Bibliomachia

(Carlo mantovani)

 

 

 1

Ogni casa editrice è un’agenzia di viaggi che organizza vacanze per il nostro cervello. E lo scrittore è un ospite generoso e discreto, che ci fa entrare nel suo mondo e non pretende nulla, se non attenzione. Pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, ci invita ad una fuga immobile, ma travolgente. Ci suggerisce luoghi e colori, suoni e sapori. Ci parla in silenzio, ci accompagna. Ci spalanca vie nuove, mai tentate: per cercare la verità, oppure dimenticarla; per svelare antichi misteri o crearne di nuovi. 

 

 

Casa editrice “Sempre più giallo”, ufficio del direttore editoriale.

 

- E’ permesso?

- Prego, prego…la stavo aspettando. Ecco, si accomodi pure.

- Grazie. Ehm, mi scusi per l’appuntamento della settimana scorsa, ma proprio…proprio non potevo interrompere. Sa, stavo chiudendo il primo capitolo del mio, ehm del nostro nuovo libro e…

– Capisco, capisco, non si preoccupi: è del tutto naturale che un autore di talento come lei si senta più legato al proprio personaggio, che alla casa editrice…

– Beh, no…cioè, ovviamente questa casa editrice per me è come una famiglia, ma le aspettative dei lettor, la pressione del pubblico…sa, il timore di deluderlo...

– Uhm…francamente non credo che sia a causa dei lettori, che uno scrittore può arrivare a trascurare le esigenze editoriali…

– Come trascurare? Sta dicendo che…? Ma io, io…

– Se veramente i lettori le stessero a cuore come dice, non sarebbe stato necessario convocarla nel mio ufficio con tutta questa urgenza. La verità è che lei…lei secondo me si è innamorato del suo personaggio.  

–  Beh, magari affezionato, un po’ sì; ma le garantisco che...

- Guardi: prima di accettare di dirigere questa baracca, scrivevo gialli anche io. So benissimo come succedono, certe cose.

– Solo perché mi vesto come lui, non significa necessariamente che…

- Non è un fatto di abbigliamento. Vada pure vestito come vuole, ci mancherebbe. Il problema è un altro.

- E quale, scusi? Scrivo due libri l’anno da tre anni e, se non sbaglio, sono sempre stati in cima alle classifiche…

- Il problema, caro il mio bestseller, è che il suo detective sta diventando troppo bravo.

- In che senso, scusi?

- In senso letterale. Il suo detective risolve i casi troppo in fretta. Vede? Dopo il primo volume, che superava abbondantemente le cinquecento pagine, le sue storie sono diventate sempre più brevi: l’ultimo episodio, ad esempio, non arriva a cento!

- Beh, ehm…insomma: a forza di risolvere casi…è inevitabile che l’esperienza…

- Glie lo devo confessare: in un primo tempo, vedendo quei manoscritti sempre più striminziti, eravamo convinti che avesse esaurito la vena, che avesse colpito il muro, come dicono gli Americani. Eravamo pronti a rimpiazzarla con un nuovo autore. Ma poi, leggendo attentamente le storie, ci siamo resi conto che gli spunti non le mancavano, anzi: gli intrecci erano ancora più ricchi, appassionanti, sorprendenti. No: le pagine non diminuivano per mancanza di ispirazione, ma soltanto perchè il suo brillante detective trovava la soluzione troppo rapidamente.

- Sì, ma…e se anche fosse? I lettori…i lettori in fondo lo amano proprio per questo: per la genialità delle sue intuizioni. Quindi, se tanto mi da tanto… insomma: più geniale diventa, meglio è per tutti, no?

- Non per smorzare il suo entusiasmo, ma cerchi di vedere il fenomeno in prospettiva: se continua così, entro diciamo…due, massimo tre anni, il suo personaggio sarà in grado di smontare qualsiasi intrigo e chiudere definitivamente il caso nel giro di tre pagine!

- Beh, ehm…però sarebbe un record, no?

- Del resto, poi, mi scusi, ma non mi risulta che Shelock Holmes o Agata Christie passassero per dei rincoglioniti solo perché, dopo tanti anni, impiegavano sempre lo stesso numero di pagine a trovare il colpevole!

- Sì, ma lei dimentica che il mio…il mio è un detective hi-tech! E’ un tipo aggiornato, che non ha paura di sperimentare. E se la tecnologia migliora, è inevitabile che anche le sue prestazioni…

- Senta, glie lo dico per l’ultima volta: si inventi qualcosa. O diremo al nostro ufficio amministrativo di risolvere il suo contratto più in fretta di quanto il suo detective risolva i misteri!

