FIESTA
(Tommaso Chimenti)
Era la festa della sua migliore amica dai tempi del Liceo. Scientifico ovviamente. Lei stava lì sulla porta con il suo abito da sera nero con lo spacco sulla schiena giù fino al culo. Come la cordigliera delle Ande cilene che si butta a capo fitto nell’Oceano. L’oceano era il suo culo. Enorme. Attendeva tutti sul portone verde stile inglese, di quelli con il pomello che tanto faceva Mary Poppins. Nel suo caso Mary Pompins.
Aveva una voce stridula ed acida che evidenziava le migliori caratteristiche della sua personalità. I suoi pregi erano la durezza, la maleducazione e l’essere viscida. Parlava alle spalle, le piaceva, per mancanza di argomenti, mettere la gente contro, per poi fare da paciere, o almeno dare a vedere che si era prodigata ed aveva fatto di tutto per ricomporre lo strappo ma che, se proprio non si poteva sanare lo screzio, lei poteva essere la migliore amica di entrambi i contendenti. Era patologica e con un padre sardo. Un muratore che era salito nel Continente, quanto mi faceva spisciare addosso dalle risate questa espressione provinciale, con le vere pezze al culo e non aveva trovato niente di meglio che fare due figli con una portaerei balenottera con la permanente e schiaffarsi bello comodo nelle bianche case popolari. Giocava ai cavalli, beveva.
Ci credo che la moglie, dopo la separazione, si sia convertita al lesbismo. Per intanto la figlia, proprio nel periodo del divorzio, era la mia prima fidanzata. Quella che ha generato il mio sano odio per l’ingentil sesso. Che mi ha rotto irrimediabilmente il cuore e le palle. Ci accolse con il suo sorriso finto ed il naso aquilino che pendeva magicamente come bargigli di tacchino sull’ingresso della bocca, quasi a volere tappare quella fogna dalle prossime, e sicure, banalità.
Ci strappò di mano l’Havana Club ed il boccione di Coca Cola che Lebowsky si era affrettato ad acquistare all’Ipercoop. Lebo, Tattoo per gli amici, ma non ne aveva neanche uno sul corpo, aspettava con ansia questa libera uscita da moglie e due figlie. Quarantacinque anni, amanti sparse, pochi capelli, posizionati a caso un po’ come le donne della sua vita, cintura nera di judo e tanta voglia di. Intanto Sandro era già scoglionato all’idea di entrare in quel posto dove tutti si divertivano e sorridevano e magari rimorchiavano o si scambiavano i numeri di cellulari.
Ripeteva tra sé e sé: “Mi piacerebbe farmi saltare in aria”, pausa, “Si, si, proprio qui”. Oppure cambiava versione: “Questi fighetti di merda. Boom, e tutti giù per terra”. Si era presentato con le occhiaie, il capello a skin head ed una felpazza. Intorno aveva soltanto giacche e camicie. E grandi tope roteavano. La musica era la stessa che ci sciroppavamo da quindici anni a questa parte. Continuavano a chiamarla “Revival anni ‘80”, ma ormai era preistoria.
Ancheggiavo, mi dimenavo, tentavo di sudare, ma proprio quella sera non mi veniva bene niente, neanche i miei pori se la sentivano di aprirsi e di far fuoriuscire qualcosa di degno. Da un pacchetto di Diana Blu messo sopra l’armadio nella sala da pranzo presi una sigaretta. Alle feste se c’è un armadio vintage, sopra si trova sempre un pacchetto stracolmo che un furbone ha messo lì pensando che così non avrebbe dovuto finanziare di cancro e tabacco l’intera comitiva di scrocconi.
Le grandi porte finestre davano su un giardino comunale immenso, verde e con alcune statue ai lati. Davanti si ergeva la villa che una fantomatica università americana aveva comprato a suon di dollari da noi poveri pezzenti italiani. “Scusami, ho un’immagine di te che parli del Perù”, dissi mentre boccheggiavo la mia light ad un tipo sulla mia destra che mi sembrava di aver ripescato dentro la scatola dei ricordi.
