Riflessioni di un capotreno

(Claudio Esposito)

 

 

    Camminando lungo la massicciata per controllare se sia tutto a posto durante le ispezioni che il regolamento mi impone di fare due volte alla settimana, avverto sempre la stessa indefinibile sensazione, di stupore misto ad ammirazione e compiaciuta curiosità, sempre la stessa, come la prima volta.

    E sì che sono passati trent’anni; eppure, ogni volta che mi chino a osservare un giunto, un bullone, i raccordi delle traversine sui binari, o l’allineamento delle rotaie, così perfetto e immutabile, provo immancabilmente un sentimento di orgoglio, come se fossi un privilegiato, cui è dato di contemplare e custodire un gioiello ineguagliabile di ingegneria ferroviaria, un meccanismo di formidabile precisione del quale io solo sono responsabile.

    In realtà, la mia è una modestissima linea di provincia, che percorro su un trenino accelerato, già vecchio quando presi servizio, e che denuncia ormai tutti i suoi anni.

    Eppure, questo piccolo orizzonte, proprio perché è l’unico che conosco, è per me grande, e mi figuro sempre che dietro una curva cieca del percorso una volta o l’altra debba aprirsi un nuovo scambio che porti il treno su una via sconosciuta verso una destinazione ignota, diversa dalla solita stazioncina madre, che invece puntualmente appare alla fine della corsa, con le consuete immagini di ogni viaggio : la casupola del casellante, la minuscola pensilina, il gabbiotto del bigliettaio, il bar – tabacchi che funge anche da sala d’aspetto e deposito attrezzeria, l’officina di stazione dove gli operai s’accaniscono in interminabili partite di scopetta.

    Certo, se mi affidassero una linea nazionale, di quelle importanti, con quelle belle locomotive ultimo modello i wagon lits e le vetture di prima classe, sarebbe un’altra cosa, farei finalmente carriera… ci penso sempre, e da molto tempo sto lavorando a una relazione da allegare alla domanda di trasferimento per il direttore del Compartimento, giù in città.

    Nelle pause del lavoro, durante i momenti di sosta alle stazioni intermedie, mi metto a scrivere tentando di spiegare nel migliore dei modi le motivazioni che mi spingono a chiedere il trasferimento; cerco gli aggettivi più calzanti, la forma più corretta, le argomentazioni più opportune, la giusta intonazione del discorso per influenzare favorevolmente l’ufficio che dovrà decidere.  Ma non sono mai soddisfatto, e finisco sempre per stracciare tutto e ricominciare daccapo una nuova relazione, che finirà anch’essa nel cestino dopo poche righe.

    E questa storia va avanti ormai da anni, tanto che a questo punto avrei potuto completare non una, ma mille relazioni, anche molto lunghe e articolate.

 

 

 

 

 

 

    Forse, a parte la forma, quello che ha sempre impedito la stesura delle relazioni è stata la considerazione che qui, in questa oscura linea locale, sono il capotreno, un’autorità, piccola finchè si vuole, ma pur sempre importante per quei bravi campagnoli che salgono sulle mie carrozze.

    Se andassi su un grande treno interregionale, al contrario, diventerei una nullità, un umile impiegato che ha sopra di sé un’infinità di superiori : il capotecnico, il capodeposito, il capostazione, il capomovimento, l’ispettore superiore, l’ispettore capo, il capodipartimento e non so quanti altri ancora, tutti pronti a schiacciarmi col peso della loro autorità.

    Qui invece sono libero, non devo rendere conto a nessuno; anche le rare ispezioni dei funzionari della direzione provinciale sono cessate da un pezzo; solo io verifico periodicamente la linea, le stazioni, il treno : in quelle occasioni mi sento veramente il padrone della ferrovia, e provo un’eccitazione quasi bambinesca quando entro nella motrice, il vecchio cuore del treno, e ne accarezzo i meccanismi, lubrifico gli ingranaggi, controllo i manometri, il comando del fischio, i freni ad aria compressa, il volante per il cambio di marcia, e mi pare che il locomotore sia una mia creatura, non possa procedere senza di me, e io senza di lui, legati indissolubilmente su questa piccola strada ferrata che è diventata il mio mondo.

