Cancul  

(Alessandro Cascio)



Me ne stavo sullo sgabello del bancone del bar 7 Point a chiedermi perché lo Scotch non mi facesse più l’effetto che mi faceva una volta. “Una volta che ti faceva?”, mi domanda Castro, e gli rispondo che ai tempi mi metteva tranquillità che quasi potevo ridere di gusto per qualche ora al giorno, qualche minuto quando le cose andavano male, ma adesso, invece, c’avevo un demone in testa e uno nel bicchiere.
“Hai provato a cambiarlo con questo?”
Castro mi mette di fronte una roba bianca, dice che si chiama Grog, che lo fanno in Africa e ti spacca la schiena.
“Sai”, dice, “è come quando mangi troppe lasagne e poi non le digerisci più. La stessa cosa è per l’alcol, devi cambiare se no la tua testa si abitua”. Ed io, che da 15 anni bevo Scotch, adesso tracanno una roba dolciastra e pastosa ma che Castro dice essere roba naturale.
“Ah sì, e quanto cazzo costa non me lo dici, Castro?”
“Che ti frega”, mi risponde lui. Dice: “Tanto altri 10 anni così e sei bello che morto di qualcosa, a finirti bene un infarto a finirti male una cirrosi e quindi, i soldi, a che ti servono?”
Dice: “Se smetti di bere non ti chiedo più una lira”, ed io gli rispondo che se non ci fosse stato l’alcol avrei vissuto il doppio ma mi sarei divertito la metà.
“Bravo”, applaude Castro due, tre volte, “ora non rompermi più le palle e bevi che ti passa tutto”.
“Anche il demone che ho nella testa?”, chiedo, ma quello non mi risponde, se ne va a dare da mangiare ai serpenti, gli prende un topo morto e lo butta nella prigione di vetro della serpe che il topo lo lascia dov’è, puzzolente freddo e con la rogna.
“I serpenti non li mangiano i criceti, se sono morti, quindi non la bestemmiare quella povera bestia”.
Dico: “Non li devi mica comprare a chili quei mostriciattoli, ne devi comprare uno alla volta”.
“Li surgelo”, mi risponde Casto che muove il topo per convincere il serpente che è ancora vivo, “se ne compro dieci mi costano la metà”.
Il serpente sembra che lo abbia preso per scemo tanto che si volta dall’altra parte e si strofina sul vetro come a chiedere di uscire, che peggio di mangiare topi è stare in una gabbia di matti.
“Vedi che bell’affare che hai fatto”, rispondo portandomi il Grog alla bocca e versandomi un altro bicchiere dalla bottiglia di plastica che Castro mi ha messo di fronte: “La prossima volta mettili in una gabbia e mantienili in vita, che ai serpenti piace il pasto caldo”.
“Guarda che razza di mondo!”
Castro getta il topo nella spazzatura e annota il mio secondo bicchiere nel conto.
“Ma ti pare che uno deve dare da mangiare anche al cibo?”.
“Anche ai porci che mangi danno da mangiare, non nascono già cotechini”, dico e rido senza motivo.
Castro ride con me e mi versa un altro bicchiere: “Che ti dicevo? Vedi che questa roba fa effetto?”
Il demone che ho nella testa si chiama Mindelo, l’ho battezzato così perché è lì che l’ho preso, mentre stavo ballando con una puttana capoverdiana. La conosco, le sorrido, ballo quel ballo smielato e senza senso che ballano loro e che serve solo a strusciarsi l’uno con l’altro, me la porto a letto e me ne innamoro. Mi innamoro di come mi scopa, di come si fa scopare e mi innamoro perché ride sempre mentre io del ridere ho perso le istruzioni. Le dico che la voglio sposare, ci faccio più di un pensiero, lei dice di essere felice, che vuole fuggire via con me in questa stronza Italia, lavorare e mettere su famiglia, ma quando la sposo la stronza diventa lei e in confronto l’Italia è una vergine appena uscita dal seminario. Da quel giorno tremo, da quel giorno ho un mal di testa anche la notte in sogno. Vado dai medici ma mi dicono che non c’è nulla, che ho bisogno di riposo, che ho passato un brutto periodo e per questo sono stressato e i miei muscoli del collo si contraggono fino a crearmi il mal di testa.