“Scienze Politiche, anni ‘90”, aggiunsi, mentre il tipo con due ciuffoni laterali sulle tempie ed un sorriso dapaura pensava già ad un assalto alla diligenza, insomma che lo volessi imbroccare di brutto. “Si, si”, si dondolava in avanti come un’altalena senza bambine, un po’ molle, un po’ floscio, con il mento sporgente e la barbetta curata di quattro giorni. Forse qualche canna di troppo lo facevano sorridere in un’espressione a cinquantotto denti che lo faceva assomigliare al primo Silvester Stallone nel primo Rocky dopo la tumefazione sul ring.
“Era l’esame del Caciagli, Scienza della Politica”, dissi. Aspirando a volontà ed indicando con la mano aperta dentro in segno di vaghezza. Circa. Pressappoco. “Avevo studiato venti pagine di quel malloppo”, io mi ero fatto un culo tanto per un misero ventiquattro, “però avevo studiato l’uomo. Ogni volta, ad ogni sessione, per trarre spunto per la prima domanda guardava bene il candidato al banchino davanti a lui e partiva con qualcosa che il suo abbigliamento gli ricordava”.
Cazzo che genio, pensai esterrefatto. Aveva messo in pratica Statistica e Sociologia e Comunicazione. “Avevo visto chiedere ad una ragazza con le treccine di parlargli della situazione cubana sotto Nixon, ad un ragazzo con una maglia celeste aveva chiesto della dittatura dei colonnelli in Grecia, ad uno calvo di parlargli del Ventennio fascista”. “Che cosa ti eri messo”, in mano avevo del vino rosso che ondeggiava assieme alla sigaretta quasi finita. Fuori faceva un freddo da rassegare. La mia maglia nera ed il mio gileino scuro chiarivano il concetto sulle mie idee politiche. Senza fronzoli né fraintendimenti. “Lo avevo in pugno quel maiale. Mi ero messo su una maglietta con scritto University of Columbia e visto che sapevo benissimo che l’amministrazione degli Stati Uniti non era un argomento che gli interessava particolarmente, mi ero concentrato sui paesi del Sud America”.
“Geniale”. Ero affascinato da questo tipo che oggi a trentatre anni era dottore e forse dirigente d’azienda, amministratore delegato. Intanto era arrivato lì con due giapponesi che ridevano di gusto e bevevano di tutto. Infatti poco dopo erano collassate ai piedi del letto dove sopra giacevano i cappotti degli ospiti. “Sapevo che non mi avrebbe chiesto niente della Colombia, che oltre ai narcotrafficanti ha poco altro di interessante, e mi ero concentrato sul Perù”. Sembrava che avesse aspettato tutta la sera qualcuno per poter aprire il rubinetto. “Ed infatti quel porco che cosa mi chiede? Mi parli della situazione politica in uno stato del Sud America a sua scelta.
L’avevo beffato, c’era cascato con tutte le scarpe, il rincoglionito”, e dette un sorso profondo di quello che poteva essere un mojito ma che lui avrebbe tanto voluto che fosse mate. “Non ci credo che ti abbia passato solo con quella domanda”. Lui c’aveva preso un vent’otto tondo con venti pagine in memoria. “Se alla prima andavi senza sbavature, la seconda suonava tipo: “Lei cosa vuol fare da grande”. Era troppo prevedibile”. In effetti il professor Caciagli era temuto per la sua ironia ed il suo spirito tagliente che spesso agli esami metteva in difficoltà i poveri studentelli che tremolavano nei soliti ehm, colui il quale, cioè.
“E sai cosa gli ho detto”, si stava sganasciando a mascella piena ed ampia, praticamente un forno senza pizza. Gli do di gomito e continua, ma in effetti non si era neanche soffermato ad attendere il mio assenso. “Che volevo andare a lavorare e vivere in Perù, ti rendi conto che imbecille”, quasi lacrimava. “Io in Perù ma ci credi. Mi ci vedi?” e con l’indice se lo passò dal collo fino ad indicare la punta delle scarpe.