- Co-cosa?! Ma questo…questo è un ricatto!

- Potrebbe aver un incidente…

- Che fa…minaccia, adesso?! Guardi che io, io….

- Intendevo il detective: se lei gli facesse capitare un incidente, un pirata della strada, ad esempio…magari un bel coma e conseguente intervento al cervello…potrebbe giustificare una maggiore lentezza nella soluzione dei casi e quindi la storia…

- Ma che dice?! Non vorrà mica che trasformi il detective più geniale della letteratura mondiale in un ritardato??!

- Oppure potrebbe…ecco sì: perché non gli fa conoscere una bella donna? Ha presente una di quelle cavallone maggiorate che ti fanno girare la testa?

 

Lo scrittore si alzò di scatto e uscì dall’ufficio del direttore senza neppure salutare. Pazienza che lo facesse lavorare come un cane, pazienza che lo pagasse come un esordiente. Ma, cavoli, lo pubblicava da tre anni e quello squallido burocrate non si era ancora accorto che il suo detective era gay.

 

 

2

 

Leggere è come votare: è un diritto che non tutti esercitano. Anzi: poiché la gente che non legge è molto più numerosa di quella che non vota, qualche maniaco delle statistiche potrebbe arrivare a dire che leggere è molto peggio che votare. E affermare che, evidentemente, scegliere un libro è più difficile che scegliere un politico: la qual cosa non è proprio da escludere, essendo i politici -al contrario dei libri- tutti demagogicamente uguali. Ristampe di un’unica, desolante edizione.

 

 

Non controllo la cassetta della posta da una settimana. Sepolta tra le solite bollette e una discarica di pubblicità indesiderata, trovo una busta bianca con il timbro del Comune. Incuriosito, la apro: “Con la presente si sollecita la restituzione immediata del seguente libro: La ricerca del tempo perduto, di Marcel Proust, volume settimo, per il quale sono scaduti i termini di prestito.  Il libro dovrà essere riconsegnato il giorno successivo al ricevimento della presente, dopo l’orario di chiusura. Cordiali saluti, il responsabile della biblioteca, dr…”. Strabuzzo gli occhi e, incredulo, rileggo. Strano. Frequento le biblioteche da quando avevo otto anni, ma avvisi di questo tipo non ne ho mai ricevuti: e non certo perché sia puntuale nella restituzione. I solleciti, impantanati nelle secche della burocrazia amministrativa, vengono spediti con un tale ritardo che è farsi beccare dal servizio recupero prestiti di una biblioteca è virtualmente impossibile. Quando accade, significa che il libro lo hai smarrito, oppure - ed è il caso più frequente – che ne stai tentando l’usucapione. E’ per questo che in genere, consapevoli che il proprio ritardo supera quasi sempre quello dell’utente, all’invito a restituire i libri i bibliotecari fanno preventivamente seguire una postilla che recita più o meno così: “Nel caso i cui i libri in oggetto, nel frattempo, fossero stati restituiti, si prega di considerare nullo il presente sollecito”.

In genere, ma non nel mio caso. Eh, no: nessuna clausola, nessuna previsione di ritardo. Anzi. La lettera mi è stata recapitata con una tempestività inusuale – il prestito è scaduto da meno di dodici ore - e il testo ha una severità militaresca, vagamente inquietante. Presentarsi dopo l’orario di chiusura? E perché? Non capisco, ma eseguo. Quando arrivo, la diaspora quotidiana degli addetti, finalmente liberi di alzare la voce e dire frasi sconvenienti, è già in corso. “Ehm, - chiedo – dovrei restituire un libro che…” Ah, guardi - mi interrompe un’impiegata con la permanente a fine corsa - per queste cose ci pensa il Responsabile della biblioteca”. E…scusi…dove lo trovo, il Responsabile?”. Mi lancia un’occhiata infastidita, come a dirmi: non vede che devo andare?! “In fondo al corridoio, ultima porta a sinistra”, indica la donna, mentre timbra il cartellino. “E’ l’unica colorata di blu: non può sbagliare.”