“E' il nervosismo, sarà San Valentino”
“Che c’entra San Valentino?”
“Sa, per quella storia di sua moglie che mi ha raccontato!”
Un messicano mi aspetta fuori dall’ambulatorio e mi chiede due secondi per parlarmi.
“Amico”, gli rispondo io, “in due secondi tu non riusciresti a dirmi neanche il tuo nome col pessimo italiano che ti ritrovi, ma te ne do tre perché sono gentile”.
Conto mentre cammino verso l’uscita e quello ne approfitta dicendomi che ho un demone in testa.
Due secondi netti e non dice più nulla. E’ più furbo di me.
“Tu sei un messicano, vendi merda alla gente, che ne sai di cos’ho in testa? Vuoi vendermi merda?”.
“No”, dice, “voglio solo che tu mi faccia sapere come lo sconfiggerai, se resterai vivo, come fai a conviverci, se ti parla e se ha mai tentato di uscire fuori”.
Allunga la mano e mi dà un biglietto da visita: “Questo è il mio numero”.
Penso che se gli telefono questo mi clona il cellulare.
Dico: “Cos’è, vuoi clonarmi il cellulare, mezzonegro?” Prendo il suo numero, ha un biglietto da visita da avvocato.
“Bastardo pezzo di merda”, gli dico e me ne vado, ma prima di uscire dalla porta mi fermo e chiedo: “Come ti chiami?”
“Marco”.
"Allora leggo bene.
Pure il nome da Italiano, hai. Dovrebbero chiudere le frontiere con mura alte 20 metri cosparse di acido muriatico nel caso qualcuno come te volesse arrampicarsi”.
Quando Cesaria mi lasciò non avevo capito bene il motivo e allora la seguivo mentre con la “mia” auto si muoveva per le strade della “mia” città fino ad arrivare alla pasticceria dove “io” le avevo trovato lavoro. Stava facendo carriera là dentro, nella pasticceria. Mi sistemavo ed entravo a fare colazione. Salutavo il mio amico Graziano e mi sedevo a leggere il giornale. Lei era visibilmente a disagio i primi tempi, ma poi ci fece l’abitudine e cominciò a far finta che non ci fossi e a darmi anche del lei.
“Ho 35 anni e scopavamo fino a qualche mese fa, non mi dare del lei”.
“Ai clienti si dà del lei, è la regola!”
“E a quelle come te si dà della puttana, anche questa è una regola”.
Quando il mio amico Graziano mi prese a sberle come si prende a sberle un bambino, capii il motivo che la spinse a “cercare una nuova vita lontana da me”.
La sua vita stava nelle mutande di Graziano. Da quel giorno le cose peggiorarono e la testa cominciò a farmi sempre più male, ad ogni pensiero, ad ogni attacco d’ansia, ad ogni minimo accenno di gelosia. Mindelo, il demone, diventava sempre più grosso.Quando la testa ti scoppia chiameresti tutte le persone che ti vogliono bene e chiederesti loro un aiuto oppure non so, diresti a quella o quell’altra stronza che l’ami, non perché sia vero, ma perché almeno verrà al tuo funerale quando esploderai e te ne starai a marcire nel tuo letto per giorni, da solo, mentre la tua puttana capoverdiana sta scopando con un altro e si sta godendo i tuoi soldi, mentre al suo paese vendeva pesce pesandolo al compratore su una bilancia arrugginita al lordo delle mosche. Ma che merda, la amo ancora, chiamatemi perdente, chiamatemi pezza, chiamatemi mezzo uomo, chiamatemi col mio vero nome ma fatelo ridendo, io la amo ancora perché è più bella di tutte le sgualdrine che abbia mai visto e anche se non dicesse una parola, saprebbe comunque come farmi star bene. Ora non c’è, e ho un mal di testa che annorbo e non c’è nessuno da chiamare tranne un messicano finto avvocato che si chiama come un amico mio di Palermo.
“Pronto, sono il tizio a cui hai dato il numero, sei Marco?”
Al telefono il tipo sembra vomitare, parla ma si sentono mille “scusami” e dei rutti forzati. Chiedo: “Ma che stai facendo?”
