Negli occhi dell'assassino
(Jonas W. Bendaou)
Capitolo 1
"Signore?".
Il giovane fa muovere le labbra al di là di un carrello di metallo sbiadito , ha in testa un cappello verde che riporta la sigla –F.S.- .
...Non riesco a sentire quel che dice, la musica che fuoriesce dalle cuffie e' troppo alta .
Scosto lo sguardo dalle sue labbra , premo lo stop sul mio cd portatile.
"Gradisce qualcosa signore?".
"Si.... grazie..." un' occhiata veloce " del caffè caldo".
Con un sorriso il ragazzo impugna una brocca nera e d'argento e riversa il liquido scuro in un bicchiere di plastica bianca...
Tende il braccio stringendo la tazzina sintetica, poi mi propone una bustina sigillata.
La prendo , contiene un piccolo cucchiaino , un tovagliolo azzurro.
"Cosa le devo?...quanto costa?".
Il sorriso del giovane e' più largo...gli occhi grandi, come se mi inquadrasse per la prima volta.
"Nulla signore, sull'eurostar le bevande vengono offerte dalle ferrovie dello stato".
Va via , spingendo con buona lena il telaio su ruote che corre scivolando sulla moquette rossa; si muove tra i due filari di sedute parallele ... si arresta alle mie spalle.
Lo ascolto riproporre la medesima domanda...
E' la prima volta che salgo su un treno del genere.
Sono abituato ai convogli dai neon sbiaditi e dall'aria color ghiaccio....
dove sono io, i treni sono zattere lerce in alto mare che ospitano gente desiderosa di approdare dall'altra parte, senza preoccuparsi in che modo .
Ma oggi navigo seduto su di un eurostar ... in una cabina rischiarata che accoglie, sulle porte scorrevoli, la dicitura "prima classe".
Qui fa caldo e non si sente il rumore delle ruote sui binari, non si annusa gente stanca che urla al propri bambini di far silenzio..
"Ti piacerà ", mi ha detto Renato, ficcandomi il biglietto chiaro tra le mani e dandomi poi una pacca sulla spalla...
Il ragazzo che mi sta di fronte guarda l'orologio ,porta le dita alla fronte, si massaggia con lentezza le tempie; poi, ritorna alla sua lettura.
Io, non ho libri da leggere , solo la borsa nera ed il mio cd portatile, lo stesso che propina musica dall'inizio del viaggio ...
... il controllore mi ha detto che mancano venti minuti per Treviso e non ci sono più fermate.
Accosto il viso al finestrino e guardo gli alberi schizzare indietro come a rincorrersi in un gioco perpetuo..
Pare si pieghino, mischiano le fronde, lasciano intatti i tronchi rischiarati dalla luce rossa di un tramonto di novembre, poi si allontanano e cedono spazio ad un ponte, un fiume .
Il corso d'acqua brilla come il mare di Taormina , come quando ti siedi sulla barca per recarti ad Isolabella.
Caterina sorriderebbe se potesse vedere l'acqua da questo finestrino ...
indicherebbe con le piccole manine il pescatore sulla riva..
ed io le spiegherei che non e' come in Sicilia...che qui non c'e' il mare , che qui ci sono i fiumi ed i laghi....
Raddrizzo le spalle, mi lascio cadere sullo schienale
All'arrivo farò quel che devo fare, quel che mi ha chiesto Renato consegnandomi la borsa nera.
Entrerò nell'auto che mi aspetta ed andrò dal farmacista con gli altri due.
Ci metterò poco ...2 ore....
se va tutto bene anche meno...
Poi, con l'auto nera tornerò in stazione e comprerò una cartolina in cui si veda Treviso ed il suo fiume e ripartirò immediatamente, con un treno come questo .
All'arrivo abbraccerò Caterina e le mostrerò l'immagine dell'acqua del nord ; e lei, lei sorriderà perchè dove e' andato papà non c'era il mare, ..
Dove e' andato il babbo non e' come in Sicilia...
Capitolo 2
Arturo Franzoni percorreva una delle piccole vie sinuose di Treviso che sboccano nella grande Piazza dei Signori.
La tagliava al contrario, muovendosi verso i parcheggi che nascono dove muore ,furtiva, l'area pedonale.
Guardava la gente affrettarsi per il corso chiedendosi se i passi veloci scandissero anche il tempo biologico di ciascuno.