Percorro il corridoio lentamente. Pur sapendo che la biblioteca è completamente deserta, l’abitudine mi spinge a camminare sulle punte, per non disturbare. Mentre passo, osservo gli scaffali e i loro stipatissimi abitanti, i libri. A pensarci bene, i libri sono molto simili alle persone. Noi divisi in classi sociali, loro in classi editoriali. Ma le categorie sono pressappoco le stesse: si passa dal blasone dei volumi enciclopedici, all’alta borghesia dei manuali rilegati, al cultural chic dei libri d’arte, fino al sottoproletariato urbano dei tascabili. Anche il loro destino, come il nostro, è affidato alla sorte e dipende da circostanze assolutamente casuali: i più fortunati vengono acquistati e trovano ospitalità sui comodini delle camere da letto, o nelle librerie dei salotti; per gli altri, invece, si spalanca il baratro terrificante della disoccupazione, accompagnato dall’avvilente prospettiva di essere svenduti sulle bancarelle o deportati in qualche magazzino, in attesa di marcire.

Prendete il libro che ho in mano, ad esempio: il suo destino è quello triste e umiliante di essere costretto a stare con tutti, di passare di mano in mano, senza potersi opporre. Per sempre privato dell’amore esclusivo ed eterno che lega un libro al proprietario. A volte, addirittura, per l’inettitudine degli addetti, obbligato a trascorrere la notte abbandonato su un tavolo, senza neppure il calore dei compagni di scaffale a stemperare il dramma esistenziale del prestito al pubblico. E’ vero, lo ammetto, sono in ritardo di ventiquattrore. Ma questa volta, Proust, non può lamentarsi. Perché i libri, io, io li tratto come dei figli: non sottolineo, non faccio orecchie e li apro con delicatezza, per non rovinare la rilegatura. “Quando li restituisce - mi ha confessato una volta una bibliotecaria - sembrano più nuovi di quando li ha presi in prestito!”.

Sono davanti alla porta. So che non ha senso, ma mi sento un po’ teso. Mi aggiusto la giacca, faccio un respiro profondo ed entro. Il Responsabile se ne sta in piedi, appoggiato alla scrivania con braccia e le gambe incrociate, stile cow boy. “Ehm, salve sono venuto a….”. “Lo so benissimo, perché è venuto. Ce l’ha il libro?” “Il libro? Ah, beh, certo… eccolo qui”. “Lo metta sul tavolo”,  ingiunge l’uomo, con un cenno della testa. “QQquello piccolo, alla sua sinistra.” Non faccio domande e obbedisco. Intanto che mi avvicino al tavolo, però, il dirigente fa scattare la serratura della porta. ”Non le dispiace se chiudo a chiave, vero?” Mi si blocca lo stomaco. “Co-come a chiave…? I-io…io non… “Mi rendo conto che a rigor di logica non sarebbe necessario, essendo la biblioteca – a quest’ora – assolutamente vuota. Diciamo che è per comodità”. Finalmente mi guarda. La fermezza cerulea dei suoi occhi è direttamente proporzionale al mio sgomento. “M-ma io…io non posso…ehm, ho un appuntamento che…”. “Chiudere a chiave - me lo ha insegnato l’esperienza - rende tutto più semplice: ad esempio, ti evita sgradevoli inseguimenti nel corridoio. Non so a lei, ma a me, gli inseguimenti, mi fanno perdere la concentrazione!”

Resto immobile e immagino il peggio. Ci sono soltanto libri, intorno a noi. E i libri hanno molti pregi, ma non quello di dare l’allarme quando sei nei guai. Tremo. In un istante, tutte le tessere di prestito della mia vita mi scorrono davanti agli occhi. “Allora, vediamo: uhm…ah, “La ricerca del tempo perduto, volume settimo”…Proust, ottima scelta. L’ha letto? Sa, i sondaggi dicono che il settanta per cento degli utenti delle biblioteche prende i libri in prestito, ma non li legge fino in fondo. Io, francamente, non li capisco. Leggono qualche capitolo qua e là, magari prima di addormentarsi, per conciliare il sonno. Che vergogna, che squallore! Per non parlare di quelli che si limitano a memorizzare il risguardo e poi fingono di avere una cultura...che gentaglia! Mi dica che non è il suo caso, la prego.”

