CAPRI
(Giuseppe Costantino Budetta)
AEQUORA
Avevo finito di leggere un bel romanzo ambientato a Napoli prima dell’Unità. I protagonisti erano un medico ed una giovane contessa vedova e senza prole. Un grande amore, contrastato dai parenti di lei. In riva al mare, ebbi pomeridiano sopore. Non badai al bianco traghetto che solcava onde turchine verso Napoli. Accanto a tondo massi qua e là color giallo dorato, scesi tra le nebbie del sonno pomeridiano. Sognai dei personaggi descritti nel romanzo che stavo leggendo. Il dottore Fusco che si dispera davanti al convento dove la sua donna, la contessa di Castiglione è andata a chiudersi. Il loro amore era stato a lungo osteggiato dei parenti di lei e di suo marito, un uomo molto anziano e morto dopo pochi mesi di matrimonio. La contessa non aveva eredi ed i suoi parenti avevano cercato di uccidere il dottore Fusco dopo averlo fatto rinchiudere nel carcere di Poggioreale. L’unica via di salvezza per i due amanti era che lei si facesse monaca. E così fu. Il dottore Fusco, medico presso l’ospedale dei Pellegrini, per poco non morì di malinconia. Nel sogno vidi i due amanti abbracciati, ma molto tristi, presaghi della triste sorte.
In mattinata, mi ero trattenuto nella Piazzetta di Capri a sorbire caffé con gli amici. C’era stata la festa di Santa Maria del Perpetuo Soccorso, sacra a pescatori e marinai. La processione cui avevo partecipato, si era dispiegata per le vie di Anacapri. La piazzetta abbellita dalla ricca luminaria messa in mostra senza badare a spese dall’assessorato provinciale al turismo che ha in Capri la principale sezione. In piazza a ridosso della chiesa, il palco per il serale concerto. Giù al porto, la fila delle baracche con cumuli piramidali di torrone, noccioline, mastacciuoli, cioccolata, caramelle, liquirizie e zucchero filante. Alcune baracche avevano appeso in bella mostra grappoli di palloni di varia forma e colore per richiamare l’attenzione dei bambini. Avevo seguito la processione per un tratto con Pasquale Chiara che insegna in una scuola dell’isola. Davanti a tutti la statua della Madonna, le mani giunte in preghiera. In tutto, un centinaio di persone tra popolo, vacanzieri fuori stagione, il prete coi chierichetti, le autorità comunali, la banda musicale e la statua della Madonna. Avevo detto al mio amico che sarebbe stato meglio per lui se fosse rimasto a Roma, dove si era laureato in cinematografia. Pasquale mi aveva risposto:
“Abito in una bella casa sul mare. Capri è amena d’estate e ancor più d’inverno. Turisti d’estate…shopping di lusso, vip…Non avrei mai lavorato nel Cinema. Non mi piace quel mondo, come non mi piacciono i turisti. Sbagli di gioventù. Sogni…M’iscrissi alla facoltà di Cinematografia, pieno di sogni. Ma i sogni sono lontani dalla realtà.”
“E ti sei rifugiato qui, in un’isola come l’imperatore Tiberio.”
“Tiberio aveva paura di Roma. Io ho paura della vastità del mondo.”
Forse temeva la sua complessità. Dissi: “Tiberio non era di Capri.”
“Noi invece siamo capresi e abbiamo nel sangue la bellezza dell’sola. Tutti vorrebbero tornarci, almeno da pensionati.”
“Alcuni sono andati via per sempre. Ti ricordi di Gennaro? Partì con la madre vedova per gli Stati Uniti e non è mai tornato.”
“Amo la mia isola. Amo troppo questa terra. Amo la sua tristezza in inverno ed i suoi colori forti dell’estate. Se vuoi essere solo, te ne vai in qualche grotta dell’isola.”
“E’ bello restare isolati come n un utero materno. Ma poi bisogna uscire fuori. Bisogna affrontare la realtà. Entrare nel mondo che ci circonda.”
“Molti vengono a stare qui apposta per il resto della vita. Ci sono inglesi, americani….lo sai no?”
“L’isola offre molte attrattive, è vero…”
“Puoi farti il bagno anche d’inverno. Una città come Roma è troppo grande per me che voglio pace e serenità. Tu dici che sarei dovuto andarmene via da qui per altri lidi per fare carriera nel cinema.”
“Capri offre solo bellezza naturale. Non c’è niente per i giovani.”
“Sono fortunato. Molti sono dovuti espatriare in cerca di lavoro.”
Pasquale usava la parola espatrio per indicare uno che va via da Capri. Dissi:
“Tra Napoli e Capri è sempre meglio Capri. Purtroppo, io devo stare a Napoli in mezzo alla spazzatura e la schifezza.”
“I politici, come Pecoraio Scanio e Bassolino dicono ogni giorno che stanno risolvendo il problema. Qui per lo meno qui, non c’è la spazzatura ed i fumi dei cassonetti bruciati. Almeno per questi mesi terribili per Napoli, resta qui, senti a me. ”
“Io devo stare nel mondo, in questo mondo di merda. Mi piace la ricerca e l’insegnamento universitario. Qui non c’è università. Dopotutto anch’io mi devo ritenere fortunato se ho la possibilità di non lavorate molto lontano da qui.”
La processione stava prendendo la direzione per Marina Grande. La statua della Madonna in preghiera osservava il mare ed il cielo a seconda dell’inclinazione dovuta a quelli che la sorreggevano in spalla. La musica intonò l’evviva Maria. Le donne ed il prete accompagnarono col canto la musica. Pasquale disse:
“Ho due cani, pastori tedeschi. Li ho comprati da un allevamento canino di Anacapri.”
Ama i cani, ma non la cinematografia, al contrario di me che sono laureato in Veterinaria. La vita è strana. L’ho aggiornato sulle vaccinazioni dei cani e su come sverminarli, ammesso che l’allevatore non l’avesse già fatto. Dissi le solite cose ripetute ai molti conoscenti possessori di cani:
“La prima dose del vaccino contro il cimurro, la leptospirosi e la gastroenterite va fatta dopo i due mesi. Prima, però bisogna sverminare i cuccioli. Per l’esattezza, a due mesi si somministra al cucciolo il siero, dopo quindici giorni la prima dose del vaccino. In questo intervallo di tempo, si somministra il vermifugo”
In genere mi facevano la domanda:
“Perché vanno vaccinati dopo i due mesi.”
“Perché prima sono protetti dagli anticorpi ricevuti dal latte materno.”
Deposta la statua in chiesa, la processione si era sciolta. Pasquale se l’era squagliata dicendo che aveva fame e che l’aspettavano a casa coi maccheroni sul tavolo. Mi aveva detto:
“Vuoi venire? Siamo solo tu io, i miei genitori e mio zio Adamo.”
“Grazie, ma ho mia madre che mi aspetta. Buon appetito.”
Mi ero trattenuto per strada ed avevo pranzato con mia madre ottantenne che vive sola in una casetta, in un vicolo non distante dalla Piazzetta di Capri. Vive con tre gatti: due rossicci ed uno nero. Il primo pomeriggio dopo la siesta, mi ero messo in macchina. Avevo parcheggiato non distante da Marina Piccola ed ero sceso per uno stradino sulla piccola spiaggia di Marina di Mulo. Sulla pietraia avevo disposto il gommone e mi ci ero steso. Mare azzurro cobalto. La spiaggia deserta di turisti con le barche dei pescatori in rada e le reti stese al sole. Avevo l’occorrente per l’abbronzatura, un libro da leggere, le pinne per nuotare veloce ed il telefonino spento. La stasi del mare ed il languore del sole mi planarono nel sonno. Sognai del dottore Fusco e della la contessa di Castiglione, i protagonisti del romanzo testé letto: abbracciati e amoreggianti nella nuvolaglia del sogno. Avevo teso la mano verso di loro, ma mi svegliai. Il luccichio del mare piatto davanti a me, oltre i miei piedi in orizzontale ed il sole calante m’invitarono a farmi l’ultimo bagno della giornata. Misi in borsa il romanzo sul dottore Fusco e rispettiva amante, avviandomi con circospezione sulla pietraia del bagnasciuga. Avevo le pinne in mano. In acqua, calzai le pinne e nuotando sul dorso mi allontanavo dalla riva. Acqua calda e spiaggia deserta. Erano i primi di settembre, metà settimana. Come professore universitario potevo permettermi qualche breve vacanza di metà settimana, senza pensare agli editti anti-fannulloni.
Potevo alla fine rilassarmi senza pensare a niente. La mente vuota come quando si nasce. Gli antichi Romani definivano il mare piatto col termine aequora. Entrai nell’azzurrità luccicante. Acqua tiepida e calma. Invece di risvegliarmi, l’uniforme distesa, pulsante, gonfia di vapori con indistinto rumorio mi addormentava ancora di più, avviluppandomi il corpo assopito nel gioco sinuoso di quel flusso e di quei vaghi effluvi, emergenti dagli abissi. Quasi nudo, col solo tanga, galleggiavo sulla schiena, la testa sorretta dal lieve movimento ondoso, gli occhi accecati dal disco solare trionfante, sognando di nuotare verso il largo, tranquillamente con pazienza e ritmo, impegnando ed al tempo stesso risparmiando la forza dei muscoli contro l’inerzia dell’immensa massa subdola, agitata da una violenza placida ed incessante. Di tanto in tanto la testa finiva sott’acqua e cogli occhi chiusi contro il morso del sole, perdevo ogni nozione dello spazio. Ero sballottato, smarrito. Una sorda angoscia m’assaliva le membra che sembravano agitarsi come alghe sinuose, senza vigore né potenza. Ogni arto separato dagli altri ed incapace di ritrovare la sintonia necessaria per ridare un senso ed una direzione a quel movimento. Nei polmoni, l’aria si viziava, m’indolenziva le costole, poi, una spinta contraria dalle onde mi rispediva verso il cielo, con la bocca spalancata a pelo d’acqua, sferzata dai fiocchi di spuma, e riprendevo i miei gesti regolari, inoltrandomi in quel deserto senza fine e senza posa ondeggiante. Andò avanti a lungo. Ero ad una cinquantina di metri dalla riva e nuotando sul dorso osservavo la profonda azzurrità e il luccichio del piatto mare. Qualcosa di lato mi sfiorò. Mossi la tesa e vidi una grossa pinna triangolare scura che fendeva l’onde poco distante, passando oltre, in direzione della riva. Terrorizzato, cominciai a nuotare nel tentativo di fuga. Con le pinne ai piedi ero abbastanza veloce, ma se c’era uno squalo, non avrei avuto scampo. Il grosso pesce, continuò a nuotare verso la spiaggia, affiorando da sopra l’acquosa superficie col muso e la testa. Tirai un sospiro di sollievo. Si trattava di un delfino, un grosso cetaceo che forse aveva perso la rotta. Il modo di nuotare affiorando regolarmente con la testa dall’acqua per respirare era prerogativa di un cetaceo. Non ne vidi altri e nuotai anch’io nella stessa direzione. Il cetaceo si arenò sul bagnasciuga con sinuosi movimenti ed emettendo insistenti, strazianti squittii. Aiutandosi con le pinne pettorali, come una foca, cercò di risalire la riva con ripetuti squittii. Mi ero sfilato le pinne. Mi sforzavo di spingerlo in mare. Lo tiravo strattonandolo per la pinna pettorale. Un pachiderma di oltre due metri. Aveva il dorso scuro ed il ventre bianco. Dalla forma del muso era un delfino a naso di bottiglia, comune nel Mediterraneo. Restava da capire perché si fosse arenato, o meglio, come si dice: spiaggiato. Essendo i miei tentativi inutili, andai ad afferrare la borsa, ne estrassi il telefonino e chiamai il mio collega, il veterinario capo dell’Asl Na 4 di Capri.
“Pronto, sono il prof. Casco, Casco Antonio della Facoltà di Veterinaria di Napoli. Vorrei parlare col dott. Alfonso Scatola.”
Dopo un po’ me lo passarono:
“Alfonso, vieni subito. Vieni tu e la tua squadra. Si tratta di salvare un delfino che si è arenato. Sto a Marina di Mulo.”
“Oggi è festa padronale…proprio oggi doveva arenarsi…”
“Non perdere tempo. Per favore, fa presto...”
“Parlo col vigile. Aspettami sulla strada. Raccolgo un po’ di gente e vengo.”
“Non credo si possa fare molto. Io cercherò di spingerlo di nuovo in mare, ma è pesante. E’ lungo oltre i due metri. Pesa un accidente.”
Telefonai alla mia assistente, una ricercatrice. In laboratorio non rispondeva nessuno. Il suo telefonino spento. Telefonai in dipartimento:
“Pronto, chi è, Calogero?”
“Professore, agli ordini.”
“Cerco la dott.ssa Anna Pigna.”
“E’ qui che prende il caffè. Ve la passo.”
“Anna, prendi la macchina del dipartimento. Fatti accompagnare da Calogero. Prendi i fissativi, prepara una soluzione tamponata fisiologica e una soluzione fisiologica di glucosio al 5%. Venite subito. C’è un delfino che annaspa sulla spiaggia. Si è arenato. Penso che non ne abbia per molto. Cercherò di buttarlo di nuovo in mare, ma non credo che si salverà. Mi trovo a Capri. Dovete mettere sul traghetto il furgone del dipartimento una volta sul porto vi aspetta uno dell’ASL di Capri che vi porterà da me. Fate presto. Cercate di prendere il traghetto delle 17,11.”
“Se non troviamo traffico, arriveremo al molo Beverello prima delle 17,00 e c’imbarcheremo per le 17,11. Ciao.”
Infilai in fretta i pantaloni sul tanga e indossai la camicia che annodai ai fianchi. Aria calda, stagnante sotto lo zenit e non un soffio di vento.