Vedendolo proprio no, mi sa che gli sarebbero mancati i party, le giapponesi, le scommesse alla Snai. Era proprio il tipo da scommesse sportive. Bassetto, goffo, con gli abiti sgualciti, la cicca in bocca, spavaldo, con la battuta pronta su donne, auto ed altre amenità. “E basta, sembra che l’università l’abbia fatta soltanto te”, mentre si spalanca la porta a vetri. Parole sante. Gliele avrei volute dire io. Era un suo amico che forse stava rivivendo per l’ennesima festa questo teatrino povero di lui gallo in facoltà che lo metteva nel di dietro a tutti i prof. A volte basta poco per accontentarsi.
Dalla terrazza la visione d’insieme non è così male. Silenzio e rumore allucinante ogni volta che la finestra viene aperta e flebile diminuisce quando viene socchiusa, come un dj che alza ed abbassa la manopola del volume. Come quando sotto la doccia ti levi e ti metti le mani a conchiglia per sentire il respiro del mare. Mani in alto, corpi che si muovono. Donne.
Ce n’è una magra vestita di nero che sembra una Modigliani. E’ una pennellata data dal basso verso l’alto, distratta ma decisa, efficace ma sbadata. Un colore sbafato. Un nero nel nero che non fa che evidenziarla. Un altro, stanco del rumore del dentro, esce. “Hai da accendere” con fare da cow boy. A queste feste c’è sempre un piccolo scoglio di ruvidezza conclamata tipo ti faccio vedere io e se rispondi a tono allora, forse, possiamo anche parlare. Poi. “Ti posso dare il mozzicone”. Neanche mi ringrazia.
“Vuoi un sorso”, porgendogli il mio vino rimasto nel bicchiere. Io quel rimasuglio finale, prodotto di molte volte su e giù di bicipite e gola e lingua e labbra, la chiamo sputacchiera. Il boccone del prete, il culo della gallina. Siamo già diventati amici. Il duro si è stemperato in un flambé. Ora è un bignè. Bella festa, chi conosci, solite menate del menage durante il vernissage.
“Conosco poca gente ma vorrei tanto che mi fosse presentata quella lì” e la indico statuaria mentre veleggia morbida in mezzo al salotto diventato la pista dello Studio 54. Ora è un bastoncino Findus abbrustolito, ora una bandiera mossa da troppo vento, ora una liquirizia molle. E’ flessibile, una molla. E ride, ride. Ha una bocca da cavallo ma una risata che, anche se da qui fuori è sorda, azzittisce la musica senza coprirla. Ma non ho avuto un’idea originale. Attorno a lei c’è un via vai da ergastolo, api sul miele.
E’ lei è l’Ape Regina, è tutto l’alveare, l’arnia. Il tizio accanto a me mi guarda di traverso. Stai a vedere che è il suo ragazzo in incognito che stana i possibili avventori. “La Federica, hum”, tirando su con naso e mento l’aria ferma della notte. “La conosco da un anno e mezzo”. “Allora la conosci bene”, rintuzzo. “L’avrò vista si e no a tre feste come questa”. Insomma non la conosceva. Ma insomma mi aveva dato speranze.
Ci vorrebbe la decapitazione per alcune frasi buttate là così nel mucchio a far sfaceli. Per una frazione di secondo mi vedevo in pista nell’incedere delle ovvie presentazioni, stretta di mano, sentirne l’odore, annusarne il fiato, metterle una mano sul fianco e capire subito, se si distanziava o se restava intatta, se almeno l’ormone invisibile le stava dicendo che si poteva essere pronta ad un ballo, un bicchiere, un cuba libre insieme. Me la sarei dovuta cavare da solo.
Sandro era addormentato ed abbarbicato ad una colonna, mentre Lebo stava finendo il suo Havana Club. “L’ho portato, me lo finisco”, non faceva una grinza. Aveva gli occhi rossi e le guance a bulldog. Non era in formissima. Sembrava più basso del solito con il pizzetto malamente levigato e la barba su collo e basette di tre giorni. Faceva più incuria che uomo virile. Apro il finestrone mi dirigo deciso verso la danzatrice in nero al centro.
Quasi la sfioro, la odoro. Devio all’ultimo, ho paura di bruciarmi. Bruciare l’occasione, bruciare l’incontro con le banalità che avrei comunque detto nel volume massimo del salotto, nel sorriso rabberciato, nell’occhiata all’amica, come per dirle “tranquilla”, nell’incontro di sguardi con gli altri maschi intorno a sottolineare “avete sprecato il vostro tempo”. Passo oltre ma da vicino è ancora più bella. I denti bianchissimi. Mi sembra di essere un negriero per la raccolta del cotone in Missouri o un allevatore di cavalli prima del Derby.