Tiro un sospiro di sollievo. Da questo punto di vista, sono un lettore modello. “M-ma certo…i-io i libri li leggo sempre per intero, glie-glie lo posso…”. “Mi dà una bella notizia: i lettori come lei stanno diventando merce rara. Ma, mi chiedo, in subordine…lei ha appena riconsegnato il settimo volume della Recherche: avrà letto i sei che lo precedono? “Ah, beh, sì, certo, o-ovviamente: solo…solo un pazzo potrebbe iniziare dal…”. “Allora non le dispiacerà se faccio, diciamo…una piccola verifica, vero? Sa, non vorrei che i nostri utenti fossero contagiati dalla sindrome dell’attestato.” “Ehm…dell’attestato? I-in che senso, scusi?”. “Vede, ogni volta che porto l’auto in officina, mi chiedo perché il meccanico esponga tutti quegli attestati di frequenza: dimostrano che era presente ai corsi, mica che ha capito! Invece io – adesso - voglio che mi dimostri che ha letto e che ha capito. In fin dei conti lei ha sottratto alla pubblico un capolavoro della letteratura per oltre tenta giorni!”.  

Il Responsabile mi allunga una sedia, mi invita a sedere e inizia a interrogarmi. Mi chiede nomi, date, termini, episodi. Non si accontenta, esige risposte articolate e precise. Dopo avermi tartassato per mezz’ora, l’uomo mi dice di alzarmi. “Devo ammettere che non mi ha deluso, sino ad ora e sarei spinto a pensare che abbiamo prestato il libro alla persona giusta. Attenzione, però: resta ancora una domanda, la domanda finale. Quella che decide ogni cosa. E’ pronto?” Non mi spremevano così dai tempi di diritto privato. Sono stanco e affamato, ma faccio cenno di sì. “Allora si concentri: perché Proust, ad un certo punto, dice che la vera vita e’ quella dell’arte?”. Mi alzo in piedi e intravedo la libertà: lo so, lo so, lo so! Da giurista pentito quale sono, non poteva sfuggirmi un concetto del genere: l’arte è la vera vita perché ci fa conoscere aspetti e visioni della realtà che non potremmo vedere con la nostra esperienza personale. “Insomma”, dico con sicurezza da critico consumato: “L’arte rende visibile l’invisibile.” Il Responsabile abbozza un sorriso tirato.

“Mi complimento con lei: ha risposto correttamente a tutte le domande. Questo le consente di aver una riduzione della pena”. “Co-come….q-quale pena? Io…io credevo che…” “Invece dei cinquecento previsti, saranno soltanto duecento i libri che dovrà incartare per non aver restituito il libro entro il termine previsto. Guardi, il materiale è sul tavolo alla sua destra.”

Poi, mentre indossa il cappotto, mi consegna un pezzetto di carta. “Le lascio il mio numero. Noi riapriamo domattina alle otto: se finisce prima, mi dia uno squillo.”

Il Responsabile apre la porta dell’ufficio e, appena uscito, la richiude, naturalmente a chiave. E’ ufficiale: sono suo prigioniero. Duecento libri, accuratamente impilati, mi attendono sul tavolo alla mia destra. Rotolone di cellophane, forbici, nastro adesivo: è tutto pronto. Mentre incarto, penso a Proust. Beh, mi dico, è pur sempre un’arte. E  mi sforzo di credere che questo, in fondo, non sia tempo perduto.

 

 

3

Non ci sono premi, per loro, non ci sono applausi. Possono impegnarsi quanto vogliono, essere i migliori, ma nessuna giuria verrà mai convocata per valutarli, nessun pagina verrà mai scritta per celebrarli. Il loro destino, apparentemente, è un anonimato faticoso, da formica operaia. Nell’ecosistema letterario, tuttavia, i lettori non sono le prede, ma la specie dominante. Esercitano una sorta di dittatura, un caparbio e incontrastabile accentramento di poteri. Con i loro gusti, infatti, i lettori condizionano il mercato dell’editoria e, in un certo senso, dettano legge. Un semplice acquisto, poi, gli basta per tenere in vita il sistema e governarlo senza opposizioni. Infine, non appena conclusa la lettura - a volte anche prima- si trasformano in giudici inflessibili, che decidono l’intera vita del libro: se potrà sperimentare la gioia delle ristampe, o se, invece, subirà il triste oblio dei fondi di magazzino.

 

 

Dieci di mattina, in un una libreria del centro. Una ragazza bionda, visibilmente trafelata, si fionda al punto informazioni.

 

-         Sono…sono in ritardo vero? Cavoli, che stupida…

-         Ehm…mi perdoni, signorina…in ritardo per cosa?