(2)
CETACEA CEPHALICA
Tornai dal grosso cetaceo che ansimava attraverso il sifone sulla sommità del capo. Stava disposto di lato sul bagnasciuga e non ne voleva sapere di ritornare in acqua. Ogni tanto scuoteva la testa e agitava in aria una delle due pinne toraciche. A tratti, apriva la bocca allungando in avanti la lingua. La sua pelle stava rinsecchendo. Se non lo avessi rimesso in acqua sarebbe morto in poco tempo. Era stremato, ma non accennava a prendere il largo. Con una mano avevo afferrato una delle due pinne toraciche, verso la base e con l’altra mano più sotto, cercavo con ogni sforzo di farlo rotolare in mare. Mi fu possibile di spostarlo solo di pochi centimetri. Il pachiderma non collaborava, pur osservandomi con uno dei due occhietti, mentre l’altro poggiava sulla rena sassosa. La squadra dell’ASL Na 4 di Capri sarebbe arrivata come minimo entro una mezz’oretta, troppo tardi. Il delfino annaspava con la lingua cianotica. Gli svuotai l’intera bottiglia di acqua minerale sulla testa. Riempii la bottiglia di acqua di mare e gliela svuotai di nuovo sulla secca pelle che si stava spaccando, in particolare verso il dorso e vicino al sifone delle narici. Guardai sulla spiaggia a sinistra ed a destra, ma non c’era nessuno. Dopo neanche una diecina di minuti, il delfino boccheggiante era spirato. Dopo un’altra diecina di minuti era arrivato il mio amico veterinario, il dott. Alfonso Scatola con alcuni impiegati, oltre al vigile sanitario. Erano arrivati con il furgone del comune e con la macchina dell’ASL. Subito dopo, erano accorsi i carabinieri, qualcuno della Capitaneria di porto ed i giornalisti. Più tardi, c’era pure una tivù locale e i soliti turisti fuori stagione. Avevo detto al maresciallo dei carabinieri:
“Stavo facendo il bagno quando ho sentito sfiorarmi da qualcosa di molliccio. Mi sono girato ed ho visto emergere dall’acqua, proprio accanto a me, una grossa pinna triangolare. Ho pensato ad uno squalo e mi sono messo a nuotare nel disperato tentativo di mettermi in salvo. Invece, era un delfino che si stava arenando. Ho cercato di rimetterlo in mare, ma pesa più di due quintali, come minimo. Ho subito telefonato all’ASL Na4 e poi ai miei colleghi della Facoltà di Veterinaria di Napoli, per eventuali analisi.”
Il mio amico Scatola mi aveva dato l’autorizzazione ad effettuare i prelievi del caso. Disse:
“Professore Casco, non è il primo delfino che in questa stagione viene a morire qui.”
“Sono di Capri e le cose importanti le apprendo da voi che non siete di qui.”
“Colpa del destino se io che sono di Napoli lavoro qui come veterinario dell’ASL e tu nativo dell’isola che lavori e vivi a Napoli.”
“Quali delfini si sono arenati?”
“Qui, in poche settimane abbiamo rinvenuto tre cetacei privi di vita, uno addirittura sgozzato.”
“Nei giornali non se ne parla.”
“Chiedilo ai politici. L’ultimo, proprio l’altro ieri vicino a Marina Piccola. Quello che abbiamo pescato l’altro ieri giaceva di lato tra due scogli con ferite sul dorso e sulla pinna. Forse era morto da almeno un giorno.”
Quelli della capitaneria di porto presero atto del delfino spiaggiato e privo di vita. Ci salutarono ed andarono via. Dopo quasi due ore, ecco Anna e Calogero con l’attrezzatura per i prelievi. Dissi al mio amico veterinario:
“Una cosa… Vorrei trasportare la carcassa del cetaceo in Facoltà. Domani pomeriggio ho lezione di anatomia patologica e vorrei fare una lezione insolita. Mostrare agli studenti la carcassa di un cetaceo e gli organo interni. Dopotutto i cetacei sono mammiferi come noi.”
Il dott. Scatola, dirigente superiore della Sezione Veterinaria - ASL Na4 disse:
“E come lo porti su fino alla strada?”
“Mi aiuteranno gl’impiegati che hai con te, compreso il vigile sanitario. Saranno una cinquantina di metri in tutto, anche se in salita.”
“Sono un centinaio di gradini. Li farai spompare.”
“Una volta tanto fanno lo straordinario.”
“Avevo fatto venire gli spazzini del comune e relativo furgone per trasportare la carcassa nell’inceneritore. Professore Casco, per me non ci sono problemi. Fa come vuoi. A disposizione.”
Il dottore Scatola mi tirò da parte per un braccio e mi disse:
“Professore, ho dei nomi da segnalarti per la prossima seduta di esami di Anatomia patologia veterinaria….”
Scatola mi teneva in considerazione per via dei favori che gli facevo in facoltà. Spesso, mi segnalava figli di politici locali, o i suoi parenti perché superassero senza problemi gli esami della materia in cui ero titolare. Dissi.
“Telefonami il giorno prima. Non ci sono problemi.”
Il maresciallo fece presente che doveva solo compilare una dettagliata relazione dell’avvenimento insolito: l’arrivo in spiaggia di un delfino, il quarto della serie. Località Marina del Mulo. Nella relazione il maresciallo avrebbe precisato che la cetacea carcassa era finita nella sala settoria della facoltà di Veterinaria di Napoli. I giornalisti chiesero:
“E’ un delfino del Mediterraneo?”
Risposta: “Sì.”
Prima domanda: “Si è arenato?”
Seconda domanda: “Lei è un veterinario. Secondo lei ha segno di avvelenamento, di lesioni patologiche evidenti ad occhio nudo?”
Risposta: “Non sembra che questo delfino fosse malato. Faremo delle analisi di laboratorio presso la Facoltà di Veterinaria di Napoli. Cercheremo di chiarire dubbi di questo genere.”
Terza domanda:“Perché si ammarano? Una specie di suicidio?”
“La Scienza non lo sa. Si pensa a qualche malattia neurologica, oppure c’è qualcosa che li spaventa in mare.”
Quarta domanda: “Emissioni di onde sonore ad alta frequenza da parte di navi o sommergibili?”
“Tutto può essere.”
Dissi ad Anna di prelevare un occhio del cetaceo e di metterlo in soluzione fisiologia. Dissi anche:
“Occorre prelevare alcune parti di corteccia cerebrale e fissarli in formalina e liquido di Bouin.”
“Si deve aprire la scatola cranica. Non c’è l’attrezzatura per rompere le ossa craniche e prelevare materia cerebrale.”
“E’ un lavoro che faremo in facoltà anche se si doveva fare subito. Più tempo passa e più questo tipo di analisi non serve.”
Anna fece cenno di sì. Fece capire che era logico, ma che non ci poteva fare niente. Declinai l’invito del pranzo al vicino agriturismo e dissi al dott. Scatola che dovevamo portare il più presto la carcassa in facoltà a Napoli. Il grosso cetaceo era stato avvolto in un panno di cellofan, imbracato con funi e disposto sopra tre pali piazzati di traverso. Sei persone, tre di qua e tre di là, sorressero le estremità dei pali disposti in lungo, trasportando il cetaceo per la ripida scalinata. Calogero faceva vedere che faceva qualcosa, sorreggendo la piatta coda sporgente. Il cetaceo era stato sistemato sull’intelaiatura di due lunghi pali disposti in parallelo, in modo da evitare di prendere troppo spazio in laterale, essendo la scalinata non molto larga. Per la precisione, gli uomini sorreggevano i pali sulle spalle, due sul davanti e quattro nella parte posteriore. Dopo circa una quindicina di minuti avevamo piazzato la carcassa nel piccolo fuoristrada, diretti al porto per prendere il traghetto delle 19,11. Anna venne in macchina mia. Disse:
“Perché vuoi portare il delfino in facoltà?”
“Domani mattina o stasera, se non si fa molto tardi, faremo altri prelievi. Ci usciranno come minimo due ricerche scientifiche da pubblicare su importanti riviste estere. Ottimi titoli, non credi?”
“Sì, penso di sì. Penso che hai avuto una buona idea. I delfini sono mammiferi ancora poco studiati. Non si sa nulla del perché tanti cetacei, compreso le balenottere, si arenino. ”
(3)
PRELIEVI ORGANICI
Erano circa le ventuno e dovetti farmi aprire il cancello dal custode della facoltà. La sala settoria di anatomia patologica è al centro dell’antico chiostro, all’interno dell’edifico della facoltà di Veterinaria. Il delfino era stato adagiato sul tavolo metallico fuoriuscendovi per più di mezzo metro con la pinna caudale floscia. Il bidello ci aveva messo su un panno imbevuto di formalina. La mattina dopo dalle dieci alle dodici avrei temuto la lezione di anatomia patologia alla platea degli studenti del IV anno, in tutto una cinquantina. Quel pomeriggio Anna ed io effettuammo il cambio dei fissativi ai prelievi fatti sulla spiaggia e li mettemmo in frigorifero. In un secondo tempo, ci avremmo effettuato le dovute analisi d’istochimica e d’immunoistochimica.
Lo stessa sera, col bisturi, aprii l’addome del cetaceo. Dissi:
“Ma guarda. Sono presenti ghli stessi muscoli addominali che abbiamo anche noi ed in genere tutti i mammiferi. Ci sono i due muscoli obliqui, l’esterno e l’interno, poi il traverso ed il retto dell’addome.”
Anna osservò piegandosi di lato, con in mano una boccettina piena di fissativo. I suoi capelli a casco ondeggiarono pendendo alla fine sulla parte dove al momento teneva piegato il collo. Prelevai altri pezzettini di tessuti: fegato, milza, stomaco e tratti intestinali. I prelievi non dovevano superare il mezzo centimetro cubico e dovevano essere fissati in vari liquidi che Anna teneva conservati in frigorifero. Erano circa le 22,00 quando avevamo terminato. Rimettemmo il panno bagnato di formalina sul cetaceo, spegnemmo le luci ed andammo via. Dissi:
“Abbiamo fatto tardi, ma ne valeva la pena. Come minimo, usciranno due ricerche pubblicate su importanti riviste americane.”
“Dipende cosa troveremo d’importante cogli esami istologici e d’immunoistochimica.”
“Comincia a preparare una nutrita bibliografia. Dobbiamo approfondire alcuni argomenti. Dobbiamo appurare se il delfino spiaggiato aveva alterazioni epatiche, era forse anemico. Bisogna accertarsi se avesse avuto alterazioni acustiche, o visive. Domani effettueremo altri prelievi al cervello, anche se è trascorso molto tempo. Qualcosa verrà fuori.”
“Occorrerà aprirne il cranio con la sega elettrica.”
“Domani mattina dì a Grazioso il bidello, o al tecnico Calogero di preparare tutta l’attrezzatura necessaria per sezionare il cranio del cetaceo.”
“Niente altro?”
“So di un ricercatore americano che ha addestrato un’orca marina e se ne serve per rilevarne le onde cerebrali in vivo; inoltre ha eseguito una serie di analisi sul sangue, pressione sanguigna e altro. Devi procurarti gli estratti di questo scienziato. Non so come si chiama, ma tu sei brava a rintracciarlo col motore di ricerca Google. Mi servono ricerche con metodiche VOXEL di base che hanno rilevato la struttura del cervello di Delfino.”
“Basta?”
“Ce ne andiamo a Sorrento, al Saraceno e balleremo tutta la notte.”
“Come farai per la lezione di domani?”
“Sono un esperto di cetacei. Ho effettuato alcune ricerche un paio di anni fa sui polmoni e sulla circolazione sanguigna dei delfini. Poi, con le ataviche conoscenze di anatomia patologica in generale, me la cavo sempre. Piuttosto, dovremo fare accurati prelievi dal cervello di quel delfino. Qualcosa nel suo cervello non ha funzionato se ha deciso di arenarsi in spiaggia e di lasciarsi morire.”
Anna ci pensò sopra e disse:
“Non mi va di ballare tutta la notte e di stordirmi con suoni laceranti. Poi, devo cambiarmi.”
“Allora passeremo la serata al circolo dei forestieri sempre a Sorrento. Ceneremo in terrazza, faremo una passeggiata per il corso e ce ne torniamo a casa.”
“Mi devi accompagnare a casa mia però. Non voglio stare da te stanotte.”
“Va bene. Ci vediamo alle 20,30.”
Anna era una ventottenne abbastanza bella, passabile. Laureata da quattro anni, l’avevo aiutata a vincere il concorso di ricercatrice. Era nel ruolo da un paio di anni e doveva e doveva accumulare molti titoli per passare associata, cioè professore di II fascia. Da studentessa, era stata fidanzata. Subito dopo la laurea triennale era passata nel mio dipartimento dove l’avevo aiutata nella stesura della tesi di laurea specialistica e dopo, l’avevo aiutata a vincere una borsa di studio nel mio dipartimento e poi il posto di ruolo a ventisei anni di ricercatrice universitaria. Era la mia assistente e dopo il mio divorzio, la mia amante.
La serata fu amena e cenammo come previsto sul terrazzo del Circolo dei Forestieri. In lontananza dalla parte opposta del Golfo, le luci di Napoli e di Pozzuoli. Parlammo del delfino arenatosi in spiaggia. Anna disse:
“Tra massimo tre giorni, saranno pronti i vetrini colorati con gli anticorpi specifici e le colorazioni d’istochimica.”
“Preferirei che prima ti documentassi con la bibliografia. Bisogna usare anticorpi monoclonali, ma bisogna inquadrare bene il problema. Se il delfino si è arenato suicidandosi ci dev’essere qualcosa di grave sotto. E non è l’unico esemplare a fare questo tipo di fine. Spesso branchi di delfini e di cetacei come balene, si arenano e muoiono su spiagge più o meno deserte. Per adesso, teniamo i prelievi nei fissativi. Occupiamoci di sapere cosa hanno scoperto gli altri, sul cervello dei cetacei e sui fenomeni di spiaggiamento di questi mammiferi-pesci.”
“Ho degli anticorpi specifici contro lo stress termico e lo stress da ipossia.”
“Li useremo sui prelievi di cervello.”
“Faremo domani mattina questi prelievi. Però, temo che sia passato molto tempo dal decesso del delfino. Non ne ricaveremo molto.”
“Domani mattina per le otto e mezza fatti trovare in dipartimento coi fissativi già pronti. Adesso pensiamo a rasserenarci.”
“Per le dieci del mattino hai lezione.”
“Vediamoci alle otto. Così ho il tempo di fare anche altre cose entro le dieci. Se tutto va bene coi risultati delle analisi sul cetaceo potremo approntare due pubblicazioni da presentare al prossimo congresso di Scienze Veterinarie.”
“Dove si terrà?”
“Credo a Pisa, o a Pavia. Non è stato ancora deciso. Se i risultati d’istochimica saranno importanti, vedremo di ricavare altre pubblicazioni su riviste scientifiche americane, o inglesi. Tutto dipende da cosa troveremo di scientificamente importante.”
“I delfini sono stati poco studiati.”