Salgo le tre scalette tre che dalla sala stipata portano in cucina. Sulla penisola di pietra serena decine di bottiglie finite. Uno con il cappello con la tesa calcato fino a coprirne le pupille si tocca la visiera come catcher sul diamante. Aspettando la palla buona. E giusta. Amen. Succhi di frutta, aranciate, vodka, rum, whisky. Trovo anche un Marsala, oltre a marche di vino che vanno dai due ai tre euro la bottiglia. Domani sicuro: cerchio alla testa e diarrea. Intanto stasera canto. Ma neanche più di tanto.
Se ci fosse stato Fra avremmo spaccato il mondo. Ma Fra ha moglie e figlia e la sera sta a casa a rosolarsi le palle sul grill. Sandro si grattugia. “Tra cinque minuti vò via”, mi dice, quasi minacciandomi, austero e stizzito come se fosse colpa mia se la festa non gli piace, che non si diverte, che non ha trovato nessuna da chiavarsi nel cesso. L’altro è appoggiato al muro e sembra non potersi scollare come se in fondo fosse lui a sorreggere la parete. Un lavoro durissimo ma qualcuno avrebbe dovuto farlo.
Rimango lì nel mezzo tra le due stanze. Ogni tanto passa la mia ex storica ed il suo naso arabo che si porta appresso come un dono divino. Ma non ci salutiamo neanche. L’ho odiata ed adesso, dopo tanti anni, proprio non mi va di concederle la mia indifferenza. Continuo così. Mi ha invitato per far numero e volume. Acconsento. Me ne frego. Passa anche la sua amica, la padrona di casa. Secchina, minuta. Una pissera esistenziale. Alle scuole medie la chiamavano Tampax per via dell’essere stata la prima dell’intero istituto ad avere le mestruazioni. Magra e con il culo piatto anche se con le gambe leggermente arcuate come adoro. Quelle che formano un triangolo tra natiche ed il retro coscia dove ci puoi stare comodamente con il naso ficcato quando lei dorme nel tuo letto accanto a te, scoprendo appena le lenzuola ed intrufolando lingua e baffi e denti in quella carne morbida ed ancora non sfatta dall’età.
Come sarà leccarla ad una cinquantenne? E a una sessantenne? Mi va di traverso il vino. L’etichetta porta il nome “Prime” e mentre ho in mano la bottiglia casualmente passa quello che l’aveva portata. “Prendilo è buono, l’ho portata io”, come se quello fosse sinonimo di garanzia e certificato di bontà. Secondo me stava dietro l’angolo per vedere e conoscere chiunque avesse toccato il suo gioiello di famiglia. Anche quello poteva essere un modo per attaccare bottone. Un po’ da accattone. Quasi volesse un obolo per ogni gorgheggio o i complimenti per la trasmissione.
Prendo ‘sto vino facendogli mille feste con la testa, qualche uhm nasale, un ahh gutturale, un “alla tua” finale, brindandogli addosso ed appoggiandomi sullo spigolo per sentirmi ancora vivo. Il muro bianco era fresco e stagliato lì in un angolo potevo deprimermi a piacere senza sguardi furtivi o occasionali.
La mora con il culo ballerino evidentemente aveva la gola secca. Arrivarono prima i denti, poi le labbra ed infine i piccoli seni e la figura ben delineata. “Sono ubriaca, sono ubriaca”, diceva tastando le bocce vuote. Non ci credere mai quando una donna dice che è ubriaca, se lo fosse non avrebbe tempo per dirtelo. Si avvicinò scivolando a Lebo: “Che cosa voti?”. Mi defilai, sapevo che la conversazione non poteva essere al pari del corpo che portava a giro il cervello. Risposte vuote cariche di testosterone e politica da quattro soldi, frasi fatte piene di demagogia e populismo, scelte plausibili, plausi auspicabili.