-         Il libro…usciva stamattina alle nove e adesso…cavoli, adesso sono già le dieci…la prego, mi dica che ne avete ancora una copia, la prego…

-         Beh, ehm, cioè: magari, se mi dice il titolo…

-         Lo sapevo…io lo sapevo che non potevo fidarmi di quella sveglia maledetta …io-io…

-         Ok, ok, però si calmi e mi dica…

-         Si calmi? Come, si calmi?? Si rende conto che quel libro… quel libro io lo aspetto da cinque – dico cinque – anni?! Cinque anni interminabili, cinque anni di sofferenza …e adesso, per colpa di una merdosissima sveglia che non funziona…

-         Forse ci sono: lei si riferisce al nuovo capolavoro del romanziere ungherese Toman Vanilocar …

-         Lo voglio, lo voglio subito!

-         “Mia zia è una Rotaia”, vero?

-         Dov’è, dov’è?!

-         Ehm, vede, non vorrei deluderla, ma…

-         Oddio, ecco…me lo sentivo…

-         Il libro non è ancora uscito.

-         C-come non è ancora uscito…?

-         A quanto pare c’è stato un problema di traduzione, nella versione italiana, e l’autore ha bloccato tutto. E quindi…

-         Q-quindi…?

-         Quindi l’uscita è rimandata a data da destinarsi.  

-         No…no! Mi dica che non è vero, mi dica…

-         E’ così, mi dispiace.

-         Ma io, io non posso più aspettare, lo capisce?! Io ho bisogno di quel libro: ne ho bisogno adesso! Io, oddio…sento che sto…io sto per…

-         Capisco il suo disappunto, signorina, e le garantisco che se dipendesse da me…

-         La ragazza strabuzza gli occhi e crolla a terra, svenuta, proprio davanti al commesso.

-         Signorina, ma…signorina! Oddio, qui c’è bisogno di un medico! C’è un medico qua? Un medico, per favore, qualcuno chiami un medico!

Mentre i clienti si chiedono che cosa è successo e la cassiera cerca il numero del pronto soccorso, un uomo basso, calvo e con la barba folta  si avvicina alla ragazza e le tasta il polso.   

-         Fermi, fermi, fermi tutti! Non c’è bisogno di nessun medico, qui.

La cassiera obbedisce. Il commesso del punto informazioni, invece,  appare piuttosto perplesso.

-         E lei come fa a dirlo, scusi? E’ medico?

-         No, rianimatore culturale. E riconosco la sindrome: è il tipico caso di coma letterario.

-         Coma letterario? Ma…ehm…è sicuro?

-         Certo. Anche se nessuno ne parla, il coma letterario ogni anno colpisce migliaia i lettori, in tutto il mondo. E la causa è sempre la stessa: lo stress accumulato in situazioni di attesa letteraria prolungata. O meglio: troppo prolungata!

-         In effetti…sì, in effetti era venuta per acquistare “Mia zia è una rotaia”, il primo romanzo del bestseller ungherese Toman Vanilocar da cinque anni a questa parte e io, purtroppo, le ho dovuto comunicare che…

-         Ecco, vede? E’ esattamente come le dicevo. Questi scrittori sono tutti uguali, bisogna rassegnarsi. Dagli qualche premio, staccagli un bell’assegno et… voilà: si perdono in feste, lezioni, conferenze, interviste. Si danno alla bella vita e delle esigenze dei lettori, razza di ingrati, se ne fregano!

-         Beh, tesi intrigante, non c’è che dire……ma è sicuro che non serva un medico?

-         Santo cielo che sfiducia….glie lo detto: sono un rianimatore culturale. Come si suol dire: la persona giusta al momento giusto! E mi creda: in casi come questo, una libreria offre più garanzie del pronto soccorso!

-         Ok, ok…che cosa dobbiamo fare?

-         Mi serve una bibbia.

-         U-una bibbia? Ma…ehm, mi scusi…siamo già alle preghiere?

-         Ahahahah! Ma che ha capito?! E’ per appoggiargliela sotto la testa, no?! Mi passi una bibbia, sù!

-         Ok, ok… mi scusi, sa…io di coma letterari non…

Il commesso si infila tra gli scaffali e dopo un attimo  ritorna con una copia dell’Antico Testamento.

-         Ecco, vede? Così sta molto più comoda, no?

-         E…e adesso?

-         Adesso non ci resta che risvegliarla.

-         Forse…forse se sapessimo il suo nome potremmo tentare di…

-         Ma quale nome e nome…non è mica l’appello, questo! Ci servono soltanto qualche buon libro e un po’ di fortuna: dobbiamo individuare la chiave letteraria del risveglio, capisce?