“Sembra a te. Comincia a spulciare la bibliografia su GOOGLE e poi dà uno sguardo alle caterve di lavori che ci sono nella nostra biblioteca, in particolare sui cetacei. Se faremo buone indagini d’immunoistochimica, penso che pubblicheranno le nostre ricerche all’estero.”
“Ce la metterò tutta per trovare qualcosa d’interessante. Al Congresso di Veterinaria ci tengo a fare buona figura.”
“Devi fare buona figura. Al Congresso ci saranno molti miei colleghi ordinari. In particolare il prof. Corinna di Perugina e Marzapane di Milano. Ne approfitterò chiedendo se puoi presentarti per il prossimo concorso per prof. di II fascia. Parlerò bene di te.”
“Ti ringrazio. Per adesso, devo ritenermi fortunata se sono ricercatrice sotto i trent’anni. Molti lo sono a quaranta e passa.”
“Tu meriti di più.”
La luna piena brillava nei suoi occhi azzurri che facevano sensuale contrasto coi capelli neri, lisci, a casco. Aveva esile collo e pelle chiara. Era un po’ più alta di me, con cosce diritte e caviglia sfilata. Snella, con seno appuntito, ma non grosso, era una bella ragazza che preferiva non pensare a sposarsi. Se io glielo avessi chiesto, forse mi avrebbe detto di sì, ma tergiversavo. Lei ventottenne ed io quarantunenne divorziato con un figlio di sette anni; lei ricercatrice ed io ordinario. Molti le facevano gli occhi languidi, anche se in dipartimento le voci corrono e si sapeva che scopava con me. Carattere docile, eseguiva alla meglio le mie direttive. L’appassionava la ricerca scientifica cui si ci era votata e veniva di buona voglia ai congressi, esibendo bellezza e preparazione scientifica. Solo vestiva da trappara, come le studentesse e le veterinarie che praticano la professione nelle campagne, a contatto cogli allevamenti di bovini, pecore e maiali. Lei però era una ricercatrice universitaria, ma lo stesso non aveva gusto nel vestire. Aveva sempre degli stinti jeans aderenti che evitava d’indossare solo nei congressi e nelle cerimonie importanti che si tenevano in aula magna. Non è che non le donassero i jeans, però con quelle linee poteva indossare gonne mini, abiti scollati, corpetti aderenti e sensuali. Invece solo jeans. Non aveva tutti i torti, perché nelle ore di lavoro i jeans sono pratici, però in dipartimento di giorno, o quando aveva lezione agli studenti, o nei consigli di facoltà e di dipartimento, doveva indossare qualcosa di più serio ed elegante. Poteva essere che nelle donne che scelgono Veterinaria, c’è l’istinto a vestire come le donne dei contadini. Del resto per fare il veterinario, spesso ci vuole forza fisica, necessaria per competere con tori, bufali ed altri grossi animali domestici. Cambiammo idea. Anna passò la notte con me. Lo faceva sempre più spesso, specie il sabato e la domenica. Non aveva un altro e i suoi weekend erano dedicati a me, tranne la domenica mattina ed il primo pomeriggio che passavo con mio figlio.
Quella notte la osservai mentre mi dormiva accanto. Pelle liscia ed abbronzata, cosce sode. Nel sonno, aveva spesso la bocca socchiusa mostrando la linea smaltata degl’incisivi tra le labbra carnose. Più giù, sporgeva prepotente quel seno tosto pronto a donare e ricevere sesso.
(4)
RICERCHE DI LABORATORIO
Anna ed io cambiammo i liquidi fissativi per i prelievi effettuati il giorno prima sul cetaceo. Mi telefonò il prof. Bertoldo della facoltà di Scienze naturali. Chiedeva se poteva utilizzare la carcassa del delfino per ricavarne uno scheletro da inserire in una bacheca del museo della sua facoltà. Dissi:
“Collega, anche noi abbiamo un piccolo museo anatomico in Facoltà. Vedremo. Per adesso, utilizziamo la carcassa per i prelievi istologici in modo da farci uscire delle pubblicazioni scientifiche. Poi, oggi terrò una lezione di anatomia patologica in sala settoria sullo stesso delfino. Ti farò sapere.”
La seconda telefonata fu di una giornalista del Corriere del Mezzogiorno. Voleva sapere i particolari dello spiaggimento. Dissi com’erano andate le cose. Che stavo in mare a fare il bagno pomeridiano e che un grosso cetaceo mi aveva sfiorato la spalla. Avevo pensato ad un pescecane e terrorizzato, mi ero messo a nuotare verso riva. Invece, era un delfino che si stava arenando. Mi ero sforzato di ricacciarlo in mare, ma da solo non ci ero riuscito. Spiegai che avevo avvertito il maresciallo della locale stazione dei carabinieri, la capitaneria di porto ed i veterinari dell’ASL Na4 di Capri. La giornalista aveva chiesto:
“Si è fatta una idea sul perché di questi frequenti spiaggiamenti di cetacei sulle nostre spiagge?”
“Alcuni non sono spiaggiamenti, ma sotto c’è la mano dell’uomo.”
“Può spiegarsi meglio?”
“I delfini sono mammiferi molto voraci e mal visti dai pescatori, loro dirtetti concorrenti.”
“Allora i pescatori uccidono i delfini…”
“Esatto. Però alcune volte delfini, orche ed anche balene si arenano senza un perché. Si pensa a qualcosa che li spaventi dal fondo marino. Non c’è niente di certo in proposito. Forse i sonar di sommergibili e di navi nelle vicinanze. Qualcuno ipotizza di strane emissioni di onde alfa.”
“Professore, cosa intendete fare della carcassa? So che l’avete trasportata in facoltà.”
“Eseguiremo studi particolareggiati d’istochimica e d’immunoistochimica su alcuni organi interni.”
“Grazie.”
Alle dieci ero pronto per scendere nel chiostro dov’era l’aula di anatomia patologica.
“Anna, allora andiamo?”
Anna era tutta presa ad incollare etichette sui flaconi coi prelievi, immersi nel fissativo. Disse:
“Non ho finito ancora. Ti raggiungo tra un quarto d’ora.”
Quella mattina, non era arrivato neanche il ragazzo che faceva il dottorato di ricerca e che aiutava Anna in laboratorio. Mi avviai per le scale che portavano nell’androne della facoltà da cui si accedeva nel chiostro attraverso un corridoio interno con volta ad arco, tutte affrescate a rappresentare eventi evangelici. Gli affreschi secenteschi erano opera di uno degli allievi di Salvator Rosa. Calogero il bidello in camice nero mi aspettava sotto l’architrave basso della sala. Mi salutò con l’inchino, a modo suo. Disse:
“Professore, mi hanno chiesto di non buttare via lo scheletro del cetaceo. Dopo la lezione, porterò lo scheletro ripulito alla meglio in anatomia dove lo prepareranno come sanno fare loro e lo metteranno in una bacheca del museo.”
“Parlo io con loro. A me nessuno ha detto niente”
“Hanno incaricato me di dirvelo. Forse non vi hanno visto.”
“Tu tieni in frigorifero lo scheletro scarnificato. Parlo io con questa gente. Per me, non ci sono problemi, ma devono chiedere direttamente a me queste cose.”
Calogero sembrò meravigliato che precisassi come stavano le cose. Però, avevo fatto bene a dirglielo. Calogero prendeva iniziative che non gli competevano, come se fosse lui a dettare legge in dipartimento. Dicevano che raccomandasse anche gli studenti facendosi pagare, o ricevendo in cambio stecche di sigarette.
Una cinquantina di studenti stavano in piedi sui gradini di marmo a ferro di cavallo, intorno al tavolo laminato della sala settoria. Scopersi il panno imbevuto di formalina e cominciai la lezione di anatomia patologica sul cadavere del delfino con la bocca socchiusa. Gli studenti mostrarono molto interesse per l’inusuale reperto. Di solito, c’erano carcasse di equini fatti arrivare dall’ippodromo di Agnano, o pecore, o bovini da allevamenti della provincia. Di rado, portavano un cervo dal Parco nazionale d’Abruzzo, ma mai un delfino. Serpenti, volatili esotici, lucertole e similari erano della giurisdizione della facoltà di Scienze. Però, i delfini essendo mammiferi dovevano per forza rientrare nel campo della Veterinaria.
Il delfino era irrigidito con la pelle che si stava spaccando. Tra le piccole palpebre socchiuse uno dei due occhi, vitreo ed infossato. L’altro era in fissativo per le dovute analisi istologiche. Aprendogli la bocca si vedevano i denti tutti uguali – dentizione omeodonte – e la lingua cianotica. Un esperto avrebbe dedotto l’età dell’animale dalla consunzione dei denti, come facciamo noi veterinari coi cavalli, bovini e cani. Mi sforzai di osservare i denti del cetaceo che erano consumati, segno che non era giovane. Ne aveva solcato di mari e di onde per venirmi a morire in braccio su una spiaggia caprese, mentre facevo il mio rilassante bagno pomeridiano.
Raccontai agli studenti dell’insolito reperto, dello spiaggiamento e di come avevamo trasportato in facoltà il cetaceo. Spiegai che i delfini sono mammiferi e che a rigor di legge, la competenza è della Veterinaria. Era arrivata Anna. Si era piazzata di lato, sfiorandomi il braccio col seno appuntito e tosto. Dissi che i delfini essendo dei mammiferi hanno due mammelle in posizione inguinale come le pecore ed i cavalli. Trattandosi di un delfino femmina, mostrai ai discenti i due capezzoli in prossimità delle pinne caudali. Spiegai:
“I delfini forse derivano da pachidermi simili ai bovini ed ai bufali. Forse, centinaia di migliaia di anni fa vivevano nei pressi dei mari e dei fiumi, nutrendosi di pesci. In un secondo tempo, acquisirono la fisionomia dei pesci, pur respirando come noi attraverso i polmoni. Le loro narici si trovano alla sommità del cranio, collegate alla trachea mediante un condotto intermedio che va alla base cranica e si porta sotto il breve collo.”
Uno studente disse: “Professore, i delfini respirano per branchie come i pesci?”
La domanda lasciava capire la grave ignoranza dello studente. Dissi:
“Essendo mammiferi, i delfini respirano come noi, coi polmoni. Hanno bisogno di nuotare sotto il pelo dell’acqua in modo da emergere con la parte cefalica del corpo, potendo così respirare. Alcuni cetacei possono nuotare anche a grandi profondità, però devono emergere comunque in superficie per respirare.”
Ripetevo concetti che avrebbero dovuto essere noti fin dalla scuole medie. Cominciammo a sezionare il cetaceo divaricandogli le pareti addominali, già aperte da me col bisturi la sera prima. L’apertura della gabbia toracica richiese l’uso della grossa tronchese, necessaria a tagliare le costole. Asportai in addome, tratti di utero e di ovaie. Vidi che era una femmina in calore. Dissi:
“Vedete? Queste sono le ovaie di una femmina. Sono più o meno simili alle ovaie di una mucca. L’animale di certo era in calore perché ci sono alcuni follicoli ovarici deiscenti, pronti allo scoppio.”
Sezionai l’utero per capire se c’era qualche infiammazione catarrale. L’organo sembrava normale. Anna tagliò dei pezzettini di utero e di entrambe le ovaie, mettendole in boccettine con formalina all’1%. Mostrai il cuore anche questo normale anche se i ventricoli contenevano dei coaguli, forse dovuti all’agonia fuori dal mare. Normali anche fegato ed intestino, privi il primo di fenomeni steatosici ed il secondo d’infiammazioni catarrali. Spiegai agli studenti:
“La presenza di gravi alterazioni epatiche come fenomeni di steatosdi, indica che l’animale soffrisse a causa di fattori tossici. Intossicazioni esogene dovute per lo più al mare inquinato, oppure a fattori endogeni come ormoni durante la gravidanza. Ma qui il fegato sembra normale.”
I polmoni avevano chiazze arrossate. Dissi ad Anna di prelevare pezzettini di polmoni, di fegato e di linfonodi bronchiali. Anna aveva con sé tutto l’occorrente: boccettine coi fissativi di Bouin, formalina tamponata e formalina all’1%. Ogni etichetta incollata sulla boccettina riportava la data ed il nome del tessuto. Il prelievo non doveva superare il mezzo centimetro cubico, questo per permettere al fissativo di bloccare le alterazioni enzimatiche post mortem. Anna eseguiva con accuratezza queste operazioni, riducendo col bisturi i tessuti prelevati in modo da non superare il mezzo centimetro cubico. Sgomberato il tavolo anatomico dei vari organi asportati al cetaceo, procedemmo all’apertura del cranio. Con la sega elettrica, cominciammo a tagliare la calotta cranica, operazione in cui era esperto Calogero. Spiegai alla platea dei futuri medici veterinari: “Stiamo aprendo la calotta cranica, tutto intorno all’apertura nasale. Si tratta di tagliare una serie di ossa piatte come i frontali e di lato i parietali.”
Il rumore della sega metallica azzittì gli studenti. Molti sguardi seguivano la linea di taglio che con precisione tagliava il tavolato osseo. Dissi ad Anna:
“Prepara molte boccettine, per lo meno dieci col fissativo di Bouin tamponato e la formalina all’1%. Faremo prelievi di corteccia cerebrale, ma anche segmenti di arterie cerebrali. Mi risulta che le arterie cerebrali del delfino siano state poco studiate.”
Uno studente si vide in obbligo di chiedere. Lo riconobbi. Era un alunno interno, figlio di un mio collega che eseguiva ricerche scientifiche nel dipartimento del padre. Disse:
“Professore, ma non è passato troppo tempo per i prelievi di materia cerebrale?”
“Sì, sono trascorse più di 12 ore dal decesso. Qualcosa si può fare. Speriamo di ricavare dati importanti con le metodiche d’istochimica, anche se, come fa notare lei, è passato troppo tempo.”
Calogero aveva asportato la parte superiore della calotta cranica come la cuffia che ricopre la chierica di un cardinale. Solo che la calotta asportata da Calogero era molto più vasta. S’intravedeva la materia bianca cerebrale. Col bisturi tagliai l’involucro della meningi e solo allora apparvero ben chiare le numerose circonvoluzioni cerebrali. Dissi alla muta platea:
“Il cervello di cetaceo è molto più grande di quello umano. E’ circa quattro volte più voluminoso. Per non parlare del cervello di un elefante. Però, è stato visto che nei primati la concentrazione delle cellule nervose è molto più alta. Questa concentrazione ha il massimo grado nella specie umana.”