Ma il carboncino nero non voleva risposte intelligenti. Arrivò il mio turno. Non l’avevo considerata, quindi si avvicinò lei. “E tu per chi voti ad aprile?”. Aveva due occhi verdi da Medusa, che non mi incenerirono né pietrificarono però. Ho passato l’adolescenza a provare ed allenarmi con sguardo e sorriso allo specchio del bagno di casa mia. “Non sono cazzi tuoi, bella”. Era già innamorata. Stava lì a fissarmi come se le avessi snocciolato la formula segreta della fissione nucleare e le avessi anche fatto giurare di non svelarla al nemico.
Rideva e piegava la testa, ora a destra, ora a sinistra come i bambini dello Zecchino d’Oro che strangolerei con queste mie due mani. Ma a lei potevo perdonare questo ed altro. Mi dice che fa la professoressa alle scuole medie di non so quale paese. “Allora non è tutta colpa della Moratti” esordisco. Mi guarda ancora più stralunata ed imbambolata. Ci vuole così poco con le bellone. Gli dai contro e subito cadono ai tuoi piedi. In tutti i sensi. Ok, prendi anche qualche vaffanculo, ma lo archivi come poco spirito e quindi ti dici “Meglio così”.
Mentre sono lì che la rosolo a fuoco lento, alternando uno sguardo da ferirle il passato, una parola per distruggerle il presente ed un sorso al cocktail per farle immaginare il futuro, con me, quel coglione di Lebo apre le danze dell’idiozia. Con il dito puntato da denuncia le sbraita sulla faccia che è una stronza, una testa di, che non ha rispetto, che ha parlato con lui soltanto per arrivare a me. Sulle prime affermazioni poteva anche aver ragione, sull’ultima avrei anche potuto dissentire. Non era neanche così strano, solo che io non avevo concluso il lavoro e quell’alzata di testa chiuse i miei giochi troppo prematuramente.
Nell’altra stanza, un salotto ammobiliato alla bene e meglio da quel frocio del compagno decennale dell’amica della mia prima ex stronza, stava ballando l’ex storico della mia ragazza. Immagino che non fosse così contento di vedermi. Me lo ricordavo più smilzo e gonfio, allungato come un pesce siluro e poco sicuro di sé. Telefonava spesso alla mia donna dicendole che era depresso e che senza di lei non ce l’avrebbe fatta e che si sarebbe ucciso ed imbottito di chissà quali porcherie. Io me ne stavo in disparte e sorridevo sicuro del fatto mio anche se poi sapevo che sarebbe stata la mia stessa fine.
Appena riagganciava ci abbrancavamo e scopavamo alla grande. Alla facciaccia sua e di tutti quelli che non capiscono quando il gioco finisce. A volte cominciavo a leccarla in mezzo alle gambe quando era ancora con la cornetta alzata. Così come il mio cazzo. Ballava là in mezzo con altri amici sfigati. Ancheggiava e pensava pure di piacere. Beota. Non sapeva muoversi, era un palo nel deserto con il maglioncino con il collo a vu e la camicia a quadri sotto.
Faceva il vigile questo stronzo. Mestiere da diessino fascista e repressore. Non poteva che essere il suo lavoro, non c’era che dire. Ma quale bambino alla mamma o alla maestra che gli chiedono “Che cosa vorresti fare da grande?” risponderebbe mai “Il vigile”. Sissignore e tante grazie. Quando in terza elementare arrivò anche il nostro tema con la domanda che vale una vita, prima risposi poliziotto, poi qualcuno mi disse che mi avrebbero potuto sparare, ed allora ripiegai in un bel pianto consolatorio.
Appena lo noto mi dico che con la morona ho la strada sbarrata. Fanculo, serata andata a puttane con Sandro scoglionato perché non chiava e Lebo sfavato perché ha famiglia e figlie e comunque anche lui non scopa carne fresca da un po’. I medici gli hanno detto che deve curarsi la prostata e questo lo sta facendo incazzare e deprimere ma i quattro cuba libre non lo stanno aiutando. Persa la mora, con l’aguzzino in sala ad aspettare una mia mossa falsa e chiamare la mia ragazza a casa ad aspettarmi. Bloccato e pieno d’alcool. Che sabato dimmerda. Non mi sembrava un sabato italiano quelli dove il peggio sembra essere passato.