-         Giusto, giusto. E…se provassimo con un’opera precedente dello stesso autore? Dopo tutto, beh…era un libro di Toman Vanilocar che cercava...

-         Ahahah! E questa che cosa sarebbe? Omeopatia letteraria?! Ma mi faccia il piacere! Stiamo sul classico, che funziona sempre. L’avete una copia de “I promessi sposi”?

-         Naturalmente: un volume del genere, in una libreria che si rispetti, non può mancare…glie la porto subito.

Il commesso scompare di nuovo tra gli scaffali e ne riemerge con una bella edizione rilegata del capolavoro di Manzoni.

-         Ottimo. Prima di tutto, qualcuno vada a chiudere la porta di ingresso: dobbiamo assolutamente evitare interferenze esterne che potrebbero compromettere il risultato finale.

Il commesso fa cenno alla cassiera di chiudere a chiave

-         Perfetto: adesso mettiamoci in cerchio, attorno alla ragazza e teniamoci per mano. Tutti, mi raccomando: nessuno escluso. Per non interrompere il circuito letterario, il libro deve essere sorretto da due persone che lo devono leggere all’unisono e ad alta voce. Va bene se leggiamo io e lei?

Clienti e impiegati si dispongono in cerchio, come richiesto e i due cominciano a leggere il celebre incipit dei Promessi Sposi. Dopo una ventina di righe, tuttavia, ancora nulla: la ragazza resta immobile, con le braccia adagiate lungo i fianchi e i capelli biondi sempre appoggiati sul sacro testo. A quel punto, l’uomo con la barba rompe il cerchio.

-         Niente da fare. Manzoni, oggi, non funziona. Del resto, quando una cosa l’hai dovuta studiare a scuola, l’unica cosa che ti risveglia sono i traumi da lettura imposta!

Il commesso ripone il volume e si ripresenta con una proposta.

-         E, ehm…e se provassimo con le avanguardie? Le assicuro che nei programmi scolastici vengono regolarmente ignorate…

-         Ok, mi ha convinto: mi porti qualcosa di Malerba, o di Manganelli.

Vengono letti, in rapida successione, escerti dalle principali opere della neoavanguardia italiana. Poi si tenta con la letteratura contemporanea. Nell’ordine: Umberto Eco, Isabel Allende,  Chuck Palanhiuk Hosè Saramago e, per disperazione, persino l’introduzione de “Il codice Da Vinci”. La ragazza, tuttavia, non dà segni di ripresa. A quel punto, la cassiera scoppia a piangere e  il commesso, esasperato dall’insuccesso, perde il controllo.

-         Ecco, lo sapevo, lo sapevo! E la colpa…la colpa è soltanto mia. Che invece di rivolgermi ad un medico, ad un serio professionista, mi sono fatto abbindolare da questo…da questo impostore, da questa ridicola operazione di stregoneria letteraria! Ma adesso…adesso ci penso io: io chiamo un ambulanza. E dovrebbe ringraziarmi che non chiamo anche la polizia!

-         Stiamo calmi, per favore, stiamo calmi! O forse pensa di poter svegliare la ragazza a forza di urla?! Piuttosto, mi lasci fare un ultimo tentativo. Mi è venuta un’idea.

-         No, no, basta: io non ci sto più, a ‘sti giochetti…

-          Ah, no? E allora chiami pure il suo bravo medico: così verrà intubata e poi infilata in un polmone d’acciaio. Per sempre. Se non lo ha ancora capito, qui si tratta di un coma letterario: è roba da intellettuali, non da chirurghi!

-         Io…se non funziona, io…giuro che…

-         Mi faccia il piacere: proviamo con un libro dei Peanuts.

-         I Peanuts? Cioè…vuol dire Charlie Bown? Ma scusi… se non hanno funzionato i classici, vuole che funzionino i fumetti?! C’è una in coma, qui… che ce ne facciamo dei fumetti?!

-         Mi permetto di insistere.

-         Ok, però l’avviso: se entro un paio di minuti la ragazza non si sveglia, io chiamo un medico. E stavolta dico sul serio, eh?!

Il commesso si getta tra gli scaffali alla ricerca del volume e in pochi secondi recupera una bella raccolta delle famose strisce americane. La catena umana si riforma e parte la lettura dei fumetti. Alla seconda battuta la  ragazza, come per incanto, riapre gli occhi.

-         Miracolo, miracolo!