Transitò di fianco ad una grande vetrina che ospitava un manichino niveo dalla muta postura; l'accento dei suoi abiti pareva francese ; l'etichetta "Yves Saint Laurent" affermava l'esattezza di quel pensiero.
La marcia del farmacista era composta , cadenziata dai negozi che si rincorrevano sotto il porticato , alimentata dall'amore per la vita che alla fine di ogni giornata lavorativa , gli suggeriva di concedersi tempo , di assaporare gli umori di Treviso che ,a ridosso di ogni schiena , disegna minuscole ringhiere incastrate nel vecchio intonaco di un palazzo storico .
Accese una sigaretta, guardò l'abbraccio ardito di due ragazzi fermi alla bancarella di un uomo che , come in una fornace , cuoce caldarroste brune;
Osservò il fumo che si leva svogliato dal bidone di latta opaca ;
“Con il vapore “, diceva Ippocrate , “si smarrisce il pensiero che si avvinghia alle parole del tempo passato” .
Lui, quelle parole, le aveva manifestate con veemenza qualche giorno prima , durante il consiglio comunale .
"Nessuno deve poter entrare nella nostra città senza rispettare le regole", gli assessori ed i consiglieri lo avevano ascoltato vigili;
"Gli attentati occorsi nei mesi scorsi , non possono e non devono passare inosservati " mirava agli esponenti di un collegio che si spostava a disagio sulle sedute ; " la giunta non deve aver timore di combattere i signori della droga ... io stesso presenterò alle forze dell'ordine un fascicolo che , riprendendo diverse testimonianze , riporta nomi e cognomi delle alte sfere della mafia organizzata ".
Aveva visto le teste chinarsi e riprendere lo zenith come ad annuire in un gesto meccanico ; voci che si rincorrevano solerti sostenendo la loquela espressa dal medico; poi le teste si erano dileguate , alcune avevano indossato un cappello, avevano salutato con un gesto vago.
"Arturo, bel discorso" ... il sindaco ed il Dott. Cogliandro, responsabile della DACT , la Divisione Anti Crimini sul Territorio , gli avevano stretto la mano; "meriti in pieno il ruolo che ricopri in associazione" ; lui, aveva assentito.
Un altro tiro alla sigaretta, la punta divenne incandescente;
Voltò in Corso Como passando di fianco al Bar degli Illustri;
Venne urtato dalla luce azzurra che , sincopata , vagava tra l'insegna del locale e la strada ; poi, sfilò sotto il portico ed imboccò via dei Trefori; intravide in lontananza la sua auto parcheggiata a ridosso del marciapiedi.
"Siamo con te Arturo," gli aveva detto l'uomo dalla cravatta di seta che accompagnava il primo cittadino; "però...presentare quel l fascicolo" gli aveva lasciato la mano "…potrebbe essere pericoloso".
Lo sguardo di Cogliandro pareva allontanarsi da quella sala , come fosse congestionato da qualcosa di irreale..
Ma Franzoni non aveva paura...
L'associazione "TREVISO ORGANIZZATA " era nata nell' 84 con l'intento di supportare le famiglie di imprenditori che avevano subito nel corso degli anni attentati di natura mafiosa.
Il farmacista aveva coinvolto anche altri professionisti che, di buon grado , si erano occupati della parte legale e del sussidio psicologico.
L'organizzazione era cresciuta , sino a divenire uno dei punti di riferimento di una città che mal viveva la violenza gratuita di quegli anni.
Più volte minacciato, più volte scortato dalle forze dell'ordine ,Franzoni riteneva il concetto di unione l'unico modo per poter contrastare il tumore che, come nera gramigna , scorticava e privava della vita ogni terra a ridosso del Brenta.
Arrivò alla macchina , una porsche 911 gialla ereditata da suo padre.
Azionò il pulsante di apertura che con il bagliore arancione a due fasi, illuminò la strada buia e deserta.
Si avvicinò alla portiera, poi sentì un colpo violento alla nuca.
Da quel momento, il buio, divenne più buio.
Capitolo 3
Sono seduto davanti, all'interno dell'auto nera .
Renato mi aveva detto che mi sarebbero venuti a prendere, ed io avrei dovuto portare con me la borsa scura.
La persona che guida ha una folta barba , il naso prominente e le mani sono tese sul volante.