Dice: “La mia ex ha chiesto l’affidamento dei bambini. Ora sto vomitando, il demone mi sta crescendo dentro, aiutami”.
Io avevo telefonato per farmi aiutare ed ecco che lui chiede aiuto a me.
Per questo non ho più amici da chiamare, per questo motivo, ma adesso non posso neanche più fidarmi degli sconosciuti. Decido che andrò da lui, così almeno morirò in compagnia.
“Dove abiti?”
Lo chiedo tre volte, quattro e poi lo grido.
Mi dice l’indirizzo, mi spiega più o meno come arrivarci ed io ci arrivo. E’ un quartiere ricco il suo e vive in un palazzo a sei piani, in uno dei tre che ho davanti. Non so quale sia. Mi aveva detto al 37, ma non mi aveva detto che c’erano anche le lettere accanto. Spero che non sia il 37 c, perché è l’unico dei palazzi, pieno di sbirri. La ragazza che cammina a testa china e fuma una sigaretta nervosamente come se ad arrivare al filtro dovesse trovare la sorpresa, mi sbatte contro e mi chiede scusa.
“Scusa il cazzo, c’è un mondo in cui camminare e tu proprio sul piede!” ma cerco di cogliere l’occasione chiedendole dove sta Marco, il messicano che si finge avvocato.
“Perché lo cerchi?
Non sa provare amore quello, lascialo stare!” e mi carezza il viso, ha la mano leggera, penso se la sia scorticata sulle mie guance barbute.
“Ma di che ti sei fatta? Mica mi ci devo innamorare!”
“Lei che cerca?”, mi chiede uno sbirro e quella alla vista di lui mi lascia perdere e aumenta il passo.
“Un amico”, rispondo al bel panzone in divisa.
“E che amico?”, chiede ancora.
“Vuole sapere quanto siamo amici o com’è fatto?”
Lo sbirro dice che c’è poco da ridere ed io rispondo che per me c’è poco da ridere anche al Cabaret figuriamoci a parlare con uno sbirro di notte in un quartiere che non conosco.
Dico: “Marco, si chiama, ed è quasi nero, avvocato, ma è probabile che abbia fregato i bigliettini da visita e il cellulare a qualcuno”.
Lo sbirro mi prende per un braccio, chiama un altro sbirro e mi spinge ad andare con lui senza nemmeno chiedermelo. Parla con il collega e gli dice un po’ di cose su di me che nemmeno io sapevo: “Spadaro, senta, porti quest’uomo all’ospedale, è un intimo amico della vittima ed è in grado di accertare se il copro appartenga o meno al Signor Herreira, ma prima gli dia un calmante, è in stato confusionale”.
Avrei cercato di spiegare al giovane napoletano che io il messicano non l’avevo visto che una sola volta, ma poi chi glielo diceva a quello che mi aveva parlato di un demone che aveva in testa, che mi aveva detto che l’avevo anch’io, che l’avevo scambiato per uno che voleva clonarsi il mio cellulare, che gli avevo telefonato perché non ho amici e che sono arrivato a casa sua per aiutarlo nonostante non lo conoscessi. Allora fingo di conoscerlo da poco, che ci incontravamo spesso al supermarket qui di fronte.
“Lei vive qui vicino?”, mi chiede il napoletano.
“No”, gli rispondo, “vivo dall’altra parte della città”.
Quello mi guarda male.
“La bistecca di soia non ce l’hanno, dove sto io".
Ma poco importa, ha altre domande da fare.
“Lei l’ha mai visto nudo?”
Gli rispondo che non scopo più da tanto ma ricordo che l’ultima volta ero eterosessuale.
“Lei un uomo nudo lo vede solo se ci fa sesso? Alle docce al calcetto, mentre pisciate per strada, ci sarà qualcosa che conosce di lui oltre la sua faccia”.
Chiedo: “Devo riconoscerlo anche dal pisello? Non basta la faccia?”
No, che non basta, dice il napoletano sbirro, gli è scoppiata la testa. Ora sì che ho bisogno del calmante, di due, perché se quell’uomo aveva lo stesso mal di testa che ho io, lo stesso demone, io farò la stessa fine.
“La donna che è uscita dal palazzo, quella con cui parlavo, lo conosceva, me l’ha detto!” balbetto e mi improvviso detective: “Mi ha detto che non sapeva amare, probabile che l’ha ucciso lei.