-         Che cosa le avevo detto? Bastava trovare la chiave giusta, uomo di molti libri e poca fede!

-         Mentre la gente applaude la guarigione, la ragazza, lentamente, si rialza.

-         Ma che succede…che diavolo ci faccio in una…? Ah, già il libro, sono venuta per il libro…

-         Oddio, di nuovo quel libro…ci risiamo!

Temendo che l’incidente si ripeta, il commesso cerca l’aiuto del rianimatore culturale.  Guarda a destra, guarda a sinistra, ma dell’uomo non c’è più traccia.    

-         Ehi, ma dove cavolo si è cacciato quel…

-         Allora? Quel libro…

-         Ehm, signorina… si sbaglia, glie lo assicuro; ehm…lei non voleva nessun libro, stava solo curiosando…

-         Mi prende per scema? Io sono venuta apposta per quel libro, “Mia Zia è una rotaia” ,di Toman Vanilocar. E’ uscito, oppure no?!

-         Beh, ehm…se mi promette che non mi sviene ancora…

-         Svenire? Io? Ma è pazzo?! Insomma, mi vuole rispondere o preferisce che mi rivolga alla concorrenza!?

-         Ok, ok, va bene, le spiego tutto. Allora: dopo cinque anni di attesa, oggi doveva uscire il nuovo romanzo; tuttavia, per un disguido nella traduzione, l’uscita è stata rinviata a data da destinarsi. Ehm…come va? Si sente…si sente bene?

-         Bene?! A dire il vero, ho il voltastomaco: questi scrittori sono tutti uguali, bisogna rassegnarsi. Dagli qualche premio, staccagli un bell’assegno et… voilà: si perdono in feste, lezioni, conferenze, interviste. Si danno alla bella vita e delle esigenze dei lettori, razza di ingrati, se ne fregano! Senta,  ho cambiato idea: ha mica qualcosa dei Peanuts?

 

 

4

Quello che amo della lettura è che nessuno ti può dire come farlo. Quando leggi sei completamente libero, proprio come nel sesso: e senza problemi di contraccezione! Tradizionali, inedite, rodate o stravaganti: innumerevoli e tutte invitanti sono le  posizioni che il kamasutra del libro offre ai lettori. A forza di sperimentare, a forza di sbagliare, ciascuno trova quella che gli è più congeniale, quella che gli garantisce il maggior e più prolungato godimento.

 

-         E quelli che leggono in bagno? Dio me ne scampi! Questi, per me, guarda, sono i peggiori. Immaginare un mio libro che assorbe fetidi miasmi di cloaca? Puah: mi vien da vomitare!

-          Ho sentito dire di un tizio, un ragioniere di Bari, che anni fa si è letto tutta la Recherche, in bagno. E a quanto pare, senza mai lavarsi le mani!

-         Che schifo…che orrore…è la prima volta che sono contento di non essere Proust!

-         Già!

-         Miasmi a parte, lo sai quale è il mio incubo personale?

-         Dimmi.

-         Che il sordido proprietario, assiso sul suo maleodorante trono,  legga non per passione, non per passatempo, ma per…ehm, in un certo senso…capito?

-         Mica tanto.

-         Beh, ehm, insomma…che usi il libro come lassativo. Cioè: tu metti tutta la tua intelligenza e tutto il tuo cuore in un libro, ci metti dentro la tua vita e lui, quell’essere abietto, lo usa per andare di corpo?!

-         Beh, dai, non prenderla così! Guarda il lato positivo, no?  Magari significa che leggere il tuo libro lo rapisce così tanto che gli libera la mente e quindi anche lo stomaco, anche i visceri. Insomma: significa che il tuo libro potrebbe essere messo in vendita non solo in libreria, ma anche in farmacia: ed essere prescritto con ricetta medica!

-         Sì, magari come antistitico! No scusa, ma non riesco a trovarci niente di edificante, in questo ragionamento!

-         Mettiamola così, allora: se non altro, quelli che leggono in bagno, al di là delle motivazioni biologiche, hai la certezza che leggono.

-         Cioè…mi stai dicendo che c’è chi compra i libri e non li legge?

-         Beh, certo. Ovviamente. E sono tantissimi. Che ogni copia venduta venga letta, credimi, è una pia illusione! In molti casi il tuo libro, la tua fatica migliore, passerà i giorni a far bella mostra tra gli scaffali di una libreria, se non dimenticata in una cassetto. Destino crudele quello degli scrittori, eh?