Fuma una sigaretta, e non mi ha neanche chiesto se il fumo mi potesse dar fastidio.
Io, ho smesso di fumare perchè a Caterina non piace.
Alle mie spalle c'e' un uomo dal viso assolutamente anonimo;
Ha una giacca di pelle ed e' quello che mi e' venuto a prendere dal treno.
Mi ha fatto un cenno con la testa , alzando lievemente il mento; poi, ha visto la mia borsa, mi ha chiesto l'ora....
Gli ho risposto che era il momento di tornare a casa; lui, mi ha detto di seguirlo.
Siamo saliti sull'auto ed ho visto una mazza di metallo poggiata sul sedile di dietro... sporca di sangue.
Abbiamo viaggiato per mezz'ora senza parlare poi, l'uomo alle mie spalle, mi ha detto che eravamo quasi arrivati.
Ho visto solo le sagome di alberi nella notte, nessun palazzo, nessuna piazza , tutto e' buio fuori da questo finestrino.
L'abitacolo e' privo di rumore, a parte il rimbombo del motore e quel lamento sfuocato che proviene dal bagagliaio.
L'auto imbocca una strada dissestata , e' stretta e serpentina, la luce dei fari si allunga come l'ombra che ritiene d'avere un coltello tra le mani
Sento decelerare, vedo il bagliore infrangersi contro un caseggiato bianco.
"Fermati"
L'uomo alle mie spalle sussurra il comando con calma piatta; la voce pare provenga dal silenzio.
L'automobile si arresta, scendono entrambi ed io, li seguo;
So cosa devo fare.
Il bagagliaio viene aperto , una torcia ne illumina il contenuto.
Vedo un uomo legato ed imbavagliato che ondeggia la testa in un movimento frenetico.
Deve essere il farmacista...quello di cui mi parlava Renato.
Ha gli occhi sbarrati, le pupille roteano dinnanzi a quel fascio di luce artificiale, il lamento concepito al di là' del bavaglio pare possa , da un momento all'altro, strappare il tessuto .
I due uomini lo afferrano dalle braccia , io stringo le mani attorno alle sue caviglie .
Scalpita come un vitello ferito, ha la testa sporca di sangue; adesso capisco perchè quel pezzo di metallo e' macchiato sul sedile.
Ci dirigiamo verso il caseggiato bianco e l'uomo dal cappotto di pelle spalanca con una spallata la porta di legno accostata.
"Buttatelo qui "
La voce che proviene dal silenzio e' calma e , allo stesso tempo, imperiosa.
Il tonfo del corpo che cade mi pare assordante.
Esco, mi dirigo alla macchina e recupero quel che ho lasciato sul sedile: la mia valigia nera.
La impugno e mi oriento nuovamente nei confronti del caseggiato.
Poggio la borsa sul pavimento polveroso , di fianco al corpo che si dimena in un urlo muto.
Apro e ne estraggo la Brown 45 che Renato mi ha chiesto di usare.
Il farmacista, mi pare si chiami Franzoni , mi guarda... guarda le mie mani e comincia a scuotere il bacino, si contorce come un delfino spiaggiato.
L'uomo con la barba gli assesta un calcio nel ventre.
Il suo e' un grido ed un pianto al tempo stesso.... si spolmona e prega , le lacrime si mischiano al sudore che cola rapido.
Il mio braccio e' dritto, in linea con la canna dell'arma , un segmento invisibile che termina tra gli occhi convessi e rigonfi di terrore ; le palpebre si chiudono, si riaprono.
....Sparo....lo squarcio e' sulla fronte.
Mi abbasso, taglio con un coltello il lobo dell'orecchio destro, lo avvolgo in un fazzoletto che si imbratta troppo in fretta di rosso.
Lo infilo in un cofanetto di metallo e lo lascio ricadere nella borsa nera.
L'uomo con la barba lascia la presa sulle ginocchia; l'altro, quello con il cappotto di pelle , fa un cenno con la testa, lo stesso che avevo visto all'arrivo a Treviso .
Lasciamo il corpo immobile , entriamo nell'auto ; l'uomo con la barba accende una sigaretta; l'altro, quello con il cappotto di pelle, infila il capo tra i due poggiatesta.