Mentre spiegavo, sezionavo col bisturi ed asportavo con la pinzetta dei pezzetti di materia cerebrale che porgevo ad Anna. Dissi:
“Come nei ruminanti, anche nei delfini ed in tutti i cetacei, balene comprese, tra cuore e cervello c’è una fitta rete di arterie. Ciò permette di mantenere una pressione sanguigna costante anche quando il delfino accelera il nuoto. Queste reti arteriose si chiamano reti mirabili per la strana disposizione anatomica che adesso non mi dilungo a spiegare e che fa parte del programma di anatomia comparata, il cui esame tutti voi avete già superato. Dovreste sapere che nel bovino, ci sono quattro reti mirabili, tra cuore e cervello e ben otto reti mirabili nel delfino. Le reti mirabili encefaliche mancano nell’Uomo, nelle scimmie e nel Cavallo. Grazie alle reti mirabili a protezione del cervello, i delfini compiono senza problemi, salti, accelerazioni e giravolte in acqua.”
Anna prelevò alcuni segmenti di arterie cerebrali e con la pinzetta le fece entrare nelle apposite boccettine piene di specifico fissativo. Su ogni boccettina c’era l’etichetta con la data del prelievo, il tipo di tessuto asportato ed il fissativo usato. Terminata la lezione, aiutai Anna a portare in laboratorio le boccettine coi prelievi e lasciai Calogero ad armeggiare coi resti del delfino sezionato. C’era pronto un grosso sacco di cellofan da riempire con quei resti che sarebbero passati in inceneritore, tranne lo scheletro.
(5)
IL CAFFE GIORNALIERO
Quasi mezzogiorno, docenti e non docenti in apposita sala a gustare la nera bibita gorgheggiante da una delle caffettiere acquistate dal dipartimento. La sala del caffé era provvista di lavandino al di sopra del quale c’era il mobiletto a muro per piatti, forchette e caffettiere. A seconda del numero delle persone, si adoperava la caffettiera grande, la media e in rari casi in estate, quando i presenti si contavano su poche dita, era in uso la piccola. C’era la speciale caffettiera con parte superiore in porcellana, riservata agli ospiti del direttore che era anche il preside della facoltà. La stanza serviva ad altro. C’era il tavolino col tiretto dove si conservavano i fogli delle presenze giornaliere del personale non docente. Non essendoci veri controlli, alcuni firmavano il giorno dopo per coprire l’assenza del giorno prima. Qualche tecnico cominciò ad assentarsi per intere settimane, esempio seguito da tanti altri. Il Senato accademico emise una circolare in cui si obbligava il responsabile del personale non docente di ritirare entro le ore nove del mattino il foglio delle presenze. Nel tiretto del tavolino, si conservavano anche i fogli per le prenotazioni agli esami del dipartimento. Gli studenti entravano con discrezione e si prenotavano per sostenere un determinato esame. Il foglio delle prenotazioni era ritirato tassativamente tre giorni prima della data degli esami. Anche qui, sotto sotto, il bidello che teneva in custodia i fogli delle prenotazioni ammetteva alcuni studenti a prenotarsi per ultimi nella lista dietro compenso di una mancia monetaria, o di alcuni pacchetti di sigarette. Nella saletta del caffé, due grosse finestre col davanzale basso davano luce all’ambiente. Subito dopo aver firmato per la presenza giornaliera, c’era sempre qualcuno che se la svignava senza dare nell’occhio. Nessuno diceva niente: d’accordo a fottere lo Stato.
Il caffé servito in media tre o quattro volte al giorno, dalle otto del mattino alle due del pomeriggio. La prima caffettata era riservata ai primi arrivati. Spesso, ero in dipartimento prima delle otto del mattino ed il lunedì mi faceva compagnia la prof.ssa di fisica che aveva lezione dalle otto alle dieci. Con me, c’erano il sig. Longo e Calogero. Come un cameriere, Calogero sul vassoio portava la tazzina di caffé alla prof.ssa di fisica nel suo studio. Alle nove, la seconda caffettata preparata dal sig. Longo, o da Calogero e riservata al personale che a quell’ora faceva la sua entrata: la sig.ra Cucchi, la sig.ra Poli ed Anna. A volte a quell’ora, faceva la sua entrata il direttore, (e preside della facoltà), il prof. Esposito Gennaro ritemprato da una fumante tazzina di caffé. Verso mezzogiorno, il break generale in sala caffé cui partecipava l’intero personale del dipartimento. C’era chi faceva sentire il suo dissenso, non facendosi vedere all’appuntamento caffettiero. Qualcuno che voleva mostrare tutto il suo dissenso perché gli ritardavano il passaggio di livello contestava il giornaliero rito. Tra i presenti, qualche dama col camice bianco aderente alle curve del corpo accompagnava il caffé in tazzina con biscotti croccanti e pezzi di cioccolato. Il caffé fuoriusciva dal beccuccio sonoro e l’aroma si diffondeva in giro. Calogero in ipoglicemia si accompagnava a sussurrate considerazioni sessuali sulle signore ivi sedute con le cosce accavallate.
Non ricordo chi asserì con convinzione:
“Qui, l’oggetto che lavora di più è la macchinetta del caffé.”
Un mattino, sorseggiavo caffé osservando da dietro la finestra gruppetti di studenti in cortile. Anna attraversava i cancelli della facoltà. La vidi dirigersi verso il portone. Si trovò a passarle accanto un giovane, poteva essere uno studente dell’ultimo anno. Anna lo salutò e si trattenne a parlare con lui. Ero geloso, una gelosia priva di senso, ma tenace. Non avrei mai pensato di diventare così geloso di lei. Dovevo evadere. Andarmene per qualche settimana a Capri da solo e non vederla per un po’. Ma era impossibile. Le catene di Anna erano forti ed invisibili.
Dopo la lezione sul delfino piaggiato, ero andato nell’apposita saletta a sorbire la tazzina di caffé delle 12,00. Udii una voce alle spalle: “Dott. Casco, buon giorno. C’è caffé per me?”
La sig.ra Cucchi. Le riempii la tazzina e gliela porsi. Volevo andare in laboratorio a seguire le la catalogazione dei prelievi fatti in sala settoria. Anna era già in laboratorio. Però prima di andare via chiesi notizie delle dott.ssa Braccini, una nostra dipendente, ricoverata presso la II facoltà di Medicina e che a quanto mi avevano riferito, aveva un tumore maligno.
“La dott.ssa Braccini è molto depressa – disse la Cucchi - fa pena, poveretta. Sto andando tutti i giorni a trovarla. E’ uno scheletro. Non ci vede. Ci vuole un coraggio a guardarla. Se non dovesse farcela a superare l’intervento chirurgico a cui tra breve si sottoporrà, è suo fermo desiderio di lasciare il proprio scheletro in eredità al museo anatomico.”
“Era tanto attaccata a questo dipartimento. Era una delle poche che rispettava gli orari. Amava il suo lavoro. Poveretta. Lascia un figlio ed un marito.”
“I medici dicono che non vivrà per molto. Solo un miracolo…”
“Terribile.”
Subentrò il prof. Alfieri il, direttore del dipartimento di anatomia e istologia. Aveva in custodia anche il museo anatomico. Mi fermò e disse: “Proprio te cercavo.”
“Ho fretta, devo completare alcune cose in laboratorio.”
“Penso che Calogero te lo abbia detto. E’ meglio non buttare lo scheletro del cetaceo. Possiamo accoglierlo noi in una bacheca del museo. Ho in mente di scrivere un libro sui cetacei. Capisci?”
“Va bene. Appena la carcassa non serve più, ti manderò questo scheletro.”
“Grazie. Ci farò eseguire delle foto accurate da inserire nel volume in preparazione. Quello scheletro capita nel momento più adatto.”
“Non ci sono problemi.”
“Stavo già pensando di partire per Bologna dove c’è un grosso museo di anatomia con parecchi scheletri di delfini. Mi risparmierò questo viaggio, o forse no. Dipende da cosa devo fotografare. Nel museo a Bologna ci sono alcuni preparati anatomici di mammiferi con tutta la circolazione sanguigna venosa ed arteriosa, oltre ai relativi scheletri. Grazie di nuovo.”
“O. K.”
Il collega Alfieri ci teneva a precisare che in fondo non gli facevo un grande favore. Al limite, sarebbe andato a Bologna a fotografare i delfini del museo di anatomia comparata di quella città.
“Professore Casco, buongiorno.”
Dal fondo del corridoio vidi avvicinarsi con passo veloce i dottori Maresca e Frajese. Appena furono di fronte dissi: “Avete entrambi fretta di prendere un po’ di caffé, prego, accomodatevi.”
Frajese disse: “Professore, siamo preoccupati.”
“E di che?”
Frajese: “Usciamo adesso dall’assemblea tenuta in aula magna.”
“Ho capito. Però prima il caffé.”
Prelevarono ciascuno una tazzina, la riempirono di caffé e la sorbirono in fretta. Lavarono le tazzine sotto la fontana e le poggiarono capovolte sull’asciugatoio della vasca. Maresca disse:
“Professore, ma è mai possibile?”
“Che cosa?”
Maresca: “Secondo il decreto Gelmini dovremo sostenere un concorso nazionale per avere la qualifica di professori di ruolo, ma dopo il concorso verremo inseriti in apposite liste nazionali. Le singole facoltà chiameranno di volta in volta i vincitori.”
Dissi: “Anch’io ho sostenuto un concorso nazionale per avere il titolo di associato. Poi espletai un altro concorso locale per il titolo di ordinario.”
Frajese: “Si ma ognuno di noi ha una età avanzata. L’età media dei ricercatori universitari in Italia è sui quarant’anni. Rischiamo che a questa onorabile età, con famiglia a carico di perdere il posto, oppure di essere chiamati in una facoltà di un’altra regione….”
“Non so che dirvi.”
Corsi in laboratorio da Anna. Avevo fretta di stare con lei, ma non dovevo far vedere che ero perdutamente innamorato di lei. Nessuno doveva accorgersene, né lei e tantomeno quelli del dipartimento. La verità era che non potevo fare a meno di starle alle costole. Incredibile. Vecchiaia.
(6)
ANNA
Lavoravamo gomito a gomito in laboratorio ed allestivamo sezioni istologiche su pezzi di tumori asportati a cani operati in clinica chirurgica. Anna assisteva alle asportazioni dei tumori e ne tagliava un pezzo di circa mezzo centimetro cubico, immergendolo in una bottiglina schermata con liquido fissativo di Bouin. In un secondo tempo, il pezzettino di tessuto disidratato in alcool, incluso in paraplast, era sezionato a cinque micron di spessore: 1 micron è uguale ad un millesimo di un millimetro. Il microtomo permetteva di effettuare questi tagli ultrasottili. Avevo insegnato ad Anna le metodiche di colorazione. Dopo permanenza in stufa ad asciugare, le sottili fette distese sui vetrini porta - oggetto, erano colorate a seconda delle cellule e del tessuto da evidenziare. Anni prima era venuta a lavorare nel laboratorio di anatomia patologica per preparare la tesina di dottorato di ricerca sui linfomi di Hodgkin. Mi aiutava in silenzio. Fotografavamo al microscopio i vetrini più interessanti. Le foto servivano per le ricerche da pubblicare su riviste scientifiche italiane, o estere. Aveva avuto brevi relazioni amorose senza seguito. Appena laureata veniva in dipartimento accompagnata da un ragazzo, il suo fidanzato di allora. Dopo alcuni mesi si lasciò. Mi colpirono subito i suoi occhi azzurri, allungati a mandorla ed i capelli neri a casco, fluenti alla base del collo. Anna era un po’più alta di me: snella, gambe perfette da indossatrice, seno pingue e capezzoli duri, appuntiti da sotto il camice di laboratorio, collo da giraffa e labbra carnose. A volte, mi capitava di sfiorare il suo seno. Lavorandole affianco, appoggiavo per pochi attimi la mano sulla sua ricevendo una segreta e sconvolgente eccitazione. A fine luglio, il dipartimento era deserto. Tutti o quasi se l’erano svignata per le ferie. Qualcuno veniva di mattina e prima di mezzogiorno non c’era più. Accadde in un pomeriggio di fine luglio. Dalla finestra si vedeva il viale antistante la facoltà deserto di macchine, d’impiegati e studenti. Anna era in minigonna e non aveva indossato il camice. Si era piegata per guardare in uno stipo. Si vedeva lo slip nero merlettato e la linea delle pacche. Chiusi la porta e cominciai ad accarezzarla per i fianchi. Si girò osservandomi con quello sguardo e quelle labbra volitive. La condussi nello stanzio tra il museo anatomico ed il laboratorio. La continuavo a baciare sul collo ed ogni tanto mi restituiva i baci sulla guancia e sulle labbra. Chiusi a chiave la porta e la distesi sul divano. Si fece penetrare tutta senza sfilarsi lo slip, ma scostandoselo di lato. Non c’era stata violenza, anche se l’avevo colta di sorpresa. Ce l’aveva umida e l’eiaculazione fu abbondante e precoce. Corse in bagno a lavarsi, aprendo con cautela la porta e fuggendo nell’attraversare un breve tratto di corridoio. Avevo combattuto strenue battaglie in dipartimento e in Consiglio di Facoltà perchè l’assumessero in organico come ricercatrice. La sua carriera dipendeva, dalle mie conoscenze ed influenze nel manovrare i concorsi universitari. Anna aveva capito come giravano le cose. I suoi genitori erano poveri. Suo padre impiegato in una ditta di scarpe e non lavorava tutti i giorni. La madre casalinga ed un fratello Co.Co.Co.
Mentre lavoravo insieme con Anna in ossequioso silenzio, arrivò in laboratorio Calogero. Disse:
“Professore Casco, la cerca il direttore nel suo studio.”
“Vengo subito.”
Cosa voleva a quell’ora il direttore da me? Mi asciugai le mani ed andai da lui. Lo trovai come al solito, seduto dietro la massiccia scrivania sulla poltrona imbottita con la grande spalliera di legno lavorata ad intarsio che sembrava un trono da re. Il prof. Esposito Gennaro era un vero barone, un barone universitario. Figlio di prof. universitario, col nonno pure. Aveva sui cinquantacinque anni e li portava bene, non avendo fatto gran che nella vita. Vantava circa centoventi pubblicazioni scientifiche eseguite dagli assistenti che avevano provveduto a giustapporre anche il suo nome tra gli autori: prof. Gennaro Esposito. Strano quel cognome: Esposito. Nell’Ottocento e nei secoli precedenti l’Ottocento si chiamavano Esposito tutti i figli coi genitori ignoti che venivano lasciati in fasce, appena lattanti, davanti alle chiese. Esposito, da esposto. Il direttore mi fece chiudere la porta e mi fece accomodare dall’altro lato della scrivania. Alle sue spalle, il finestrone con le tende raccolte faceva entrare tutta la luce del sole. La sua faccia però era come la luna, avvolta nell’ombra mentre i raggi solari gli riscaldavano la nuca con folti capelli brizzolati tirati indietro, sulla nuca appunto. Disse: “Prof. Casco, l’ho fatta chiamare per comunicarle una cosa. nel prossimo autunno, andranno in pensione i tecnici Riccio e Ascione. Si liberano due posti dunque. Unendo i due budget, si può chiedere un posto di ricercatore. Lei è d’accordo con questa mia idea?”
