova Audi A3 grigio metallizzata con gli interni in pelle Vienna. “Un passo più avanti” era un bellissimo slogan. Adoravo quell’auto. La radio stava passando un pezzo hip hop, roba da duri del Bronx, roba pesante da alzare i bassi e via a manetta. Il braccio sinistro fuori dal finestrino, la camicia a quadretti bianca e celeste arrotolata alle maniche, l’abbronzatura domenicale, cotto sulla spiaggia come merluzzo a seccare. Stavo andando a prendere Laura. Un giorno come un altro, anzi un giorno splendido, addirittura sarei arrivato in anticipo. Avrei squillato sul suo cellulare, avrei atteso quei dieci minuti buoni, mi sarei massaggiato il gel ancora fresco in mezzo ai capelli, avrei controllato la stempiatura e mi sarei detto che poi non andava così male, avrei picchiettato sul volante il ritmo della mia radio preferita. Alle sette di sera passava il mio programma. Tu chiamavi e loro ti mettevano le canzoni. Niente filtri, tutta diretta, zero chiacchiere e convenevoli da logorroici dee jay di provincia che vogliono camuffare l’accento con una dizione rabberciata per avere quel tocco nazional popolare. Occhiali da sole. Un po’ di barba che a Laura piaceva anche se “dai che mi graffi” ormai era un dolce ritornello che transitava all’altezza del collo. Il pezzo U.s.a. stava ansimando le sue ultime battute e con l’indice ero già partito a caccia di un’altra hit del momento. La città era piena di persone e fiori, i colori vivi. Con l’allegria ed il buonumore tutto sembrava migliore, anche lo stesso schifo grigio dove abiti da quarant’anni a questa parte. Ma quello era. E se era un buco putrido allora ero un topo di fogna che rantolava nell’immondizia giorno dopo giorno. Non volevo dirmelo. Avevo la mia casa da single, il mio lavoro sicuro, anche se non così esaltante, la mia Laura, la mia Audi. Amavo quella donna, amavo quella macchina. Ci eravamo conosciuti proprio dal concessionario due anni prima. Lei era con il vecchio fidanzato, io solo con la mia cintura di pitone e l’infradito di cuoio. Faceva caldo. Era appena arrivato maggio e già l’aria era frizzante di allergia, di novità, di api e polline. I tigli nevicavano i loro spermatozoi vegetali. Tutti in faccia a me però. Loro erano in crisi nera, si vedeva da lontano. Di quelli che non hanno più nulla da dirsi ed allora si sentono in dovere di fare tutte le cose insieme per trovare appigli e  cose in comune. La noia era il loro fondo tinta. Non che io stessi meglio. Almeno ero solo e non gettavo in faccia all’altro le mie annoiate occhiaie, il mio disprezzo celato da un sorriso di compiacimento. Una cravatta nuova, un profumo nuovo, una macchina nuova. E giù progetti su dove sarebbero potuti andare con quella fiammante Audi A6, una berlina con gli interni in pelle color Volterra. Ma dove volevano andare. Erano al capolinea da anni. La parola fine era scritta nei titoli di coda come nei vecchi film della Paramounth. Era chiaro: stava aspettando me. La mia Audi era lì in vetrina. Brillò di felicità al vedermi varcare la soglia d’aria condizionata. Laura si stava tirando i capelli dietro le orecchie in un gesto che mi faceva impazzire. Sembrava quasi un invito a mordere come vampiro, un’apertura segreta che solo alcuni sanno cogliere. Si rassettava i ciuffi nocciola con quel caschetto fin sulle spalle nel suo vestitino di cotone. Era senza calze. Bellissima. Accanto all’Audi. Bellissima. Pensai che avrei voluto il pacchetto completo. Parlare con il concessionario e portarmi via donna e motori. “Solo gioie grazie”, avrei specificato. Si voltò con fare da bambina, con il piedino storto a puntellarsi ad un terreno che le scivolava da sotto le scarpe bianche da ginnastica in piedini minuscoli da geisha. Sarà stato il sole che in quell’attimo mi colpì, sarà stata la noia mortale del Mario di turno accanto a lei che le spiegava di pistoni e turbine. Sarà stato il caso o il mio sorriso. Mi spacciai per il commesso del grande negozio a vetrate. A passi decisi, camicia senza cravatta, scarpe in cuoio, e completo grigio scuro. Facevo la mia porca figura. Avevo l’ego alle stelle. Sarebbe stato divertente accalappiare la donna di un altro proprio sotto il suo naso. Divertente. E pericoloso. Ma comunque divertente. “Buongiorno” accennai allungandomi verso quelle mille lentiggini che le tamburellavano gli zigomi. Da lontano non le avevo proprio notate. Da vicino era ancora più bella. Sembrava che un picchio con la punta del becco intinta nell’inchiostro si fosse dilettato a disegnare un incomprensibile ventaglio tra naso e guance. Incomprensibile ma splendido. Avrà avuto si e no trentacinque anni, ma li portava come una bambina porta a spasso al parco il suo bambolotto dentro il passeggino finto. Mi aveva visto entrare e fin dal primo momento si era accorta che ero un cliente. Il Mario ordinario invece, tutto intento a capire la velocità massima e quanto avrebbe potuto ammortizzare sull’Iva, non si era accorto che l’aveva già persa. Era questione di attimi. 