“Riportiamolo alla stazione"
Tristemente sorrido.... fra poco, potrò comprare la cartolina che mostra a mia figlia le acque del Brenta.
Capitolo 4
Il commissario Massimo Seganti, dirigente del nucleo anti mafia , stava chino sul corpo senza vita del Dott. Franzoni, l'uomo che aveva avuto il coraggio o, forse, l'imprudenza di sfidare la nuova mala organizzata.
L'aveva fatto senza armi, a volto scoperto e questo, secondo il suo pensiero , era la causa di quella fine indegna.
Ci aveva pensato tutto il viaggio, da Milano a Treviso, e non aveva trovato altre spiegazioni.
Gli uomini della scientifica si muovevano come ladri esperti sul pavimento velato, ponendo cartellini gialli che presentavano diversi segni dell'alfabeto.
La lettera A indicava la posizione del corpo; la B, suggeriva le orme dell'assassino perché più vicine al cadavere; C, il possibile complice e così via.
Le lettere erano in tutto 4, e si presumeva gli uomini fossero 3.
Andrea Polidori , uno degli assistenti alla scientifica, stava all'esterno, con la testa piegata ad osservare con piglio attento le impronte lasciate dall'auto; anche lui era partito da Milano.
"Massimo, guarda qui ", l'ispettore raggiunse lo spazio antistante il caseggiato.
"Pare l'abbiano fatto scendere da un' auto dopo averlo già colpito" gli mostrò il randello di metallo macchiato di sangue;
Seganti accese una sigaretta ,inspirò sino a che la punta non divenne fiammeggiante ; spinse il fumo dalla parte opposta ed osservò la costruzione di tufo.
Si accorse che due uomini li stavano raggiungendo.
Riconobbe quello più basso, il commissario Arturi della polizia di Treviso, che aveva avuto modo di incontrare presso l'ufficio del procuratore antimafia.
Proprio in quel luogo, si era chiesto a Seganti di partecipare alle operazioni instradate dalla questura di Treviso, al fine di abbattere quel che si stava ribattezzando come "la mafia del Brenta".
Seganti era specializzato nella ricerca di nuclei mafiosi e riteneva , concorde con il commissario Arturi, che la cellula dell'organizzazione criminosa fosse l'assemblamento tra cosche del posto ed il clan siciliano di Supia.
Aveva poi avuto conferma, leggendo la relazione di Franzoni, che mirava a nomi illustri del luogo.
C'era però bisogno di prove ed avrebbe dovuto, con la collaborazione della polizia del posto, ricavare tutto quel che occorreva per incastrare i "soliti noti".
Il commissario Arturi gli strinse la mano. "Salve Seganti" indicoò con un gesto il suo accompagnatore; "il Dott. Cogliandro, responsabile della DACT, Divisione Anticrimini sul Territorio".
L'uomo , più alto, gli occhi chiari come cielo terso, mosse le labbra verso l'alto , in un sorriso che all'ispettore parve di plastica.
"Ho sentito parlare di lei, Seganti". La voce era cacofonica, la stretta decisa.
"Spero in bene, Dott. Cogliandro" lasciò la mano facendo cadere involontariamente lo sguardo sulle scarpe lucide ;
"Ispettore, sa bene che scoprire qualcosa di nuovo significa avvisare immediatamente la mia sezione ?" la voce richiamò gli occhi smarriti sulla linea morbida del mocassino; ritornarono al cielo terso, tra la fronte ed il mento.
"Certo dottore, ci fossero elementi da discutere, sarà il primo a saperlo"; la voce urtava contro la presenza di quell'uomo, spingeva affinchè potesse uscire dalla sua visuale.
"Bene ...sa dove trovarmi" lasciò cadere le mani lungo i fianchi e si girò verso il luogo del delitto.
Arturi salutò con un cenno del capo, poi seguì il responsabile della DACT.
Seganti inspirò ancora, mirando alla distanza che lo separava dai due uomini in cammino.
"Lo sapevamo anche noi a Milano che lo avrebbero ammazzato" la voce era pacifica , lasciò sospese le parole appena pronunciate nella nuvola di tabacco e nicotina:" ci aveva scritto una lettera a maggio, in cui faceva nomi e cognomi di gente del luogo che detiene un enorme potere derivato da droga e mercato d'armi."
Polidori continuò a guardare la terra come se potesse , da essa, ricavare ulteriori informazioni.