“A chi andrebbe questo posto?”
“Naturalmente, al figlio del prof. Grazioso.”
“Accetto, ma la pregherei di tenere in considerazione che con me ho da anni una ricercatrice che ha tutti i titoli per vincere il concorso di prof. associato.”
“Per adesso, ha la precedenza il figlio del prof. Grazioso. E’ così.”
“Certo.”
“Nel consiglio di facoltà, credo nel mese di ottobre, chiederò che sia approvata la delibera che assegna il posto di ricercatore al gruppo Vet-01, quello cui fa capo la materia in cui ha espletato numerose ricerche il dott. Grazioso Armando.”
“Cioè, Grazioso figlio.”
“Esatto.”
“Se non c’è niente altro, io vado perché ho molto lavoro in laboratorio.”
“Vada pure e mi chiami per favore Calogero. Grazie.”
Nel corridoio mi fermo il prof. Calabrese. Disse: “Ci sono novità dal direttore?”
Non mi andava di tenere per me i segreti del cazzo e dissi:
“In autunno, chiederanno un posto di ricercatore riservato indovina per chi?”
“Non ne ho idea. In questo periodo di penuria di posti, sarà di certo il figlio di un grosso barone.”
“Infatti…”
“Chi è il prescelto, se si può sapere?”
“Grazioso…Grazioso Armando.”
“Mi sembra logico. Ne ha i titoli, cioè il DNA. Il padre è un importante ordinario, la sorella del padre idem, oltre ad essere l’amante del rettore.”
“Questi sono i titoli che valgono.”
“Quanto a me, mi ritengo fortunato se sono prof. associato.”
“E’ un ambiente di merda.”
“E non lo sapevi?”
“Il direttore invece di dire: il direttore del dipartimento di Biologia degli animali domestici dice: il direttore della Biologia animale. Come se la biologia animale fosse una realtà a se stante. Lui intende l’intera facoltà di Veterinaria come un mondo a sé, un suo feudo.”
Calabrese disse: “Speriamo che non ci siano resistenze alla richiesta del posto riservato per il figlio di Grazioso. C’è crisi e penuria di posti.”
“Scoppierebbe una guerra interdipartimentale, ma a vincere sarebbe sempre lui, il preside.”
“Lo sai bene che alla base delle guerre interdipartimentali c’è la spartizione di fondi di ricerca, di posti di ricercatori, o di cattedre. Sono guerre con alleanze che nascono in un giorno e si dissolvono con altrettanta facilità.”
“Io sarò neutrale. Non me ne fotte, scusa l’espressione.”
“Io cercherò non farmi vedere in giro se scoppiasse una di queste guerre. Si diventa nemici di qualcuno potente per niente.”
“Ambiente di merda.”
“Ci siamo anche noi dentro fino al collo ed oltre.”
“Sai bene che l’inimicizia del direttore o del preside comporta una difficile esistenza, una esistenza amara fatta di mobbing e d’altro ancora. Caro mio, la società italiana aborrisce il merito. Solo così si fa largo agli indegni figli del potere politico, economico, o semplicemente ai figli di baroni universitari. Si dà per scontato che il figlio di un preside di facoltà debba come minimo emulare il padre ereditando lo stesso posto, la stessa scrivania e lo stesso stipendio: aggiornato, secondo ISTAT. Idem, per un figlio di un primario, per il figlio dell’assessore, il figlio del giudice e quanti altri. E’in corso il rafforzamento e l’allargamento di una casta di potere economico, politico e sociale alla luce del sole ed alla faccia dei passati scandali di tangentopoli. Medioevo prossimo venturo.”
Ci salutammo con una stretta di mano ed uno sguardo sconsolato. Ci si sfogava ogni tanto.
A volte, avevo la sensazione di stare in equilibrio su una corda altissima. Se cadevo non ci sarebbe stata salvezza, né per me e né per Anna.
(7)
MIO FIGLIO LUIGI
Nel 2009, mio figlio aveva sei anni. All’età di due anni era stato portato via dalla madre. Nei primi mesi di divorzio l’immagine di mio figlio girava per casa, sembrandomi di udirne la voce: papà. Inferno. Il vero aspetto della vita che prima, o poi si manifesta. Quella domenica mattina sarei andato molto presto a prendere mio figlio per evitare di essere chiuso nel traffico. Avevo trovato casa a Ponticelli, grossa frazione di Napoli est. La strada tra Ponticelli e San Giorgio è soggetta ad intenso traffico e se qualcosa va storto, si passano ore fermi in macchina. Entrare in Torre del Greco è difficoltoso col lento flusso dei veicolia causa della intersezione tra il casello autostradale e la Benedetto Cozzolino, una strada provinciale dove affluisce il traffico da San Giorgio, Portici, Ercolano ed altri centri con la più alta densità di popolazione al mondo. L’unica cosa da fare sarebbe stata di svegliarmi alle sette ed uscire di casa alle sette e mezza. Essendo domenica, non c’era pericolo di blocchi di circolazione stradale. Però se mi fossi attardato e sarei uscito dopo le nove, correvo il rischio di non arrivare in tempo per le nove e trenta davanti al portone di casa. A quell’ora, qualcuno apriva il portone e mio figlio appariva salutandomi.
Di solito, arrivavo con molto anticipo ed avevo il problema di come perdere tempo. A volte, ero a Torre del Greco con più di un’ora e mezza di anticipo. E non c’era certezza che potessi stare con mio figlio. Se davanti casa trovavo il nonno con un certificato medico perché il bambino aveva febbre, me ne tornavo a casa con apprensione ed amarezza. Non mi era concesso vederlo se stava male. E’ la vita, mi dicevo. Se si va a protestare presso qualche stazione di polizia, si corre il rischio di essere presi per matti, o per esauriti, o per chi nutre rancori e vuole scaricare frustrazioni facendo leva su una situazione abnorme creata anche da chi protesta. Quando arrivavo a Torre del greco prima delle otto del mattino, per trascorrere il tempo dell’attesa andavo nei bar a prendere caffé, compravo un paio di giornali e me li leggevo in macchina, o sostavo sui sedili del parco comunale, schivando i drogati. Pensavo a tante cose. Il divorzio, gli avvocati, i processi ed il conto lasciato aperto con la vita. Quando si presentava davanti al portone il nonno col certificato medico, mi veniva la voglia di salire in macchina, accelerare e sfondare l’entrata di quella casa. Desideravo che il Vesuvio eruttasse all’improvviso di domenica seppellendo tutta Torre del Greco, tranne me e mio figlio. Naturalmente.
Quella domenica, mio figlio uscì dal portone alla nove in punto. Guardava prima per terra, poi sollevava gli occhi e mi sorrideva con vergogna. Lo facevo accomodare in macchina, parcheggiata nei pressi e gli comunicavo dove saremmo andati. Quella domenica l’avrei portato all’Edenlandia, dove c’erano molti altri bambini, alcuni dei quali figli di divorziati. Per evitare il traffico, prendevo l’autostrada a Torre del Greco, poi la tangenziale, uscendo a Fuorigrotta, periferia ovest di Napoli. Non potevo allontanarmi troppo da Napoli perché dovevo riconsegnare il figlio entro e non oltre le 16,00, come da sentenza del Tribunale di Napoli.
Mio figlio si chiama Luigi dal nome di mio padre. Quella mattina d’inizio marzo, aveva un cappottino rosso e una cuffia di lana in testa. Ammiravo l’eleganza con cui la madre lo vestiva. Tutto sommato mio figlio era accolto in una buona famiglia. Viveva in una palazzina di tre piani, interamente di proprietà del nonno che aveva a pian terreno una fabbrica di coralli. Su questo potevo stare sereno. Passavo alla ex circa il 50% dello stipendio.
“Oggi andiamo all’Edenlandia? Andiamo a divertirci.”
Sorrise e fece cenno di sì. Dopo un poco la vergogna spariva e cominciava a parlarmi di tante cose, evitando di parlarmi della madre. Ragazzo intelligente. Intelligente e sensibile. Gli avevo comprato un regalo: un modellino di una Ferrari da corsa telecomandata. Gli piacevano i modellini delle macchine d’epoca e quelle da corsa.
(9)
UNA DOMENICA D’APRILE
Domenica il 6 di aprile, 2009 ci fu a Capri un avvenimento abbastanza significativo. Il matrimonio di un grosso barone universitario, un prof. della facoltà di medicina, cardiochirurgo ed a detta di molti, di fama internazionale. La coppia in questione era: il prof. Cotronei e la bella Maria de Leo. VIP – VIP – VIP. Questi tipi di avvenimenti non erano rari in un’isola fatta apposta per la gente che conta e con una precisa denominazione. Per essi è riservato il termine di VIP. Dicono che i veri VIP sono rari come i geni della matematica. Solo i grandi attori, i cantanti internazionali ed i petrolieri ultramiliardari meriterebbero questo tipo di denominazione, ma come ogni altro titolo, è andato inflazionandosi ed a Napoli e dintorni si parla di VIP anche a proposito di grossi baroni universitari. Ero uno degli invitati alla sacra cerimonia nella chiesa della S.ma Trinità, oltre che a quella profana presso l’albergo Quisisana, dove infatti avvenne il serale ricevimento. La mattina, ero andato a Torre del Greco a prendere mio figlio, come da sentenza del tribunale. Adesso, potevo stare con lui fino alle 17,00. Dalle ore nove dalle mattino alle ore 17,00, recitava la sentenza. Portai il ragazzo al giardino zoologico a giocare cogli animali. Davamo dei pezzi di biscotti alle anatre selvatiche che sguazzavano in un laghetto. Spezzettavamo i biscotti e glieli buttavamo tra le onde. I volatili si affollavano con schiamazzi ad impadronirsi col becco del cibo. Davamo alle giraffe dei fili d’erba, raccattati intorno alle gabbie. Le giraffe che allungavano verso di noi la lingua e piegando verso il basso il collo. Mio figlio cresceva bene e la madre lo vestiva con eleganza. Era un bel ragazzo coi capelli neri e lisci, gli occhi neri e quando sorrideva mi rassomigliava in modo particolare. Così almeno sembrava. Si divertiva molto nell’osservare le giravolte di uno scimpanzè su alcuni tronchi d’albero in apposita gabbia. Lo scimpanzè accettava volentieri le caramelle del pubblico i cui involucri di cellulosa apriva come facciamo noi umani, con le dita e le unghie lungo il filo di chiusura. Dopo aver gustato le caramelle, lo scimpanzè immergeva una mano nell’abbeveratoio e schizzava acqua contro i bambini che fuggivano, ridendo divertiti. Pranzai con Luigi, mio figlio a casa. Cucinai degli spaghetti che gli piacevano e della carne al ragù. Prevedendo la cena nuziale a Capri, cercai di mangiare poco. Verso le 16,00 riaccompagnai Luigi dalla madre a Torre del Greco e mi diressi al porto a prendere il traghetto della 18,10. Arrivai a Capri verso le 20,00. Appena in tempo per il pranzo. Avevo appuntamento con Anna davanti ad uno dei bar in Piazzetta Capri. Anna disse che la cena era per le ore ventuno. Gli sposi si erano ritirati nelle loro stanze a cambiarsi d’abito. Anna indossava un tailleur per la Primavera Estate 2009 Giorgio Armani Privè: un misto di eleganza e seduzione. Era stato un mio regalo non ricordo per che cosa, forse un regalo e basta comprato in una boutique di Capri. Un tailleur in seta pura flessuosa e cangiante, abbellito con paillettes e strass brillanti. Un abito adatto alla circostanza e che conferiva ad Anna il massimo del lusso e dell’eleganza. L’aggiunta della giacca scura le donava senz’altro uno stile originale e nuovo, sensuale e ricercato, come l’essenza delle donne più chic. Per la precisione: tailleur nero con mezzaluna bianca lungo l’orlo della giacca. la gonna a tubo faceva risaltare le sue curve, le sue lunge gambe diritte ed il suo portamento superbo. Ma era solo un’assistente con un incerto avvenire. Anche questo contribuiva alla sfida ed alla strafottenza. Dimenticavo la piccola borsa tenuta sospesa all’avambraccio e le scarpe con decoltè e tacco non troppo alto. Per chi non vuole rinunciare alla sensualità e alla seduzione, le scarpe decoltè sono irrinunciabili, adatte sotto jeans o gonne, sono meno comode di mocassini, o sneakers ma di certo molto più affascinanti ed intriganti. Anna voleva tutto ciò. Anch’io ne ero fiero. La bellezza è stata sempre un’ottima cosa. basta saperla usare bene. A volte però sono talmente insuperabili gli ostacoli della vita che né la bellezza e ne le conoscenze adatte contano. Alla fin fine ciò che davvero conta sono i soldi. Molti soldi e basta.
(10)
VIP – VIP - VIP
Descrizione sommaria del prof. Cotronei. Bell’uomo, in sostanza: magro, ben fatto, capelli bianchi data l’età (che non si dice) e carattere allegro. Equilibrio psichico sostanzialmente buono a differenza di quanti si ritengono dei geni incompresi. Tre mogli, cinque figli (tre femmine e due maschi): dai 40 anni di Pia ai sei di Martina. Attività ambulatoriale e scientifica: cinquecento cuori trapiantati ed un numero impressionante di pubblicazioni. Attività ricreative: lunghe partite a pocker cogli amici di sempre ce alcune volte iniziavano il sabato sera e si prolungavano fino a domenica mattina. Le scorazzate in barca tra Seiano ed Anacapri, i suoi luoghi dell’anima. Diceva che dopo la morte voleva restare con l’anima in quei posti meravigliosi. In una intervista su un giornale locale, con un rispettosa tiratura a Napoli e dintorni, Capri compresa , un allievo del Cotronei aveva affermato con certezza:
“A Napoli, Lorizio (Cotronei) ha creato un modello europeo di assistenza sanitaria ed ha benedetto l’abbraccio funzionale tra ospedale ed università, prerogativa di stile britannico che da noi si fa fatica ad imporre.”