3, 2, 1. Passai la mano anche allo sventurato. “Questa non è la macchina che fa per voi” esordii senza mezze misure lisciandomi i capelli. Alla Sgarbi. “Per lei ci vuole un modello più piccolo, da single, che so la A2”, lo dissi serio e professionale. “Mi scusi stiamo cercando qualcosa per noi due ed abbiamo intenzione di allargare la famiglia”. Intanto la lentiggine con le gambe bianche rideva con la mano sulla bocca come un quadro parigino. Le mancava un cappello calzato sulla testa e sarebbe stata da mordere come cioccolata fondente. “Famiglia? Ho sentito bene? Stiamo parlando di pargoli, bebè, passeggini, latte, baby sitter, vacanze programmate, mille giocattoli sparsi in salotto, vomito in auto, piagnistei? Ho capito bene?”. Il Mario comune guardò quel vestito a fiori sempre meno suo. “Ma lei chi è? Che cosa vuole da noi?” accigliato come Holyfield. “Il cliente prima di tutto. Capire chi hai di fronte, le sue reali necessità, sono le prime accortezze di questo mestiere, è l’abc del venditore. Lei che lavoro fa? No, non me lo dica non mi interessa. Ritorniamo a voi. La signora, si vede, non la sta seguendo nei suoi vaneggiamenti di viaggi e spostamenti. Lei invece, signor Nessuno, cerca la fuga, l’evasione, ma non è capace di dirlo alla donna che un tempo amava, per solitudine, per inerzia, per gli sbadigli da scambiarsi e condividere sul divano la domenica sera, attendendo voraci e carnivori altri lunedì per spezzare la monotonia delle pantofole e del telecomando, del calcio e del dvd, del “dovresti bere meno” e del “quando andiamo a trovare tua madre”?”. Lei era sempre più affascinata, fasciata in un tutù di sorrisi. Mi guardava fisso la bocca e chissà che cosa immaginava. Forse non soltanto parole. Lui sembrava più deluso che arrabbiato. Lo avevano scoperto, avevano scoperchiato il vasino di Pandora ed era inutile prendersela con uno sconosciuto che aveva centrato l’obiettivo guardandoli di profilo davanti ad un cofano aperto, a bulloni luccicanti, a viti e tubi che ancora profumavano di officina tedesca. “Lei è un pazzo” seppe soltanto dire. “Si, di lei” indicando l’A4, che non mi sarei potuto permettere, e quelle ginocchia appena abbozzate sopra due caviglie leggere da Barby. “Non è in vendita” grugnì sprezzante come solo un uomo può essere in quei casi. “Nessuno ha detto che la volevo comprare, così sta offendendo la sua compagna, o ex, come devo chiamarla?” stavo giocando al gatto con il topo, era in trappola, si era infangato da solo, e non era solo melma ma vere e proprie sabbie mobili. Merda. Ecco si, proprio merda. E fino al collo. “Ma Laura io…”. “Ah si chiama Laura, piacere Sandro” allungandole il mio biglietto da visita. Lui aveva cercato di strattonarla e così si era definitivamente tagliato le gambe da solo. Ma erano ricordi che piacevolmente ripassavo a memoria per dare lustro al mio fascino latino. Un semaforo, un altro. Potevo attendere, io avevo Laura. L’avevo conquistata, presa. Era mia. Una splendida donna in una splendida macchina. Che cosa avrei voluto di più. Innamorato e felice, avevo tutto quello che un uomo poteva desiderare. Arrivai sotto il suo portone mentre Sting, con meno soldi e più capelli, su Radio Nostalgia sparava la sua “Bring on the night”. Scese nei suoi trentasei anni di luce, i capelli lisci sulle spalle. Jeans schiariti e maglietta rosa. Borsa in tinta. Non era ancora salita in macchina del tutto. “Che musica eh?” quasi schifata. Stavo per rispondere già con un po’ meno allegria rispetto al mio viaggio solitario. Cercava lo scontro. “Ieri ho rivisto Mario, si è comprato l’Audi TT Roadster”. Come dice la pubblicità tra cielo e terra. Non potevo competere. Laura correva come Lauda da un’Audi all’altra. Capii che era finita. Peccato non poter essere più il commesso del concessionario. Anche soltanto per un’ultima volta. Accelerai.