Omicidio passionale!”
“Nessuna donna esce dal palazzo da ore, si tranquillizzi”.
Lo sbirro mi dà il calmante e mi augura in bocca al lupo, ma io mi cago sotto, mi sarebbe scoppiata la testa come al messicano e nessuno mi avrebbe mai più riconosciuto. Per questo, appena tornato dall’ospedale, vado da Castro e gli dico che devo fargli vedere una cosa, che è importante. Lui lascia il bar ed entra in bagno con me. Me lo tiro fuori. “Guardalo, Castro, guardalo bene”. Mi tira un pugno sul naso e cado in terra tramortito e con la testa nel piscio che lui non lava via perché lavare un cesso per ubriaconi che non centrerebbero il buco del culo di una puttana è stupido come dare da mangiare ad un sorcio che deve essere dato in pasto ad un serpente. “E’ per riconoscermi in caso mi scoppiasse la testa”, dico, “non sono frocio”. Lui mi tira su e mi mette il cranio sotto l’acqua. “Non fa nulla”, mi dice, “te lo meriti lo stesso”. Chiedo perché e mi risponde che chi va ad ubriacarsi in un altro bar e poi si presenta col pisello di fuori dall’amico che ha appena tradito, un pugno se lo merita comunque.
Per strada Marco mi diceva di aiutarlo ed io gli chiedevo come, perché un po’ me l’ero preso a cuore. Lui mi raccontava del fatto che il demone si chiamava Cancul e lo prendevano tutti coloro che non riuscivano a smettere di pensare alla propri donna.
Io gli dicevo: “Ma il mio l’ho appena chiamato Mindelo”
“No, Cancul si chiama” mi rispondeva e poi mi diceva di stare zitto, ma senza esagerare nei toni.
Cancul era piccolo e marrone, si cibava di gelosia e di compianti, solitudine e tutte quelle cose che venivano dopo una storia finita. Cancul era un ragazzo azteco che aveva perso la propria donna.
“Ah ecco perché è marrone, è negro”, dico, ma Marco mi chiede si ascoltare e di non dire stronzate. “Cancul”, continua lui, “s’è ritrovato faccia a faccia con Xochipilli che stava per inebriarlo del fumo della passione. Il Dio azteco dell’amore era un oppiomane, si faceva di tutto, ed era così che faceva innamorare la gente, offrendo loro una canna. Nella statua di Tlamanalco, il Dio azteco è seduto in un tempio circondato da funghi allucinogeni, tabacco e altre piante dalle proprietà eccitanti.La figura è seduta sul piedistallo a gambe incrociate, la testa leggermente sollevata, gli occhi aperti, la mascella inferiore protesa e la bocca semiaperta.
“Devi presentare il tuo Dio al mio, ha bisogno di rilassarsi un po’”.
Suonano alla porta, il messicano apre e mi dice: “Che vuoi?”
“Chi è?” chiedo.
“Nessuno” dice lui.
La storia di Cancul continua tra una curva e l’altra e una sosta al semaforo.
“Cancul fermò Xochipilli, gli disse che lui non voleva provare quel sentimento, non voleva mai più amare. Il Dio dell’amore, che mai nessuno l’aveva visto in faccia, chiese perché e quello rispose che..."
“L’amore fa schifo”: dico io.
“Non mi interrompere”: dice Marco.
Cancul dice che l’amore fa star male gli uomini, Xochipilli dice che è il contrario, che gli uomini vivono d’amore e ne viene fuori una scommessa.
Alla storia della scommessa chiedo a Marco se può gentilmente smettere di raccontare storie e dirmi come fare per arrivare da lui perché è una mezz’ora scarsa che giro in tondo.
“Tu prima ascolta la storia di Cancul”, mi dice.
Cancul si impossessa delle persone che hanno perso l’amore perché ha scommesso col Dio azteco e sballato che l’amore finisce, prima o poi e c’è gente che per questo smette di vivere. Lo sballato è spavaldo, dice che l’amore è eterno, cambia solo la persona che si ama, ma l’amore… quel sentimento è eterno.
“Ah, sì? Ed io perché mi sento così di merda?”
