La campana che suonava a morte 

(Emilio Praga)

 

Quando lo straniero arrivò in paese, si trovò davanti a poche anime lente e svogliate. Si contavano circa duecento persone ma queste non avevano né i modi né la voglia di chi ha un futuro e una vita davanti. Sembravano trascinarsi lentamente verso un destino certo.

Lo straniero non trovò quindi difficoltà a sistemarsi nell'unico posto del paese che affittasse una camera a tempo. Era l'unico cliente ed il proprietario della piccola pensione gli lasciò addirittura la possibilità di scegliere dove accomodarsi. Lo straniero, per sua scelta e per essere il meno possibile disturbato, decise di prendere una camera all'ultimo piano che avesse una veduta sulla strada.

Lo straniero era in viaggio senza meta. Era alla ricerca di sé stesso dopo un'esistenza afflitta dalla malattia e dal dolore di aver perso tutta la sua famiglia. Era in cerca della fede, ma non solo, e la sua teoria era quella di riuscire a trovarla attraverso le pagine di un taccuino che andava quotidianamente aggiornando con appunti presi durante il viaggio. Era partito tanti anni prima a piedi, con un solo cambio di vestiti infilati in uno zaino e con qualche soldo suonante in tasca. Aveva girato gran parte dell'Europa, sempre a piedi, aveva vagato senza meta, senza una bussola che lo orientasse e gli era successo più di una volta di tornare sui suoi stessi passi per un mancato orientamento.

Ogni volta che arrivava in un paese nuovo, in una città che non aveva mai visitato, si fermava, apriva il suo taccuino scriveva il nome del paese e sotto, se capitava, si appuntava dettagli relativi a quel luogo. In questo modo aveva sempre la mente libera per riflettere, per cercare la fede ma anche per trovare l'ispirazione. Si, oltre la fede cercava l'ispirazione per scrivere un racconto, più racconti o un romanzo, per perseguire il sogno che aveva sin da bambino.

  L'uomo che aveva di fronte e che lo aveva accompagnato nella sua camera svogliatamente tenendo sempre tra le mani ed a vista, pronta per entrare nella toppa, una grossa chiave in ferro arrugginita, ad un certo punto, quasi meccanicamente, gli chiese come si chiamasse.

Raramente lo straniero doveva dire il suo nome. Raramente parlava con le persone, ma così non fu quel giorno, perché le sue ossa erano stanche di dormire sulla terra e richiedeva a gran voce un materasso. Per questo motivo era entrato nell'unico albergo e aveva chiesto una camera.

Lo straniero non rispose subito. Gli servì qualche secondo prima di ricordarselo tanto non era più abituato a presentarsi. Appena lo ricordò lo pronunciò all'uomo.

<<Ah... viene da lontano allora. Il suo nome mi ricorda qualcosa...>>

<<Si, c'è uno scrittore russo che ha lo stesso mio cognome, forse si riferisce a questo.>>

<<E' vero... E' vero... Probabile>>

L'uomo acconsentì, aiutandosi anche con grandi cenni della testa ma, nonostante tutto, non sembrava molto convinto.

<<Non mi sembra di aver mai letto niente di questo tale. Comunque poco importa... Pensa che si fermerà per molto tempo?>>

<<Sinceramente non ho tempistiche da perseguire, quindi non le saprei dire: qualche giorno, se questo paese mi dovesse offrire qualcosa, intendo ispirazione, poche ore invece se il mio corpo si sarà abbastanza riposato.>>

<<Ah, quindi lei è uno scrittore?>>

<<Non proprio, non ho ancora scritto niente, a dire il vero. Raccolgo appunti al momento, annotazioni. Ma vorrei farlo, ecco, questo sì: appena avrò la giusta ispirazione... Mi servono ancora dettagli che non sono riuscito a trovare.>>

<<Bene. La lascio in pace. Quando ha voglia, però, se è d'accordo, le racconto quello che stenterà a credere di questo paese, ma solo quando sarà riposato, non voglio infastidirla adesso.>>

L'uomo, dicendo questo parole, indicò con il capo fuori dalla finestra, senza però alzare lo sguardo. Lo straniero, guardò in direzione della finestra e in lontananza vide una  colonia che sembrava abbandonata.

<<Io vado allora. Se dovesse aver bisogno di qualcosa, tiri questa corda e io sarò da lei. Non esiti a chiamarmi.>>

<<Si. Grazie.>>

Con un passo stanco e lento, il proprietario, dall'età non  individuabile, lasciò la stanza e lo straniero solo.

L'uomo si posò nel letto. Un letto finalmente, un materasso soffice sotto la schiena. Era... quanto tempo era? Aprì il taccuino, sfogliò le pagine all'indietro ed arrivò alla data che desiderava. Erano ben tre settimane che non dormiva in un letto. Aveva viaggiato parecchio senza trovare niente d'interessante e soprattutto senza trovare nemmeno un luogo abitato. Era stato solo con i suoi pensieri in quell'arco di tempo. Le pagine di quei giorni, sul taccuino, erano solo piene di descrizioni di paesaggi e rumori della natura. Sarebbero sicuramente tornate utili prima o poi. Pensando a questo e ad altro, non prima di aver liberato un pensiero alla sua scomparsa famiglia, si addormentò.