    Un “mondo” di cinquanta chilometri, che ho circumnavigato milioni di volte e conosco a memoria fin nel più piccolo particolare : le distese di uliveti che si alternano ai campi di girasole, le casette dei contadini arrampicate sui fianchi delle colline e gli orti gli stagni i pascoli i faggeti le fattorie, che corrono via veloci al passaggio del treno, immagini variopinte di una terra semplice e dimessa, che si ritraggono pudiche alla vista del convoglio, unico disturbatore della loro secolare quiete, piombato per sbaglio a solcare quel paesaggio incontaminato, al quale rimane estraneo, nonostante si ostini a percorrerlo e cerchi vanamente di scuoterlo col suo sferragliare sbuffare e fischiare imperioso.

    Il trenino resta un’incongruenza, un equivoco, una indebita presenza, e i binari una lunga cicatrice incisa sul territorio, che osserva muto, addolorato e perplesso.

    Questo contrasto, questa strana mescolanza di antico e moderno mi affascina e mi fa pensare : ne sono testimone, in qualche modo protagonista; e la portata del fenomeno, ridotta come lo scartamento della ferrovia, non sminuisce per questo il valore e l'interesse che continua a suscitarmi, malgrado siano trascorsi tanti anni.

    Ed è questa forse un'altra ragione che mi trattiene dal concludere la relazione per il trasferimento.

    Eppure, vorrei andar via; una parte di me continua a progettare nuove istanze, ma un'altra parte le blocca sul nascere, e quando la prima sta per prendere il sopravvento e sembra finalmente arrivato il momento buono, ecco che un imprevisto manda a monte anche l'ennesimo tentativo : la chiamata di un casellante, un guasto improvviso, un ostacolo sulle rotaie, distolgono bruscamente la mia attenzione e pure stavolta non se ne farà nulla.

    L'ultimo episodio, il più eclatante, si è verificato la settimana scorsa : noto, in mezzo alle solite facce dei viaggiatori abituali, un tipo che non ho mai visto prima, un signore anziano e distinto che si guarda intorno con curiosità.

   

 

 

    

 

 

     Mi avvicino, e nel controllargli il biglietto approfitto per attaccare bottone.

    Lui si presenta, e per poco non mi prende un accidente per la sorpresa : il direttore generale delle Ferrovie ! Proprio lui in persona, in visita a un vecchio parente che abita da queste parti.

     Per tutta la durata della corsa mi fa compagnia accanto al posto di guida, mostrandosi molto compiaciuto per il buono stato del treno, l'ordine nelle stazioni, la puntualità di marcia e la pulizia delle carrozze, e raccontandomi la gioia provata nel salire sopra un piccolo accelerato di campagna, proprio come ai vecchi tempi di quando era un semplice funzionario di prima nomina, destinato a sovrintendere a uno sperduto tratto periferico in tutto simile al mio.

    Mentre quello parla, penso in cuor mio che è al fine arrivata l'occasione di chiedere il benedetto trasferimento : posso domandarlo direttamente al direttore generale, che per di più appare molto ben disposto e certamente acconsentirà; ma quello parla parla e intanto s'avvicina il capolinea.

    Ogni volta che sto per aprire bocca inizia un nuovo discorso, e io non oso interromperlo con la mia richiesta personale, così misera davanti a un superiore di tanto grado.

    Insomma, per farla breve arriviamo all'ultima stazione, scendiamo e lui finalmente si zittisce.

    "Signor direttore", esordisco con una certa emozione, "vorrei" ... fii, fiiii, ciuf, fiiiiii ... fiiiiiiii ... e mentre il fischio del treno copre la mia sospirata domanda, il signor direttore mi stringe la mano di corsa, saluta e scappa via sorridendo, piantandomi lì come un cretino ...

    Mah ... comunque non desisto; domani mi metterò d'impegno e scriverò una stupenda relazione, certo, domani ! Senza dubbio ! ...

 

    Con questo solenne proponimento, andò a letto.

    Sognò, come ogni notte, il bellissimo elettrotreno SL 107 X sfavillante di luci, che sfrecciava fulmineo sulla lontana linea di frontiera ...