Lo penso io, ma scopro che con parole più galanti Cancul lo disse a Xochipilli.
L’amore non porta a dannazione, è la mancanza di esso che ci rende dannati. Il giovane, che aveva perso la donna, chiese al Dio le menti di tutti gli uomini che lui aveva fatto innamorare e che per  quello avevano sofferto. Xochipilli, in preda ad un fungo allucinogeno ad un’eccessiva quantità di foglie di marijuana ed autostima, gli disse di sì e così ora mi ritrovo con un Cancul in testa.
“Se passi troppi San Valentino da…”
“Da castro?” chiedo, ma lui grida.
“Che c’entra?”
“Che ne so, è lì che vado a San Valentino!”
“Ma no, sto raccontandoti la fine della…” ma quello grida ancora e non arriva al punto, si sente una voce di donna, forse il demone e poi silenzio.  
Il finale della storia, la parte più interessante, non la so perché ad certo punto sentii un lamento che pressappoco stabiliva il momento in cui a Marco scoppiò la testa. L’ansia mi assale, lo sento perché la capacità dell’alcol di stordirmi è ridotta ed io non ne voglio sapere di fare la stessa morte del messicano, non voglio perché è il Cupido azteco che dovrebbe fare questa fine, non io: io che c’entro? Dovrei smettere di pensare alla mia ex moglie, forse così morirebbe di fame, il demone, proprio come sta morendo di fame il serpente di Castro che è costretto a mordicchiare topi surgelati.
Chiedo a Castro: “Tu li hai studiati gli Dei?”
“Sono ateo”, mi dice lui.
“Ma che c’entra”, rispondo, “parlo dei vecchi Dei”.
“L’ateismo non ha età”.
Insomma, spiego a Castro di questo amico messicano a cui è scoppiata la testa e di tutta la storia che mi aveva raccontato,  ma lui se ne sta impalato di fronte a me e mi dice che una cosa marrone mi esce dal naso. Prendo un fazzoletto e cerco di pulirmi, ma  la cosa marrone comincia ad agitarsi.
Impalato chiede: “Che cazzo è?”
Me lo chiedo anch’io fino a che non mi guardo allo specchio. Poi più che chiedermi cos’è, mi chiedo cosa stia facendo Mindelo.Dal mio naso penzola una squamoso prolungamento del posteriore di un mostro, che se ne sta dentro la mia testa ad aspettare che con le mie paranoie mi faccia scoppiare il cervello, che lo alimenti così tanto da farlo diventare grande e grosso e farmelo uscire dal cranio. Chissà com’è. Chissà dove se ne va dopo avermi fatto esplodere le cervella. Gli chiedo se può entrare quella cosa orribile dentro perché mi sta bloccando il respiro e Mindelo lo fa, i Cancul ascoltano le loro vittime. Castro invece corre via e mi lascia solo nel locale. Vado per inseguirlo ma quello si è come volatilizzato per le vie buie, lasciando il bar aperto ed un ubriacone libero di stramazzarsi il fegato a gironzolare per banconi.Una ragazza sui venticinque si tiene la testa come se stesse per caderle in terra e con voce rauca mi dice: “Tieni” e mi allunga uno di quei fogliettini che ti dicono che il negozio di mobili all’angolo vende mobili, che il negozio di vestiti sulla piazza vende vestiti e quello di elettrodomestici vende elettrodomestici.
“No” le dico, “so dove comprare un mobile se mi serve”.
“E anche dove cercare l’amore?”
“Di certo non a Capo Verde”
“Beh, almeno sai dove non cercarlo, è un punto di partenza” mi sorride lei, che sembra così sola e spaventata, al buio a spartire volantini per un’agenzia “amico cerca amico”. Le dico che pagare per trovare un amico è stupido e lei dice di essere d’accordo, ma guadagnare per convincere gli altri che non lo sia, è molto scaltro. Con questa battuta stabilisco che nonostante io e lei ci leviamo di 10 anni, mi piace molto e visto che Castro scappa via ad ogni omino marrone con la coda che vede, opto per un invito: “Visto che è ancora San Valentino, che io sono solo e anche tu lo sei, visto che a quanto pare per stanotte sono il nuovo gestore di un bar poco frequentato… che ne dici di bere qualcosa?”