Si risvegliò per l'ora di cena e scese al piano di sotto. Il proprietario dell'edificio stava dietro il bancone sfogliando un libro.

<<Era come aveva detto lei, aveva ragione. Ho un vecchio libro di quell'autore, guardi...>>

Lo straniero lo riconobbe immediatamente. Era uguale all'edizione che aveva lasciato a casa: stessa copertina, stessa casa editrice, stessa rilegatura. Gli sorrise indifferente. Non aveva apprezzato molto quel libro in particolare, anche se l'autore continuava ad essere tra i suoi preferiti.

Gong.

Il suono lasciò lo straniero indifferente mentre l'uomo davanti a lui divenne paonazzo. Lo straniero se ne accorse ma non collegò immediatamente il pallore sfociato sul volto dell'uomo con il suono della campana.

<<Si sente forse male?>>

<<No... Mio Dio... La campana... Ha suonato... Tre rintocchi e qualcuno muore...>>

<<Come dice? La campana... qualcuno muore? Ma che significa?>>

Non fece in tempo ad avere una risposta che si sentì un secondo battito.

Gong.

<<No... a chi toccherà, speriamo non a me.>>

<<Toccherà che cosa? E' sicuro di sentirsi bene?>>

<<Certo che mi sento bene, ma non è detto che al terzo rintocco non sia io quello che stramazzerà a terra>>

Lo straniero non capiva. Inizialmente credette che l'uomo fosse sotto l'effetto dell'alcool, oppure che avesse la febbre alta e questo poteva spiegare anche il colorito pallido. Poi, però, comprendendo che l'uomo ragionava bene e non in modo sconclusionato, comprese che si doveva trattare di paura. Rimaneva nello straniero il dubbio se si poteva aver paura del rintocco di una campana? Questa domanda la porse direttamente al suo interlocutore.

Ma nuovamente questo non fece in tempo a rispondere che ci fu un terzo rintocco accompagnato da un urlo.

Gong.

Qualcuno, una donna probabilmente, aveva emesso un urlo agghiacciante. Proveniva da una delle case lungo la strada, dalla direzione che lo straniero avrebbe intrapreso quando se ne sarebbe voluto andare da lì.

Il proprietario della pensione sembrò riprendersi dopo l'urlo. Il sangue ricominciò a scorrergli sulle guance e tornò molto lentamente a tranquillizzarsi.

<<Che cosa è successo?>>

<<La campana ha suonato... e la campana non suona mai, se non a morte!>>

<<A morte? Ma che vuol dire?>>

<<Tre rintocchi e qualcuno, a suonar del terzo, cade a terra senza vita...>>

<<Mi prende in giro, vero?>>

<<Le sembra che ne abbia voglia? Ha sentito l'urlo di quella donna? Qualcuno le è morto accanto questa sera...>>

<<Ma ci sarà una spiegazione... Sarà una coincidenza fortuita...>>

<<Straniero, se così fosse, se di coincidenza si trattasse, allora stiamo parliamo di quasi cent'anni di coincidenze.>>

<<Cent'anni? E' un secolo che tutto questo avviene?

<<Cent'anni e forse più. E, precisamente, da quando i monaci hanno abbandonato la missione...>>

<<E' da cent'anni che al suono della campana qualcuno muore?>>

<<Si. E non pensi, lei che è uno straniero, che non ci siamo già chiesti se ci sia una spiegazione. Non ci creda così arretrati! Abbiamo chiamato addirittura studiosi di grande calibro, per cercare una spiegazione a questo fatto: semplicemente, alla fine, una spiegazione non esiste. Quella campana non è posseduta da nessun demonio e sicuramente non credo sia nemmeno Dio ad averne preso possesso. Niente! Nessuna spiegazione. Viviamo così. Aspettando che quella suoni. Aspettando il terzo rintocco per capire se tocca a noi oppure a qualcun altro, oppure a qualcuno a fianco a noi. Poi, chi rimane, tira un sospiro di sollievo mente i parenti del morto invece piangono. Il giorno dopo, facciamo il funerale e siamo almeno sicuri che in quel giorno, non morirà nessuno. No, nessuno è mai morto durante i giorni dei funerali e questo avviene da cent'anni e non può nemmeno questa essere considerata una coincidenza. E' strano, vero, ma il giorno in cui noi siamo nel modo più assoluto felici e spensierati coincide con il giorno in cui seppelliamo un nostro concittadino o addirittura un nostro parente. Quel giorno nessuno morirà. Ora mi scusi, ma vorrei andarmi a sdraiare. L'emozione e la paura è sempre forte e mi lascia senza forze. Se vuole scusarmi, straniero...>>

<<Ancora una cosa: non avete provato ad andarvene?>>

Il proprietario dell'albergo rise fragorosamente, tanto da farsi venire le lacrime agli occhi.