"Perché non hai detto nulla a quel Cogliandro, allora?" la domanda del giovane assistente della scientifica non fece mutare la posizione dell'ispettore.
"Perché non mi fido di nessuno, Andrea" guardò il ragazzo; rimise al mondo il fumo. "Tanto meno di quel politico".
Capitolo 5
Caterina è sulle mie gambe, ha il sorriso più grande che le abbia mai visto.
Sta giocando con la bambola che le ho regalato , nella mano tiene stretta la cartolina presa a Treviso.
Mia moglie sta ascoltando il telegiornale.
Parlano del farmacista morto in un casolare; lo hanno ammazzato con un colpo solo e, poi, gli hanno reciso un lobo.
Mia moglie mi dice che il mondo è marcio, mi dice che la gente è pazza.
Mi porta del caffè...del vero caffè...
Non come quello bevuto nella tazzina di plastica bianca sul treno che mi ha portato a Treviso.
Sento , oltre i vetri del soggiorno, il mare di Taormina che si muove inquieto.
Batte le onde sulla battigia così come il pescatore insiste sul polpo .
Caterina mi da un bacio, mi abbraccia.
"Adesso è ora di andare a dormire, amore mio "; lei, allunga le braccia e sposta il bacino in avanti.
Non dice una parola ma Caterina, non ha mai pronunciato alcuna parola.
La adagio sulla vecchia sedia a rotelle di fianco al divano e la spingo,attraversando il soggiorno dalle pareti rivestite di carta ;
Arrivo all'ingresso di quella camera colma di bambole.
"Dai un bacio alla mamma" ; lei fa schioccare le labbra e , con un gesto repentino, lancia con la mano destra l'invisibile bacio nei confronti della donna in piedi vicino ai fornelli.
Mia moglie ci osserva sparire nella stanza.
So che adesso una lacrima le riga il viso ; so che piange per quella bambina che cammina solo sulle ruote; ma tra un po', con i soldi che mi darà Renato, riuscirò a farle sorridere entrambe
Capitolo 6
Il palazzo della scientifica era a Padova, e Seganti ci aveva messo circa un'ora per arrivarci.
In auto, con Polidori, si era discusso della morte del farmacista.
L'analisi sul cadavere aveva chiarito l'ora esatta del decesso, che risaliva tra le 21 e le 21.30 .
L'uomo era stato colpito qualche ora prima , con un oggetto contundente che aveva provocato un leggero trauma cranico ma non lo aveva ucciso.
"L'arma è stata tenuta ad un metro di distanza ... un colpo solo" Polidori ripeteva quel che i colleghi gli avevano comunicato al telefono ; "si tratta di una Brown 45 con silenziatore; il proiettile è stato ritrovato conficcato nel pavimento ".
L'ispettore continuava a tenere la strada pensieroso ; "Poi, gli è stato tagliato il lobo con un rasoio ....anche lì, un unico colpo".
Seganti entrò nel parcheggio della struttura di vetro, fece passare il tesserino attraverso la fotocellula e oltrepassò la barra che si richiuse alle spalle dell'auto con un colpo secco.
In ascensore lo specchio parve restituire, agli occhi di entrambi, la stanchezza dovuta alla notte insonne, mentre l'aria veniva divorata dalla rapida salita.
Entrarono nel grande ufficio illuminato .
"Berta, hai le informazioni che ti ho chiesto?" Seganti parlava senza guardare nessuno con precisione ; la voce di una donna squillò dal fondo della stanza: "si ispettore , la raggiungo immediatamente nel suo ufficio".
I due poliziotti entrarono nell'area destinata alla dirigenza ; Seganti si accomodò su di una sedia dai lunghi braccioli, Polidori poggiò le natiche sulla scrivania.
"Eccomi dottore, ho qui il fascicolo che mi ha richiesto nella giornata di ieri" la donna si avvicinò alla larga scrivania dalle sfumature ottonate ; aprì l'incartamento e prese a leggere facendo correre il dito sulle frasi che venivano replicate in voce."Qui ci sono i movimenti bancari del Dott. Cogliandro"; l'ispettore si avvicinò maggiormente alla carta , Polidori si portò alle spalle della sua seduta.
