Briciole di fiori
(Francesco Martorana)
Piove sul telone messo a proteggere i tavolini della piazza inumidita, il nasone vecchio e indebolito trabocca acqua da sempre, nessuno la beve più, ormai è buono solo per le foto, nuvole grigie disperse dal vento si rincorrono e si accalcano sopra le teste cieche dei pochi passanti con gli ombrelli, Sofia legge un libro sulle gambe accavallate, adora l’aria bagnata di Campo dè fiori, con espressione rapita sorseggia la pinta schiumosa di birra chiara. E’ da poco passata l’ora del pranzo e regna un placido schiamazzo tutto intorno.
Coperto da un Giordano in volto sempre più intollerante, il giovane gitano stride il violino con aria dolce e materna, l’orecchio accosta attentamente alle corde, e con l’occhio di sguincio osserva il berretto che sguazza nell’acqua e colleziona spicci, maledizioni, curiosità per lui: genio senza accademia.
Domenica, i locali affacciati sulla piazza, si leccano le ferite del sabato notte passato insonne, Sofia centellina la schiuma di luppolo, che lenta si auto consuma all’aria fresca di fine autunno, Sofia legge incantata, sogna, suggestionata dalla dolce litania dell’ est, i riccioli bruni le accarezzano dolcemente il muso, è sola ed è in attesa, di finire il capitolo, che arrivi qualcuno, sola e sfiorata dal leggero bagliore che aleggia dietro le nuvole che vanno di corsa., come l’attimo, spinte dal vento, Sofia non ha fretta, scorrono parole sotto i suoi grandi occhi, intanto sul sagrato ha smesso di piovere.
Niko conta i soldi ed assicura il violino nella robusta custodia, ha fame, il bar all’angolo del campo è aperto, semivuoto. Sofia è distratta dal silenzio della brezza svuotata dalla musica zigana, stranita alza lo sguardo ed incontra quello di Niko, i due sorridono evitandosi.
Niko è un rom che si arrangia suonando, in metro per dovere, in piazza per piacere, non ha più un bivacco dove tornare, lo scorso Dicembre le autorità mandate dal comune gli hanno distrutto tutto, la roulotte, i vestiti, un tetto su di una collina di Roma non lontana dal centro. Il violino no, il solo legame rimastogli con il passato, unico nobile simbolo delle sue origini e di un’infanzia privilegiata, gustata all’ombra della povertà di Bucarest, a studiare musica, realizzazione del desiderio di due genitori, scomparsi atrocemente per mano del regime rumeno.
Sofia, spensierata nel cappotto prugna, stringe il bavero alzato per meglio scaldarsi, delicatamente bella, sfoglia le intricate strade dell’ ”Ulisse” di Joyce. Il panno del paltò le cinge i fianchi di donna, Sofia è in attesa, di una decisione, di trovare l’uscita dal labirinto, dolce assapora la stagione che velocemente cambia, con occhi socchiusi medita ed accarezza il ventre, distratta rincorre immagini di un fallito amore estivo, delusa torna sulle pagine violate dall’umidità.
Bruno austero è sempre lì, nel suo saio nero fuliggine, un piccione gli riposa sulla spalla, il sole li benedice, ora il grigio del ciottolato brilla.
Niko vino e pizzetta calda tra le mani, siede distante da Sofia, c’è un vuoto sufficiente per assaporarne la fragranza, lei sa di rosa, selvatica, come la vita di Niko, libera, senza permessi da chiedere, orari da rispettare, continuamente in fuga, lui privo di una fissa dimora, non ha nulla di cui preoccuparsi, accatta poche monete al giorno e gira Roma confuso tra i turisti, per i quali suona, per i quali trasforma l’aria eterna in una fuggevole ballata, sulla quale danzare, esplorare vicoli misteriosi, percorsi guardiani di passi stranieri, risonanti all’ infinito.
- Fammi ancora compagnia ti prego!
sussurra Sofia mentre comprime in petto il libro, Niko senza batter ciglio adagia la pizzetta sulla bianca tovaglia di carta, fa scattare le due serrature con una carezza della mano, solleva il violino rossastro consumato dalla strada, prende posizione sulla possente spalla, concentrato stringe le pupille nere ed in un istante si trasforma in musica per l’ amata lettrice. Tesa Sofia vorrebbe sottrarsi a pensieri più grandi di lei, le pesa oggi la vita, e si sente soffocare. Sofia abbozza un sorriso tra le sue gote paonazze, invidia il violinista, lo stato di precarietà di cui gode, secondo lei una facile via di fuga da ogni cosa che non gradisce, Sofia ha venti anni e non può amare il senso di responsabilità, non può immaginare Niko la notte, smarrito nell’ indecisione sul domani, Niko che affronta l’inverno senza cappotto dentro il quale schiacciarsi, Niko solo, ora chissà dove nascosto.
Sofia ricorda ma non è pentita, Sofia scoppia, la birra quasi terminata assorbe le lacrime amare, Sofia piange sul fagotto che non voleva, Sofia aspetta un figlio, Sofia ha paura che le rallenti la vita, e lei non si può fermare, Sofia vuole viaggiare con il suo nomade, Ulisse, alla ricerca di una mèta da scoprire. A Sofia tremano le mani, non è pronta, Sofia è ancora acerba, non ha più un principe da supplicare, anche Dante è scappato prima ancora di sapere, Sofia si è smarrita e ancora una volta ha perso Niko.
Niko capelli bruni scomposti dal vento, è ormai lontano, sul tavolino ha lasciato un po’ di vino rosso e qualche mollica annerita dal forno, intanto la musica ancora mulina nell’aria tornata colore tempesta, Giordano Bruno di nuovo cupo in volto, fa pesare il suo silenzio infausto.
Sofia chiude il libro non osa alzare lo sguardo, percepisce forte quella quasi vita dentro, un pugno forte allo stomaco che non allenta la pressione un secondo, e pesa come una spada fendente sul collo.
Domenica pomeriggio, il tavolino vuoto, una sedia scostata, poche monete abbandonate per ripagare la gentile ospitalità del bar all’angolo.
In una piazza foderata dal bianco e dal nero, annaffiata dal pianto del cielo, spicca il cappotto violaceo di Sofia che oscilla accanto alla bicicletta e procede lento tra le pozzanghere di nuovo vuote. La direzione è dentro di lei, il traguardo è uscire dal labirinto, oggi, domani, tra dieci anni, prima o poi.
Sofia sa che in grembo ha un bel maschietto, magari con le mani da musicista, gli occhi viandanti del padre, i lineamenti appassionati di Niko, Sofia ha con sé il frutto di un amore, raccolto tra i fiori di Roma irrigati dal vino, al tavolo del bar dove ogni volta ritorna. Sofia avrà un bel maschietto dalle fattezze orientali, rimembranza di un Agosto lontano da Dante, segni incancellabili di un capriccio senza un continuo.
Così Sofia ha perso i suoi due principi, ora ne porta un altro dentro, sarà in grado di non lasciarlo andare? Ancora se lo sta chiedendo.