La frase: ha benedetto l’abbraccio funzionale tra…mi aveva fatto ridere perché mi ricordava San Gennaro con la sua mano benedicente. In realtà, il Cotronei aveva sollevato la sua mano benedicente su molti dei suoi allievi piazzandoli strategicamente nei vari dipartimenti della medicina partenopea. Alcuni avevano fatto una carriera fulminante diventando in pochi anni ordinari in discipline di primo rilievo come neurologia, neuro-anatomia, chirurgia toracica, cardiologia clinica e cardiologia chirurgica. La benedizione del Cotronei valeva e come. Sullo stesso giornale, il Cotronei aveva affermato: “Continuerò a dare una mano alla mia scuola.”
Fuori dal linguaggio ufficiale, l’affermazione significava due cose: contratto di consulenza al Monaldi e direzione scientifica a Pineta Grande. Il Cotronei aveva affermato con orgoglio:
“Il Centro di Pineta Grande potrà trasformarsi in un grande istituto scientifico.”
AMEN.
Anna si era messo sottobraccio e ci stavamo dirigendo con calma, senza accelerare verso il Quisisana tutto illuminato e di fronte ai faraglioni. Il mare piatto ed a quell’ora con un uniforme color cenere. I soliti turisti davanti alle vetrine e dietro i tavolini dei bar. Dissi:
“Anna sei molto bella ed elegante.”
“Grazie.”
“La cerimonia di oggi pomeriggio, messa compresa è stata molto bella. Quasi mi commuovevo. Lui in un completo di SHANTUNG verde acquamarina, lei con abito bianco, dal corpetto stretto che s’allargava in tre balze, capelli sciolti sotto il velo che. Nervosi il giusto. In ritardo il giusto. Giornata da fiaba come da programma. Ti ringrazio di avermi permesso di venire qui oggi.”
“e’ bello qui.”
La osservai di traverso. Anna era davvero molto bella ed elegante. Sembrava una di loro. Sembrava una VIP. Dissi: “Sai come divenne prof. ordinario lo sposo che si festeggia oggi?”
“Il prof. Cotronei?”
“Sì. Lui. Chi se no.”
“Lo immagino.”
“Il Cotronei Lorizio era stato rombato al concorso per ordinario perché aveva pochi titoli scientifici. Allora suo padre, un importante prof. con la cattedra di Malattie Infettive presso il Dipartimento di Patologia Medica, mi sembra che ne fosse anche il direttore, sai cosa fece?”
“Cominciò a bocciare tutti gli studenti che si presentavano al suo esame.”
“Allora conosci la storia.”
“E’ emblematica. Molti fanno così,”
“A causa del Cotronei padre, molti studenti si laurearono in medicina con quattro – cinque anni di ritardo. Alla fine, il Cotronei figlio risultò vincitore al concorso successivo, ottenendo la cattedra di Chirurgia toracica.”
“Scusa, non ci roviniamo la serata. Pensiamo a cose belle. Sorridiamo, stiamo quasi di fronte all’entrata. Ecco i tuoi amici che parlottano. Siamo come loro, tutti felici e gaudenti…”
Nella sala, riconobbi subito gli allievi Alfonso Billetti, Franco Cirasulo, Roberto Frati e Marina de Meo che è anche la terza moglie. A gustare antipasti sui tavoli c’era anche il prof. Carlo Vessa ritenuto il primo allievo di Cotronei. Andava ripetendo agli amici e lo disse anche a me con consolazione: “Non faccio parte più della squadra, ma non posso mancare alla festa dato che a Cotronei devo tantissimo.”
Riferendosi alla vita del maestro un allievo aveva detto: “Sia pure allargata, la famiglia è la seconda metà del suo mondo, forse la più importante. Lo sapete che la III moglie, Marina de Meo, lavora nel suo uno staff?”
Un secondo allievo, il prof. Billetti aveva subito rettificato con ironia:
“Ma questo non ha condizionato il rapporto, anzi se possibile, lo ha fortificato”.
Un terzo allievo aveva rettificato: “Il Cotronei è da ammirare: tutto lavoro e famiglia.”
Anna era stata anche in chiesa e mi aveva riferito della sfarzosa cerimonia nuziale (cornice caprese) ed il corteo di taxi, addobbati di fiori bianchi. In molti avevano detto di lui: figlio di un prof. di Malattie Infettive, Cotronei si può considerare un predestinato della medicina.
Il Cotronei Lorizio aveva rafforzato questa tesi: “A casa mia, si parlava sempre di medicina e di università, ma confesso che sono stato sul punto di cedere all’idea che forse dipingere fosse più appagante che lavorare col bisturi.”
L’amico Giorgio Pisani glielo ricordava con una battuta:
“Meno male che Lorizio ha optato per la chirurgia….La medicina come scelta di vita.”
Avviandoci sul terrazzo ad ammirare ancora una volta il panorama, visto che gli sposi tardavano, dissi ad Anna: “ Il Cotronei fu allievo del prof. Tannini. Sai cosa fece una volta il Tannini?”
“Cosa fece, amore?”
“Gli morì un cane e lui celebrò il funerale del cane ad Ischitella dove c’era un vero cimitero per i cani. Fece allestire una bara di bronzo con il cane morto dentro ed il guardiano del cimitero, un impiegato del comune fu pagato da Tannini perché si vestisse da prete e recitasse le preghiere funebri mentre trasportavano a piedi la bara nel cimitero in questione.”
Anna sorrise e disse: “Sono pazzi.”
“Pazzi pericolosi. Mi hanno riferito che il guardiano vestito da prete faceva finta di recitare le preghiere. In realtà, diceva sottovoce male parole e bestemmie.”
Ci baciammo di sfuggita. Sul terrazzo, riconobbi altri ospiti importanti. Tra gl’invitati, poteva mancare il rettore della Federico II? Poteva mancare il potente giudice Impemba del Tribunale di Napoli? Qualcuno disse ad alta voce alzando il calice di spumante: “Cotronei è da Nobel per la medicina, ma oggi ha vinto un altro titolo…sono così innamorati quei due…è poi il posto è fantastico….”
Il rettore ed il giudice si erano girati verso di lui acconsentendo con un cenno di capo. Anna volle continuare a descrivere ciò che aveva visto nel pomeriggio: le rose bianche fatte venire dall’Olanda (e saccheggiate dalla gente dopo la messa), la ROLLS ROYCE BIANCA che ha condotto la sposa davanti alla chiesa madre. Le nozze dell’anno.
Sul solito giornale locale, il giorno dopo, don Luigi Misticò sacerdote di Anacapri aveva definito la cerimonia semplice, ma molto sentita.
All’improvviso lo scroscio degli applausi. Erano apparsi gli sposi che tra saluti ed abbracci si avviavano al tavolo a centro sala, loro assegnato. La grande festa avviata dalle note O SOLE MIO cantata da Sal da Vinci. Menù a base di pesce, dedicato alle delizie de Golfo.
(9)
IL CONGRESSO SCIENTIFICO
Dal 28 al 30 settembre del 2006 a Gardone Riviera sul Lago di Garda, si tenne il Congresso annuale delle Scienze Mediche Veterinarie (SisVet). Anna ed io presentammo una ricerca dal titolo: Su alcune cellule del sistema angiotensina II - acido γ-aminobutirrico a livello ipotalamico nei delfini del Mediterraneo. La ricerca effettuata sui prelievi di tessuto cerebrale del delfino – anzi, della delfina - arenatasi una ventina di giorni prima sulle coste di Capri, mentre facevo il bagno. Con metodiche d’immunoistochimica basate sull’uso di anticorpi monoclonali anti angiotensina II, avevamo evidenziato speciali cellule regolatrici della pressione sanguigna nella parte inferiore del cervello di Delfino. Questa zona è nota come ipotalamo. Al congresso, toccò ad Anna esporre i risultati davanti alla platea di professori, ricercatori e dottorandi dei vari atenei italiani. Preferii che fosse lei ad esporre i risultati davanti al mondo accademico della Veterinaria. Nella sala delle conferenze, erano presenti alcuni luminari. C’era il nostro direttore di Dipartimento il prof. Esposito ed il prof. Guglia, ordinario di clinica chirurgica veterinaria. C’erano gl’illustri milanesi ed i perugini, rappresentati dai capi banda: il prof. Corinna e Marzapane, rispettivamente.
Come premessa alla breve conferenza, Anna – ogni conferenziere poteva parlare al massimo dieci minuti – aveva accennato allo spiaggiamento del delfino su cui avevamo effettuato la ricerca scientifica. Anna fece proiettate le diapositive con le cellule nervose all’anticorpo anti angiotensina II. Dopo l’esposizione dei dati, le furono rivolte alcune domande:
“Quale concentrazione era stata usata per gli anticorpi primari?”
“Sono state eseguite specifiche colorazioni istologiche parallele?”
“Ha notato alterazioni significative a livello cerebrale, tali da spiegare lo spiaggiamento del cetaceo?”
Anna rispose che nel cervello del cetaceo non c’erano segni di gravi alterazioni, come aree di anossia, ischemia, necrosi, o tumori, tali da spiegare lo strano comportamento del delfino che si era arenato a Capri. Il prof. Rina del Dipartimento Etologia Cetacea (Pavia) chiese con cipiglio:
“Mi permetto di osservare che la ricerca scientifica deve andare in profondità. Coi suoi dati, lei non spiega nulla per quanto riguarda lo strano comportamento del cetaceo che lo ha spinto a suicidarsi su una spiaggia di Capri. Ogni anno sono decine di cetacei che decidono di arenarsi, morendo. Comportamento molto strano, ma che la Scienza purtroppo non dà risposte. Lei con la sua ricerca in effetti conferma questa impotenza della ricerca scientifica.”
Anna rispose balbettando:
“Professore, non saprei…Questa è una indagine preliminare.”
Disse il prof. Rina: “Io a Capri ci vado in vacanza.”
Tutti risero. Dissi: “I delfini ci vanno per morire.”
Essendo tra i primi posti in sala ed essendo chiamato in causa, fui in obbligo di controbattere:
“Professor Rina, la ricerca scientifica spesso procede per piccoli passi fino alla soluzione finale. Le grandi scoperte scientifiche, lei dovrebbe saperlo, sono avvenute dopo numerose ricerche di base.”
Disse il Rina che non sopportava essere contraddetto, ritenendosi un grosso barone:
“Professore Casco, la ricerca di base approda comunque a delle conclusioni esaustive. La ricerca della dottoressa Anna Pigna non indica nulla. Dice solo che esistono cellule nervose nell’ipotalamo di un delfino, regolatrici della pressione sanguigna. Queste cellule si trovano tra l’altro anche nella specie umana e in altri mammiferi. E’ una ricerca che conferma altri studi, tutto qua.”
Non replicai. Perché mi facevano la guerra? Perché attaccavano Anna? Quando facevano così, c’era qualcosa sotto. Ho usato il verbo al plurale cioè facevano. Perché era evidente che quando un professore di quel calibro si muoveva, c’erano degli interessi sotto; interessi gestiti da una combriccola di docenti. Non accadeva quasi mai che un vecchio professore come il Rina attaccasse il lavoro di una giovane ricercatrice, in pubblico congresso. Se accadeva, significava che volevano fermare Anna e non si voleva che avanzasse nella carriera universitaria. Che stava accadendo?
La conferenza ebbe termine verso le 19,00 ed alle 20,00 c’era la cena in compagnia di alcuni colleghi. Anna ed io avevamo preso due camere diverse nello stesso albergo e ci saremmo rivisti nella hall, dieci minuti prima delle 20,00 per andare a cena in un noto ristorante sul Lago di Garda.
Il tavolato per la cena era stato allestito su un terrazzo prospiciente il lago, accanto alla ringhiera. Il lungo tavolo con posate, tovaglioli colorati, bottiglie di acqua minerale, spumante e vini doc era riservato al nostro gruppo di ricerca, onorato della presenza degli amici del direttore - preside. Il lago nero ed immobile. Sulla riva opposta, luci tremolanti. Non faceva freddo. Tra noi, prese posto anche il prof. Sirio ordinario di Anatomia comparata all’Università “La Sapienza” di Roma, accompagnato dalla giovanissima assistente. Il prof. Sirio era arrivato al congresso per presentare il suo Trattato di anatomia sistematica e comparata che aveva un prezzo proibitivo. Al nostro tavolo, si sedette anche un amico del prof. Esposito, un anziano professore di farmacologia di Bologna. Eravamo una diecina, oltre me ed Anna. Appena possibile, avrei avvicinato il prof. Esposito per chiedergli come mai il prof. Rina aveva mosso obiezioni alla mia ricercatrice. Nel frattempo, fu apprezzato l’agnello alla brace ed il buon vino delle Prealpi bresciane. Signore e signorine mettevano in mostra smaltati incisivi e raffinata cultura culinaria. Il vocio di raffinata sapienza si bloccava religiosamente nella masticazione; s’incrementava tra una portata e l’altra. Dietro il lungo tavolato: vassalli, valvassori e valvassini. Non c’era freddo e non c’era vento in quello strano prolungamento dell’estate. A fine cena, mentre si gustava il dolce e si sorbiva il caffé, il prof. Esposito si ricordò di congratularsi con me e con Marina per la ricerca presentata al congresso. Era il momento di chiamarmelo in disparte. Gli davo il lei, sia perché di una quindicina di anni più anziano di me, sia perché mi aveva portato in cattedra. Dissi:
“Professore, ha ascoltato le domande del suo collega, il prof. Rina?”
Dopo una pausa dovuta al cibo ammassato e compresso nello stomaco, disse:
“Sì, ma non ho capito bene cosa voleva sapere. Ogni tanto il prof. Rina se ne esce con delle battute fuori luogo nei Congressi scientifici. Vuole fare il contestatore. E’ vecchiaia, holdness.”
“La ricerca della dott. Anna…però è interessante. Il comitato scientifico della rivista americana Behav. Brain Res. - New York ha pubblicato la ricerca, il cui estratto abbiamo presentato a questo congresso. E’ una ricerca importante, di ottima qualità altrimenti non mi ci sarei messo di mezzo. Ho contribuito in prima persona ad approfondire i dati che la dott.ssa Anna Pigna ha esposto.”
“Però la dott. Anna Pigna non ha mostrato sicurezza. Deve farsi le ossa.”