"Vede?" continuò l'agente in divisa, " ci sono tre versamenti a favore dell'interessato da parte di una società con sede a Ragusa : la Ludacrus srl ;
la motivazione è riportata sulla stampa dell'istituto bancario : CONSULENZA"
Seganti si chinò ancora quasi a voler accorciare le distanze tra lui ed il mondo che quel fascicolo ospitava .
Il foglio venne girato e l'agente lesse ancora :" Cogliandro è cugino del sig. Mandile , presidente della società in questione.. e indovini un po' chi è questo fantomatico Mandile?" .
La domanda rimase in aria per un tempo che parve infinito ; Polidori la agguantò e la rimise sul tavolino: "sentiamo agente, ci racconti...." .
Gli occhi della ragazza si illuminarono come se , nella risposta che stava per dare , ci fosse il traguardo più ambito della sua vita.
Si scostò e si mise in piedi ; schiarì la voce : "Mandile' il marito della sorella di Renato Supia..... Mandile è il cognato del Boss di cosa nostra ".
Già, la ragazza aveva superato la meta, ma Seganti ,quelle parole risuonarono come la condanna a morte per qualcuno che aveva conosciuto qualche giorno prima.
Si alzò, facendo schizzare la sedia lontano dalla scrivania ; "cazzocazzocazzo" tagliò con lunghi passi l'ufficio ed urlò con quanta voce aveva nei polmoni: "ragazzi...ragazzi ... mandate immediatamente una volante al 45 di Via Togliatti a Treviso " ; Polidori spuntò alle sue spalle "Massimo, calmati , abbiamo già una scorta lì" ; l'ispettore indossò l'impermeabile grigio; " si Polidori. Si ...cazzo..." il giovane assistente gli guardò le labbra pronunciare le parole che non avrebbe mai voluto sentire: "la scorta non è la nostra...è stata inviata da quelli della DACT" .
La corsa fu nei confronti dell'ascensore che si aprì con ritardo rispetto alle ripetute sollecitazioni.
La donna in divisa, confusa, li vide sparire inghiottiti dalle porte di metallo lucido che si chiudevano con morbidezza.
Capitolo 7
Marco indossava un accappatoio bianco.
Era seduto di fronte al mac nero ed il viso veniva rischiarato dall'albore del video ultrapiatto.
Stava rileggendo l'articolo che avrebbe pubblicato tra due giorni sul corriere veneto.
Scorreva le righe ed il nome di Franzoni risuonava con l'acustica di un flauto spezzato.
Aveva collaborato appieno con il farmacista per sviluppare il progetto "Treviso organizzata" e, adesso, si sentiva frustrato.
L'amarezza diveniva rabbia per poi trasformarsi, come per incanto, nelle parole del giornalista: nero su bianco.
Nomi , era questo che la gente voleva...
Era convinto che scrivere fosse alla stregua della verità e, questo, avrebbe spaventato o almeno allontanato gli uomini ignobili che governavano e si facevano governare dalle cosche mafiose.
"Come una marionetta , l'imprenditore che smercia droga e armi ,è' al momento stesso burattino e burattinaio.
tende i fili e chiede a se stesso ed ai suoi simili di muoversi secondo regole logiche che fondano la loro assennatezza nella illogicità della morte e del ricatto" , dimenava nervosamente le mani sulla tastiera scura.
Il clangore dei tasti pigiati era cadenziato con un ritmo quasi musicale.
Scrisse uno dopo l'altro i nomi di gente comune, gente che di notte giocava con la morte e di giorno sorrideva all'angolo dei bar.
Rilesse l'articolo facendosi accompagnare dalla musica soffice di Mozart , poi appose le 6 lettere che componevano il suo cognome :"PAVESI".
Aprì Outlook , allegò il file che aveva costruito in quei mesi di indagine personale .
Le foto di Cogliandro che usciva dalla macchina di Renato Supia insieme a quello che ritenevano da tempo il coordinatore delle azione malavitose nel veneto Antonio Massero.
Lo chiamavano "il fante" e tutti lo temevano.
Aveva fondato una cosca che, con l'aiuto di Supia, deteneva il 90 % delle attività illecite della zona.
Ma lui, adesso, era immortalato su quelle foto, insieme al siciliano ed al responsabile del DACT , il migliore informatore della mafia meridionale.
Marco zippò il file e spedì il tutto alla redazione.
Sulla seconda riga, inserì l'indirizzo e-mail dell'ispettore Seganti.