Prende lo zaino viola, ci infila dentro i volantini e mi dice che per lei ce ne vorrebbero a litri di alcol specie per quel giorno e poi mi segue dentro. Ha un bel viso, ma lo nasconde dietro alle smorfie di dolore, alla testa china e i capelli ricci e folti. Beviamo così tanto Grog parlando dei nostri amori finiti che finite le due bottiglie torniamo al nostro vecchio scotch.
“Ti conosco?” le chiedo.
“No” dice lei, “sono argentina, qui da poco”
“Ma sei sicura?”
“Sì” mi dice, “mi ricordo di essere nata lì!”
“Anche tu bevi Scotch?”
“Già, senz’acqua” risponde e ride, lo fa in modo che gli si cambino completamente i connotati e quel viso floscio e bianco che aveva si trasforma in una pacioccona faccia da sberle.E la faccia da sberle me la porto a letto, ci faccio l’amore tutta la notte, la bacio dopo essere venuto come se l’amassi, e nonostante sia senza preservativo lo infilo ancora e poi ancora senza curarmi delle conseguenze.
Ad una proposta di matrimonio risponderei: lo voglio. Ad un bambino risponderei: lo voglio. All’Aids risponderei: lo voglio.
“Buon San Valentino” mi dice.
“A te” le rispondo.
Poi si passa una mano tra i capelli, si tocca la testa e ride. Mi dice che a volte i demoni, quando vanno via, sono più silenziosi degli angeli. Il mio Cancul era scomparso, aveva lasciato la mia testa, forse divenuto troppo piccolo, era uscito dall’orecchio senza che me ne fossi accorto.Mindelo, il mio piccolo Cancul è seduto alla nostra destra. Appena scattata la mezzanotte la sveglia suona “Make the Knife”. Pulisco gli occhi dalla merda che c’è dentro e chiedo a lei se vede quello che vedo io. Ma quella non sembra sconvolta, anzi, pare divertita.
“Però è carino!” rido e la osservo avvicinarsi al mostriciattolo.
“Carino un corno” dice lei, “questo figlio di puttana mi renderà la vita difficile per l’eternità!”.
Il mio Mindelo ha gli occhi dolci, forse è una femmina di Cancul. Sembra abbia una cresta punk. Spalancando gli occhioni verdi, fa un passo indietro ad ogni mio passo avanti.
“Cosa vuoi fare?” dico all’argentina che se ne va a spasso per la stanza completamente nuda indossando solo uno stivale.
“Non lo so, magari ammazzarlo come ha fatto con il messicano”
Lo vedo guardarmi, ha le squame, ma somiglia ad un cane su due zampe e con le unghia finte. Ma quello, non affatto feroce, è solo la vittima dei nostri pensieri e di un Dio drogato che lo ha rinchiuso dentro le teste dei cuori infranti. Lei si accende due sigarette e le mette in bocca, tira e poi si rivolge al piccolo mostriciattolo: “E anche per questo San Valentino mi hai dato filo da torcere tenera testa di cazzo!” e poi lo schiaccia con lo stivale, con forza lo sbudella col tacco e quello grida al modo dei Cancul. Mi fa quasi pena. Schizza via sangue dappertutto. Io guardo sbigottito, sto immobile, lei sembra diventata di colpo pazza o forse il pazzo sono io e non esiste nulla di ciò che sto vedendo.Si gratta il sedere, si volta verso di me e dice: “E tu, sfigato, innamorati l'anno prossimo e vedi di aiutare i tuoi amici a trovare donna, che non posso venire a scoparvi tutti quanti ogni 14 Febbraio!”
M’aveva fatto innamorare per liberarmi dal demone, ma un altro me ne sarebbe entrato in testa appena avesse varcato la porta. Non sarebbe cambiato nulla.
“Sei Cupido?” le domandai.
“Chiamami come ti pare. Sono solo un Dio che certe volte esagera con l’oppio e fa stronzate!”
Mi fa ciao ciao con la mano e se ne va.
“Aspetta Xochipilli” grido, ma quella si era già incamminata per l’Hotel, barcollante e strafatta.
Volevo solo dirle di rivestirsi, prima di uscire tra la gente.   

A Giulia.