-          Crudele?! Io direi drammatico: bisognerebbe istituire un fondo per tenerci indenni da certi comportamenti dissennati! Ecco, potremmo chiamarlo così: fondo per le vittime dei lettori. Che ne dici?

-         Fondo per le vittime dei lettori: uhm…niente male, amico, niente male. Sai, credo che la prima fila, in questo gran premio della scelleratezza, spetti di diritto ai cosiddetti insonni.

-         Sarebbero?

-         Beh, quei pusillanimi che, non riuscendo a dormire, si servono dei libri per prendere sonno. Ma tu, scusa, tu te lo immagini uno che legge un tuo libro per addormentarsi?! Ma dico…questo è un affronto, un oltraggio bello e buono!

-         In effetti…

-         E il disprezzo aumenta, se pensi che è tutto premeditato: hanno fatto due conti e quei taccagni hanno visto che gli conviene comprare un libro piuttosto che una scatola di sonniferi. Le pillole, infatti, prima o poi finiscono, mentre il libro, no: quello resta.

-         Beh, però - prima o poi - finisce anche il libro…

-         Sì, ma poiché appena iniziano a leggere piombano tra le braccia di Morfeo, il giorno dopo non ricordano assolutamente nulla e possono tranquillamente ricominciare da capo!

-         Però: che razza di luridi bastardi, eh?

-         Te lo avevo detto: sono loro, i peggiori!

-         Sì, lo ammetto: avevi proprio ragione. Anche se…

-         Se? Qualcun altro, da spedire all’inferno?

-         Beh, in effetti, sai…visto che ci siamo, che stiamo compilando un database degli indegni, insomma:  non vorremo mica dimenticarci degli stagionali, vero?

-         Gli stagionali? Perdonami, ma non…

-         Sì, dai…quelli che leggono soltanto d’estate, sotto l’ombrellone…

-         Ah, beh, certo…quegli sciagurati! Della serie, semel in anno licet insanire, eh?

-         Proprio così: pensa che questi meschini attendono le ferie, per concedere una tregua alla loro abissale ignoranza! Non è incredibile?

-         Mah! Mi sorprende che, a quel punto, riescano ancora a leggere!

-         Beh, guarda: per le balordaggini che leggono, anche un analfabeta ci arriverebbe in fondo! Gialli dozzinali, horror sfiatati, romanzetti sentimentali ipertrofici...con tutta sta robaccia trasformano le spiagge italiane in isole ecologiche della letteratura!

-         E non dimentichiamoci degli insicuri…

-         Sarebbero?

-         Beh, mi riferisco a quei disgraziati che, prima di partire per un viaggio, infilano un paio di libri nella valigia con la segreta speranza di non doverli mai leggere!

-         Adesso che mi ci fai pensare, ne conosco parecchi anche io…

-         Voglio dire: questi usano i libri come la scala antincendio. L’extrema ratio contro la noia. E’ come se una donna accettasse di sposarti soltanto perché non trova niente di meglio: è orribile, dai!

-         Sai una cosa? Più che rabbia, questi mi fanno pena.

-         Che sfigati!

-   Sfigatissimi. A quanto pare, la nostra acuta dissertazione dimostra che, alla fine, anche tra i lettori, i tanto decantati paladini della cultura scritta, ci sono un sacco di mele marce.

-   Esatto: non per tirare l’acqua al nostro mulino, ma direi che la categoria degli scrittori è senza dubbio molto più sana. E’ composta di animi superiori, che trascendono le grettezze della vita quotidiana e perseguono fini più nobili, elevati.

-   Anche noi, a volte, siamo egocentrici, vanitosi, non lo nego; e il successo, i soldi e la fama, se arrivano, nessuno li disprezza, ovviamente. Ma io credo che lo scrittore sia rimasta una delle poche figure ancora pervase da una certa purezza, una sorta di  missionario culturale. Lo scrittore, in fondo, non scrive per arricchirsi, scrive per condividere.

-   Confermo, parola per parola. Proprio una bella chiacchierata, sai?

-   Anche per me, davvero.

-   Che dici, ci vediamo nel week-end?

– Mi piacerebbe, ma non te lo prometto… sai, devo concludere la mia biografia: sono in dirittura d’arrivo, ormai.

-   Ah, beh, in questo caso non c’è problema. Anzi: complimenti! Hai già un titolo?

-                 Certo: “Ho venduto l’anima al diavolo e gli ho fatto anche un buon prezzo.”