Aveva conosciuto il dirigente di polizia durante un convegno organizzato dal nucleo antimafia e, con lui, aveva potuto scambiare delle idee sul lavoro della "Treviso organizzata".
"Questo è il mio biglietto, signor Pavesi; se ha qualche problema, mi contatti senza esitare" ; Marco, aveva compreso quel che l'ispettore cercava di comunicargli; sarebbe bastato un "stai attento e guardati le spalle" , ma gli era piaciuto il modo elegante con cui aveva espresso quel concetto.
Premette invio e guardò l'icona della bustina gialla partire verso il cyberspazio .
Tolse gli occhiali, poggiando la schiena alla spalliera.
Frizionò con le dita la parte superiore del naso, le allargò sino a farle poggiare sulle palpebre chiuse.
Rimase immobile gustando l'indolenza di quella musica classica, poi sentì spezzarsi qualcosa.
Il trillo del campanello, rigido e duro, lo fece voltare verso la porta d'ingresso.
Sapeva che la scorta affidatagli gravava dietro quell'infisso, ma il cuore prese a battere veloce.
Si incamminò verso l'urlo di metallo che insisteva nella sua chiamata e, arrivato, guardò attraverso lo spioncino che allunga le immagini sul pianerottolo.
Un uomo in divisa era dinnanzi alla sua abitazione.
Il giornalista deglutì: "chi... chi è ?" si accorse che la voce aveva perso i toni più bassi nella rincorsa che iniziava dal petto e finiva alla gola; "Sono l'agente Riccardi, signor Pavesi" la guardia mostrò l suo tesserino.
"Cosa c'è a quest'ora, agente?" ancora a rincorrere le tonalità più profonde. " Devo consegnarle un plico che qualcuno della sua redazione mi ha chiesto di recapitarle, signore" ; la voce del ragazzo era tranquilla: "lo lascio nelle sue mani e poi ritorno di guardia, signore" .
Marco poggiò le mani sulla chiave dorata , girò in senso antiorario e, poi, fece scorrere la leva di fianco all'occhiello, fino a far scivolare il cilindro incastrato nel telaio.
Sentiva le mani sudate ; si chiedeva perchè un poliziotto avesse lasciato il suo posto al piano inferiore per salire sino all'appartamento con solo un plico tra le mani.
La porta venne socchiusa; il varco fu sì breve da mostrargli la divisa poi, il volto dell'agente.
Solo allora si rese conto perchè l'arto cardiaco pressava sino al pomo.
Come in un film, vide la sua vita correre tra i banchi dell'università di Bologna, vide le pagine del quotidiano dell'Emilia che riportavano il suo nome scritto a lettere cubitali "la promessa del giornalismo" , scorse le pagine di quel magazine di cui era diventato direttore e poi, in un folgorante momento, recepì il foro sul cilindro di metallo che gravitava dinnanzi ai suoi occhi .
Capitolo 8
Guardo la porta che si apre e sollevo il braccio in tensione.
Il movimento è così lento che cozza con il viaggio celere che mi ha portato di nuovo a Treviso.
Ho preso un aereo a Palermo, Renato mi ha detto che questa volta il tempo sarà breve.
Mi ha consegnato una busta bianca in cui c'è un biglietto Alitalia e 5000 € in contanti .
Io, non ho mai volato, ma mi sembrava già di farlo con quei soldi tra le mani.
Pensavo all'operazione che Caterina avrebbe fatto, in quell'ospedale privato nel New Jersey;
non avrebbe mai più camminato sulle rotelle.
Scorgo prima la fronte , poi gli occhi verdi che si nascondono dietro lenti di cristallo.
La montatura è rossa.
Adesso che la porta è socchiusa intravedo anche la bocca.
E' forse in questa che si nasconde lo stupore?
L'uomo è impietrito , lo capisco dalle mani ferme sugli stipiti.
La canna è all'altezza del viso; la linea retta si allunga in un filo invisibile sino al centro della fronte imperlata di sudore.
Sento una parola, una sillaba che muore prima di toccare la lingua.
Sparo...senza alcun rumore....
Il corpo cade come un sacco colmo di ghiande ed il tonfo ricorda quello di un cavallo abbattuto in corsa.
Non si muove....