“Penso che ogni tanto qualche attempato professore, prossimo alla pensione, vuole far vedere di essere un grande scienziato. Vuole fare come Gödel che contestò tutta la logica matematica.”
“Tu invece stai contestando in questo momento la logica che sottende l’università.”
“Professore, Anna Pigna ha presentato una ricerca abbastanza importante. I dati sui delfini che Anna ed io abbiamo ricavato sono unici al mondo.”
“Tante cose non si sanno.”
“La dott. Anna Pigna è molto preparata ed una grande lavoratrice. Vorrei che si presentasse per il prossimo concorso per professore associato.”
“Sei certo che ce la farà?”
“I titoli ce l’ha.”
“C’è anche una lista da rispettare. Te l’ho già detto tempo fa. Devi capire queste cose. In facoltà ci sono altri ricercatori e ricercatrici più anziani e con più titoli di Anna. Ti ho detto che c’è il figlio del prof. Gaudioso, poi c’è il figlio del prof. Armeno che si è laureato da poco, ma guai ad inimicarsi il prof. Armeno col fratello senatore in un partito di governo.”
“Come? Ignoravo che il prof. Armeno fosse così importante.”
“Il fratello del prof. Armeno è senatore in un partito di governo. E’ capo gruppo alla Camera…tu devi aggiornarti, non solo per quanto riguarda la ricerca scientifica.”
“Pensavo che l’importanza di un professore universitario si misurasse con altri parametri, per esempio con i parametri che mettono in risalto il merito individuale.”
“Perché, quando abbiamo assunto te, abbiamo pensato al merito individuale? Tu eri nipote del prof. Arco della Facoltà di Medicina e Chirurgia. E’ vero?”
“Professore, lo sa che il delfino ha un cervello si può dire diviso in due?”
“Che c’entra?”
“Molti uomini sono simili al delfino. Hanno due teste. Spesso si contraddicono perché una testa pensa in un modo e l’altra in un altro. Non sanno che decisioni prendere. Non si possono tenere due piedi in una scarpa. Vero?”
Il prof. Esposito metteva le mani davanti. Ecco, non si voleva che Anna partecipasse al prossimo concorso per professore universitario di II fascia. Bisognava aspettare il turno. Non ci si poteva mettere contro il figlio ventiseienne del prof. Armeno o del Gaudioso.
La mattina seguente, in segreta riunione tra il mio direttore ed influenti professori di Roma Tre, della Facoltà di Veterinaria di Perugina e di Pavia fu stilato l’elenco dei futuri professori di II e di I fascia afferenti al gruppo di anatomia patologica veterinaria. Nella lista segreta, il nome di Anna Pigna non c’era. Segno che avrebbe saltato il turno e poteva presentarsi al concorso successivo, tra non meno di sette, otto anni. Sperando che gli equilibri nel frattempo non si alterassero. A mezzogiorno, Anna ed io pranzammo in un locale non distante dal nostro albergo. Le dissi degli esiti della riunione e del parere dei miei colleghi. Anna doveva maturare i titoli. Non c’era posto per lei per il prossimo concorso di associato. Ci rimase male, ma non protestò. Disse solo:
“Ma perché il prof. Rina ci teneva a farmi fare brutta figura?”
“Non lo so. Può essere che la nostra ricerca sull’angiotensina II sia davvero importante e questo dà fastidio, oppure il prof. Rina è stronzo. L’unica cosa di cui mi pento e mi rattrista è che stamattina è domenica e potevo andare a prendere mio figlio a Torre del Greco e stare con lui.”
“Beh, ci sono qua io.”
(10)
RITORNO IN TRENO
Il congresso delle Scienze Mediche Veterinarie terminò la domenica pomeriggio ed il lunedì mattina eravamo a Milano ad aspettare l’intercity, diretto a Napoli. Anna ed io viaggiammo nello stesso vagone e nell’attiguo c’erano gli altri del dipartimento: il prof. Esposito, il prof. Giglio, il prof. Reale ed un paio di dottorandi che avevano esposto degli stage nelle aiuole del Congresso. Saremmo arrivati nella prima serata a Napoli. Anna era triste. Accadeva anche a me ad inizio carriera se qualcosa non andava per il verso giusto. Le cose si stavano complicando in tutta Italia. Recessione, crisi di posti statali distribuiti col contagocce. I figli della CASTA facevano pressione sui potenti genitori perché avessero la strada del futuro spianata con posti prestigiosi, pronti per loro. Nei dipartimenti universitari, i professori volevano sistemare i loro figli. Mors tua, vita mea. L’invadenza della politica aveva aggravato la situazione. Quelli come me, privi di politici agganci dovevano ritenersi fortunati. Ero stato fortunato quando espletai il concorso per passare di ruolo: non c’erano molti raccomandati e c’erano molti posti liberi. Inoltre, il prof. Esposito mi sponsorizzò coi suoi colleghi dicendo che ero l’unico che lo aiutassi ad espletare ricerche scientifiche di alto livello. Nessuno osava contraddire le affermazioni del prof. Esposito. A onor del vero, c’era stato anche l’interessamento di mio zio, ordinario di Farmacologia alla I Facoltà di medicina di Napoli. Il tassello si chiuse ed io divenni ricercatore di ruolo, scalando una facile carriera fino all’ordinariato. Nel 2009, le cose erano cambiate. C’era troppa concorrenza. Concorrenza sleale. Le banche fallivano, non in Italia, ma c’era ovunque paura. Paura globalizzata. Disse Anna vedendomi preoccupato: “ Non credo che ci sia spazio per il merito. E’ così?”
“Anna, non scoraggiarti. Ti aiuto io. C’è un po’ di maretta in giro. C’è affollamento. Capiti in un brutto periodo. Ci sono troppi figli di baroni e baronesse da sistemare.”
“Temo che c’è chiusura completa per chi non ha grosse conoscenze in particolare nella politica. Prevalgono le lobbies in ogni ganglio della società, non solo a livello universitario. C’è una logica perversa sotto.”
“Bisogna avere molta pazienza. Occorre destreggiarsi. Noi facciamo parte della scuola del prof. Esposito e ti garantisco che è una buona scuola.”
“Dovresti parlare di associazione come…”
Voleva dire associazione a delinquere come la mafia, o la camorra. Mi avvicinai e la baciai. Dissi:
“Calmati. Sono cose che succedono. Ne hai di anni davanti a te. È un piccolo incidente di percorso. Non ti presenterai al prossimo concorso per associato, ma nell’altro che seguirà, ci sarà un posto anche per te.”
“Se andiamo a vedere chi saranno i prossimi professori associati si capisce tutto: solo figli di ordinari che hanno la maggioranza nei Consigli di Facoltà.”
“Anna, una via di scampo ci sarebbe…Dovresti espatriare…Andare un istituto di ricerca estero. Sei disposta ad allontanarti dall’Italia per un anno?”
“E chi mi garantisce che al ritorno vincerò il concorso di associato?”
“Sul futuro nulla è sicuro, ma ti garantisco che mi batterò per te in tutto e per tutto.”
“Ci stavo pensando anch’io di andarmene all’estero. Dovrei vincere una borsa di studio…”
“Me ne occupo io. Telefonerò ad un professore di Nuova York che conosco da tempo. E’ direttore del Dipartimento di Animal Biology.”
“E…noi due?”
“ Ti verrò a trovare una volta al mese a Nuova York.”
“Forse è meglio. allontanarsi per un po’…cambiare ambiente.”
“Evitare di vedere le stesse facce.”
Il treno sostava nella Stazione Termini di Roma, in attesa di riprendere la corsa per Napoli. Anna si era alzata a sistemare alcuni bagagli. Aveva proteso il mento in alto ed io la osservavo stando seduto. Da quella prospettiva insolita era ancora più bella. Andai nel vagone affianco a parlare un po’ col boss, il prof. Esposito. Lo trovai che giocava a carte con gli altri. Erano tutti in ossequioso silenzio cogli occhi sul proprio ventaglio di carte. Il prof. Esposito disse:
“Prof. Casco, se vuoi accomodarti, puoi prendere il posto di uno dei baldi giovani.”
Uno dei dottorandi mi offrì il posto che accettai. L’altro dottorando guardava svogliatamente da un finestrino. Dissi:
“Allora gioco col prof. Esposito.”
Disse il prof. Giglio: “Non hai molte speranze.”
I prof. Giglio e Reale giocavano contro me e il prof. Esposito. Il treno si mosse dalla stazione di Roma – Termini. Dissi: “A quanto state?”
“E’ la rivincita. Abbiamo cominciato adesso. La prima partita l’hanno vinta loro.”
Disse il prof. Esposito contro Giglio che aveva messo giù l’asso di bastone:
“Sciacallo.”
Disse il prof. Giglio:
“Siamo fortunati e sappiamo giocare.”
Disse il prof. Reale:
“Accoppiata vincente.”
Avrebbero vinto di nuovo loro. Il cielo si era oscurato. Mancava un paio d’ore alla stazione di Napoli - Mergellina. I dottorandi se n’erano andati nell’altro vagone a conversare con Anna. A nessuno interessava la ricerca scientifica. Se qualcuno pensava di diventare un grande scienziato, lo avrebbero preso per pazzo. C’era stato lo scandalo della Clinica Santa Rita di Milano dove i medici facevano operazioni costose sui pazienti col fine d’incassare soldi. Molte di queste operazioni non erano necessarie. Ad un paziente avevano asportato uno dei reni e non ce n’era bisogno. Un altro aveva subito un delicato intervanto al fegato, ma era risultato che l’organo in questione funzionava una bellezza. Intanto i medici intascavano soldi a quantità. I giudici di Milano avevano così riassunto l’inchiesta sulla clinica Santa Rita: le conseguenze della degenerazione di un sistema si riversano sui malati che servono a produrre profitti, mentre i medici diventano sciacalli.
Sciacalli.
Gli studenti universitari e la ricerca scientifica servono a produrre posti di professore universitario di ruolo da assegnare in base al DNA. Sciacalli.
(11)
ALTRE PARTENZE
Anna sarebbe partita tra due mesi circa, il sei di novembre dello stesso anno cioè il 2009. Andava a frequentare il Dipartimento di Animal Biology – New York. Aveva vinto una borsa di studio semestrale del CNR. Non ero riuscito ad ottenere di più. L’ammontare mensile della borsa di studio era di duemila dollari, ma avrebbe avuto la sospensione dello stipendio di ricercatrice per sei mesi. La vita a Nuova York è molto costosa, ma non avrebbe avuto grossi problemi. Il prof. Anderson W. D. , direttore del dipartimento dove Anna avrebbe lavorato, aveva fatto in modo che avesse una cameretta a basso costo nel college. Inoltre, poteva usufruire della mensa universitaria. Una volta al mese, sarei andato a trovarla. Tutto sommato era contenta di cambiare aria per un po’.
Un venerdì di metà ottobre, le telefonai da Capri. Ero da mia madre rimasta sola da tre anni, dopo la morte di mio padre. Dissi: “Anna, mi puoi raggiungere qui a Capri? Il tempo è ameno. Ci culleremo su queste belle onde turchine, tra questi magnifici massi capresi, color giallo dorato…dorati come l’oro.”
Era seria, preoccupata. Lo era quasi sempre. Come essere gioiosi in un ambiente di merda come un dipartimento universitario italiano? Disse:
“In dipartimento sono venuti alcuni studenti che chiedevano di te.”
“E’ una bella giornata. Ci facciamo un bel bagno. Lascia stare gli studenti.”
“E la domenica tu vai a prendere tuo figlio ed io ad aspettarti per uscire la domenica sera.”
Era la rima volta che Anna mi parlava così. Però era comprensibile. Dissi:
“Vieni, ho scoperto una cosa importante.”
“Beato te che scopri le cose importanti lì a Capri.”
“Si tratta del delfino spiaggiato ai primi di settembre.”
“Beh?”
“Vieni. Ti ripeto: ho scoperto cose importanti. Un enigma che credo di aver risolto. Fidati.”
Sapevo come prenderla. Era curiosa. Gli enigmi la stimolavano. Disse:
“Prendo il traghetto delle 10,11.”
“Ti aspetto per il pranzo. Pranzeremo con mia madre.”
L’aspettai al porto e salimmo a Capri con la funicolare. La giornata molto bella, nonostante fosse autunno. Torno torno, iltre il porticciolo, il mare s’infrangeva sulle scogliere con uno sfavillio di spruzzi, coi colori ondulanti dell’arcobaleno. Anna indossava abiti leggeri: una camicetta di seta scarlatta e una gonna a quadri con il cinturino. Quando era scesa dal traghetto, teneva un borsone e nell’altra mano una specie di giacchetta di lino. Nel borsone c’era l’occorrente per il bagno e la sosta a casa per il giorno dopo. Aveva una camera tutta per sé, per la notte, quando restava a Capri per più di un giorno. Preferivo che dormisse in una camera a sé per riguardo di mia madre che ci teneva per certe cose. Solo chi è marito e moglie dorme insieme. Questa era la ferma convinzione di mia madre. Anna non aveva detto niente. Dopotutto le piaceva avere una camera tutta per sé col balconcino sulla via delle boutique, non distante dalla famosa Piazzetta di Capri.
Verso le 16,00 scendemmo in spiaggia per farci il bagno. Ci eravamo spogliati in spiaggia, a Marina del Mulo e sotto avevamo già i costumi. Dissi:
“Vedi questo costone di roccia alle mie spalle?”
“Certo che lo vedo. Ci mancherebbe che fossi cieca.”
“Vedi quella fessura? Vieni con me. Avviciniamoci.”
“Sembra che la roccia si sia aperta e immetta in una cavità. L’isola è piena di grotte.”
“Sai com’è venuta fuori questa isola dal mare?”
“Professore, mi spieghi, mi ragguagli, accresca la mia sete di sapere?”
“T’interessa per davvero?”
“Sì, perché no? Penso che faccia parte dell’enigma che vuoi spiegarmi.”
“Nella notte dei tempi, il fondo marino fatto di calcare appenninico si sollevò da est con inclinazione verso ovest. Era emerso un tozzo masso lungo alcuni chilometri e largo la circa uno. Il masso si spezzò diagonalmente da nord a sud, creando tra le due parti un dislivello di circa due chilometri. A sud-est, lo sconvolgimento orografico portò alla formazione dei tipici Faraglioni. Il margine dell’isola contiene numerose grotte, tra le quali la più famosa è quella azzurra.”
“Interessante. Ed è interessante anche la storia umana che gravita intorno a quest’isola. Senti a me sei uno degli uomini più fortunati ad avere residenza qui.”