<<Andarcene? Non c'è nessuno posto né in cielo né in terra che la maledizione non ci raggiunga. Ed ora mi scusi davvero, ma sono stanco.

Allo straniero passò la fame. Tornò nella sua camera, aprì il suo taccuino e vi annotò un paio di pagine di appunti partendo poco sotto il nome del paese. Poi prese la decisione che sarebbe rimasto in paese ancora un poco, almeno il tempo per vedere la morte di qualcun altro.

Il giorno dopo, il paese si ravvivò, la gente sembrava piena di vita, rideva e scherzava per la strada. C'era serenità e giubilo, nonostante alle 11 si celebrò il funerale: era morto un uomo, sulla sessantina. Lasciava una moglie e due figli maschi che sorreggevano ora la madre mentre la salma dell'uomo veniva deposta in una buca scavata, a vedere la terra umida, da poco tempo. La sera, il forestiero fece fatica ad addormentarsi per via della festa nell'unica locanda del paese posta proprio a fianco dell'albergo.

Il giorno dopo ancora, tutto tornò nella normalità. Dalla sua finestra vedeva persone per strada che si trascinavano a stento. Poche parole tra di loro, soprattutto si scambiavano silenzi. Sembravano dei morti che si risollevavano dalle tombe e vagavano senza meta e senza obbiettivo. Lo straniero annotò tutto quello che vide dalla sua finestra e questo per i giorni a seguire.

Arrivò il giorno però dove decise che l'indomani sarebbe ripartito, anche se la campana non avesse suonato. Infatti, il rimanere in quel luogo, ormai, sembrava essere una perdita di tempo. Non aveva più appuntato niente sul suo taccuino in quelle giornate. Proprio mentre pensava a questo e alla, per così dire, macabra delusione di non sentire nuovamente la campana, un rintocco squarciò il silenzio.

Gong.

Lo straniero si alzò rapido da letto, aprì la finestra e si affacciò. Da lì, e aveva scelto bene la stanza, vedeva indistintamente tutto il paese e, visto che la giornata era calda e luminosa, vedeva la campana muoversi lentamente e sbattere nuovamente contro il martello installato sul campanile, nella missione.

Gong.

Guardò in basso e vide le persone fermarsi e tremare. Lo sguardo si posò subito su una donna che teneva stretta la mano del figlio, un bambino di pochi anni. La donna si era inginocchiata davanti al bambino al secondo rintocco e lo aveva abbracciato stretto.

Gong.

   Inizialmente non ci furono urla. Niente. Sembrava quasi che la campana aveva fallito questa volta. Forse la maledizione era terminata, se di maledizione si trattava. La gente allora tornò a muoversi. Si guardarono attorno, increduli. Qualcuno sorrise, amaramente, ma lo fece. Qualcuno addirittura si lasciò sfuggire un urlo di sorpresa. Anche la giovane donna si rialzò, guardandosi attorno. Il figlio, invece, rimase immobile davanti a lei, come sostenuto da una forza invisibile. Poi la donna, dopo essersi guardata attorno, posò nuovamente lo sguardo sul figlio e lo chiamò per nome. Il bambino, come accorgendosi solo in quel momento di essere morto e che quella posizione non era consona alla morte, cadde all'indietro a terra sbattendo il capo. Allora la donna urlò ed il suo fu un urlo di disperazione e dolore che straziò il cuore dei presenti e quello dello straniero. Pianse. Pianse ancora, mentre persone attorno a lei cercavano di consolarla, ma nessuno sembrava avere il potere di limare la sua disperazione: la disperazione di una madre che ha perso un figlio, una parte di se stessa, la vita nata dal suo grembo. Nessuno riuscì a calmarla e lo stranierò la sentì singhiozzare sino a che non fu riportata nella propria casa. Solo allora lo straniero aprì il suo taccuino e vi annotò quello che era accaduto. Poi si alzò prese le sue cose ed abbandonò quel paese senza rimpianto e senza riuscire a darsi una spiegazione di quegli avvenimenti, perché, come aveva detto l'uomo proprietario dell'albergo, non sempre una spiegazione a tutto c'è.

 

Qualche giorno dopo, ripensando a questi avvenimenti, scrisse queste parole sul suo taccuino:

<<Per quanto si cerchi troppe volte di dare spiegazioni razionali a ciò che non ha una spiegazione e solo perché la nostra limitata conoscenza e il nostro limitato punto di vista non riesce a concepire, converrebbe accettare senza riserve la nostra sorte, dolente o felice, sia essa quella di vivere da vagabondo senza terra e senza nome o sia essa quella di vivere e morire nel volere del rintocco di una campana.>>

Questa fu anche la breve prefazione che inserì, anni dopo, alla pubblicazione del suo primo romanzo intitolato “La campana che suonava a morte.”