Mi avvicino all'orecchio che raccoglie, come una conchiglia riversa sulla spiaggia, il liquido scarlatto che approda dalla fronte esplosa.
Ne taglio un pezzo ; lo avvolgo in un tovagliolo di carta bianca e, ancora una volta, lo sistemo nel cofanetto di metallo.
Renato mi chiede sempre quei trofei; lui, li conserva non so dove.
Salgo su per le scale che conducono al terrazzo.
Trovo la porta del montacarichi ; è nera ed ha solo due pulsanti, "su e giù" ;li spingo contemporaneamente e trovo nel movimento della lastra di metallo a destra, il passaggio per il cubo illuminato.
-piano seminterrato-
Il clangore delle catene sul tettucci di metallo fa eco intorno alla scatola di latta ... è un'eco distante...
Il montacarichi comincia a scendere rammentandomi l'idea del volo.
Quanto era piccolo il mondo visto da quei finestrini, riuscivo a scorgere l'azzurro del mare che , così stranamente, si mischiava al turchese di un cielo senza tramonto.
Un sussulto... le porte si riaprono e vedo l'auto nera immobile tra un pilastro ed una Taurus color cuoio.
Salgo, stavolta c'è solo l'uomo con la barba che spinge sull'acceleratore con la forza di chi ha deciso di schiacciare uno scarafaggio.
L'automobile sale su per la rampa , svolta per la via Bruni e costeggia sul ponte il Lesina.
Ancora un fiume...
Acqua su acqua, mentre il sangue corre a Treviso .
Ma io , tra un po', avrò Caterina tra le braccia e potrò raccontarle la favola dell'orso che non sa nuotare.
Capitolo 9
Al funerale di Marco Pavesi, c'era tutta la città.
Uomini e donne vestiti di nero parlavano sommessamente mentre la chiesa di San Virgilio muoveva nelle viscere del campanile le grosse calotte di ottone.
I giornali parlavano di lui, della denuncia che aveva consentito l'arresto del direttore della DACT e del mafioso Massero.
Le testate riprendevano il lavoro del giornalista che,all'insaputa di tutti, oltre ad aver fotografato insieme Cogliandro ed il malavitoso veneto aveva riportato le intercettazioni ambientali, poi consegnate in procura , che incastravano i due in una telefonata che mirava all'eliminazione del procuratore antimafia di Milano.
Seganti era avvolto dal impermeabile cenerino e , affondando le mani nelle larghe tasche, guardò Polidori.
"E’ strano vero?". L'assistente non girò il capo ; rimase a guardare la bara che veniva regalata alle viscere di un terreno umido e stanco .
"Cosa Massimo ? Cosa e' strano? "
L'ispettore parve vacillare , estrasse dalla tasca il pacchetto di sigarette.
Ne portò una alla bocca e, accostando la mano come fosse la protezione naturale del fuoco , tirò sino a che non sentì il fumo riempirgli i polmoni.
"Bizzarro e' che questi uomini, Marco Pavesi, Franzoni , e tanti altri, hanno combattuto mettendo in prima linea il loro coraggio senza che la paura potesse farli retrocedere di un passo .... e strano che venga arrestato Renato Supia grazie alla testimonianza di Massero e Cogliandro... " inspirò nuovamente. Polidori lo osservò con rispetto: " bhe, e' strano, ma i cattivi hanno perso ispettore"....
Seganti sorrise; fu forse il primo sorriso da quando era giunto sulla terra del Brenta.
Scrutò le pale di metallo che , muovendosi come fossero il prolungamento delle braccia che le governavano , riversavano terra su quella cassa di legno olivastro ormai persa nel fondo.
"Già..." , sospirò;
"Sul rapporto dell'antimafia si legge anche un altro nome : Maxime Streecher- pare a capo delle nuove cosche organizzate dell'est Europa." Polidori capì quel che intendeva .
"Una organizzazione molto più violenta , che basa i propri principi su delitti efferati e, vedrai, cominceranno con l'eliminare tutti i componenti della banda di Massero e Supia, tutti coloro i quali sono riusciti a sfuggire alla cattura."
Un'altra boccata , la mano dell'ispettore si poggiò sulla spalla dell'assistente della scientifica.
Le campane echeggiavano , come in un rito di morte del passato, il suono grave che riportava alla vita.
"Andiamo a casa Andrea, le nostre famiglie ci aspettano".
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