“Sono fortunato perché ho te. Nell’isola, lo sai? Vi soggiornò l’imperatore romano Augusto. Dopo di lui, Tiberio fece erigere dodici palazzi in diversi luoghi dell’isola, e li consacrò ai dodici dei maggiori. Da quei palazzi, segrete vie sotterranee portavano giù al mare, utilizzando in vario modo le grotte per questi passaggi. Verso il lato nord dell’isola, c’è una torre chiamata Damecuda. Intorno ad essa, ci sono dei ruderi romani. Corre la legenda che nei secoli andati, il posto fosse chiamato Dama chiusa, perché l’imperatore Tiberio vi teneva serrate le sue ragazze.”
Anna guardandosi attorno: “Importante.”
“Vi furono esiliate dal fratello, l’imperatore Comodo, Lucilla e Crispina.”
Anna accarezzandomi la guancia: “Adesso devi svelarmi l’enigma. Ne ho diritto dopo l’ampia disquisizione.”
“Dopo entreremo per questa fessura. Quand’ero piccolo non avevo difficoltà ad entrarci. Tirando indietro la pancia e mantenendo il respiro, ci si entra lo stesso. La fessura immette in una piccola grotta, la grotta di Tragara. Mio padre ci metteva le reti da pescatore, ed io ci andavo quando volevo stare solo, o giocavo a nascondino cogli amici.”
“Fammi capire. Scusa. Perché dobbiamo entrare lì dentro.”
“Prima facciamoci il bagno. Però in acqua devi venirmi dietro. Ti faccio vedere una cosa.”
Ci tuffammo e cominciai a nuotare sott’acqua. Feci segno ad Anna di fare lo stesso. Le indicai una specie di cunicolo in parte ostruito dalla caduta di un masso. Riemergemmo per prendere aria. Stando in acqua di fronte a lei, dissi: “C’è una grotta sottomarina che porta alla cavità a cui si può accedere attraverso la fessura che ti ho mostrato.”
“Ebbene?”
“Prima un bacio.”
Lungo bacio all’acqua di mare. Prese a soffiare un fresco venticello. Il mare ondoso creava multiformi manti di spuma sulle vaste scogliere. Insinuandosi in stretti cunei di massi biancheggianti, l’onde s’alzavano a raggiera, precipitando giù polverizzate ed ornandosi di fluttuanti iridescenze. Verso sud, si vedevano le onde molto alte tra i banchi di scogli, mentre la costa s’ergeva sempre più superba ed impervia.
“Ebbene?”
“Sono stato in quella grotta. C’è un delfino morto. Un maschio.”
“E come ci è entrato? Aspetta. Ho capito. C’è stato un crollo improvviso che ha ostruito l’accesso al mare della cavità ed il delfino è rimasto intrappolato dentro.”
“La femmina del delfino ha captato i segnali del compagno, ma non poteva entrare nella grotta ed allora ha cercato con ogni forza di salire in spiaggia e di entrare nella grotta attraverso la fessura che ti ho mostrato e che non dista molto dal mare. Solo che la fessura è stretta per un delfino di quella stazza. La femmina ha ricevuto i segnali del maschio ed ha capito che esisteva un secondo accesso alla grotta.”
“Lo avrebbe capito anche il maschio ed avrebbe cercato la salvezza attraversando la fessura sulla spiaggia.”
“E’ quello che il delfino maschio ha cercato di fare. Infatti è rimasto incastrato nella fessura, ma alla parte interna della grotta. Andiamo a vedere. Il delfino era in avanzato stato di decomposizione e non mi è stato difficile scostarlo ed entrare all’interno.”
Risalimmo il ciottolato del bagnasciuga e dopo pochi passi eravamo di fronte allo strapiombo che delimita Marina del Mulo. Presi la pila che mi ero portato appositamente. Entrammo nel cunicolo a forma di una lunga fenditura rocciosa che si prolungava in alto fin quasi ai parapetti della strada. La grotta conteneva un lago interno delimitato da massi. La luce che penetrava dal pertugio sottomarino semi ostruito con azzurrine iridescenze alla pareti cosparse di stalattiti e stalagmiti. La luce del giorno attraversava, sia pur flebilmente anche la scissura rocciosa da cui eravamo penetrati.
Numerose stalattiti riflettevano la flebile luminosità. Nell’interno, s’apre una seconda grotta, in cui il mare penetra. Su di essa, ce n’è un’altra più piccola, dove le stalattiti appaiono come in una processione: per lo meno una delle anteriori può essere facilmente somigliante alla figura di un monaco orante. Feci notare ad Anna che i pilastri che sostenevano la volta continuavano sott’acqua con un luccichio verdognolo e, nel più basso, cingevano un largo bacino roccioso.
Chiese: “E’ questo l’enigma che hai risolto?”
“Vieni, adesso ti faccio vedere.”
Mostrai ad Anna ciò che restava del delfino. Perché vedesse meglio, avevo acceso la pila. Disse: “Tragica sorte. Ecco perché la femmina si era spiaggiata. La femmina voleva raggiungere il suo compagno. “
“Questa grotta mi ricorda di quand’ero piccolo. Era il mio luogo segreto. Me l’aveva mostrata mio padre che faceva il pescatore. Mio padre ci teneva una statuetta di Santa Maria del Perpetuo Soccorso. Diceva che una volta lo aveva salvato dalla tempesta marina.”
“Sembra di profanare cavità segrete. Sembra un altro pianeta. Un altro mondo.”
“La grotta era nota anche a Tiberio. Ti mostro un’altra cosa.”
(12)
TIBERIUS IMPERATOR
In equilibrio sulle rocce raggiungemmo una specie di nicchia dove c’era una iscrizione. Accesi di nuovo la pila. L’iscrizione era:
TIB * Ro * Imp*
Cioè: Tiberius - Romanorum - Imperator
Sotto la frase erano stati incisi due delfini uno di fronte all’altro. Anna non credeva ai suoi occhi. Disse: “Due delfini uno di fronte all’altro. Incredibile. Incredibile. Come i due delfini che sono morti, uno qui dentro ed uno arenatosi a poca distanza da qui.”
Andammo all’aperto. La sfera solare si planava sul mare luccicante. Incorniciato dall’azzurro Mediterraneo, l’ampio panorama abbraccia le isole Pontine, Ischia, Procida, i golfi di Gaeta, Baia, Napoli e Salerno: Dietro a corona, gli azzurri Appennini ed in avanti, il cono carnicino del Vesuvio. Più in qua, c’è il ventoso promontorio di Minerva che delimita lo stretto di Capri dove nel 1860 s’inabissò col suo vaporetto Ippolito Nievo. Oltre, c’è l’isola Sirenusse. In fondo verso sud, la piana di Paestum, chiusa dal tozzo promontorio di Punta Licosa che compete col cobalto del mare e del cielo. Indicai ad Anna i particolari del panorama. Mostrai dove si trovava Ischia, Procida e Nisida. “Sorrento da qui non si vede?”
“La penisola sorrentina si vede bene salendo su quel costone. Ti ci porterò più tardi.”
Ritornammo a casa. Mia madre ci fece il caffé che prendemmo in sua compagnia. Disse Anna: “Abbiamo fatto il bagno a Marina del Mulo. Antonio mi ha mostrato la grotta dove suo marito metteva al riparo le reti.”
“Quale grotta? La grotta di Tragara?”
Risposi di sì. Disse mia madre: “Quando il tempo era cattivo si ci andava a riparare insieme con la squadra dei suoi amici. Mio marito stava sempre in spiaggia. A volte scendevo dalla casa e gli portavo da mangiare. A volte mangiavamo in riva al mare. Il suo sguardo era rivolto a scrutare il mare, se c’era tempesta in arrivo, se le correnti marine intorbidavano il fondo, se spirava lo scirocco…La sua anima è lì.”
Ci facemmo la doccia ed uscimmo. A sera, stavamo in piazzetta dietro il tavolino di un bar. Assaporavamo, prima della cena, il bianco vinello di Capri, solforoso ed asprigno e scende giù che è un piacere. Dissi:
“Tiberio era venuto a Capri per stare lontano da Roma.”
“Penso che volesse riflettere sul mondo per questo era venuto qui. Ho letto qualcosa di lui. Era una specie di filosofo ed a malincuore accettò di essere fatto imperatore.”
“Era attorniato da sacerdoti Caldei che scrutavano gli astri. Doveva essere un tipo molto religioso, o angosciato dalla morte.”
“E quella incisione che mi hai mostrato? L’incisione coi due delfini uno di fronte all’altro?”
“Mi sono documentato anch’io e da tempo. I due delfini uno di fronte all’altro hanno una valenza simbolica. “
Anna aveva sgranato gli occhi: “Che significa…Di che simbolo si tratta?”
“I delfini erano il simbolo della trasmigrazione dell’anima, questo sia presso i pagani che presso i cristiani.”
“Allora Tiberio poteva essere cristiano? Sarebbe il colmo.”
“No, Tiberio era pagano, ma indagava sui misteri dell’anima e questo lo avvicina alla religione. Da giovane si era rifugiato nell’isola di Rodi per studiare la filosofia. Hai capito che tipo era?”
“Pensi che abbia scritto lui quella frase nella grotta di Tragara?”
“Forse fece incidere quelle parole abbreviate e vi fece disegnare i due delfini che di certo hanno una oscura valenza simbolica.”
“Che strano personaggio. Uno che voleva approfondire il problema della vita e della morte. Me lo sarei sposato subito….”
“Però teneva le sue donne chiuse in una specie di prigione, come animali.”
“Era un imperatore e stava al di sopra di qualsiasi morale.”
“Anche al presente, pur non essendo imperatori, molta gente s’illude di stare al di sopra di ogni moralità.”
“Alludi al nostro direttore – preside?”
“A lui ed a tanti altri. Un’altra cosa…presso gli Etruschi i delfini erano i traghettatori delle anime verso le isole dei beati.”
“Incredibile. Ci sono cose incomprensibili. Quella magica grotta che simboleggia i delfini come anime è un posto che mi piace.”
“Per me è stato sempre un posto magico per i variegati colori delle sue pareti e per l’isolamento totale dal mondo. Mi ci rifugiavo da bambino per isolarmi da tutti. Si dice che in quella grotta, vi si rifugiò un pescatore, inseguito da una nave barbaresca. I corsari erano certi che non potesse sfuggire. Si piazzarono davanti alla grotta aspettando che uscisse fuori dal suo rifugio. Per fortuna del pescatore, non sapevano che potesse scappare attraverso la roccia. I pirati stettero invano a spiare che riapparisse, mentr’egli già da lungo tempo era arrivato presso i suoi paesani.”
”Quella grotta che salvò quel pescatore dai pirati, è stato il posto nel quale è avvenuta la tragedia di quei due delfini, uno morto prigioniero della grotta ed uno spiaggiato nel tentativo di raggiungere il compagno. Hai informato le autorità di quella frase incisa nella roccia e del disegno dei due delfini?”
“Ne ho parlato più volte col sindaco e con gli assessori. Non si sono neanche degnati di fare un sopralluogo. Il sindaco una volta ha detto che vi manderà un esperto della Sovrintendenza ad effettuare analisi. Qualche giornalista ha scritto un articolo su un giornale locale, ma niente di più.”
“Ma è un reperto molto importante.”
“Questa isola è piena di bellezze e reperti importanti.”
“Sì, ma perché ignorare un particolare che getta una nuova luce sull’epoca di Tiberio?”
“Forse non è importante come tu credi. Forse è un falso.”
“Ma vale la pena indagare.”
“La vuoi sapere tutta la verità?”
“Parla.”
“Qui comandano tre grosse associazioni: la Federalberghi, l’Ascom e Capri Excellence. Quest’ultima è l’associazione che raggruppa gl’imprenditori isolani. L’unica preoccupazione di queste associazioni è d’assicurarsi un turismo d’eccellenza, cioè che venga qui gente piena di soldi. Non vogliono le masse. Tu puoi trovare qui anche vasellame d’oro, ma non interessa. Vogliono i casinò, gli alberghi di lusso, i negozi con le griffe, le attrici che fanno shopping…Soldi.”
“Che schifo.”
“Facciamoci una passeggiata. Facciamo shopping. Basta con gli enigmi. La vita è già troppo complicata.”
“Io dico che quanto è accaduto è un segno per noi due.”
“In che senso.”
“Non lo so. Un monito…un segno ultraterreno. Quella grotta ci aspettava per rivelarci i suoi segreti. Noi due soli siamo in grado di carpirne i segreti. Forse anche la buonanima di tuo padre.”
“Anna sei molto bella.”
Ci baciammo proprio al centro della Piazzetta di Capri. Tra qualche mese, avremmo ripetuto l’appassionato bacio qualche minuto prima del checke in all’aeroporto di Capodichino, dovendo lei partire per Nuova York.
(13)
SISTEMA ITALIA s.p.a.
Tutto s’incastra come in un mosaico del medioevo. Idem i risultati. L’Italia non regge alla concorrenza internazionale. Molteplici le cause. Per esempio, il genitore potente farà di tutto perché il figlio sfaticato ed imbelle abbia la laurea ed acceda a posti apicali nella società a discapito dei meritevoli. Il sistema Italia non scoraggia l’andazzo. Ecco alcuni aspetti del fenomeno.
1) Il diploma di liceo è elargito senza una vera selezione, secondo me a causa dell’elevato numero di raccomandati: docenti, politici, banchieri ecc...desiderosi di andarsene in vacanza senza problemi e con il figlio contento del diploma conseguito. Si potrebbero istituire poche commissioni centralizzate di alto livello con professori (degni del nome) esterni alla scuola.
2) Le università italiane hanno sovvenzioni in base al numero dei laureati, non in base alla loro effettiva qualità: alcuni laureati non sanno articolare frasi in italiano corretto.
3) I criteri di selezione nei concorsi pubblici sono aleatori, spesso condizionati dai politici.
4) L’espansione della politica - consigli di circoscrizione, comunali, provinciali, regionali e l’alto numero dei deputati ha prodotto paradossalmente asfissia e sclerosi dello Stato democratico. In sud Italia, la politica ha favorito la corruzione col rafforzamento di mafia, camorra e ndrangheta, somiglianti ad organi del parastato.
5) Si fa carriera col DNA del genitore. Si rafforza la famiglia intesa come Casta, titolare di un potere economico, sociale e politico trasmissibile per eredità.
6) Enti pubblici e parastato più ricevono soldi dallo Stato e peggio funzionano.
F I N E