Incubus

(Libera Carpino)

 

 

Una Diana blu dimenticata fra le dita. L’alito pregno di caffè appena sorseggiato. Un quotidiano sfogliato senza alcun interesse per le notizie riportate. La mia voce rimbombante nella testa ripeteva nomi scritti in grassetto. Cavolo! Senza rendermene conto stavo leggendo annunci cronologici. Pensai alla disponibilità economica d’amici e di parenti che per i loro scomparsi avevano speso euro 4.70 + iva a parola.

PINA PINTANA

Ti ricorderemo sempre con affetto e nostalgia.

PIERO SCALZONO

E’ improvvisamente mancato dall’affetto dei nostri cari.

Strappai quel lembo luttuoso dal quotidiano e lo infilai nella borsa con noncuranza degli occhi ficcanasi posati su di me e di quelli pieni di entusiasmo di Morfeo, nome d’arte preso dall’antico dio che recava sonno agli uomini. Morfeo è un caro amico di vecchia data che aveva realizzato il suo sogno, in altre parole, realizzare il suo primo cd che portava come titolo: Incubus: uno spirito malvagio che soleva avventarsi sulle donne mentre queste dormivano per avere rapporti sessuali con loro. A me venne spontaneo pronunciare:

Speriamo d’essere anche io visitata questa notte da codesto spirito malvagio nel dormiveglia! Sto vivendo un periodo forzato d’astinenza.

Morfeo mi rispose con un sorriso seguito da un ridere che non mi coinvolse. Anzi mi lasciò sbigottita. Io mi aspettavo come risposta: del sesso! Forse il mio amico musicista aveva tendenze omosessuali. Ci congedammo con un bacio, promesse di rivederci il più presto possibile. Giurai che avrei ascoltato la sera stessa il suo Incubus e al mattino l’avrei chiamato.

15 brani basati sul sogno, le visioni notturne, i fantasmi che s’ impossessano della camera dove il dormiente riposa. 15 brani da far accapponare la pelle e drizzare i capelli in testa. Cominciavo a sentirmi triste e sola. Chissà se la mia obbiettività avrebbe peccato nell’ascoltare in quello stato di sconforto il cd di Morfeo. Ero spaventata dal ritrovarmi vittima di quei brani metal. Il sonno dona all’uomo il ristoro del corpo e la magia dei sogni. Basta chiudere gli occhi e si entra in un mondo tutto nostro a cui nessun altro può accedere per giudicare o condannare qualsiasi nostra azione, anche quella dannosa od omicida. La notte porta consigli, assottiglia il pensiero, è madre della riflessione. La notte appartiene ai morti come il giorno appartiene ai vivi. Attraverso i sogni ci vengono inviati dei messaggi (veritieri o falsi) dal divino, dal diabolico o dai cari estinti come Pina Pintana e Piero Scalzono, ma chi cavolo erano?

Mi stavo perdendo tra le note. Una sensazione d’angoscia si stava impossessando della mia mente. Un pericolo imminente mi aspettava ansioso. Sentivo il peso di qualcosa premere sul petto che cercava di bloccarmi il respiro. Chitarre impazzite, veloci come un treno. Un treno che mi trasportava come unica passeggera tra la nebbia dove ogni pensiero ed immagine perdono la loro veridicità. Sono giunta dinanzi a un cancello che si spalanca cigolante e lento al mio arrivo. I miei piedi nudi affondano ad ogni passo nel terreno fangoso lasciato dall’ultima pioggia appena trascorsa. Vedo una bambina sugli otto anni saltellare leggera come un grillo tra una lapide e l’altra per poi nascondersi dietro le gambe di enormi statue complici del suo gioco: “cucù non ci sono più”. Conoscevo quella bambina che invece di dormire nel suo soffice letto preferiva giocare in quell’ora tarda in un cimitero. Seppur con qualche difficoltà rammentavo il primo nostro incontro. Fu in una casa buia. Non riuscivo a trovare il contattore della luce. Dovetti accontentarmi di quella che entrava dalla finestra data dalla luna e dai lampioni. Seguivo un mugolio soffocato. Pensai che si trattasse di un gatto o di un cucciolo di cane rimasto prigioniero o ferito. Poi finalmente trovai la provenienza di quel lamentio. Veniva dall’interno di un baule che pareva essere una bara ma rettangolare e più capiente, d’ebano tarlato con l’assenza degli interni soffici e con l’aggiunta di quattro piedini in ferro battuto che la tenevano sorretta da terra. La aprii, e un colpo al cuore per lo spavento mi fece fare due passi indietro. Non si trattava né di un gatto né di un cucciolo di cane, bensì di una bambina raggomitolata dal viso rigato dalle lacrime, seminascosto dalle mani. Spaventata e tremante, il respiro spezzato ad ogni arrivo di singhiozzo che le faceva colare il naso. Fuggii come un gambero dal baule, dalla bambina raggomitolata, dalla casa buia di cui non conoscevo i proprietari. Abbandonandola al suo destino, qualunque esso fosse. Spesso la codardia è il peggiore dei mali!

Adesso era lì. Il tempo nulla le aveva mutato. Ne dedussi che si trattava di un fantasma. Cercai di avvicinarmi a lei. Non potevo abbandonarla una seconda volta. Sentivo che aveva bisogno del mio aiuto. Non dovevo temerla perché era solo una bambina. Cominciò a correre, maldestra, ma veloce ed io a fatica le stavo dietro con l’ansia di perderla e col fiato grosso di chi non è allenato per una corsa. S’intrufolò, come una ladra, in una casa diroccata senza più vetri alle finestre né serratura alla porta. Tutto ciò che i vandali avevano risparmiato era l’arredamento ed io potei riconoscere il baule che pareva essere una bara, nonostante fosse malconcio. Il coperchio era aperto e vi scoprì dentro per la seconda volta la bambina. Non era né raggomitolata né piangente ne spaventata, col viso semicoperto dalle mani. Accanto ai suoi piedi vi erano due libretti dei risparmi mangiucchiati e impolverati ma nonostante il pessimo stato di conservazione potei leggere distintamente a chi erano appartenuti: Pina Pintana a Piero Scalzono. Vidi una bambola alle spalle della bambina. No, riconobbi la mia bambola. Mi tornò alla mente il giorno che la persi, anche io come quella bambina calzavo sandali rossi e portavo un vestito verde con due grosse fragole sulle tasche laterali. Anche io avevo capelli lunghi e ondulati tenuti lontani dal viso da due grossi codini. Oh! Mio Dio! Mi sentii mancare la terra da sotto i piedi. Un senso di nausea e di vertigini mi fece perdere l’equilibrio. L’aria mi veniva meno, un colpo di tosse dopo l’altro per liberare le vie respiratorie. Mi sentivo premere forte il petto e la cecità, per l’assenza di luce nel coperchio del baule chiuso su di me, mi dava la possibilità di raccogliere tutti i rumori, anche quelli meno percepibili da quel silenzio di morte che mi ricopriva violaceo il palmo della mano e che mi rigava di rimmel e lacrime il viso. Sentivo la voce della bambina che fuori del baule chiuso mi diceva:

“Volevo solo che tu sapessi! Era giusto che tu sapessi! Tu dovevi sapere! Presto ti sveglierai nel tuo letto, nella tua camera, nella tua casa. Sei stata solo vittima di un sogno terrifico! Adesso prova ad immaginarti tra le braccia di Morfeo.”